Articoli marcati con tag ‘voce del verbo’

Voce del verbo: (ti) liquido

giovedì, 10 Luglio 2008

Il mondo è immenso, immerso, sommerso, deserto, un concerto. Siamo sott’acqua di voci e di odori, dici. Tu i pesci, non si sa come, in qualche mo(n)do li capisci, che odorano l’acqua su cui poggiano e che respirano, lo capisci com’è vivere coi polmoni pieni d’acqua, e il naso e le orecchie, specialmente in quei giorni in cui la luce è calda e l’aria fresca, che nuoti in macchina, a piedi, al mercato, in bici, in biblioteca, sul treno. Ti escono dalla bocca parole, bolle che ti scappano a volte anche dalle mani, ti salgono dentro e poi ti sfuggono fuori e non le puoi riprendere più, alzi gli occhi e sono già in alto che corrono verso una superficie dove non puoi arrivare a meno di un’ordinaria asfissia, del tempo e dello spazio.
E’ tutto cambiato adesso, nuotare prende un mare di energie, a volte le correnti di certe pareti bianche ti trascinano via allo stesso modo di una mappa, e l’impenetrabilità di certe altre ti costringe a studiarle, a tastarle centimetro per centimetro, a capa sotto e ‘e smerzo, finché a un certo punto:

non
me
lo
fai
proprio
piantare
questo
cazzo
di
chiodo
eh
?

Allora nuoti a testa bassa comm’a nu ciuccio ‘nfrustecuto fino ai pastelli, ti arrabbi che ti viene il sangue agli occhi e metti a lavorare la vescica natatoria finché non trovi, feroce, la profondità dove vuoi posare la vista. La prova: non usi più inchiostro ma solo pietra grigia, per scippare la carta, e un pezzo di bianco per correggere il tiro.

E’ tutto diverso, adesso. Tipo che qua (dove?) non è più che xe acqua e tera, acqua e tera. Ma: acqua e fèro, acqua e fèro, acqua che xe fero, fero che xe acqua.

Fèro de binario e de pedale, fèro che xe carne, carne che xe acqua, e acqua che vista da questo fondo di boccia, lassù, in alto dove non ce n’è più, xe – o al manco te par – aria.

Voce del verbo: cancello

lunedì, 7 Aprile 2008

La risposta è dall’altro lato del cervello.
La risposta è dall’altra parte del cancello
.

[Simone Cristicchi, La risposta, 2007]

*
[ma anche: Fermata non richiesta (8/?)]

Ventidue settembre, è quasi un mese che ci siamo messi a camminare sui binari del nostro tempo e ancora non ci siamo fermati. Questa volta sono da sola, lui aveva da fare ma oggi è una di quelle giornate in cui l’autunno sta solo sul calendario, mentre intorno c’è aria d’estate vecchia e grassa di mele mature. Quand’ero ragazzina in giornate così il nonno mi trascinava fuori di casa con la forza, se era necessario, e mi portava in quel giardino fasciato stretto in mezzo al ferro di ferrovia che era il centro di gravità del nostro minuscolo mondo, dicendo che in questo mese non puoi mai sapere quando arriverà il primo vento freddo a portarti via le giornate in cui si può star fuori, e quindi approfittarne non è solo una cosa intelligente, ma una specie di dovere. E quindi, così: in macchina, e via verso la prossima stazione.

