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Articol’azioni

martedì, 24 febbraio 2015

E’ inutile che ci prendiamo in giro, dai, ché nel polso della situazione c’è tutta la debolezza di un atto di forza riuscito male. Nel prendere piede c’è il peso di una pianta che non calza, che non calcia, che non cresce e non ramifica. Nella curva a gomito c’è l’evento imprevedibile e per questo imperdibile (non puoi scegliere di evitarlo!), in tre dita di vino la probabilità dell’aceto, nella destrezza il sinistro in potenza, l’indecenza degl’incidenti provocati con l’abilità della mano con cui scrivi – ma non tutti, per carità, va bene: per quanto i sinistri si ritrovino in maggioranza al volante diventando così i principali agenti del pericolo costante, la costanza è al contrario qualcosa cui bisogna ad-destrarsi. Un casino in tutti i sensi di marcia, insomma.
Il ginocchio è invece luogo di contrizione, prostrazione e disperazione, sì, ma solo davanti a quel sadico despota di dio. Perché a guardare i bambini, che in ginocchio imparano l’enormità della gioia del movimento e passano poi sulle rotule la maggior parte del loro tempo esplorando, scoprendo e mettendo insieme il grande e il piccolo, il tutto e il niente – che non esiste, vabbe’ – non si direbbe mica. Che sia nel ginocchio il sesto senso tanto favoleggiato, il gin’occhio, punto di vista privilegiato, piede-stallo dell’equilibrio delle penne e delle matite, finché gli adulti non arrivano ad imporre il limite massimo verso il basso della sedia?

*

At the failing of the day she heard her father always say:  “Remember, it’s only the start”.

Assenza

martedì, 18 gennaio 2011

La to presenza assenza
la to desterminada valenza
in dimension diversa
me scaturisse

Desiderante tormento
lenta combustion
de pazienza
senza mai fin
malstar benstar
pienezza d'ogni vòdo

Supplizio de no supplicar
par no dir
e gnente èsser
par èsser
gnente volenza
solo comunicanza
e

In t'un momento
xe sta un svolar de piume de ale
neve de falìve
ne la non aria
             memoria
'na parvenza
assente
segno che no se vede
che xe el tuto
del gnente
xe sta un presente
più del presente
più del passà del futuro
un maùro maurarse
de quel che nato
ancora drento no xe
ma che xe
               andar e star
               in t'un stesso momento
Trasparente del mondo
sostanza
rarefazion
               mancanza
nel giazzo e nell'ardenza
de la to beatitudine
che senza
sentir se sente
senza sperar se spera
mente
che mai no mente
grazia che no xe grazia
preghiera che no xe preghiera
ma libertà vera
de assenza

e

[Ernesto Calzavara, da Analfabeto, 1979]

It was anything but hear the voice

domenica, 23 maggio 2010

He’s keeping busy, yeah, he’s bleeding stones,
with his machinations and his palindromes
it was anything but hear the voice,
anything but hear the voice… it was anything but hear the voice that says that we’re all basically alone.

Poor Professor Pynchon, had only good intentions when he
put his Bunsen burners all away
and turning to a playground in a Petri dish
where single cells would swing their fists at anything that looks like easy prey.

In this nature show that rages every day
it was then he heard his intuition say
We were all basically alone
.

(…)

And despite what all his studies had shown
that what’s mistaken for closeness is just a case of mitosis,
sure fatal doses of malcontent through osmosis,
and why do some show no mercy while others are painfully shy?
Tell me doctor, can you quantify
the reason why?

[Andrew Bird, 2007]

(sotto) (voce)

mercoledì, 3 marzo 2010

Chi parla dietro la porta? Parlare mi pare dir troppo
direi piuttosto un bisbiglio un disperdersi a fior di labbra
un diradare all’origine il corruccio delle parole
lima che logora il suono perché non sorregga figure
l’orecchio premuto contro la porta non può districare
i grumi di un mormorio che ricerca il suo dissiparsi
fino a quel sospiro quando la voce si avvita al suo vuoto
.

