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Voce del verbo: indìce (sogg. sott. terza pers. sing.).

lunedì, 15 luglio 2013

Hoard
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Preserve
Amass
Index
.

*

Ci sono le nuvole tonde e grigie, e lunghe festuche di luce che le pungono sulla pancia infilandosi sotto il cielo da ovest. C’è il ramo di un roseto sfuggito alla potatura che si protende oltre il giardino in cui è nato, fuori, sulla strada, ondeggiando sulle teste dei passanti e tirando il capo verso l’alto con tutte le sue forze, in cerca della luce che gli serve per quegli ultimi boccioli prima che li trovino il primo gelo o le mani degli uomini.

Ci sono poi le filastrocche

e nello
stesso punto
si trovano

una partenza imminente,
una fame da placare,
piccole mani da stringere,
dolori lontani
che vanno
che tornano
a ritmo di marea.

E poi
contrazioni del senso da sorvegliare,
desideri da ancorare alla bitta,
zucchine, carote e patate da bollire,
nuove consistenze da imparare,
equilibri da trovare,
caffè da bere,

abbracci

da

rincorrere:

madovecazzoandate?

Dopo vengono,
improvvise,
le cadute da accogliere con gioia,
gl’incarti di plastica che diventano fantasmagorie di suoni e colori;
dopo ancora, vertebre che si schiacciano
da distendere con riposo e pazienza,
obiettivi da pulire
obiettività da abbandonare,
procedendo di tre in tre,
perché un-tza-tza è la danza
del linguaggio che frantuma
la pazienza e le distanze
.

C’è poi da nascondersi,
da occultare
e giocare a nascondino;
e tenebre diurne,
orrendi chiarori notturni,
pensieri pesanti
e versi avvelenati
[(…) Non ho vissuto la vita di nessuno,
nemmeno la mia:
chi non ha anima
non ha vita. (…)]
da masticare e inghiottire
uno a uno
che poi si annodano
a una voce che si avvita al suo vuoto
coagulandosi
giù
giù
nell’intestino
in sogni densi
di mani che macellano bambini
dietro un bancone scintillante
sgozzandoli dolcemente
finché non li prende un sonno
impossibile da guardare
e che alla fine incartano
per venderlo a un tanto al chilo.

[I’m a collector and I’ve always been misunderstood.]

Voce del verbo: wibbly wobbly timey wimey

mercoledì, 17 ottobre 2012

Anni di lavoro per portare a casa una frase.

[Uitanubi]

*

Anni, è vero. Anni per cento pagine che potevano stare in tre righe. Anni per imparare a fendere l’aria dell’alba, a contare le gemme dei rami spogli da febbraio a marzo, e a conservare nodi, quelli che fanno venire il cancro insieme a quelli che scoppiano del cervello come ictus. Mi guardi dalle profondità del sangue che ti ha intaccato il linguaggio, e mentre mi guardi io so che stai morendo, sotto gli schiaffi di una bora che non hai mai conosciuto ma ugualmente fredda, ugualmente impietosa, so che stai morendo e non so che appena aprirò gli occhi non ricorderò più neanche di averti sognato. E poi alla fine l’estate se n’è andata ed è arrivata la pioggia, che ha lavato e lasciato le macchinazioni senza ingranaggio, nutrito la terra riarsa dove per errore era finito il diserbante del vicino distratto, sciolto le merde che i gatti avevano seminato sotto il muschio, resuscitato i fiori falciati da un paio di manine curiose.
Nell’aria, nel frattempo, stagna un costante senso di qualcosa di mancato, di mancante, di mancanza. E’ così facile dannarsi l’anima per una pioggia, così facile che è quasi un piacere: di bene in peggio, a volte è meglio. Le tende restano una cortina fastidiosa e guardare fuori e stringere tra le dita la penna – qualsiasi cosa questo voglia dire – i desideri più grande. Ancora, il pensiero di darsi una piccola disciplina  per non lasciar andare alla deriva né l’uno né l’altro. Aggrapparsi al gancio di una virgola, in vista di un autunno probabilmente più silenzioso del solito, e affondare le mani dentro uno spazio, un angolo più che altro, e in esso esprimere un concetto, forse anche un’idea, e provare una nuova strada. Come da bambini, che al posto dello schermo c’era il muro: computer, adesso torna a margine, e forse per non farmi venire il torcicollo dovrò per forza guardarti di meno. Ricominciare, un poco per volta, con una parola e uno scatto al giorno, una boccata d’aria e una canzone ogni sei ore, almeno, anche se il cielo è coperto di grigio a betoniere, e più in là già si vedono i primi cianotici bidoni d’acqua e vento che arrivano senza far rumore.

