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Voce del verbo: libera! (le acque)

giovedì, 2 aprile 2009

La terra gira da una parte e poi dall’altra
sotto il velo del cielo,
come chi di notte non riesce a dormire
perché vuole capire…

Addò t’annascunne – si t’annascunne?
Addò t’annascunne – si  t’annascunne?

C’è una piega sottile nascosta nell’universo
ai margini del mondo,
è una processione di anime dimenticate
che sussurrano tra le costellazioni:

Addò t’annascunne – si t’annascunne?
Addò t’annascunne – si  t’annascunne?

Sarrà ‘sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va….
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega’, ca nun se po’ spiega’…

Vulesse ca ‘stu cielo, stu cielo s’arapesse
pe’ tutt’ ‘a gente ca nun tene niente.

Quando una luna cala, l’altra ricomincia,
ombra, luce, guerra, pace,
quando una luna cresce, l’altra svanisce,
acqua, fuoco, pieno, vuoto.

Addò t’annascunne – si t’annascunne?
Addò t’annascunne – si  t’annascunne?

Sarrà ‘sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va…
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega’, ca nun se po’ spiega’…

Vulesse ca stu cielo, stu cielo s’arapesse
pe’ tutt’ ‘a gente ca nun tene niente,
scennesse l’acqua santa pe’ terre addò nun chiove
e frutta, miele, pane e vino nuovo.

Vulesse ca chiuvesse, chiuvesse maccarune,
li prete de la via caso rattato,
‘a muntagna ‘e Somma fosse carne arrustuta,
e tutta l’acqua ‘e mare vino annevato

[Nuova Compagnia di Canto Popolare, Sotto il velo del cielo, 1998]

Voce del verbo: dentri(vie)

lunedì, 23 marzo 2009

Si vîf di timp e di un trimâ da simpri
si vîf di lûsj e di un trimâ ch’al cresj

Si vîf di strades bieles, di cualchi puint colât
di timpi ch’al à di vegni di timp che intant si cûsj intor

Si vîf in doi fint a capî il misteri
di une cjareçe o dal corisji daûr

No si cresj avonde mai cence bogns ricuarts
si vîf distes, ma al coste un pouc di plui
Cul timp si nasj si cresj si reste a mieç
cul timp il timp al divente di seconde man
Si vîf di ales lungjes e di moment lisêrs
di plôe di vôe di ridi e di un vaî ch’a no si viout.

[Luigi Maieron, Si Vîf]

[Si vive di tempo e di un tremare eterno / si vive di luce e di un tremare che cresce / Si vive di strade belle e di qualche ponte caduto / di tempo che verrà di tempo che intanto ti si cuce addosso./ Si vive in due fino a capire il mistero / di una carezza o del cercarsi. / Non si cresce mai abbastanza senza buoni ricordi / si vive comunque, ma costa un po’ di più / Col tempo si nasce si cresce si resta a metà / col tempo il tempo diventa di seconda mano / Si vive di ali lunghe e di momenti leggeri / di pioggia di voglia di ridere e di un pianto che non si vede.]

*

– Grazie, grazie, grazie.
– E di che?
– Perché mi spieghi e mi insegni la tua lingua, una parola alla volta.
– Guarda che è anche la tua.
– Eh, mo’ non esagerare.
– No, davvero. E’ che ce l’hai dentri, al di là delle parole che puoi sapere o meno, o che io posso spiegarti o meno.
– …
– Senti, quando uno vuole bene alle voci degli altri e alle loro parole… allora quella lingua la sa, e gli appartiene.

Voce del verbo: grida(mi), apri(mi), cambia(mi)

lunedì, 16 marzo 2009

In your eyes, in your mind, in your mind
Clearer than a photograph
No passing of time
Ever could fade
You and I
Shimmering ghostly
Like a wild garden from another life
.

*

(E così, dopo tutti questi anni sei tornato. Mastico queste parole crude, semplici e vive ad alta voce mentre lentamente, lenta, lenta scivolo verso il mare senza riuscire a smettere di averti dietro, nel cervelletto. Mh. Mi ha preso questa specie d’urgenza d’aria e d’acqua appena sveglia, stamattina, dopo una notte imbevuta di sogni e segni, di conversazioni mai avvenute, di abbracci lunghi come anni e poi dimenticati. Ma devo andare verso il mare ora e allora scivolo lenta, lenta, lenta, lenta come un istinto antico, cantando canzoni che allora non conoscevo ma che oggi mi danno la misura della memoria. Nemmeno avessi bisogno del mare per rivederti, nemmeno avessi bisogno di binari per trovare il posto giusto. Perché c’è questo mare che sta alla fine di un’altra ferrovia abbandonata e qui vengo a cercarti, a rivederti quella sera, a rivedere quelle sere che non hanno mai smesso di accadere perché non c’è solo quella che riguarda te, di sera, ma anche quell’altra – eterna – da cui mi strappasti con poche parole violente, volente ma soprattutto nolente. Poche parole che poi sono tutto quello che mi rimane di quelle ore passate in punti diversi e tempi diversi della lunga linea dove la crosta e l’acqua del mondo si toccano. Sere sepolte, vecchie, invecchiate ma come cristalli, immagini che con gli anni sono diventate repertorio dei sogni: contenitori di altri sensi sovrapposti al tuo volto e a quell’altro, di quell’altro tempo, che infatti è tornato a visitare le mie notti ora che durante il giorno tu ti mostri, lucente, ancora pungente e spietato come le parole con cui mi hai riportato alla luce che in qualche modo ti appartiene. Allora era un altro tempo che veniva dopo un anno, un’era di gestazione, di sonno senza sogni e segni senza senso. Allora è venuto quell’attimo in forma di parole, un momento in cui qualcosa viene e qualcosa va. Così va il tempo, nonostante tutte le grandi frasi e le grandi COSE cui si suole affidare il senso della propria esistenza a questo mondo. Grandi cose di stocazzo, che soppiantano interi strati di reale fatti di quella bellezza rozza che era propria della nostra fetta di mondo. Alla fine è un’immagine piccola e densissima ciò che ne resta e quella, pur svuotata dalla risacca dello scorrere degli anni, finisce con l’essere più importante di quello che realmente è stato. In questo sta la densità di quelle notti sotto le stelle, di fiamme e di parole, stelle implose, cose accadute alle quali ho pensato sempre meno fino a che non si sono sedimentate ad un livello della coscienza accessibile solo a patto di varcare delle soglie. Ma quando apro quelle porte quello che sento, che ascolto, è un’esplosione di memoria fatta a strati di senso. Dei sensi: persino il tuo odore ho ancora nel naso, e so che se mai dovessi rivederti lo ritroverei intatto, anche dopo dieci anni, e quelle notti a cui dunque oggi ripenso molto poco sono pure avvenimenti cruciali, punti di congiunzione di importanza massima nel cammino che mi ha portato dalla soglia del nulla sulla quale restavo ostinata, immobile, invisibile e muta, al mondo dei vivi. Fu un niente. Tu non lo hai mai saputo ma la tua voce nei miei sogni ancora si sovrappone alla sua, di quell’altro volto di quell’altro tempo e di quell’altro mare, perché le parole con le quali mi avete uccisa e fatta rinascere sono state le stesse. Lui disse, lieve: "chiudi gli occhi", portandosi via la luce. Tu, invece, poiché la nascita è il più violento di qualsiasi altro atto umano, hai gridato. "Apri gli occhi". "No…". "APRILI!". Nella pretenziosità dei miei vent’anni mi sembrò che per un istante che si fosse fermato persino il mare. Poi un piccolo schianto della coscienza, e un calore di cui non sapevo nulla che mi si posò addosso come un ferro arroventato, cambiando il tempo con l’irrimediabilità di una cicatrice che arriva fino al muscolo della carne, delle cose, di ogni cosa. Cambiandone la forma una volta per tutte.)