[Toti Scialoja, da Cielo Coperto, 1997-1998]

Cerchi(o)circuito

martedì, 3 novembre 2009

Oggi che le Isole Polinesiane, soffocate dal cemento armato, sono trasformate in portaerei pesantemente ancorate al fondo di Mari del Sud, che l’intera Asia prende l’aspetto di una zona malaticcia e le bidonvilles rodono l’Africa, che l’aviazione commerciale e militare viola l’intatta foresta americana o melanesiana, prima ancora di poterne distruggere la verginità, come potrà la pretesa evasione dei viaggi riuscire ad altro che a manifestarci le forme più infelici della nostra esistenza storica? Questa grande civiltà occidentale, creatrice delle meraviglie di cui godiamo, non è certo riuscita a produrle senza contropartita. Come la sua opera più famosa, pilastro sopra il quale si elevano architetture d’una complessità sconosciuta, l’ordine e l’armonia dell’Occidente esigono l’eliminazione di una massa enorme di sottoprodotti malefici di cui la terra è oggi infetta. Ciò che per prima cosa ci mostrate, o viaggi, è la nostra sozzura gettata sul volto dell’umanità.

Capisco allora la passione, la follia, l’inganno dei racconti di viaggio. Essi danno l’illusione di cose che non esistono più e che dovrebbero esistere ancora per farci sfuggire alla desolante certezza che 20.000 anni di storia sono andati perduti. Non c’è più nulla da fare: la civiltà non è più quel fragile fiore che, per svilupparsi a fatica, occorreva preservare in angoli riparati di terreni ricchi di specie selvatiche, indubbiamente minacciose per il loro rigoglio, ma che permettevano anche di variare e rinvigorire le sementi. L’umanità si cristallizza nella monocultura, si prepara a produrre la civiltà in massa, come la barbabietola. La sua mensa non offrirà ormai più che questa vivanda.

Un tempo si rischiava la vita nelle Indie o in America per conquistare beni che oggi sembrano illusori: legna da bruciare (da cui "Brasile"); tintura rossa o pepe che alla corte di Enrico IV era considerato a tal punto una ghiottoneria che usavano tenerlo nelle bomboniere e masticarlo a grani. Quelle scosse visive e olfattive, quel gioioso calore per gli occhi, quel bruciore squisito per la lingua, aggiungevano un nuovo registro alla gamma sensoriale di una civiltà che non si era ancora resa conto della sua scipitezza. Diremo allora che, per un doppio rovesciamento, i nostri moderni Marco Polo riportano da quelle stesse terre, questa volta sotto forma di fotografie, libri e resoconti, le spezie morali di cui la nostra società prova un acuto bisogno sentendosi sommergere dalla noia?

Un altro parallelismo mi sembra ancora più significativo. Questi moderni condimenti sono, che lo si voglia o no, falsificati; non certo perché la loro natura sia puramente psicologica, ma perché, per quanto onesto possa essere il narratore egli non può più presentarceli sotto forma autentica. Per metterci in condizione di poterli accettare è necessario, mediante una manipolazione che presso i più sinceri è soltanto inconscia, selezionare e setacciare i ricordi e sostituire il convenzionale al vissuto. Apro i libri di questi esploratori: trovo ad esempio che certe tribù mi vengono descritte da loro come ancora selvagge e conservanti fino al momento attuale gli usi di non so quale umanità primitiva, messa in caricatura in pochi capitoli buttati giù alla meglio; mentre le stesse tribù io le avevo analizzate per settimane intere della mia vita di studente, annotando opere che ancora cinquant’anni fa, e talvolta anche più recentemente, uomini di scienza hanno dedicato al loro studio, prima che il contatto con i bianchi e le epidemie susseguenti non le avessero ridotte a un pugno di miserabili sbandati. […]

Questi primitivi, che basta aver visto una volta per esserne edificati, queste cime di ghiaccio, queste grotte e queste foreste profonde, templi di alte e proficue rivelazioni, sono, per diversi aspetti, i nemici di una società che recita a se stessa la commedia di nobilitarli nel momento in cui riesce a sopprimerli, mentre quando erano davvero avversari, provava per essi solo paura e disgusto. Povera selvaggina presa al laccio della civiltà meccanizzata, indigeni della foresta amazzonica, tenere e impotenti vittime, posso rassegnarmi a capire il destino che vi distrugge, ma non lasciarmi ingannare da questa magia tanto più meschina della vostra, che brandisce davanti a un pubblico avido gli album di foto a colori al posto delle vostre maschere ormai distrutte. Credono forse così di potersi appropriare del vostro fascino? Non soddisfatti ancora e neanche coscienti di distruggervi, devono febbrilmente saziare delle vostre ombre il cannibalismo nostalgico di una storia dalla quale siete già stati sopraffatti. […]