 Dopo lo svincolo per Campobasso si trova facile facile, è anche segnalato con un cartello "SCALO F.S.", e quando smonto dalla macchina il colpo d’occhio per un momento mi fa credere che forse è ancora in uso. Ma è mai possibile che sia più frequentata di quella del centro più vicino, sperduta com’è? La mappa mi dice che il paese cui si riferisce il suo nome non è proprio a due passi. Chissà.
Passato il cancello d’ingresso – spalancato come tutti i luoghi in cui è il tempo ad averla avuta vinta – il grande spiazzo porta ad un piccolo capannone dalle finestre e porte totalmente distrutte. Dentro un vecchio materasso, un mare di cocci di vetro, assi di legno marce, l’edera che si avvia a prendere possesso di tutto. No, di certo non è più in uso.
Eppure è una stazione fortunata rispetto alle altre che abbiamo incontrato, abbastanza simile a quella dove passava la maggior parte della posta della valle: anche qui quattro treni al giorno, linea gialla appena rifatta, l’altoparlante con la voce registrata che annuncia i treni in transito ancora funzionante. E come le altre stazioni – tutte, fino ad ora – ha due enormi pini neri ai lati che le fanno ombra, uno dei due proprio nel giardinetto alle spalle della pensilina coperta sui cui muri ci sono scritte a matita datate ’92, ’90, giù di lì.
Mi ci siedo, sulla testa ho l’intonaco che si sfalda e cade a pezzi. Accanto a me ronza il pannello elettronico con gli orari e le istruzioni di viaggio, fa sorridere il fatto che il suo lavoro sia quello di ricordare al viaggiatore di obliterare i biglietti alle apposite "macchinette gialle" e insieme segnalare che qui di biglietteria non ce n’è nessuna. E’ strano, è vero, lo deve proprio dire. E’ così: ci vuole il biglietto ma non c’è chi possa dartelo, c’è una voce che dice di stare lontani dalla linea gialla, ma i treni che passano sembrano solo brevi folate di vento. Ad ogni transito, il campanello del passaggio a livello che suona in lontananza. Ci provo anche, a portarmi via qualche suono, ma proprio lì le batterie della macchina fotografica mi mettono davanti ad una  scelta: solo scatti o niente. Meglio così. Va bene, allora, faccio un giro e metto il naso dappertutto sotto il sole che ancora scotta, poi all’improvviso nell’aria cresce un enorme silenzio. Sono quasi le tre, le ombre non sono più senza dimensioni come un mese fa, e tuttavia. Torno verso la pensilina, mi metto ad ascoltare, sto seduta e non mi muovo. Perché all’improvviso ho preso a sentirmi così piccola?

E’ stato tutto ritinteggiato da poco, qui, e così la stazione alla fine sembra nuova nuova solo perché in realtà deve essere stata dichiarata impresenziata da poco… sicuramente da molto meno tempo di quella di Cantalupo. Qualcuno ha avuto l’accortezza di precisare qualcosa a mano su certi sportellini, di non verniciare le sigle che serviranno a quelli che verranno in seguito per la manutenzione, di grattare e pulire la mattonella dell’altitudine,di dare una passata di stucco intorno al caposaldo. Non è ancora dismessa, dunque, ai piani superiori non ci abita più nessuno ma ancora è forte, visibile la cura delle mani che hanno messo tutto a posto prima di andar via. E’ così un bel posto, col bianco delle scritte, degli angoli e delle cornici delle finestre che taglia gli occhi sotto questa luce. E che bel nome che ha. Prima o poi andrò a dare un’occhiata in paese per vedere che faccia ha la gente di un posto con un nome così.
Dritto davanti a me, oltre la recinzione della ferrovia, ci sono alberi stracarichi di frutta, e biancospino che ha messo le bacche e colora di rosso i piedi di questo piccolo paradiso pieno di pere, e mele, e mele, e così tante mele che qualcuno ha addirittura aperto un varco nella recinzione per farne scorta, e chissà quanto tempo fa, lasciandolo probabilmente in eredità a chiunque si trovasse a passare di qui. Cosa che quel qualcuno evidentemente ancora apprezza. E non è un frutteto, ma solo un trionfo della rigogliosa boscaglia selvatica così tipica di queste parti, un cielo verde costellato di nebulose di stelle rosse e pianeti arancioni. Ah, fratello: hai fatto bene, quel varco l’avrei aperto anch’io.
Alle tre meno dieci il campanello del passaggio a livello torna a farsi sentire. Il buffo pannello elettronico segnala al nulla che il prossimo treno farà fermata in stazione. Non me la sento di tornare sotto il sole, capotreno, perdonami e non spaventarti.

Il marciapiede dei transiti è mangiato dal sole e dal tempo, non ha più spigoli ma la linea gialla lo taglia a metà come una riga di trucco troppo evidente su un viso pieno di rughe. La littorina che arriva ha due vagoni è di quelle vecchie, che fa braaaaaaaaam-rrrr-ra-tatatatatatatatatatata rimbombando sui binari vuoti. Il macchinista apre le porte, si affaccia a controllare la coda del treno. Ha il sole in viso, e la sua porta di spalanca di botto proprio davanti alla pensilina sotto la quale siedo: all’inizio non mi vede, poi si fa ombra con la mano sugli occhi e stringe le palpebre per mettermi a fuoco. Alzo la mano e lo saluto, lui fa lo stesso e sorride generosamente di rimando. E’ uno di quegli omoni di ferrovia locale che si riconoscono lontano un chilometro, mi sa di famiglia tanto che sto per dirgli "posso saltare su a fare un giro?", ma poi non lo faccio. Papà glielo avrebbe chiesto senza problemi, credo, ma quanto ho ancora da imparare? Il macchinista, prima di girare la chiave del comando che chiude le porte, mi fa cenno senza parlare: "devi salire, mica?". Rispondo di no, ci salutiamo. Ciao macchinista, alla prossima.

