Articoli marcati con tag ‘sguardi’

Andar fuori (servizio)

mercoledì, 12 Settembre 2007

A volte fa bene, e molto.
Pur non essendo necessario.

Ormai era radice.

Effetto moiré (di tre voci in una)

giovedì, 30 Agosto 2007

Please, help them understand: I’ve become the voices in the fan.

[Devin Townsend, 1997]

Questo è un abbraccio

giovedì, 26 Luglio 2007

(e poi chiedono perché uno vorrebbe le ali)

Cartolina

martedì, 17 Luglio 2007

Se non la smetti di fumare sostanze atte a stupire, comincerai a vedere cassonetti per la raccolta differenziata nel casertano.

Manuel Calavera

*

Agente di Viaggio
Manuel Calavera
DDM – Filiale n°974
Trieste, Italia

Caro signor Manuele,
come vede i pusher qui sono così bravi che non solo piazzano quelli nuovi di pacca dopo aver bruciato quelli vecchi, ma li fanno venire anche in foto! Stupefacente davvero, no?

Mi stia bene!

Saluti e baci dalla Strada dalla sua affezionatissima

L.

“Scusate, ma lo vedo solo io?”

lunedì, 18 Giugno 2007

Manifesta (sogg. sott.: presenza)

lunedì, 21 Maggio 2007

Non conosco nessuna nazione che assista così passivamente alla morte dei luoghi.

Paolo Rumiz

Ritrovarsi da soli. Come sempre, come ogni santissima volta che si tratta di questo.
E sbattere la porta – perché non ci si abitua mai, di’ la verità – e andare lo stesso, accidenti, correre, correre, così, a testa bassa attraversare la città come un mulo arrabbiato, arrabbiato, sbuffando e sudando perché fa anche caldo, e….

ehi!, ti sveglia una voce con un sorriso enorme, che spinge un passeggino blu. Ue’, accort’! Alza quella testa, uagliunce’, sennò vai a sbattere!

E alzarla, sì, la testa. E restarci. Così. Con gli occhi in alto. Di sasso.
Fra un paio d’ore si tornerà da soli, lo sai bene, sull’altro versante del reale, all’altro capo di questi ventotto chilometri di strada ferrata. Ma intanto, per niente più che un momento, sentir riemergere dal buio della rabbia che lo aveva soffocato quel… piccolo… se. Sempre quello, fragile e inutile. E riuscire, per quelle due lettere, a sorridere. Insieme a tutti, tutti quanti.

Σκηνή

venerdì, 18 Maggio 2007

(Mh, casa.)

Parliamone un momento. Io e te, gatto.

Mèo.

Dimmi un po’, che roba è casa? No, è che passano gli anni e io qui dentro mi sento ancora così. E mi sembra così… ovvio. Naturale. Come se non potesse essere altrimenti. Ma se devo dire cos’è, non lo so dire…

(lei mi annusa la punta dell’indice, poi ci strofina un orecchio. Mi ricorda. Ma davvero si ricorda ancora di me?)

Mèo, fa.

(Intorno i rumori familiari, di sempre. Il frigorifero, il sibilo dell’ascensore nella tromba delle scale, il mormorio basso della tv che due stanze più in là che accompagna la sua giornata verso il sonno. Non è la casa in cui sono cresciuta, ma è ugualmente casa. Non è casa mia, ma è casa.
Guardo il soffito, ripenso alla giornata di oggi. E’ stata una buona giornata. Piena di: un passettino, un altro, verso il giorno in cui; una Voce venuta da chissà dove, con gli occhi chiari e consumati forse per essere stati troppo a lungo spalancati su un baratro; e infine un riabbraccio, lungo, profondo, che ha però ha perso subito il ri-. E ora. Guardo le solite perdite sul soffitto, e… d’un tratto. E’ una specie di… boh. Non lo so. Qualsiasi cosa sia è freddo, punge, pizzica, dalla punta dei piedi sale sulle ginocchia, poi monta alla pancia, e da lì, più lentamente, verso il cuore, e la gola, sotto il mento, serpeggia dietro gli occhi fino a farmi rizzare i capelli, e friggere la pelle. E’ di fuori e di dentro, e…)

Mèo.

(Apro gli occhi. Ma che… dormivo, forse? Mi s’è seduta accanto all’orecchio sinistro, è così vicina che sento sulla tempia il calore delle sue costole. Guarda dritto, fisso, verso il muro oltre i piedi del letto. Il freddo è svanito.)

Eh? Che c’è, micia?

Mèo.

Mh, mmmmmh. Ma che stavamo dicendo?

Mèo.

Sì, giusto.