Insidiosamente, dunque, l’illusione comincia a tessere le sue trame. Vorrei essere vissuto al tempo dei "veri" viaggi, quando offrivano in tutto il suo splendore, uno spettacolo non ancora infangato, contaminato e maledetto; vorrei non aver io stesso oltrepassato questo limite, ma, come Bernier, Tavernier, Manucci… Ma non si finirebbe più di recriminare. Quando, dunque, si sarebbe dovuto vedere l’India? In che epoca lo studio dei selvaggi brasiliani avrebbe dato più soddisfazione, facendoli conoscere nella forma più autentica? Sarebbe stato meglio arrivare a Rio nel XVIII secolo con Bougainville, o nel XVI con Léry e Thevet? Ogni lustro all’indietro permette di salvare un’usanza, guadagnare una festa, partecipare a una credenza di più. Ma conosco troppo i testi per non sapere che, togliendomi un secolo, rinunzio nello stesso momento a informazioni e curiosità che arricchiscono il mio pensiero. Ed ecco davanti a me il cerchio chiuso: meno le culture umane erano in grado di comunicare fra loro, e quindi di corrompersi a vicenda, meno i loro rispettivi emissari potevano accorgersi della ricchezza e del significato di quelle differenze. In fin dei conti, sono prigioniero di un’alternativa: o viaggiatore antico, messo di fronte a un prodigioso spettacolo di cui quasi tutto gli sfuggiva – peggio ancora, gli ispirava scherno e disgusto – o viaggiatore moderno, in cerca di vestigia di una realtà scomparsa. Nell’uno e nell’altro caso, sono sempre in perdita, e più che non sembri: poiché, io che mi rammarico di trovarmi davanti a delle ombre, potrei forse comprendere il vero spettacolo che prende forma in quell’istante, o il mio grado di umanità manca ancora della sensibilità necessaria? Fra qualche secolo, in questo stesso luogo, un altro esploratore altrettanto disperato, piangerà la sparizione di ciò che avrei potuto vedere e che mi è sfuggito. Vittima di una doppia incapacità, tutto quel che vedo mi ferisce, e senza tregua mi rimprovero di non guardare abbastanza.

[Claude Lévi-Strauss, da Tristi Tropici, 1955]

Linea 36

mercoledì, 7 ottobre 2009

Che cosa accadeva? Non accadeva niente in realtà, tranne che il sole si preparava a sorgere.

*

Metto insieme lettere deserte dal deserto delle lettere, eppure di scriverti non mi è mai passata la voglia, anche dopo tutto questo tempo. Da dietro questi finestrini volevo dirti di quanto ancora mi piace fermarmi a prendere il cappuccino, al mattino presto, ovunque mi capiti di trovarmi. Come ieri a Gaiarine, dove mi sono detta: mi fermo al terzo che incontro, e così mi sono ritrovata in un bar tutto arancione, davanti ad una betoniera di schiuma fumante e due fette di pane di zucca col miele, mentre fuori il sole faceva fatica a diventare giallo risalendo a stento la foschia. Volevo dirti di come questa piccola Italia profonda continui a riempirmi di sorprese, e raccontarti di come ho cominciato a vedere solo adesso tutta un’armata di autobus, per esempio, ai quali prima non avevo mai fatto caso pur avendoli avuti sempre davanti agli occhi, ovunque qui in città. Sì, allora volevo parlarti proprio di questo, delle corriere e dell’esercito di presenze che le abitano, e di come questo popolo che ci vive e ci lavora sopra a volte sembri la proiezione su gomma della ferrovia che ho conosciuto nei luoghi da cui sono venuta: certo, qui si viaggia su – e in – tempi totalmente diversi, ma anche questa dimensione, per quanto parallela, è fatta di tutti gli accenti d’Italia, di sfoghi di pressione e minuti contati, curve, rettilinei e deuteroapprendimento. Mh. Stamattina poi uno dei piccoli, l’ultimo dal quale me lo sarei mai aspettato, mi ha colto di sorpresa correndomi incontro nel piazzale, abbracciandomi e urlando MI MANCHIII!, mentre l’autista artista – il primo, quello che non si scorda mai – salutava dall’alto del suo trono ammortizzato con un sorriso largo così. Pareva niente di che, quando ci stavo sopra, quel piccolo ma efficiente ingranaggio che avevamo messo in essere, e invece ecco che all’improvviso ne valeva la pena, che ne vale sempre la pena. E’ un deserto di tenerezza, quel piazzale, e parla una lingua tutta sua, desertica anch’essa, arida e morbida come il paesaggio dell’Erg. E c’erano stazioni… no, fermate, e orari, e un viaggio che si fa insieme, sul filo di una linea.