Con l’odore di nafta che la littorina si lascia dietro, all’improvviso mi rendo conto che questo posto sa come quello da cui vengo: le traversine del binario di incrocio e la cornice della passerella tra i binari che si sta sfaldando come cartone sono ancora di legno, quindi oltre al ferro, alla corrente elettrica e al diesel c’era anche quello del castagno di Sardegna catramato e indurito dal sole. Ero all’università quando ho cominciato a sentirmi spaesata in ferrovia, è stato quando le traversine di cemento sono arrivate anche nella mia stazione. Ma allora non lo capivo, sentivo solo che ad ogni grande intervento di manutenzione cambiava qualcosa e io mi sentivo sempre meno a casa. Ci ho messo anni per capirlo, che sul fondo dell’odore della ferrovia c’era questo legno che a un certo punto le stazioni avevano perduto.

Perché continuo a camminare questa ferrovia, perché continuo a venirci, perché mi ostino a voler vedere  e mettere i piedi in questo mondo morto che neanche più somiglia a quello che era?
C’è qualcosa, oltre il cancello di queste stazioni, che è andato perduto, che è stato cancellato dal paesaggio-paese da cui vengo e che sto per lasciare per andare ad abitarne uno nuovo. Mi sa che è questo qualcosa di cancellato dietro il cancello – che sta anche dall’altra parte del cervello, come dice la canzone – che cerco. E che ogni volta lo trovo, puntuale, in ogni stazione a dirmi che sì, ormai posso andare perché di quello che mi tratteneva non è rimasto più molto. Quello che vengo a cercare è il segno tangibile della continuità interrotta tra me e quello che mi stava intorno, gli strappi nella trama della tela in cui sono nata e dentro i quali voglio guardare per poter capire e infine partire serena con la valigia che pesa il giusto, ché qualcosa dovrà essere lasciato indietro. Ecco, questo vengo a fare: a passare cancelli di tempi cancellati, scendo alle fermate che nessuno chiede più e che portano fino all’altra parte del cervello, per sapere cosa portare via con me e cosa no sul treno che mi porterà dall’altra parte del pozzo-paese.

 Questa stazione forse per qualche tempo è stata salvata da quella fabbrica abbandonata laggiù: ghiaia, lavoro, uomini, voci con la polvere nei polmoni. Ma poi anche qui il mondo è andato avanti. All’angolo dell’incrocio che porta qui c’è una croce di quelle che recano gli strumenti della Passione e, ai suoi piedi, spaccata, la targa di marmo che dice che è qui da cinquantasette anni. Mi ci voglio sedere, in mezzo a questo binario di legno, di erba secca, di mele e di fiori, voglio aspettare qui e mi ci voglio disfare. Quando mi rialzerò, così disfatta, dopo la disfatta, sarò forse pronta per andare avanti anch’io.

(continua)

Voce del verbo: viaggi

martedì, 18 Marzo 2008

– No, perché a me qui sembra tutto così piccolo, così comodo… così corto. L’anno scorso, per esempio, siamo andati in vacanza all’Isola d’Elba, e quando ho saputo che saremmo partiti in auto, con le valigie nel bagagliaio, sono rimasta con la bocca aperta. Poi dopo ho realizzato che le distanze non sono più le stesse. Perché per noi in Russia il viaggio che cos’è? Una valigia qua, un’altra qua, un treno e tanto, tanto tempo. La prima volta che ho visto il mare avevo ventitré anni. Per andare sul Mar Nero da casa mia erano quasi tremila chilometri, tre giorni interi di viaggio. Dopo il ritorno avevo dimenticato tutto il riposo di quella vacanza. Mi sono poi dovuta far dare un altro giorno di ferie per riprendermi dal viaggio di ritorno dalle ferie. No, questo solo per dire…
– …
– Che c’è?
– No, niente. Pensavo che a vent’anni ho fatto un viaggio in treno di novecento chilometri con due amiche… sai, zaino in spalla e basta… e ci sembrò un’impresa epica.
– Eeeeh…

Sorride, intenerita.