Lì, in quel punto esatto della storia, tra parentesi tonde, cominciano le Voci. Lì, appena rinata e vuota come una cassa di risonanza, hanno cominciato a farsi sentire. Ma non lo sapevo, non lo sapevo. Cosa sapevo io, allora? Niente. Un po’ come adesso, ma in un altro modo e in un altro mondo. Era mare, era tempo di paura cieca, a occhi chiusi, fino a quel momento. Fino a quel grido, fino a quello schianto dell’aria nei polmoni, all’uscita della galleria.

Voce del verbo: dispatrio, ergo approdo

lunedì, 23 febbraio 2009


(foto sua)

 Allora andiamo. Si dirà poi: svolta verso il fiume, e occhio al ghiaccio. E sì. E’ il fiume che in ogni capoluogo d’Italia c’è una via che ne porta il nome, ma qui siamo appena fuori casa e dunque la musica del suo nome è un’altra, altra, che vale come l’altra. Due nomi per la stessa acqua, mi viene da pensare, mentre la macchinina blu scivola verso il fondo di questa gola di pietra dove il serpente liquido fa nella montagna un angolo stretto, profondo, e mostra le sue corde vocali a cielo aperto verdi, verdi, verdi dentro il sole invernale che le tocca nell’ora in cui la luce muore, bella, senza dolore, allungando le ombre e arrivando dritto negli occhi dei minuscoli umani che la attraversano. E’ una voce, veramente, quella che camminiamo con tanta lentezza, che parla della pazienza dell’acqua e dei suoi frutti, così lenti a crescere ma così carichi di nutrimento, una volta maturi. Intanto non smettiamo di camminare e improvvisamente una parte di me si stacca, esce, si alza fino ai satelliti che disegnano le carte geografiche dei nostri tempi e mi vedo da lontano, da sopra, su due punti diversi della mappa, quello in cui mi trovavo ieri e quello in cui mi trovo ora, che ci sono tornata e ancora non mi sono ripresa dall’ennesimo salto, dall’ennesimo strappo di questi giorni così intensi, così densi e dei quali ancora non mi riesce di capire granché. Ieri ero là e oggi sono qua. Ieri ero là, nell’enorme città di pietra – eterna, dicono, ma che sembra in procinto di collassare su se stessa – e stavo nascosta nell’unico suo angolo dove mi sia mai sentita davvero al sicuro, fra braccia spalancate da solo affetto senza giudizio e occhi che sanno leggermi da vent’anni senza difficoltà. Senza quelle braccia e quegli occhi dove sarei andata a finire, in quel punto della mappa?, mi chiedo. E capisco: se sono riuscita a rimanere in piedi senza scivolare, sopra quell’insidioso selciato di pietra eterna, è stato per il sostegno incondizionato di quelle due paia di braccia e occhi. Allora non è il posto, il punto, ma le persone. Gli umani. Quanti e quanti perché, per ognuno di loro. E portarseli dietro, infine, ovunque ci sia bisogno di andare. Ieri eri là – mi dico dal satellite – e se non fosse stato per quelle braccia chissà dove saresti finita, nella caduta. La verità è che quel luogo di pietra eterna non ti piace, adesso che ne hai fatto esperienza. Prima di passarci del tempo, avevi avuto solo un miraggio oltre il quale si celavano semplicemente quelle due paia di braccia e di occhi così infinitamente preziosi, per te. Ma tu, che sei così noiosamente, disperatamente lenta e ti nutri così avidamente di luce, di spazi enormi e di voci… come ti è mai potuto saltare in mente di poter riuscire a sopravviverci? Be’, mi rispondo, ero completamente smarrita, e lì c’erano loro. Sopravvivere… forse ci sarei anche riuscita. Vivere… ecco, quello sì che forse è fisicamente impossibile, lì, per me.

Poi rialzo lo sguardo verso l’altro punto della mappa, in alto a destra rispetto a quello dov’ero ieri, e improvvisamente rieccomi a terra. Sono scesa dal satellite e sto scattando foto ad un gigante di pietra d’Istria, foto che fra qualche minuto scompariranno per sempre per un qualche buffo capriccio dell’elettronica. Loro due sono un po’ più in là, li sento parlare piano mentre leggono la storia del gigante su un cippo lì vicino, sul ciglio della scarpata che si getta nel fiume con un salto di svariati metri, fitto di alberi. Da lontano li guardo muoversi, passeggiare, osservare, separarsi di qualche passo, stare un pochino in silenzio e poi tornare a parlare. Guardano il verde che sale dal fiume e la luce del sole che scende a grandi colate dagli archi che sostengono il maestoso Solkanski Most. Piano, piano, guardali come vanno piano. Somigliano un po’ al fiume nella cui Voce stiamo trascorrendo quest’ultima ora di luce, anche loro sono esseri umani d’acqua e di demanio, che oltre a prendere sanno anche condividere e ascoltare, e trovare strade, ognuno la propria. Sono generosi di paesaggio e di voci, e Voci a loro volta. Gente di pazienza. Adesso capisco perché quest’altro lato del pozzo-paese mi manca come acqua nella stagione torrida, quando sono lontana, e perché mi ci sento così libera e a casa dentro, quando vi faccio ritorno. C’è qualcosa d’altro, oltre alle persone. Non sono solo le persone, ma tutto. Tutto insieme. Loro e tutto il resto sono una cosa sola, con il tempo e la pazienza dell’acqua il paesaggio può essere ancora paese, dopo tutto, e per chiunque voglia metterci piede. Purché sia con rispetto.