Quanto basta, dirai tu. Quanto basta per non averne abbastanza, almeno.

Delle forme del colore: Rubik

mercoledì, 26 agosto 2009

Delle forme del dolore (1/3)

So there it is in words
precise
and if you read between the lines
you will find nothing there
for that is the discipline I ask
not more, not less.

Not the world as it is
nor ought to be –
Only the precision
the skeleton of truth
I do not dabble in emotion
hint at implications
evoke the ghosts of old forgotten creeds.

All that is for the preacher
the hypnotist, therapist and missionary.
They will come after me
and use the little that I said
to bait more traps
for those who cannot bear
the lonely
skeleton
of truth
.

[Gregory Bateson, 1979]

Mantra

sabato, 11 luglio 2009

Keep on with the force, don’t stop,
don’t stop ‘til you get enough.

Keep on with the force, don’t stop,
don’t stop ‘til you get enough.

Keep on with the force, don’t stop,
don’t stop ‘til you get enough.

Keep on with the force, don’t stop,
don’t stop ‘til you get enough.

Keep on with the force, don’t stop,
don’t stop ‘til you get enough.

Keep on with the force, don’t stop,
don’t stop ‘til you get enough.

Keep on with the force, don’t stop,
don’t stop ‘til you get enough.

Keep on with the force, don’t stop,
don’t stop ‘til you get enough.

Keep on with the force, don’t stop,
don’t stop ‘til you get enough.

Keep on with the force, don’t stop,
don’t stop ‘til you get enough
.

[M. Jackson, 1979]