Anni. Ricominciare senza paura a metterci anni per portare a casa una stazione abbandonata,  per riuscire a disegnare quella sottile corda di pozzo sulla mappa e, nel gomitolo non lineare e non soggettivo di quello che sempre più chiaramente sembra essere questo tempo, tenere traccia di ogni ramificazione, della trama della tela, dei punti scuciti nell’ordito dei giorni e magari a volte scucirne qualcuno di proposito, perché tutto sia mai troppo uguale, nemmeno la calligrafia: si allunga lo svolazzo sopra le t, ed improvvisamente è quella di prima.

Allora niente è ancora successo, e allora è ieri e ancora adesso.

Se vado indietro di qualche anno, trovo questo:

Allora ci sono questi giorni che il primo freddo fa chiudere le finestre, e allora gli odori di DENTRO si aggrappano ai muri, e ci restano, e svegliano voci. E allora inizio ad immaginare viaggi, e appuntamenti con le voci che fanno eco. Allora succede così, ogni tanto, che mi metto in cammino verso un posto, quello di cui parla questa o quella eus e, intanto, qualcosa di bambino che sta dentro si racconta l’incontro che sarà, il momento in cui i cammini si incrociano, e gli odori, gli sguardi del trovarsi sul ciglio di un binario impresenziato, dentro un altro tempo, dentro un altro dove. Insieme, nel mentre che vado, qualcosa qualcosa sogna e qualcosa sa che il sogno non passerà al di qua del velo, e purtuttavia non gli resiste e lo lascia andare fino a destinazione. E poi c’è la meraviglia della corda nel pozzo-paese, di quello che non è che è, e di quello che è pur non essendo. Parlo ad alta voce e ad altra voce, in questi momenti, masticando le parole come in preda ad una febbre. E’ autunno, i primi freddi sono il momento in cui succede, che non voglio più nessuno intorno e allora mi metto al volante e sparisco per un poco. Il caldo dell’estate mi dissecca e mi tramortisce il cuore, che per un po’ si ferma; solo dopo si riprende, si rimette in moto e ricomincia a spezzare parole e sogni, e a farmi parlare da sola. E’ così.
Domani? Mira-Buse, quasi quasi.

 

Voce del verbo: chiedi il visto – no, il naso – al direttore.

mercoledì, 6 giugno 2012

Allora la vita mi ha messo in questo posto dove la luce è bella, e le giornate calde, così gialle, così abitate. Così, allora ora. Si sta bene qui. Si sta. E’ bene. E bene.