Quando li raggiungo, poi, le parole vengono infine fuori così, leggere, senza sforzo, quando loro domandano: e allora?

– E allora è così… è che quel posto, come tante grandi città, è una grande gabbia d’oro. Così attraente, da lontano, ma poi quando ci vai dentro scopri che in realtà ci sono posti dove puoi andare a tutte le ore, e posti dove invece non ci puoi andare manco a mezzogiorno. E così ti ingoiano, ti abituano a tante cose strane, tipo la mancanza di spazio, e pare che ti anestetizzano. Alla fine, pure se hai tante cose bellissime e piene di storia intorno mentre vai al lavoro, comunque quando ci vivi ti ci abitui e non vai mai a toccarle. Cioè, ma nemmeno a poggiarci un dito sopra ogni tanto, e che cavolo. Potrebbero pure essere sagome di cartone giganti, voglio di’. E poi alla fin fine i posti dove passi la quotidianità si riducono a quei tre-quattro, che sono sempre gli stessi…
– E scusa, ma se fai vita di quartiere, tipo quella di paese, in ogni caso… allora è come stare in un posto relativamente piccolo, solo con un sacco di gente in più negli stessi metri quadrati. Allora mi chiedo…
– … quello che mi sono chiesta anch’io quando ci stavo, penso. Che senso ha?
– Ecco.
– E quindi?
– Ma non lo so, penso che dipende da quello che uno cerca. Io mi sa che sono di animo più… cinghiale, tipo. Aria, spazio, al limite un bosco fitto quando uno ha voglia di sentirsi protetto. Se il paesaggio bela invece di strombazzare e bestemmiare, io sarei tendenzialmente più contenta, ecco.
– Perché, che ha che non va il paesaggio che bela?
– Eh. Là uno mi ha detto "che tristezza!" quando gli ho descritto quello che c’è fuori dalla mia finestra, tanto per farti un esempio. Con un punto esclamativo grosso così.
– Sono antipatici, i punti esclamativi.
– Eh, lo so. So’ presuntuosi.
– Boh, comunque un po’ li capisco. Per stare bene in quel caos un po’ te lo devi anche raccontare, che fuori dalla gabbia è tutto triste. Solo che vorrei vedere come farebbero, quelli nella gabbia, se fuori dalla gabbia non ci fosse un paesaggio che bela e muggisce.
– Eeeeeeeh, se deragliamo sui massimi sistemi poi non la finiamo più, stelle.
– E’ che a me di fare la movida in mezzo ai turisti ‘mbriachi a tutte le ore non mi interessa, che ci devo fare. Mi piace di più se fra un turista ciucco e l’altro ci sono decine di chilometri.
– Mbeh, le persone sono sicuro più simpatiche, così. Per un fatto di concentrazione numerica, proprio.
– Lo stress pro capite per metro quadro si riduce.
– Però, scusa… tu vuoi conoscere un posto standoci solo un mese e mezzo? Mica ci saranno solo turisti ‘mbriachi, in giro…
– Ma no, ce mancass’. Però è pure vero che quando c’hai trent’anni sai già come sei fatto, e quali sono le cose che ti piacciono e quelle che no. E allora, se ti fai raccontare un po’ di vita, così, tanto pe’ parla’, a destra e a manca, anche da chi incontri per caso solo un paio di volte… e poi se ti guardi intorno per bene… be’, almeno una mezza idea te la puoi fare. O per lo meno puoi provare ad immaginartici dentro, a quello che senti e che vedi…
– Mh. E poi ci sono anche tante persone per le quali quello "stress" è sinonimo di vitalità…
– Be’, da un certo punto di vista lo è.
– Io, di mio, là ho visto che c’è vitalità buona e meno buona. A volte trovi quelli simpaticissimi e cordialissimi, e quelli che ti rispondono malissimo perché sono scazzati di per loro… e questi in genere sono un po’ di più.
– Insomma, come dappertutto.
– Esatto. E anche per questo mi chiedo…
– … che senso ha?
– Eh. Il fattore ambientale è schiacciante, alla fine. Devi solo decidere se vuoi stare nel casino oppure no. Dove per "casino" intendo: un casino per andare dal medico quando ne hai bisogno, un casino per andare alla posta, un casino per fare un biglietto del treno, un casino per arrivare in un posto, un casino per trovare un lavoro con le tue sole forze…
– Mmmmh…
– …un casino sui diritti di base, sarebb’a dire.
– Ecco, non lo volevo dire.
– Eh, ma se te lo dice una terrona.
– Scema.
– No, veramente. In questo periodo del cavolo ho imparato una quantità pazzesca di cose… così tante in così poco tempo… non me lo sarei mai aspettato, ve lo giuro.
– Eh, la potenza dei traumi!
– Vero, eh.
– Ci metterò anni per assimilare.
– Essa rumina.
– Essa è lenta.
– Essa è scema. Ma per lo meno ha capito dove vuole vivere, per esempio, cosa che fino a un mese fa le pareva impossibile.
– E sarebbe?
– Qua. Io voglio stare qua. Anche se significa stare relativamente da sola. Ma qua. Se tutto va malissimo, nel peggiore dei modi possibile… io comunque non me ne voglio andare dal Friuli. Qua mi piace. Il mio modo di intendere il tempo è ancora ammesso, in qualche modo. E poi mi piace tutto: i posti, le persone, quello che si mangia e le lingue che si parlano. Sembrano cretinate, queste cose, lo so, ma se ragiono sulle cose che mi fanno stare bene, senza che ci giro intorno, queste cose mi fanno sentire… a casa.
– …
– …
– …
– … oh… che è?
– Cioè… ok, tu vuoi stare qui…
– Eh.
– … ma tu glielo hai chiesto, ai furlani, se ti vogliono?
– … mpf…
– …mpfffff…
– …. MA MI HANNO DATO LA RESIDENZA!

Tre risate si liberano dalla gola del fiume, e insieme alla voce dell’acqua vanno a sbattere su una parete di pietra, poi sull’altra, e infine si perdono nei boschi che le ricoprono. Siamo paesaggio, siamo paese, voci di posti diversi che si parlano ognuna usando il proprio linguaggio e sotto sotto si capiscono anche quando raccontano di cose lontanissime nel tempo e nello spazio, persino con parole in lingua madre che gli altri due non hanno mai sentito prima. Siamo ombre che camminano attraversate da una spaccatura dell’asfalto, da una traccia di pneumatico. A sentirle parlare si intuiscono istinti limpidi, a volte persino feroci, e in trasparenza ferite vecchie poi coltivate come fiori esotici fino a farle germogliare in una loro forma di ricchezza, e sul fondo, protetta con infinita cura e tirata fuori al momento giusto, una voglia di stare bene innocente e mai sopita. Nonostante tutto, nonostante tutti.