– Povere, piccole, innocenti noi, eh?
– Eh… un po’.

[e poi ancora Voci, ma soprattutto Voci]

Voce del verbo: temperata

venerdì, 7 Marzo 2008

Ci provi con ogni fibra della tua carne a tenerlo fuori (almeno lui) dal mondo che si scrive e non si dice. Per lui accetti non sai come di ripetere l’errore di sempre: inciampare su una parola che poi diventano due, tre, sette, diciassette, finché non sono grovigli che per sbrogliarli ci vuole tempo. Anche se conosci le tante strade sulle quali una voce può mettersi in viaggio, stringi il pugno intorno alla matita per resistere, e non scrivergli mai.

Voce del verbo: attento

mercoledì, 20 Febbraio 2008

So tear me open but beware: there’s things inside without a care.

[J. Hetfield, 1996]


Voce del verbo : ricordo

lunedì, 11 Febbraio 2008

Sessantadue pacchi: sa farsi piccola, la vita, nonostante tutto.

E ora tagli, apri, tiri fuori, scarti.

A un certo punto viene fuori un blu.
Un altro blu.
L’odore di un giorno, passati già quasi tre anni.
E quello di un altro, solo un momento fa.

Una stonatura, un pugno colorato che stonda gli spigoli dell’aria fredda che c’era quel giorno, che c’è oggi.

Non è stato nemmeno un pensiero.
L’hai solo
sentito.

E basta.

Voce del verbo: morendo (ma decido io quando e come)

giovedì, 6 Dicembre 2007

Nascere, vivere, seppellire, morire nello stesso posto. Non usa quasi più.

[Luigi Meneghello, Pomo pero]

*

Ottantaquattro anni, occhi liquidi, una voce calda e gentile dalle o e le e arrotondate quel tanto che basta: la sola cosa, insieme alle mani, che ti portavi dietro dalla terra da cui eri venuta via da ragazza. Mente sempre lucida, carattere duro in passato, mi dicevano, ma quando ti ho incontrata nel fondo delle viscere ho sentito: ecco, stava qua ed era sarda, la nonna dei miei sogni. Però ogni tanto discorrendo tiravi fuori una forza saggia che doveva essere il riflesso del granito che avevi dentro un tempo, solo forse un po’ invecchiato. Ti sei potuta permettere una cirrosi e un cancro al fegato alla tua età e passarli così, con la calma senza patemi di chi sa quel che c’è da sapere – o ce la faccio o non ce la faccio, e quest’è – e nemmeno questo ha avuto ragione di te. Hai deciso tu il momento di andare, solo quando ti sei accorta che la stanchezza che sentivi non riguardava più soltanto il tuo corpo. L’ultima vecchia di una famiglia dispersa come tante del sud, con l’eccezionale particolarità di essere se-re-na. E sì che ne hai viste tu, venuta via dalla grande isola, approdata prima nel ventre della Sirena e infine in quello della Città Eterna… un vecchio delle mie parti avrebbe passato la vita a lamentarsi di queste peregrinazioni incolpandone i figli, e invece ti ho visto passare le consegne con il sorriso sulle labbra, adesso sei tu la vecchia di casa hai detto a tua figlia che cercava di farti capire quanto penoso fosse vederti morire così, non per malattia ma perché semplicemente avevi deciso così. Perché tanto avevi deciso. Stare sulla terra per l’eternità non è mica possibile, no? E no. Ma in realtà stavi dicendo soltanto va bene, basta, per favore, adesso lasciatemi andare in pace, tanto il mio l’ho fatto. Eri lì con noi, eppure già lontana. Parlavi e ti accomiatavi, ci salutavi come da un bastimento in partenza. Quel pomeriggio ti abbiamo fatta ridere col nostro solito teatrino di coppia collaudata, scherzando su questo e su quello, e tu che non ti facevi una grassa risata da un po’ a un certo punto hai detto a tua figlia aaaaah, ma falli smettere, ‘sti due me fanno schiattare, sono fantastici. E a noi, che di benedizioni non ne abbiamo nemmeno mai cercate, è parso che se qualcuno avesse dovuto benedirci avrebbe dovuto farlo con le tue parole e la tua voce. Sono fantastici. Con la sua risata forte che gli fa sparire gli occhi in una coroncina di rughe, che a me sembrano per la verità raggi di luce, hai visto tuo nipote amato e sereno, e alla fine ci siamo salutate. Sapevo che quella era l’ultima volta. Ti ho detto e cercate di stare bene, però, ché m’era uscito così, il desiderio che avevo proprio nella pancia, col voi affettuoso che ho potuto dare a pochissime persone nella mia vita; e non me ne pento, ché se c’è una cosa che ho dovuto imparare a questo mondo è rimanere limpidi di fronte a chi muore. Stare, insomma, in piedi davanti a chi sta nel gerundio del verbo morire. Mi hai guardato da una distanza immensa, e mi hai preso la mano con una stretta senza quasi più forza (non si tiene, niente più la tiene ormai, pensavo) e hai detto solo: andate tranquilli, ragazza.
State bene, ho detto di nuovo, ma già non lo pensavo più con lo stesso significato di prima. Hai sorriso, e sorridendo ci siamo salutate. Era solo due settimane fa. Dall’altroieri non sei più, è andata come hai deciso. Con gli occhi spalancati sul vuoto fino alla fine, cosciente, ostinata e tenace anche in questo con la fibra che ti è propria. Quando mi parlavi del mondo da cui sei venuta sentivo mordermi qualcosa dentro, e mi dispiaceva che la tua ricchezza dovesse andare perduta così, per mancanza di nipoti vicini nello spazio a cui raccontarla, e per quanto io provassi a raccoglierne qualche brandello, ogni volta che potevo, non bastava mai, era sempre poco, troppo poco tempo. In certi momenti avrei dato un braccio per stare dietro i tuoi occhi, nonna – ché dentro di me ti ho sempre chiamata così anche se.