Paesi che passano

sabato, 6 giugno 2009

    I paesi che passano: sono i lembi di campagna, le istantanee di boschi, di acque, di monti, di mura e di tetti, di comignoli e di campanili, i frammenti di mondo che ci lasciamo dietro ogni qual volta un’automobile, un treno, non importa che, ci porta via per l’orbe terracqueo insieme alla nostra smania irrequieta di mutar sito. La velocità ce ne dà, ce ne toglie, ce ridà inesauribile. E’ come se ci si sfogliasse dinanzi rapidamente un vasto albo di paesaggi colorati. L’uno è una chiesetta abbandonata, chiusa, sommersa quasi nelle foglie di un formidabile tiglio che le è al fianco, e par più umile, si direbbe, all’ombra di quella gran protezione; l’altro, un villaggio chiaro che guarda verso il mare con aperte tutte le imposte verdi delle sue finestre, mentre sopra di lui fa il broncio un rudere che nemmen l’edera più vuole, e forse è di mal umore perché si sente pizzicare in basso dalle ortiche; l’altro, una brughera rossigna, deserta, rotta da pozze livide, dove ci si deve sentire soli angosciosamente, come in esilio, a passarci sull’imbrunire… E via… Ad ogni impeto di stantuffo è una fisionomia nuova, un aspetto diverso. Paesi di un istante, paesi appena intravveduti e perduti, ora immobili e silenziosi sotto l’azzurro come nell’abbandono di un pomeriggio domenicale al tempo che la gente è ai vespri, ora tormentati sotto nuvole di tempesta che li popolano dei loro spettri pallidi o violastri, ora sbocciati nell’alba come fiori, ora spossati di sonno, presi dall’afa, dalla canicola, ora trasfigurati nella nebbia, bianchi addormentati in braccio all’inverno, – paesi fugaci, paesi che un battere di palpebre rinchiude e lascia, quanti ne abbiamo veduti passare nelle nostre peregrinazioni e nelle nostre corse! Alcuni rimangono pur nitidi nel ricordo come rimane nitida la visione colta in un lampo; altri, ci pare, li abbiamo veduti come in sogno in tempi immemorabili, altri si sono spenti affatto da ogni memoria, altri ci hanno lasciato nel cuore una infinita nostalgia.
    Signor lettore, ella troverà che al momento attuale ci sono ben altre questioni cui pensare e altre faccende cui attendere, che divagare dietro qualche aiuola di insalata che scappa rigata rigata di fili di telegrafo, o qualche casa cantoniera – sia pure tutta gocciolante di grappoli lilla di serenelle – che dilegua entro una tormenta di fumo. – Bravo! io sono precisamente dello stesso parere. Ma per le cose gravi, istruttive, solenni, pei grandi ed ardui problemi del momento ci sono le persone
ad hoc che hanno ricevuto dalla divina provvidenza l’incarico di illuminare il mondo. – Ce n’è una, almeno, da ogni barbiere, e almeno dieci in ogni caffè all’ora del vermouth. Poiché il signor lettore e poiché io stesso siamo sicuri che avremo sempre, quando vorremo, a nostra disposizione chi ci schiuderà le arche della sapienza, possiamo pure battere un po’ insieme la campagna. E poi, pigliar aria è sempre di attualità. Senza contare che con poca o punto fatica, solo guardando e immaginando, c’è pur modo di fare bellissime riflessioni.
    Questi paesi che passano, – spruzzi di calce nel verde, – sono molecole spicciole di umanità che ci fan cenno. Noi, molecole spicciole, alla nostra volta, siamo loro legati nel gran lutto più che non pensiamo. Indoviniamo quei cenni.
     Lo dicevo a me stesso, uno di questi giorni, mentre un treno mi trascinava traverso un liscio, vasto, dolce lembo d’Italia, primaverilmente fresco, frattanto che mano a mano, sotto i ponti rimbombanti, in tortuosi e rapidi luccichii, si succedevano l’Arda, il Taro, la Secchia, il Panaro, il Reno…
    Il muricciuolo sgretolato, – striscia di ciottoli fra due prati irta di ciuffi d’erba, – mi evocava una lite di confine e le ire di un Capuleto e di un Montecchio di campagna guerreggianti a colpi di carta bollata; il vecchio fico ramoso al disopra dell’orto della Pieve mi rammentava, – una vigilia di sagra, – un passo tardo di prete in meditazione sul suo panegirico pel domani; fuori del borgo, la pergola della trattoria sul limitare del ponte mi rappresentava la siesta, confortata di pipa, di bicchiere e di chiacchiere, del capitano in pensione e del ricevitore del registro a riposo; la panca sotto il platano a capo della stradetta che fra due siepi diverge al camposanto mi diceva la refezione del merciaiolo ambulante seduto a prendere lena, e la fantasia mi popolava i parapetti dei giardini di testoline di fanciulle, e mi faceva sentire la nostalgia del giovinetto contabile, prigioniero del suo sgabuzzino, che improvvisamente ridestava a sogni di libertà, di viaggi, di luoghi nuovi ed ignoti, lo strepito del convoglio ripercosso un attimo dalle lunghe mura dell’opificio rasente la linea.