– E poi, uagliu’, diciamoci la verità.
– Cosa.
– Non si può vivere in un posto dove non ti puoi mettere quello che cavolo ti pare senza beccare un qualche stronzo che ti prende in giro sulla metro.
– Checcosa?
– E sì. Guarda, odiavo questo anche di Napoli, dove pure succede.
– Ma cosa ti eri messa, scusa?
– Ma niente, un vecchio maglione rosso… ma normale, tinta unita. Neanche tanto anni novanta.
– Ma come, rosso? Ma tu non eri quella che in viaggio mette sempre nero, così anche se si sporca e sei fuori casa si vede meno?
– E infatti, mannaggia a me. L’ultima volta m’ero stufata e mi sono messa quel maglione lì, comodo comodo, che tra l’altro metto sempre. "Anvedi quella che s’è messa, ahò"… e urlava pure, il deficiente, cercava approvazione intorno…
– Oddio, ma perché?
– Ma che ne so, mi pare che quando si sta troppo ammassati gli uni agli altri si sviluppa una qualche forma di violenza istintiva, a livello collettivo. Te l’ho detto, succedeva spesso anche a Napoli. Quando non è per quello che hai addosso, è perché sei grasso o magro, o hai gli occhiali troppo grossi… in certi posti trovano il modo di prenderti in giro anche perché respiri, se vogliono.
– Uh, pensa che titolone: "Donna insultata per maglione anni ’90 in metropolitana prende in odio l’intera capitale".
– "Il disappunto del sindaco: «rovina l’immagine della città, poteva anche mettersi qualcosa di più consono»".
– …
– Picia, comunque io sono tanto contenta che ti hanno dato la residenza, sai.
– Eh, vorrei solo essere un po’ più veloce di comprendonio, ogni tanto. E’ che se non vedo e tocco sembra che non sono capace di imparare niente. Che due palle, a volte. Devo sempre fare geografia, ma in certi momenti diventa faticoso…
– Eh, ma vuoi mettere la soddisfazione…
– …disegnare terre…
– … mondi.
– Ecco, per esempio: da noi si dice che la ggente del nord sono freddi, chiusi e diffidenti. E che solo al sud sappiamo vedere sempre il lato positivo delle cose.
– E allora tu ci disegni a noi tre sulla mappa… ca tabajin tutti sbronzi sui massimi sistemi.
– Vuoi mettere la soddisfazione.
– Uh.

Voce del Verbo: In/tre/vis(t)o

mercoledì, 4 febbraio 2009

Ho viaggiato Treviso per la prima volta all’alba di una mattina di febbraio, umida ma senza nebbia, a bordo di un’autolinea cittadina che passa per piazze, quartieri, canali e calli profonde come piccole ferite di pietra. Le voci che vi ho incontrato erano basse, profonde anch’esse, assonnate, stanche ma ancora avviate alla nuova giornata, ancora e ancora. Operoso nordest. Mi ha intimidito per anni, questo posto, con il suo sindaco e il fantomatico ottantapercento al suo fianco che gli permetteva di dire qualsiasi cosa gli passasse per la testa… e adesso, sull’autobus pieno che scivola dal centro alla periferia mentre il sole si sforza di salire oltre le nubi basse, siamo solo in quattro ad averci la pelle di quel colore spento che tanto piace a quelli là. Lo sanno tutti che è così, lo so, ma io con i miei occhi non lo avevo ancora mai visto, e dopo tanti anni di cortese distanza questa città mi appare così, spezzata e spezzettata in fermate, stazioni, voci diverse e pelli ambrate, mentre i canali, i ponti, i frontoni delle chiese e gli slarghi fra i vicoli scorrono sovrapposti alle macchie di luce dei neon dell’autobus riflessi nei vetri, sicché fuori, che in mezzo alle case è ancora buio, si vedono passare facce e cemento sfregiati da lame di bianco che ne alterano il sembiante solo per un secondo, e quando sono passate tutto è ancora al suo posto.

Treviso.

Ma quante facce hai? Almeno tre, a occhio e croce. Due si vedono, la terza no. Ho intravisto le case dei ferrovieri e un bel ponte in pietra bianca che sotto ci passa il Sile, accanto alla fermata dove ero in attesa che un conducente benevolo venisse a portarci verso l’ennesima partenza, la mia e quella di tutti gli umani assiepati intorno all’edicola aperta già da ore, con l’edicolante che non risparmiava un buongiorno a nessuno, persino a me che era la prima volta che passavo di là. Ho intravisto una via Fra’ Giocondo, un airone che sfrecciava alto puntando il Piave venti (sì?) chilometri più a est, il viso implorante e tirato di sforzo di uno studente pallidissimo che ha corso per decine di metri verso la fermata accanto all’autobus, proprio all’altezza del mio finestrino. Ho visto acqua grigia e l’osteria Fuori Porta, che le luci gialle sapevano di voci, caffè, calore e grappa anche da dove le guardavo. In fondo alla stessa strada, lontana, una delle porte della città.

Treviso.

Spiegami perché ti piace così tanto farti cordialmente detestare, se poi di primo mattino sei così, di acqua e pietra, che per essere febbraio non fa nemmeno freddo e anzi, fai quasi venire voglia di smontare alla prossima e fare un giro per venire a sentire parlare quella lingua che ormai comprendo e conservo nella memoria come una delle cose più preziose che ho imparato da te pur senza averti mai camminata prima – potenza delle Eus! – per merito di qualcuno da cui pure hai saputo farti detestare, finché non lo hai buttato fuori dalle tue mura a calci, ingrata e cieca come quel primo cittadino che ora è il secondo, ma fa lo stesso, che ti sei voluta e a vederti così non si capisce come ti sia passato per  la testa. Ma chissà cosa riposa, dietro ‘sti muri tagliati dal neon, e chissà che abisso c’è anche per te, aperto e doloroso come una ferita, tra quello che dici e quello che fai. Io stessa arrivo in treno che è ancora buio nelle tue strade, e ti lascio solcando il cielo, con lo spettacolo del dorso del Montello che emerge come il guscio di una enorme tartaruga preistorica dalle nubi basse ormai rosate dal sole che finalmente è riuscito a sorgere.

Ma la prossima volta non mi freghi, Treviso.

