Noncediché

 Alla fermata d’o nummero uno di Piazza Nazionale c’è un signore che muove i muscoli della faccia in tanti piccoli, incessanti tic, e uno dietro l’altro si compongono in un movimento di tutto il viso così fluido da farlo sembrare un bimbo, neonato ancora non consapevole di come funzionano quei muscoletti lì. Mi distrae dal suo volto solo la voce del conducente che urlando prorompe in una sentita bestemmia quando resta bloccato da una macchina parcheggiata sui binari, in quarta fila, all’altezza del chioschetto di lamiera verde Bar Giovanni. Per la miseria, non abbiamo nemmeno fatto ancora il giro della piazza. Ha perso la precedenza e il rispetto che alla scuola di guida ci avevano detto gli spettava di diritto. La mattinata comincia bene. E ora, come faremo? Come faremo?
Faremo che mi appisolo al quarto come faremo che mi risuona in testa, e a malincuore mi perdo la furia cieca del conducente che – mi raccontano i miei vicini di posto poco dopo – ha individuato il proprietario dell’auto (pecché tanto cca’ ‘o ssapite, ce sapimm’ tutt’ quant’) intento a chiacchierare con gli amici sul marciapiede, è sceso ed è andato a prenderlo, strattonandolo per un braccio fino alla macchina ordinandogli di spostarla osennò ‘o purtava mo’ mo’  isso stesso ‘n carcere.
Il carcere è lì a duecento metri, in effetti, mica male come pensata. Che peccato. Ma perché non mi sono svegliata, ‘ccidenti. E mi appisolo di nuovo, fino a Porta Capuana.

Sul Corso Garibaldi, il Caffè Aloia espone all’ingresso un cartello giallo:

SI ACCETTANO
PAGAMENTI
IN LIRA

A Piazza Garibaldi, sotto lo sguardo di un Garibaldi dal mantello verde e la testa nera che fissa il genio di Renzo Piano dritto davanti a sé, ci sono facce orientali, occhi a mandorla su volti di ragazze giovani giovani e belle belle, e anche sul visino di una bimba piccola piccola in braccio a una di loro, che non ha ancora l’età per sorridere come la sua mamma. Sarà bella, da grande, si vede lontano un chilometro. Ripenso al signore di Piazza Nazionale, che forse non ha mai potuto imparare come si mettono in fila i muscoli per un sorriso, o chissà. Sono belli uguale, comunque, tanto si somigliano.

 Visto che sono salita al capolinea ho trovato senza difficoltà un posto a sedere, ma dalla stazzione fino al momento di scendere non ho più modo di muovermi, resto stipata dalla calca contro il finestrino anche da seduta. Alla Circumvesuviana il vecchio tram si è riempito del tutto, come al solito non c’è più un centimetro libero adesso che i binari precipitano verso il mare.
A Porta Nolana sfila via, fuori dal finestrino, il mercato del giovedì frequentato da soli uomini, che a passarci accanto si sente profumo di Marocco e voci da medina. All’angolo d’ ‘a Marina, mentre noto che il cartellone della mostra di Tiziano è lì ormai da mesi (eh, ma quanti mesi!) una signora vicino alla porta posteriore inizia a deliziare i suoi vicini con una lunga filippica sulla maleducazione dei ggiovani, che per fortuna si interrompe quando il tram fa la sua solita, brusca curva a destra, dopo la quale mi ritrovo il pancione di una ragazza incinta, pallida e visibilmente affaticata, comodamente alloggiato nella curva tra spalla sinistra e collo. Non sembra aver intenzione di spostarsi, evidentemente sta proprio comoda, così non le dico nulla. Lei sta comoda, sì, e io pure… senza fare pressione appoggio l’orecchio sul calore della sua luna piena che cova una vita per rubarle il suono di un respiro, un battito, qualcosa. Ma niente, il caos di ferraglia della vettura è prepotente e tutti gli altri rumori se li prende lui. Sibilando tra la rete di cavi della linea tranviaria, arriva intanto a folate odore di benzina e salsedine che la ragazza aspira voracemente dalla fessura del finestrino aperto, schiacciata tra la folla che le si appoggia sulla schiena e una vecchietta che le sta accanto e mi piantona già da un quarto d’ora nella speranza di prendere il mio posto appena mi alzo. Si vede che ha capito –  forse dallo zaino da studente – quale sarà la mia fermata. Più ci avviciniamo al varco dell’Immacolatella, infatti, più lei guadagna millimetri spingendo via con il gomito il pancione della giovane Lunapiena, cui invece ben più volentieri cederei il sedile. Faccio allora un rapido calcolo guardando il muro di carne che tra qualche minuto dovrò sfondare: alzandomi in un certo modo allontanerò l’aggressiva e fin troppo arzilla anziana di quel tanto che basterà alla ragazza per infilare il piede nel vuoto che avrò lasciato dietro di me e ritrovarsi così seduta. Non c’è spazio per nessun altro, o lei o la prepotente settantenne. Quando fuori scorgo la sagoma brillante del Palazzo del Mediterraneo alzo lo sguardo verso la ragazza, lei abbassa il suo verso il mio, le faccio segno con l’indice puntato verso il basso, senza parlare. Io adesso mi alzo, siediti qui. Sorride, sorrido – grazie, noncediché.

Mi alzo, sgomito con forza, la sprùcida vecchietta ha un’incertezza, perde l’attimo, guarda torva la ragazza che lasciandosi cadere sul sedile tira un sospiro lungo nove mesi.

Sbarcata sul marciapiedi, la vedo lì in alto alzare una mano e sorridere. Ciao, buono studio. Ciao, buona fortuna al tuo pancione. Sento un paio di lacrime salire da sotto, da dentro. Mi volto di scatto, le ricaccio indietro con qualche battito di palpebre, si perdono in un luccichio negli occhi solo per un attimo più intenso degli altri. Rialzando lo sguardo incontro di nuovo il suo, mi fissa ancora dal finestrino con il suo pallido viso da luna piena, d’argento, da mamma. Che hai?, chiedono quegli occhi, stai bene?
Un’alzata di spalle: io sì, sto bene, ma non è per me che.
Il semaforo diventa verde, il tram riprende la sua discesa lungo il mare. Ciao, di nuovo, ciao.

Dovrei attraversare la strada verso l’inizio di un’altra giornata, ma per un po’ resto piantata qui. Con lo strano senso di intimità che questa città ti insegna a condividere.

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4 Commenti a “Noncediché”

  1. manuelcalavera ha detto:

    a trieste la vecchietta vi avrebbe rasoiate entrambe.

  2. keroppa ha detto:

    Mh. Buono a sapersi. Mmmmmmm….

  3. utente anonimo ha detto:

    non voglio fare la stronza, ma certi anziani non li sopporto,intendo quelli che pensano che tutto sia un loro diritto e di non dovere nulla a chicchessia…perchè, sulla gentilezza si può fare uno sconto con l’età? sconto bambini, sconto anziani…se mostro qualche tessera lo fanno anche a me?

  4. keroppa ha detto:

    Oh be’, secondo me fare gli stronzi in certe situazioni è un diritto inalienabile. Per gli stessi tuoi motivi quella vecchietta l’avrei rasoiata volentieri, per riprendere il calavera. Altroché.

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