    E ad una visione seguiva un’altra visione.
    C’è un’arte di «vedere il paesaggio». I luoghi hanno una loro propria fisionomia, e la fisionomia ha un significato, rappresenta quasi un carattere, uno stato d’animo. I salici lungo i fossi soffrono d’ipocondria, certe casupole chiuse sull’orlo dei boschi cospirano e pare meditino un agguato, la terrazza della villa è beata che tutti l’ammirino ad allargare le braccia sul parco, i pioppi del viale si seccano di stare eternamente uno in fila all’altro come collegiali in processione e vorrebbero sbandarsi; lo stagno immoto guarda rassegnato il volo delle nuvole libere, che appena lo toccano di un riflesso dileguano, le cancellate hanno l’aria di schiere di sentinelle colle aste, il villaggio in cima al poggio ha una piccola anima civettuola e festosa, e si lascia volentieri corteggiare dai gelsomini rampicanti e dai vigneti, che salgono ad abbracciarlo; e ci sono i paesaggi appassionati, scenarii di tragedia; i paesaggi raccolti, fatti pel romitaggio di qualche studioso meditabondo; i paesaggi innocenti, le grandi praterie aperte, senza misteri, che si lasciano leggere fino in fondo all’orizzonte; i paesaggi irritanti, malevoli, aggressivi, che non hanno amici, i paesaggi da luna di miele, i paesaggi da rapimento romantico…
    E ciascuno suggerisce un nome. Qual è il loro vero? Non importa. La fantasia gliene adatta uno, ed è quello che conviene. Ecco «l’oratorio di Santa Maria dell’Acqua». Ai suoi piedi si allarga in laguna il gomito del fiume, e l’acqua, gli anni cattivi, deve essere salita ad inondarlo e fu miracolo se non lo travolse. Come si chiama quel paese? Non lo so, ma io lo battezzerei «Biancolano». E’ come un immenso bucato steso sull’erba. E quest’altro? Mettiamo che si chiami «Monastirolo della Torre». E’ facile comprendere il perché. E questo ancora? Regaliamogli il nome di «Borgocivitella». E’ un borgo che si industria, che fa tutto quello che può per parere una piccola città. Ci ha i casotti del dazio, un edificio che deve essere un collegio, un viale, quattro campanili, due carabinieri fermi al passaggio a livello in attesa che s’aprano i cancelli passato il treno. In questo momento la figlia del notaio (è impossibile che non ci sia un notaio a «Borgocivitella» e che il notaio non abbia una figlia) sta studiando (me lo immagino) la sua lezione di pianoforte con grande diletto dei vicini, e nel Caffè della Piazza (è l’immancabile caffè dell’immancabile piazza) il bellimbusto del luogo fa il galante colla graziosa padroncina seduta al banco, e a un tavolino due pacati borghigiani – due luminari di «Borgocivitella» – levano tratto tratto il naso dalla chicchera del caffè e dai giornali del mattino a scambiarsi le loro vedute sulla politica. Il portalettere ha recato questa mattina, alla moglie dello speziale, una lettera del figliuolo che si trova al fronte e durante tutta la giornata se ne parlerà…
    Ed il treno corre verso altri paesi, a rasentare altre vite, vite occulte, ignote che tuttavia continuo a dilettarmi a figurare. Afferro anche, nell’aria smossa, a lembi, il sentore particolare proprio di ciascun luogo. Uno mi avventa alle nari un acuto odore di vernice di ferro, e passa; un altro sa di legnami piallati di fresco, un altro sente di terra lavorata e paglia antica, l’altro di sterpi bruciati, l’altro pute di pellami messi a macerare nella conceria, l’altro mi manda incontro aromi sottili di caffè tostato, l’altro è imbalsamato di catrame.
    E paesi passano, passano… Un gruppo di lavandaie, raccolte intorno ad un’acqua, levano la testa dai battitoi a guardare; il ciclista, sulla strada maestra parallela, ha il capriccio di tentare una gara colla locomotiva… e scompare; un monello da una siepe si diverte a far tanto di naso e a gridare parole incomprensibili ai passeggeri affacciati agli sportelli; un signore – qualche gentiluomo campagnolo – segue attento l’argine di un prato.
    Occorrono altri nomi. La fattoria laggiù, potrebbe chiamarsi «la Bicocchetta». Sembra nata dall’incrocio di una bicocca con un mulino. Ha un curioso aspetto tra il bellicoso e l’agricolo che colpisce. Questo gruppo di fabbriche armate di alti fumaiuoli in eruzione, accecate dal fumo che l’aria spinge in basso, annubilate e annegate in volute di carbone sprigionato in gas avrebbe tutti i diritti di andar conosciuto sotto l’appellativo di «Nubilecchio«». Questo tenimento che tagliamo per mezzo, se non ha nome «Stornelloro» ha torto. Lungo i solchi folti che si perdono all’occhio, dev’essere un trillo solo di stornelli, di canzoni i giorni di mietitura.