Voce del verbo: presente infinito

martedì, 27 gennaio 2009

Mettersi in cammino a metà mattina e vedere, sentire dove portano i piedi, col sole e le pozzanghere, e guardare la città a rovescio, mettere con gli occhi le voci nei riflessi sull’acqua e costruirsi nelle orecchie un ricordo sottosopra, leggermente increspato di vento. Mettersi a lavorare per un paio d’ore in un caffè, e sentire il tempo passare, pieno e non morto, non ammazzato come si suole fare con quei criminosi atti quotidiani, minuscoli e distruttivi, che gli tolgono la vita. Bagnarsi le chiappe su una lastra di travertino e parlare a voce alta – altra – con un passero, chiedendogli per favore di non farti lo scherzetto… per lo meno non sulla macchina fotografica, dai, che ancora ci devo prendere confidenza. E poi, pensare che se a Roma non ci fossero tante macchine parcheggiate ovunque si potrebbe vederla meglio, e ripiegare poi lo sguardo sui parabrezza e guardarla così, tutta gonfia e storta, che i palazzi sembrano messi insieme con un curvilineo non particolarmente sano di mente. Constatare che oggi è il giorno dopo la pioggia, e ci sono le pozze d’acqua e i lunotti puliti, un bambino che si chiama Matteo che si rotola sui sanpietrini tra le due fontane gemelle e che i genitori non riescono a fermare, e io non so cosa succederà di qui a un’ora né quanto sarò capace di camminare prima che mi tornino i crampi. Sentire alzarsi il vento, e arrivare dai vicoli odore di caffè e pelle umana, sudata, viva, e madonna quanti gabbiani ci sono a Roma, e continuare a pensare alla differenza, no, all’abisso che sempre si spalanca fra quello che si dice e quello che realmente si fa nel momento in cui la sorveglianza si abbassa e la quotidianità ti mostra le cose e le persone per ciò che realmente sono. E alzarsi, infine, e confondersi tra i turisti e sentirsi rassicurati dalla sensazione di invisibilità che danno questi vicoli, del tipo: qui, dietro quest’angolo, nessuno mi trova, nessuno potrà trovarmi mai più. E in giro incontrare voci altre, che parlano linguaggi di luce, diversi e diverse, andar loro incontro a passo svelto o a bordo di una metro sgangherata, e ritrovarsi disarmati davanti a una nebulosa di parole di contorno ad un concetto molto semplice, che traccia un confine scontato ed evidente al punto di chiedersi "ma perché, se ce l’abbiamo sotto gli occhi?". E a sera riprendersi un momento per pensare, di concerto, alle cose dette e fatte, e alla fine andare a dormire immersa in un odore nuovo, che prima non c’era nelle parole come nella memoria, e a mattina ancora sentirlo, e partire portandoselo dietro, sul treno diretto a nordest. E viaggiare così, in mezzo ad altri esseri umani, con i pensieri persi tra pozzanghere e voci, risalire il pozzo-paese e chiedersi cosa verrà dopo, mentre i sensi si fanno strada in un tempo che prima era scorso così, non-sensato, senza senso, senza sensi.

Voce del verbo: facciamola sconta

venerdì, 9 gennaio 2009

Sì, ci può essere il rumore di fondo… ma la voce lo buca, lo bucherà, lo bucherà come la gramigna buca il cemento.

*

Spogliandosi con sorrisi che sono operazioni a cuore aperto, rivoltarsi come un guanto davanti a una pizza fatta in casa, profumata di origano e dolori invecchiati, istinti feroci, di fame e verità taglienti cui è serenamente inutile sottrarsi, e come creature ataviche muoversi su storie già accadute, a noi e a chissà quanti umani prima di noi. Ci ascoltiamo a vicenda e sì che lo sappiamo e insieme quasi non ci si può credere, come doveva essere e com’è andata – e chissà come sarà poi, e sotto tutta la cenere di e se conservare dopo tutto un qualche sogno disperso nel mare dei segni, piccole risposte alla domanda che nessuno ci ha mai posto mentre noi ce la portavamo piantata nelle viscere, nascosta e protetta da qualsiasi sguardo, persino quello del tempo. Sgranare poi gli occhi per la sorpresa di vedersi quasi allo specchio, e poi alzarsi e uscire, all’aria aperta, aperta, aperta, a caricarsi di scintille di Bora bianca ridendo forte, con tutti i pori, e sconfinare, andare a giocare con i nomi belli delle cose piccole di un’altra lingua,  e ancora abbracciarsi e salutarsi con una qualche leggerezza, prendendo in giro questa vita come una pentola che ci ha cotto, prima, e che infine si è aperta come un mare, lasciandoci andare alla deriva. Senza paura, se fosse per noi. Come appena fuori dalla Siberia.

A Sesto al Reghena, verso  le montagne, un granello di spazio profondo ha tagliato in due il cielo con un bagliore acuminato. Ecco, lascia che facciamo a metà – gli ha detto una qualche parte di me. Lascia che facciamo a metà.

Voce del verbo: asso chiama sette, e due non chiama tre.