(Ma forse il punto è lo spazzolino. E sì, mi sa che è lo spazzolino. Ecco, ecco, è proprio questo, anzi. Precisamente questo. Quello spazzolino viola parcheggiato e ben protetto in quel cassetto, nel bagno. Casa. E i piedi a terra, nudi, che appena entri ce li metti subito facendo volare via le scarpe dopo una giornata passata a tessere come un ragno su e giù per il centro storico la tela delle cosedafare. E sopra il soppalco che sembra una tana, il tuo divano-letto a una piazza scarsa, con le tue lenzuola e la tua coperta, sempre la stessa, sempre la stessa di sempre, che quando te la tiri fin sopra le orecchie il tempo torna a parlarti in una lingua che conosci. Piano. Piano, piano, te ne prego. Parla piano.
E le parole che scorrono, a ondate che rombano irrequiete e fanno spuma in superficie e schizzano e si schiantano sulle sponde e risvegliano e ripuliscono dal non detto il greto del nostro fiume come una piena stagionale, questo fiume fatto di due sponde ma che poi è uno. Perché così è: di stagione, in stagione, in stagione, in stagione. E la piccola gatta che viene a svolazzarti intorno leggera come la fata di cui porta il nome, la micia che non fa miao ma mèo, che ispeziona tutti i tuoi effetti personali e poi viene ad annusarti fin sul naso per vedere se gli odori corrispondono, e se sei proprio la sua zia di tanto tempo fa. Ma sì che sono io, gatto, non ti ricordi? Non ti ricordi di quando di notte sognavo che qualcosa di grosso e pesante – un muro, una casa, una porta blindata – mi era caduto addosso, e invece eri solo tu che mi stavi comodamente dormendo stravaccata sui polmoni?
(Sono io, le dico. Lei inclina un po’ il capino, ma continua a guardare sullo sconfinato spazio bianco oltre il velo della parete. Poi gira il musetto bianchennero di qua, e fa vibrare le belle vibrisse bianche (sorrido alla ridondanza, e lei fa uno sguardo sufficiente assai. Eh, c’ha ragione… ma cosa posso aspettarmi da una cosa che si chiama così…?).

Mèo, me-me. Mèo.

(E si allunga, e si accomoda in tutta tranquillità sulla spalliera del piccolo divano a fiori. Ricorda, allora.
Lei è uno di quei gatti che non si fanno accarezzare, un po’ ipertesi, un po’ che appena ti muovi più bruscamente di un pesce dentro un acquario lei fa la coda a spazzola e si teletrasporta sotto il letto al piano di sopra. Ma se ha detto mèo, allora ricorda. All’epoca due anni ci erano voluti, del resto, perché smettesse di essere terrorizzata dalla mia presenza in questa casa. Un altro anno per lasciarsi sfiorare e concedere – sciala, popolo! – le prime fusa. Rotto il ghiaccio, poi, va be’, un rapporto tutto in discesa: diventare un dispenser di grattini sotto il muso, il tappetino personale o il fornitore di divertimenti notturni era ormai cosa fatta. Una notte fummo svegliate da uno strano clac-clac nella stanza, sul pavimento: era lei che faceva volteggiare a un metro da terra i miei occhiali con perizia da giocoliere professionista.)

Micia.

Mèo.

(Nel nero delle sue belle pupille incorniciate di verde che mi fissano – ma come fai a guardare così fisso, tu? Cosa vedi? – ad un certo punto qualcosa mi trascina via, verso il basso, in una pozza di liquido calore.)

Che giornata, micia.

Mèo.

(Il nero sale. E io sprofondo.)

Che giornata, sì… e poi c’è ancora domani…

Rrrrrrrrrrrr.

Eh, rrrrrrrrrrrrrrrr….

Rrrrrrrrrrrrrrrrr.

Gatto, io mi sa che adesso dormo. Ma tu non te ne andare, per favore. Se vedi arrivare di nuovo quel sogno… tu che li vedi, caccialo via. Ti prego.

Mi poggia i suoi tiepidi cuscinetti rosa e neri sul naso. E poi, dolcemente, sento sulla pelle il lieve pizzico delle unghie, solo la punta, appena appena. Tira via la zampina e torna a vigilare, guardando lontano lontano, davanti, verso l’orizzonte sul muro bianco oltre i piedi del letto dove ribolle, senza contorni, l’immenso mondo dietro di me. Dove io non riesco a guardare, ma lei sì.

Mèo.