    Del resto, avete notato che ogni paesaggio richiama alla mente una musica? Così, come ogni musica s’inquadra in un paesaggio. Balaustrate avviticchiate di rose, siepi di bosso avvivate di linee di statue bianche, gradinate sospese si acque silenziose, tramonto di settembre intorno: musica di Rameau. Filari di cipressi, neri sotto la luna: musica di Chopin. Sfondi luminosi di colline apparite al di là di fughe d’archi di chiostro: musica di Bach. Impeti di cascate tra rovine di rupi, e arcobaleni accesi nelle spume, e frondeggiare tempestoso di rami sui cigli, e teneri velluti d’erbe in fondo agli abissi: musica di Beethoven. Qui, la pace della pianura pingue soprattutto vi anima, al pensiero, di canti villerecci: «Stornelloro» è proprio il nome che conviene al luogo.
    E questo canale, striscia pallida e rettilinea, ove nemmeno l’azzurro riesce a specchiarsi in riflessi nitidi, ricacciato dall’ombra degli argini, per me è il canale «Fil-di-Noia». Ho sempre pensato con un certo senso di compassione e di tristezza all’acqua dei canali. E’ lo stesso senso che mi fanno gli uccelli tenuti in gabbia. Si sente che deve annoiarsi, che deve essere malata di malinconia, la povera acqua, e la sua malinconia la sua noia si effondono anche in chi la guarda. L’hanno tolta alla bella libertà del fiume, dove era così garrula, dove aveva così lieti gorgogli, dove rimbalzava così viva in spume bianche tra i ciottoli e l’hanno costretta – ella, la sempre ribelle – a diventare obbediente agli uomini, epperò si è immusonita e fatta taciturna. Ora va, va, sempre eguale, serrata entro due piatte sponde parallele, rigida e geometrica come la formula in virtù della quale l’ingegnere idraulico l’ha catturata, rassegnata a perpetuo tedio.
    Ma il «Fil-di-Noia» col suo tedio è già lontano.
    Rossa di mattone, entro una nevicata odorosa di fiori di pero, l’osteria della «Piccola Nuova York» mi si affaccia e mi è portata via. E’ un baleno, ma riesco tuttavia a leggere le lettere dell’insegna. Non lontano è un fiume. Ci si deve pescare una buona frittura di pesce. Sicuro, il proprietario deve essere stato in America, dieci o dodici anni a Nuova York. ed ora ha un bel gruzzolo da parte e dinanzi una bella pancia.
    Una villa chiusa, come dimenticata nello squallore di un giardino abbandonato da anni, una residenza che non ha più nessuno e nessuno più vuole, entro un muro di cinta che la isola anche in una maggiore solitudine, e sul muro di cinta, a grandi pennellate, l’annuncio: «Villa da vendere»: è un’altra visione che passa e dilegua. La villa è morta, una famiglia, già tanto opulenta, è forse oggi esule, raminga pel mondo, forse rovinata, forse spenta! I bimbi che giocavano al cerchio tra i suoi viali, che tendevano dal cancello le manine ai passanti, fatti uomini, forse l’hanno perduta una notte in una bisca. I nonni vi accoglievano cari ospiti un tempo!
    Altri paesi ed altri paesi. E quelli che solo si indovinano? Donde viene quel filo di fumo verdognolo che si attorce in fondo al cielo? Che cosa c’è dietro il brusco svolto del viottolo? A che s’accompagna, in basso, il culmine aguzzo del campanile che s’alza, unica vetta bianca, sulla marea del bosco che cancella il resto?
    E le vite, le vite che per qui sono trascorse, da tempi immemorabili! Falangi di antica umanità tormentata popolano i luoghi. Genti cacciate da orde barbariche, lasciano le capanne di mota e di paglia, e fuggono; cavalcate di legati pontifici, di messi imperiali, di podestà armati, di vescovi ferrei, calpestano l’erbe e recano odii e stragi. Bagliori d’incendi, la notte, guizzano sulla pianura. Le epoche seguono alle epoche, generazioni surgono e si spengono, clamori d’uomini succedono ad altri clamori, la vita irrequieta mai non ristà… Il treno segue… E genti e paesi passano… Sono passati
.

[Ernesto Ragazzoni, articolo apparso su La Stampa il 25 aprile 1916]

Retro/azioni

mercoledì, 20 maggio 2009

It’s in my heart, it’s in your soul
You choose to judge,
is that your role?
Don’t analyze or complicate,
you’ll criticize, you can’t relate…

… and now you want some understanding,
what’s my point of view?

Then I’ll just fade away.
(when I hear all your lies I choke)
Then I’ll just fade away.
(suffering from the times you spoke I fade)

Regarding more? Just seems much less.
So cynical, you must confess.
I’m dying here, completely blind.
Your will to live just dampens mine…
 
… and now you want some understanding, what’s my point of view?

Then I’ll just fade away.

[Paradise Lost, Fader, 2001]