martedì, 9 dicembre 2008

Figlia:   Papà, perché le cose finiscono sempre in disordine?
Padre:   Come? Le cose? Il disordine?
F.   Be’, la gente è sempre lì a mettere le cose a posto, ma nessuno si preoccupa di metterle in disordine. Sembra proprio che le cose si mettano in disordine da sole. E poi bisogna rimetterle a posto.
P.   E le tue cose finiscono in disordine anche se tu non le tocchi?
F.   No… se nessuno le tocca, no. Ma se qualcuno le tocca, allora si mettono in disordine, e se non sono io è ancora peggio.
P.   Già… ecco perché non voglio che tu tocchi le cose che sono sulla mia scrivania, perché il disordine diventa anche peggiore se le mie cose le tocca qualcuno che non sia io.
F.   Ma perché le persone mettono sempre in disordine le cose degli altri, papà?
P.   Be’, un momento, non è così semplice. Prima di tutto, che cosa vuol dire disordine?
F.   Vuol dire… che non riesco a trovare le cose, e così tutto sembra in disordine. Cioè, quando niente è al suo posto…
P.   D’accordo, ma sei sicura di dare a ‘disordine’ il significato che gli darebbe una qualunque altra persona?
F.   Ma sì, papà, sono sicura… perché io non sono una persona molto ordinata, e se lo dico io che le cose sono disordine, sono sicura che chiunque altro sarebbe d’accordo.
P.   Va bene… ma pensi che quando tu dici ‘a posto’ tu intenda la stessa cosa che intenderebbero gli altri? Se la mamma mette a posto le tue cose, sai dove ritrovarle?
F.   Mah… a volte, perché, vedi, io so dove mette le cose quando fa ordine…
P.   Sì, anch’io cerco di impedirle di fare ordine sulla mia scrivania. Sono convinto che la mamma e io non intendiamo la stessa cosa per ‘ordinato’.
F.   Papà, e tu e io intendiamo la stessa cosa per ‘ordinato’?
P.   Non credo, cara… non credo proprio.
F.   Ma, papà, non è strano… tutti vogliono dire la stessa cosa quando dicono ‘disordinato’, ma pensano a cose diverse quando dicono ‘ordinato’? Però ‘ordinato’ è il contrario di ‘disordinato’, non è vero?
P.   Qui si entra nel difficile. Ricominciano daccapo. Tu hai detto: "perché le cose finiscono sempre in disordine?". Ora abbiamo fatto qualche passo avanti, e cambiamo la domanda così: "perché le cose finiscono in uno stato che Cathy chiama ‘non ordinato’?". Capisci perché voglio cambiare la domanda in questo modo?
F.   Be’, credo di sì… perché se ‘ordinato’ vuol dire per me una cosa speciale, allora certi ‘ordini’ delle altre persone mi sembreranno disordini… anche se siamo d’accordo sulla maggior parte di quello che chiamiamo disordini…
P.   Proprio così. Ora esaminiamo quello che tu chiami ordinato. Dov’è la tua scatola di colori quanto è in un posto ordinato?
F.   Qui, da questa parte dello scaffale.
P.   Bene… e se fosse in qualche altro posto?
F.   No, allora non sarebbe in ordine.
P.   E se fosse qui, dall’altra parte dello scaffale? Così?
F.   No, quello non è il suo posto, e comunque dovrebbe stare diritta e non tutta storta come la metti tu.
P.   Ah, nel posto giusto e diritta.
F.   Sì.
P.   Be’, allora ci sono pochissimi posti che sono ‘ordinati’ per la tua scatola di colori…
F.   Solo un posto…
P.   No… pochissimi posti, perché se la muovo un pochino, così, è ancora in ordine.
F.   Va bene… ma propri pochissimi posti.
P.   D’accordo… pochissimi posti. E allora il tuo orsetto, e la bambola, e il mago di Oz, e il tuo maglione e le scarpe? E’ vero per ogni cosa, no? – che ci sono pochissimi posti che per quella cosa sono ‘ordinati’.
F.   Sì, papà… ma il mago di Oz potrebbe stare in un punto qualsiasi dello scaffale. E sai cosa, papà? Mi secca molto quando i miei libri si confondono coi tuoi e i libri della mamma.
P.   Sì, lo so. (pausa)
F.   Papà, non hai finito. Perché le mie cose finiscono sempre nel modo che io dico che non è ordinato?
P.   Ma io ho finito… è solo perché ci sono più modi che tu chiami ‘disordinati’ che modi che tu chiami ‘ordinati’.
F.   Ma questa non è una ragione…
P.   Ma sì, lo è. Ed è la vera, unica e importantissima ragione.
F.   Papà, smettila!
P.   Ma non ti sto prendendo in giro. La ragione è questa, e tutta la scienza è appesa a questa ragione. Prendiamo un altro esempio. Se io metto un po’ di sabbia in fondo a questa tazzina, e sopra ci verso un po’ di zucchero, e poi giro con un cucchiaino, la sabbia e lo zucchero si mescolano, no?
F.   Sì, papà… ma ti sembra giusto adesso metterti a parlare di ‘mescolare’, quando abbiamo cominciato con ‘disordinare’?
P.   Ma credo proprio di sì… perché si può pensare che ci sia qualcuno che pensa che sia più ordinato avere tutta la sabbia sopra e tutto lo zucchero sotto. E se vuoi dirò che sono io a pensarla così.
F.   Uhm…
P.   D’accordo… prendiamo un altro esempio. Al cinema a volte vedrai che c’è un mucchio di lettere dell’alfabeto, tutte sparpagliate sullo schermo, tutte alla rinfusa, e qualcuna anche capovolta. E poi qualcosa comincia a scuoterle, e le lettere cominciano a muoversi, e queste scosse continuano e le lettere vanno tutte insieme a comporre il titolo del film.
F.   Sì, sì, l’ho visto, il titolo era A Capri.
P.   Non importa qual era il titolo. Il punto è che tu hai visto qualcosa che veniva scosso e agitato, ma invece di finire in un disordine più grande di prima, le lettere si componevano in bell’ordine, tutte in fila nel modo giusto, e formavano parole… cioè costruivano qualcosa che moltissima gente sarebbe d’accordo nel giudicare sensato.
F.   Sì, papà, ma vedi…
P.   No, non vedo niente; quello che voglio dire è che nel mondo reale le cose non vanno mai a quel modo. Quello succede solo al cinema.
F.   Ma, papà…
P.   Cioè, ti dico che è solo al cinema che si possono scuotere le cose e far loro acquistare più ordine e significato di quanto ne avessero prima…
F.   Ma, papà…
P.   Aspetta che finisca, questa volta… e al cinema ottengono quell’effetto facendo andare tutto all’indietro. Mettono le lettere tutte in fila, che facciano A Capri, poi mettono in moto la macchina da ripresa e cominciano a scuotere la tavola.
F.   Ma, papà… lo sapevo e volevo proprio dirlo io a te… e poi quando proiettano il film lo fanno all’indietro, così sembra che siano accaduta in avanti, invece veramente hanno scosso le lettere all’indietro. E devono filmarle capovolte… perché fanno così, papà?
P.   Oddio!
F.   Perché devono mettere la macchina capovolta, papà?
P.   No, non voglio rispondere ora a questa domanda, perché ora siamo in mezzo al problema del disordine.
F.   D’accordo, ma non dimenticare, papà, che un’altra volta dovrai rispondere alla mia domanda sulla macchina da presa. Non dimenticartene! Non te ne dimenticherai, vero papà? Perché io potrei non ricordarmene. Ti prego, papà.
P.   D’accordo, ma un’altra volta. Ora, dov’eravamo rimasti? Ah, sì, che le cose non avvengono mai all’indietro. E stavo cercando di dirti perché è un buon motivo che le cose avvengano in un certo modo, se possiamo mostrare che quel modo ha più modi di realizzarsi che non un altro modo.
F.   Papà, stai cominciando a dire cose assurde.
P.   Non sto dicendo cose assurde. Ricominciamo daccapo.
F.   Sì.
P.   Bene. E ci sono milioni e milioni di modi di sparpagliare sei lettere sul tavolo. Sei d’accordo?
F.   Sì, penso di sì. Potrebbero essere anche capovolte?
P.   Sì… proprio come hanno fatto in quel film. Ma ci potrebbero essere milioni e milioni e milioni di disordini come quello, no? E solo un A Capri.
F.   Va bene… sì. Ma papà, con le stesse lettere si potrebbe scrivere Aprica.
P.   Lascia perdere, quelli del film non vogliono che sia scritto Aprica. Vogliono solo A Capri.
F.   Perché Vogliono così?
P.   Al diavolo quelli del film!
F.   Ma sei stato tu a parlarne, papà.
P.   Sì… ma era solo per cercare di dirti perché le cose vanno a finire in quel modo che ha più maniere di realizzarsi. E adesso è ora di andare a letto.
F.   Ma, papà, non hai ancora finito di dirmi perché le cose accadono in quel modo… il modo che ha più modi.
P.   D’accordo, ma non mettere altra carne al fuoco… ce n’è già abbastanza. Comunque sono stufo di A Capri, prendiamo un altro esempio. Giocare a testa o croce.
F.   Papà, stai parlando del problema di prima? "Perché le cose finiscono sempre in disordine?".
P.   Sì.
F.   Allora, papà, quello che stai cercando di dire vale per le monete, e per A Capri, e per lo zucchero e per la sabbia, e per la mia scatola di colori, e per le monete?
P.   Sì… è così.
F.   Ah… stavo solo pensando, ecco.
P.   Vediamo se stavolta riesco a dirlo. Torniamo alla sabbia e allo zucchero, e supponiamo che qualcuno dica che quando la sabbia sta in basso, tutto è a ‘posto’ e ‘ordinato’.
F.   Papà, bisogna proprio che qualcuno dica una cosa del genere, prima che tu possa andare avanti e dire come le cose finiscono in disordine quando le tocchiamo?
P.   Sì, ecco il punto. Loro dicono quello che sperano accada, e io dico che non accadrà perché ci sono tante altre cose che potrebbero accadere. E io so che è più probabile che accada una delle tante cose che una delle poche. Dato che ci sono infiniti modi disordinati le cose andranno sempre verso il disordine e la confusione.
F.   Ma papà, perché non hai detto questo fin dall’inizio? Questo lo avrei capito benissimo.
P.   Già, credo proprio di sì. Comunque è ora di andare a nanna.
F.   Papà, perché i grandi fanno le guerre, invece di fare solo la lotta come fanno i bambini?
P.   No… a nanna. Basta. Parleremo un’altra volta delle guerre.