Ora mi torna in mente solo una voce, sempre quella. E come al solito ci sta dentro tutto.

Dice: un disegno c’era, ma impersonale – è stato tracciato migliaia di anni fa, c’entra col fare le famiglie, il sogno è di farle adorne, coi vestiti dei balli che al mattino fanno sgranare gli occhi dei piccoli, un’armonia di cose gioconde e pensieri gentili – la vera realtà è tutt’altra, qui in paese quando dicono pensieri intendono dal più al meno dolori; dolori attivi, fondati sul dover fare le cose, una serie incessante di cose difficili, è stata una specie di guerra privata senza licenze. (…) Il pensiero che la famiglia andrà dispersa genera una fitta di panico che non è bene ricevere, non ha costrutto – più probabilmente si svuoterà del contenuto che aveva, si riempirà di altro.

Ecco. Così. Le nostre lingue madri condividevano questo senso dei pensieri, e tu hai detto non vi date pensiero per me, casomai è un pensiero per me stare qui ormai. E lo hai detto sorridendo.

E quindi ora un sorriso per te, nonna. Stai bene. Con quel senso lì.

Voce del verbo : domanda

sabato, 10 Novembre 2007

Sono due, tra gli scaffali della libreria. Chiacchierano serene, di questo e di quest’altro autore, di questa e quell’altra storia. Si vede che si conoscono, si leggono, si ascoltano. Sfogliano volumi qua e là, raccontano ricordi pescati con l’amo di un titolo, di una copertina familiare.

– Oh, guarda qui chi c’è!
– Cosa!
– Questo!
– Di chi è?
– Uno svedese…
– Mai sentito. E il libro com’è?
– Molto molto bello, secondo me.
– Vale?
– Uh, sì. Bello assai, anche se doloroso. L’ho letto nel momento più brutto della mia vita, e m’ha persino dato una mano a superarlo.
– Oh.
– Eh.
– …
– …

All’improvviso c’è un silenzio tosto come una gomitata. Lei smette di parlare, finge di leggere il risvolto di copertina. L’altra prende un’espressione imbarazzata e preoccupata. Non si conoscono così bene, forse. La gomitata non è il silenzio, no, è una domanda. Semplice e limpida, la si vede scivolare via nel timore di essere inopportuna, o spinta via da un paura ancora più blanda, più vuota, non si sa.