Guarigioni

martedì, 9 Gennaio 2007

Della città pallida (e poco altro… che so, una vocale)

mercoledì, 15 Novembre 2006

 Quasi mezzogiorno, e un’ombra che appena si vede. Appena appena. Da sentirsi trasparenti, quasi. Appena appena presenti.
Questo è il tempo che più riconosco a questa città: cielo bianco, umido e tiepido di scirocco e di un sole pallido. Pallida. Di tutte le volte che ci sono venuta, solo in un’occasione l’ho trovata inondata di sole, sotto un tetto di un blu uniforme come non l’avevo mai visto. Ma mi era sembrato quasi un altro posto. Ricordo un giorno d’inverno che tirava un vento così così freddo che decidemmo di rientrare perché non avevamo addosso vestiti abbastanza pesanti. Ne ricordo un altro che i tetti da quassù si vedevano a stento, non un filo di vento, il piccolo anemometro a coppe che sta sopra la banderuola a forma di leone quasi del tutto immobile. Quando venivamo qui al cinema, era sempre così. Sarà che ci si veniva col freddo, più che altro. Sarà.
 Ecco, anche adesso la banderuola è ferma. Quante cose di questo posto non conosco… e tu, che mi passi davanti per la terza volta, che fai fotografie dall’alto delle mura… anche te non conosco. E’ vero che si è ombre, spesso, nel mondo. Per molto meno di una parola, per molto meno di uno sguardo, per molto meno di un passo, per molto meno di niente.
 C’è un angelo qui sopra davanti a me (qui sopra davanti?) con il braccio teso davanti a sé, che indica con prepotenza un punto da qualche parte alla mia destra. Non so dove guardi, lui. Glielo vorrei domandare. Dove guardi? Come vorrei domandare a quel signore sulla panchina laggiù, vicino alla scalinata, cosa sta fissando da almeno dieci minuti, e a quei ragazzi dall’altro lato, seduti sugli scalini del pozzo vicino al muretto di cinta, per quale motivo ridono, ché le loro risate sono tanto forti da risuonare per tutta la spianata del castello. Cosa guardi, signore? Perché state ridendo così forte?
Alle mie spalle sento il ronzare, ovattato dalla foschia, di un cantiere al lavoro, mentre un elicottero dei Carabinieri per una decina di secondi copre tutti gli altri suoni con il secco frullare delle sue pale.
[tototototototototototototototototototototototototototo…]
Sul tetto del castello c’è una torretta che sembra un faro, solo che al posto del faro c’è un tricolore, moscio lungo l’asta ché vento non ce n’è più. L’aria ha smesso di muoversi del tutto. Sul muretto qui dietro la panchina dove siedo ritrovo la stessa pianta di quel giorno di un mese fa in Costiera, che ne avevo preso una foglia ma poi non ero più riuscita a sapere quale pianta fosse. Vedo ora che non mi ero accorta che si trattava di un’edera. Mah. La cicatrice sul polso è arrossata, stamattina, e pizzica da morire. E il sole è bianco e, invece di infilarmi nel groviglio di stradine ai piedi di questa collinetta (come forse dovrei fare) me ne sto qui, su questa bella panchina rossa ad annegare nel suono di questi tre quarti d’ora d’attesa. Che finiranno tra un quarto d’ora. Ma che ci devo fare, certe volte invece che camminarci sopra, a uno spazio, preferisco aspettarci dentro. E’ mezzogiorno. Udine è piena di campanili, si stanno mettendo a suonare tutti insieme. Di tutte le panchine, qui (ma a chi gl’è venuto in mente, di continuare a chiamarlo castello, ‘sto posto?), solo questa e quella del tizio che prima fissava non so cosa e adesso legge il giornale laggiù, vicino alla scalinata, sono occupate. Sul belvedere qui a sinistra c’è un signore con i capelli tutti bianchi che fuma la pipa e guarda la città. Il sole s’è fatto ancora più pallido, non scalda quasi più. Anzi, proprio per niente. Ancora campane… campane di mezzogiorno e sferragliare di lavori in corso.
Rintocchi più lenti, adesso.
Anzi, no.
Finiti.
S’è alzato un alito di vento. La bandiera sopra la torretta del castello non è un tricolore, ma quella del comune di Udine. Passano tre turisti, che spariscono dietro un albero. Ma che ci faccio dentro questa scrittura, ogni tanto mi domando. C’ho qua ‘ste due voci, distinte e separate, che viaggiano per cazzi loro, ognuna su binari e incontro a destinazioni totalmente diverse, nel tempo e nello spazio. Dico, ma che ci faccio io qui? Per il momento, sto seduta su una panchina di ferro rossa, si direbbe, e aspetto.
Mannaggia, ma è ora.
Non aspetto più.
Vado.
Arrivo.

A occhi chiusi (rivedo)

sabato, 23 Settembre 2006

Qualcuno mi insegni a disegnare.