[Gregory Bateson, Metaloghi, in Verso un’ecologia della mente, 1972]

Voce del verbo: circuito (corto)

domenica, 21 settembre 2008

Avresti bisogno che qualcuno ti dettasse
quello che hai in testa.

Voce del verbo: aspetta(tiva)

sabato, 23 agosto 2008

Io sono Settequaranta
signore di demanio
protettore di sale d’aspetto abbandonate
.

*

C’è qualcosa nei tuoi colori che mi rattrista. La pelle pallida, gli occhi appena emersi da chissà quale fondo di lago, la faccia polacca che il più delle volte non so capire, e oltre a quelli il profumo di tabacco che quella volta, nascosta dietro la tua spalla destra, pensavo: lo perdo, questo lo perdo – e invece senza saperlo me lo sono piantato, intatto, in quel naso affamato che mi ritrovo. E’ un languore feroce quello che mi fai venire, peggio di una separazione acchissaquando, solo che non è quando te ne vai che mi prende, ma non appena arrivi.

*

Aspetto qui. C’è questa sala fatta apposta, che visito ogni volta che avverto il bisogno di sentire il tempo che scorre, tempo che scorre e basta. In un modo o nell’altro, talvolta ho bisogno di sedermi da qualche parte e vedere cosa succede, indipendentemente dal fatto che debba poi mettermi in marcia o meno. E siccome è nelle stazioni che ho imparato questa cosa che credo si chiami aspettare, da quando ho trovato questa stanza che un qualche capostazione ha voluto conservare così com’era quando si usava ancora sedersi accanto a qualcun altro su queste lunghe panche senza che necessariamente ci fosse un bracciolo, o una roba qualsiasi a separare e delimitare lo spazio che spetta a ciascun corpo, ciascun paio di chiappe – da quando l’ho trovata, dicevo, ci vengo ogni tanto a lasciare che il tempo si metta a scorrere tra le mille cose da fare. Come adesso, che sono una bambina, e aspetto. Quando sono tornata bambina non lo so, ma è certo che lo sono perché sto qui a guardarmi le gambette che penzolano dalla panca e non arrivano a terra e anzi, sono così lontane da terra che qualcuno deve avermici issata, quassù. Non ho neanche niente da leggere, e a dire il vero non so nemmeno se ho già imparato, a leggere. Sto sul fondo della saletta, a un capo di questo tavolone col piano di marmo ghiacciato anche se siamo in piena estate, e guardo i treni e le persone che passano appena fuori dalla membrana della porta che dà sul binario uno, direzione Gemona, e sono invisibile al di qua di questa porta aperta oltre la quale nessuno sbircia, e che nessuno attraversa. Sono io ma bambina, aspetto una data ma non è un appuntamento, ho tutto il tempo del mondo. Sto qui, passa il tempo, i viaggiatori, i macchinisti, sto qui e non so nemmeno se so leggere oppure no.

*

Aspetto qui, sono bambina, guardo fuori, è un sogno che riemerge un poco alla volta. Ho sulla mano, nella piega fra due dita, una vescica da scopa che sta diventando callo, e sul tavolo ci sono sparsi tutti i libri da cui non vedo l’ora di separarmi. La luce fuori è limpida e fresca, stanotte deve aver piovuto molto e io non so leggere, no, questo adesso lo so, e sono bloccata qui, se tentassi di scendere da questa panca da sola finirei con lo spaccarmi qualche dente. No, dico, ma chi mi ci ha messa qui?
Poi la luce che viene dalla porta si oscura e per un attimo è buio.

– Sono stato io.
– Perché?
– Perché con quelle gambe lì non puoi andare da nessuna parte, per una volta.
– E allora?
– Allora per una volta non mi pianti in asso.
– Non mi piace tanto, stare con te. Mi fai venire male alla pancia, certe volte.
– Si vede che sei innamorata.
– Si vede che è meglio che stai zitto.
– Comunque non ti inquietare, a nessuno piace stare coi morti.
– Ma tu non sei…
– Mh, può darsi.

Sempre a fumare la pipa, stai. Sei un uomo di pazienza. E quel cappello, sempre lo stesso. Guardi fuori, sui binari, dall’altra parte del mondo.