Cosa ti stava succedendo quando hai letto questo libro, ragazza?

C’è, si vede, avrebbe voluto fargliela ma è già troppo tardi, troppo invadente, forse non è il caso. Lei che le aveva lanciato l’appiglio pure attende, e attende. Aspetta la domanda e non riesce ad alzare gli occhi verso l’amica. Racconterebbe volentieri, in poche frasi che forse aprirebbero la strada a parole, storie, fiducie future, ma adesso la domanda nel silenzio ha risuonato fino a farsi eco, e adesso che si spegne lei già teme di aver detto una sciocchezza e non più di aver lanciato un segnale.

Le parole forse non erano quelle giuste?
Troppo teatrale?
Forse non mi crede.
Starà pensando che voglio deprimerla.

I pensieri si vedono passare sulla faccia che le si arriccia di preoccupazione nel silenzio che continua, breve e insostenibile, e a un certo punto pare persino che: accidenti, farei meglio a non accennare più con nessuno, mai, a quel periodo, ché la reazione tanto è sempre la stessa. Se l’altra la guardasse lo vedrebbe anche lei. Poi i lineamenti le si piegano d’un colpo verso il basso: gli angoli degli occhi, delle labbra e delle sopracciglia, anche le guance sembrano cedere al rimorso di aver parlato a sproposito. Si sente in colpa, così tanto che decide di sollevare l’amica dall’ingombro della domanda e di provare a spezzare il silenzio. Ha gli occhi lucidi.

‘nsomma, è bello, per me andrebbe letto.
Oh, allora appena ho tempo me lo prendo.
Che facciamo, mo’? Ci andiamo a pigliare un caffè?
Essì, dai, ci allunghiamo alla Veneziana.

Il libro torna sullo scaffale e sul ripiano resta incastrato anche il silenzio che dentro c’aveva la domanda che dentro c’aveva qualcosa d’altro che non si sa cos’era ma c’era. Loro si allontanano, io vado alla mensola e lo prendo, ancora tiepido della mano dalle dita sottili che l’ha appena lasciato. Doveva essere una domanda semplice semplice, di quelle col verbo dentro. Avrebbe dovuto essere.

Cos’è successo quella volta?
Perché fai così?
Mi racconti?

Dove vanno a finire, ogni volta, quando qualcosa impedisce loro di essere fatte?
Me la leggo anch’io, quella quarta di copertina che – guarda caso – già conosco, e al secondo rigo sto già pensando ad altro. Avrei potuto essere io. Mi torna in mente quel venerdì d’estate su in montagna – lontana lontana, la montagna – che si mangiava su tavoli di legno, al sole, in compagnia di altri tranquilli esseri umani che passavano di là. Sulla panca di fronte alla nostra stava seduta una famiglia – mamma, papà e due bimbi di cinque-sei-sette-otto anni: il più grande, maglietta azzurra, con la manica sinistra che gli pendeva vuota dalla piccola spalla. Intorno era tutto un distogliere sguardi e brevi sorrisi nervosi di chi li guardava giocare sotto il tavolo. Finché il vecchio che aiutava in cucina non venne a sparecchiare, lo vide, sgranò gli occhi e, intenerito e meravigliato, domandò:  "Ehi! E tu, piccolo? Cosa t’è successo?".
Così.
Il tavolo trattenne il respiro solo per un momento, ché la risposta arrivò subito, secca, semplice come la domanda:

Da piccolo sono finito col braccio nel tritacarne.

Occhi sgranati. "Nella macelleria dei nonni", precisò il papà verso il quale quegli occhi si alzarono tutti insieme. La cortina d’indifferenza era svanita, d’un colpo. Qualcuno chiese l’età del piccolo, qualcun altro si lasciò scappare un oh! di tenerezza, una mamma tirò su col naso, commossa ma con contegno, qualcun altro disse qualche altra cosa e così via, le parole si rimisero in circolo, i bimbi tornarono a giocare e i sorrisi intorno non erano più stirati come prima. A fine pranzo il vecchio portò il dolce a tutto il tavolo, anche a chi non lo aveva chiesto, poi andò a prendere una birra per sé e venne a sedersi con noi tutti, e le parole andarono avanti per un bel pezzo.

Ecco. Fatta la domanda, fatte le parole. Così parrebbe, almeno in certi strati della vita.

Ripongo il libro e faccio per andarmene, poi ci ripenso, torno indietro e sfilo dallo scaffale non quello, ma il libro che occupa il posto immediatamente successivo. Mentre pago mi viene in mente l’amica che, quando mi chiama di sabato pomeriggio, mi coglie spesso con le mani impegnate a fare più o meno sempre la stessa cosa. E dato che è una cosa in cui metto impegno e cura e che a dirla, dopo tanti episodi, mi viene da aspettarmi dagli altri soltanto una sola reazione, al suo innocente "che stai facendo di bello?" rispondo di solito sorvolando e rimandando gentilmente la conversazione a più tardi. E penso forse non dovrei, ecco, perché così le chiudo in faccia la porta su un angolo di vita che non conosce e che forse potrebbe servirle per capire meglio anche me. Del resto la domanda è appunto di quelle semplici, col verbo dentro, di quelle che insomma bisognerebbe sempre onorare. Allora penso che la prossima volta le rispondo la verità e glielo dico, quando mi chiama di sabato pomeriggio, che sto affettando una zìzza di vacca intera per delle bestie malandate e affamate che mangiano una sola volta alla settimana. E che lo faccio anche con un certo rispetto perché a casa di mia madre, quando lei era ragazza, quello fatto con la mammella era il sugo buono, quello della domenica.

Ecco, è qui che vanno a finire – o dove andrebbero se venissero fatte – le domande col verbo dentro? Nel nulla, dentro un tritacarne prima e dentro una fetta di dolce fatto in casa poi, o dentro un pezzo di interiora vaccine?

Chi lo sa dove, ogni volta.

Voce del verbo : andava

mercoledì, 26 Settembre 2007

Ventidue agosto. Piove di nuovo quassù, mentre giù non si vede acqua da tre mesi.
Dal finestrino arrivano pensieri a caso. Tutùm-tutùm. Del tipo: che bella doveva essere, la reggia di Carditello, tutùm-tutùm. Oppure: come si misura, tutùm-tutùm, di cosa è fatta questa distanza tra cose e parole?  E se pure non si può misurarla, tutùm-tutùm, si potrebbe mica abitarla? Sarebbe bello se si potesse farla spazio. Nella distanza non ci sta niente, nello spazio… uh, tutùm-tutùm, hai voglia. Mh.

Poi ci sono i pensieri tra parentesi [resiste nella testa di chi (non) resta], e le fermate non richieste. Che sono diverse, però, da quelle ho visto in un altro punto del pozzo-paese.

A Mestre già il primo cambio di treno (non previsto), e venticinque minuti di ritardo. A Padova diventa mezz’ora. Dio, la concidenza. Poco dopo Padova c’è un gatto in mezzo a un campo arato: spaventato dal treno, fugge e sparisce come una scheggia nel mais del campo vicino.

Un’insegna indica:

così, con la freccia in rosso come quella di una frasca e i caratteri da far west. Quadra, perdio, tutto quadra. Ma mo’ quasi quasi scendo e la seguo, quella freccia.

Il mais dopo Monselice è secco e già raccolto ma non ancora falciato, e fa grandi distese d’oro. Alla stazione di Rovigo una nonna seduta su una panchina indica i treni al nipotino nel passeggino. Alla stazione di Ferrara un nonno in cazunciélli rossi fa lo stesso con il bimbo che porta sul seggiolino posteriore della bici, e dal deposito guardano i convogli passare.

Corto circuito.