– Ti piace qui, vero?
– Be’, sì.
– E’ per questo che ti ci ho portata. Per lo meno possiamo parlare in un posto che ti piace.
– Che ho fatto, stavolta?
– Hai visto il mio nome scritto sul cippo dei tuoi caduti, vero?
– Hhhhh…
– Non ti angustiare, di questo periodo dell’anno è normale. Pensa se invece di me incontravi lui.
– Be’. A lui le stazioni non stavano tanto simpatiche, se è per questo.
– Già, è vero, queste sono roba tua. Quali erano i posti suoi?
– I campi di volo. E il pizzo di una collina.
– Ah. E quando sarà il momento ce la farai?
– Sì.
– Sicura?
– E’ già da un po’ che ce la faccio.
– Mh. Ma guardati.
– Cosa.
– La tua prima ruga.
– Dove?
– Qua, sul labbro superiore.
– Ah. E’ normale, penso.
– In effetti. Cèa, ti ga pure i cavei bianchi.
– Appunto.
– Allora era ora.
– Eh.
– ‘Scolta.
– Dime.
– Me non mi dispiace, di stare coi tuoi morti. Lasseme là.
– Ma…
– Coi morti si parla in certi casi più volentieri che coi vivi, anche se può non sembrare.
– Mbe’, questo è vero.
– In certi casi.

*

Restiamo così: io che non posso andare da nessuna parte, tu che guardi fuori, dove si intrecciano passi. Arriva, tranquillo, il suono della campanella del passaggio a livello, con l’incedere quieto delle cose che si ripetono uguali da secoli, nei secoli.

– Amen.
– Eh?
– Ho sentito quello che stavi pensando.
– Ellamado’.
– Capita.
– …
– Senti.
– Cosa.
– Qui ormai non entra più nessuno, te ne rendi conto?
– Eh…
– Non siamo solo ai margini, di ‘sta rete di ferro e carne. Siamo ancora più lontani.
– Lo so. E’ da un bel po’ che è così.
– Ma che hai combinato?
– Niente. Basta non fare niente, e succede da sé.
– Cosa?
– Che in questi posti non ci entra più nessuno, che si resta da soli sui binari.
– Ed è bello?
– Non lo so, se è bello, è solo che a me piace così. Quando era affollata, questa saletta, a un certo punto si soffocava. Ma non era nemmeno questo, a dire il vero.
– Cioè?
– Hai presente quando sei in treno e in un vagone ti capita che c’è qualcuno che strepita, sbraita, fa casino e dà fastidio un po’ a tutti?
– Come no.
– Ecco, e nessuno gli dice niente perché non ha voglia di litigare e pensa "magari smonta alla prossima"…
– Sì.
– … e magari invece non smonta mai e anzi, a furia di spintarelle e gomitate finisce che arriva fin nella cabina del macchinista.
– Azz’.
– Ecco, quando si affolla c’è questo rischio. Quello, quello non mi piaceva.
– Eh, ma non puoi chiudere una sala d’aspetto per questo.
– Lo so, lo so, mica dico questo. Qua è demanio, mica è mio.
– Brava. E allora?
– Allora, niente, sto solo dicendo che per via di ‘sto carattere di merda che mi ritrovo mi piace di più adesso. Mi piacciono di più i treni e le stazioni dove ognuno se ne va tranquillo dove gli pare, negli orari e col passo che gli vengono più naturali. E poi non è vero che non ci viene proprio più nessuno…
– Be’, anche quello non lo puoi mica fermare, viaggiatori ce ne sono ancora e ce ne saranno sempre. E pure discreti.
– Eh. E poi ci sono quelli come te, che vengono e parlano per tutti perché non sono veri.
– Ma bojacan! Perché dici sempre che non sono vero?
– Perché non lo sei.
– Può darsi. Però a volte ho l’impressione persino di ricordarmi la tua faccia.
– Non è possibile. La sola volta che ti ho parlato l’ho fatto per bocca di qualcun altro, tant’era lo scuorno.
– Codarda.
– Tieni ragione da vendere, uaglio’.

*

– E adesso?
– Adesso cosa?
– Che si fa?
– E, e che ne so. Non so leggere e non ho le gambe per scendere da ‘sta panca.
– Guarda che io non ti metto giù, sai.
– Non avevo dubbi. Eh… e se speta, allora.
– Se speta, mh.
– E cossa te speti tu ti?
– Boh. Niente, credo.
– Niente proprio?
– Niente. Tanto solo qua può succedere.
– Cosa?
– Che uno può mettersi a spetar niente.
– E anche a spetarse, niente.
– Anche.
– Tuti i dise che i no se speta niente, e poi son li a spetar calcossa.
– Eh.
– Tipo che ti te move.
– No, non penso. Nessuno aspetta che un altro si muova e basta. In genere uno si aspetta che un altro si muova verso di lui.
– Mh, quindi no va ben moverse e basta.
– E no.
– Mh. Treni?
– No, viaggiatori. Il treno è solo un mezzo.
– E quelli che vogliono guidarlo, il mezzo?
– Se non sono macchinisti? Brutta roba.
– I fa sconquassi.
– Avòja. Dico: ma lasciarsi portare dal treno, qualche volta?
– E star tutti insieme nel vagone, magari anche.
– Sì, ma tranquilli.
– Lo sai che anche questo succede solo qua, vero?
– Sì, sì. E un po’ mi dispiace.
– Te dispiase d’insognar, miga?
– Ma no. Si sogna così bene, ognuno il suo, nei vagoni. Quando non c’è uno che vuole mettersi al comando dei sogni e del viaggio del treno intero.
– Dodé-scadén.
– Tutùm-tutùm.
– Pare un cuore che batte, il tuo.
– Il tuo fa rumore di ferro cinquanta.
– E’ che io ci stavo sopra, e tu lo guardavi passare.
– Personale viaggiante e non.
– Eh.
– Eh.
– …
– …
– E nelle sale d’aspetto?
– Niente. So’ n’altra cosa, quelle. Si sta come gente che aspetta un treno in una fermata che è stata soppressa, e però non lo sa.
– Coi culi attaccati a quelli degli altri.
– E si guarda fuori.
– E i se conta robe.
– O si sta zitti, fumando la pipa.
– Come viene?
– Come viene.
– E se speta.

*

– ‘Scolta… dove ci rivediamo prossima volta?
– In zona tua, penso.
– Eh, ma dove?
– Dove il treno… com’era? Sbrissa? Se ingàmbara?
– … ai primi passi sui sassi ch’el trova!
– Ecco.
– Lì?
– Lì, .