Anch’io, nonno ferrarese, anch’io. Anche a me mio nonno mi portava in bici (quando i sediolini per i bimbi però erano davanti, non dietro) al deposito della stazione a guardare i treni. Fuori c’erano quelli nuovi che passavano e dentro quelli vecchi che aspettavano. Cosa aspettavano? Non lo so, però mi ricordo che quei treni lì erano femmine, e a sentirne parlare poi dopo a me veniva da chiamarle trene, perché mi avevoano spiegato che locomotori e locomotive non erano la stessa cosa, come io non ero la stessa cosa di mio fratello, per esempio. Ah, così era? Ma i treni che passavano alla stazione erano tutti maschi, però. "Eh", dicevano loro, "ma prima erano femmine. Fai conto che queste so’ le mamme, va’…".
Mi ricordo certi anni in cui in deposito gli amici del nonno erano sempre nervosi, davano pacche alle trene nere, stavano con la schiena appoggiata sul numero che era il loro nome e parlavano con parole che non capivo. Sapevano di bruciato e di grasso d’officina, questi signori che mi prendevano sempre in braccio con un sorriso anche quando in famiglia mi avevano dato ad intendere che ormai ero troppo grande per stare sempre in braccio. Per questo forse mi piaceva, il deposito: perché lì dentro i treni erano un po’ diversi dagli altri e gli amici del nonno avevano grandi mani marroni che mi prendevano in braccio, mi tiravano su come una piuma e mi facevano sedere a cavalcioni sui magneti del muso mentre loro chiacchieravano. Mi piacevano un po’ meno i pizzicotti, condanna di tutte le bimbe con le schiocche, che quelle manone davano forse senza rendersi conto della loro forza. Ahiaaaah!, mi scappava a volte, e loro ridevano e poi riprendevano i loro discorsi durante i quali mi era stato insegnato a non far domande. Non si interrompono i grandi quando parlano, è maleducazione. Se volevo sapere qualcosa, potevo chiedere dopo. Ma intanto… 

… intanto lassù, anche se col nonno sempre vicino, prima di tutto ero più in alto di loro.  Di poco, va be’, ma era quel tanto che bastava per poter guardare lontano lontano (verso l’uscita del deposito, diciamo) e perché la tièlla del magnete diventasse il volante per guidar via la ottettrentacinque verso… che ne so, a me mi piaceva l’Africa, che non avevo la minima idea di dove fosse ma sapevo che era il paese dove c’erano uomini e animali incredibili e posti dai nomi stranissimi

["Ki-li-man-gia-rooooh? E che eeeè?"]

e che era dove abitava lo zio che dopo la guerra se n’era andato più lontano di tutti. Così sul magnete mi facevo capotreno

[ Nooo, si dice ma-cchi-ni-sta! ]

e partivo per l’Africa, e tornavo solo quando i discorsi dei grandi finivano e un paio di manone marroni venivano a tirarmi giù dal mio posto di guida. "Ue’, te si’ fatta ‘e mmane comm’a mme", diceva allora  puntualmente qualcuno. Le guardavo ed era vero, erano marroni. E io: "è l’Africa! Là tutti so’ scuri!".  "Ma ‘o vvir’ che pure nuje simme tutti scuri?", incalzava allora un altro. "Eh, e siete africani, allora!". Mamma mia, quanto forte ridevano. Tanto forte che a volte mettevano paura. Poi mi facevano lavare le mani con una roba gialla e pastosa che sapevano loro e che puzzava di copertone, intanto il nonno li salutava e a me toccava un altro giro di pizzicotti. Fino alla prossima volta, che non vedevo l’ora che arrivasse per fare un altro giro in Africa sulla ottettrentacinque. Che una volta, mi avevano detto, andava.

– E dove andava?
Eh, dove ci stava bisogno di portare robba e ggente.
– Ah. E mo’…?
E mo’ la fai andare tu, ‘o bbi’.

Ma che mondo era, quello?
Ci sono cresciuta dentro dandolo per scontato finché il cardine su cui ruotava non ha perduto il suo asse. Da quel momento in poi quel mondo si è sfaldato fino a scomparire, per me, e il tentativo di seguirne le tracce da grande è stato una fatica immensa, e molte… mai neanche ritrovate. Le facce e i nomi del deposito, per esempio. Mi restano queste sagome scure, il loro odore e… pezzi. Di loro posso mettere a fuoco solo le mani, il ruvido dei palmi, il dolore dei pizzicotti sulle schiòcche, il suono di alcune voci. Il resto è andato, e molto è andato prima che riuscissi ad afferrarlo. ‘Sto mondo inghiotte ogni cosa che stia nel passato più in là della linea dei dieci anni. Dove sono finite tutte quelle persone, quelle cose, quelle voci? E se a uno un giorno gli gira di domandarsi da dove viene?

‘rangève, dicono quassù.

Nonno di Ferrara, sbrigati allora a spiegargli quello che sai – qualsiasi cosa tu sappia. Ché nessuno dei tuoi si ritrovi mai a dover dire "eh, troppo presto, troppo presto". Gli dovesse mai venir voglia, pure a lui, resterebbe ciava’.

Per il resto, sì, poi dopo ci arrangiamo noi. E tanto, c’amma fa’?