*

In ombra e luce, sorridente in quel modo pieno e da fanciullo che ti appartiene. Dov’era non lo ricordo, ricordo solo che era un sogno di quattro anni fa, che era casa tua, un casolare bianco, modesto, nel mezzo di una piana di campagna, giusto sul ciglio di una strada dove non passavano molti esseri umani. Mi ci avevi portato tu, o almeno mi avevi invitato con un gesto gentile della mano, un largo arco del palmo nell’aria. Ecco, entra. Un’offerta ospitale, a cuore aperto. E poi non so, c’erano parole, lunghe e meditate alcune, altre vivaci e goliardiche, ma tutte piene di quel garbo che hai nella voce, in fondo alla gola, che ti fa ragazzetto quando parli, anche quando partorisci le cose più sconce e imbarazzanti. C’era questo che sentivo, una certa soggezione di te che scrutavi, facendo domande e invitandomi a porle. E poi ricordo musica, e un “perché io?”. Perché tu sei musica, ricordo di aver detto. “Come lo sai?”, hai allora voluto sapere. C’è differenza fra chi la fa e chi la è.
Il sole tramontava, dalle finestre filtrava lo stesso giallo di casa mia, ti ricordo dire “sono molto diverso da me stesso”. E “allora?”. E niente, allora voi che siete musica vi distinguete tutti per un gesto. Lo fate tutti, ad un certo momento, e così vi rivelate. Non potete farne a meno, chi è e non solo fa musica non può evitarlo. Sorridevi come intenerito, dall’alto, dall’altro, e insieme mi inchiodavi alla poltroncina fiorata dove mi avevi fatta sedere con uno sguardo affilato che mi fendeva in due. Hai inclinato poi un po’ il capo in un impercettibile movimento di domanda, inarcando il sopracciglio come interrogativo, a uncino.
E’ quel momento in cui i muscoli del collo si allentano e vi abbandonano, e insieme ad essi mollate gli ormeggi e non siete più voi, niente se non veicolo di ciò che siete, che vi attraversa. Quello è il gesto, a occhi aperti voi non siete più, trasfigurati, e nei vostri occhi c’è qualcosa che non è ombra né luce ma entrambe, e interamente vi possiede. Ecco, è questo. Anche tu sei così.
“Sei sfrontata”. Anche tu, ti ho risposto. “Sì, ma io lo sono per mestiere”. Non dire così, per favore, mi incrini. “La carne, si incrina?”. Sì, si incrina come si incrina il suono, penso. “Mi dispiace, non intendo incrinarti”. Cosa vuoi da me? Perché mi hai fatto entrare? “Per sentire com’è essere visti”. E’ che sei così alto, così distante. “Lo so. Non ho mai potuto farci niente… e sì che avrei voluto”.
Poi hai sorriso a lungo, molto a lungo, e sempre con quella tua strana serenità da bambino (perché nei sogni c’è sempre qualcuno che mi fissa per un pezzo senza dire nulla?). “Vieni qui”, hai detto. Ma non era una richiesta. Mi hai preso i piedi fra le mani, erano minuscoli, e li hai chiusi tra i tuoi palmi, enormi, per scaldarli. E sorridevi, sempre sorridevi. Poi ancora parole che non ricordo, era un qualche lungo discorso, tuo. Ed era sempre tramonto, il sole fermo nell’aria gialla. Ti sei passato una mano fra i capelli, a un certo punto, senza però rimettere in moto il tempo. Poi ti sei voltato e a un tratto eri come in quella foto, con il viso a metà inondato dalla luce che arrivava dalla finestra, gialla, e metà completamente in ombra, buio. Te ne sei accorto, e hai detto “è così che sono. Tagliato a metà da questo naso così importante. Luce, buio, e nel mezzo io”. Ti cercavo, sai. “Lo so. Ma non volevo incrinarti. Lo faccio quando devo, ma anche quando non devo”. Troppo tardi.
Mi hai preso le spalle cingendole con un braccio lungo almeno quattro decenni e migliaia di chilometri, e “prendi la stilografica”, hai detto, “continua con quella”. A far che, continuo? “A guardare”.

Spiegami una cosa, Federico. Spiegami come si resta innamorati di tutto, come si resta presi e compresi da ogni cosa, ché nulla sia mai troppo lontano, spiegami come si fa a guardare in volto chi ti sta di fronte con quegli occhi affilati e ‘sto sorriso da ragazzetto che hai tu. Spiegami com’è avere nella testa così tanta musica e parole, e riuscire sempre a riderne.
“E’ il naso”. Cioè? “Come posso dire… è ‘sto naso da Dante, o da pugile, a seconda di come lo guardi, che mi taglia a metà e mi tiene in piedi le due parti del viso. E’ su quello che per me si regge tutto. Senza questo naso io non esisterei, e forse nemmeno molte cose intorno a me”. Be’, se è come dici tu, in effetti non avrei mai potuto ascoltare l’Atenaide, per esempio. “Né fare questo sogno”. Non mi hai risposto, comunque. “Non ti ho risposto perché non è vero che si riesce sempre a riderne. Comunque”. Mh, e me l’aspettavo. “Chi credi che sia, io? Quello che disegna l’omino della merda o quello che batte il bastone a terra per dare il tempo all’orchestra?”. Mah, credo che quello che sei tu non si vede. O forse sta veramente nel naso, o in quel gesto della testa che fai quando svanisci in quello che senti. “Forse. O forse è in quello che dipingo”. Ah, quello. L’avevo dimenticato.
E poi mi hai spinto fuori, per strada. Abbiamo camminato a lungo, senza parlare (perché nei sogni c’è sempre qualcuno che mi accompagna per lunghe distanze, senza dire niente?). Mi indicavi i campi al tramonto. Era Toscana, forse Lucca. Le case, ecco, mi ricordo le case. Cosa vedi?, avrei voluto chiedere anche a te, quando fissavi i tuoi passi per chilometri e chilometri. Ancora avevo il tuo braccio intorno alle spalle, e ancora mi sentivo piccolissima.
“Finirà presto”, hai precisato sorridendo, senza mai smettere di sorridere. Spargevi amore per tutto, con quel tuo sorriso  divertito, pieno, bello. “Mi hai incrinato anche tu”. Io. Ma. E come? Io non. “Hai preso la stilografica. E mi hai visto“.

Voce del verbo: nel continuo mi (ri)(con)figuro. [sogg. sott.: I pers. sing.]

martedì, 22 maggio 2012

Somewhere in there there is light
Somewhere in there there is someone who wants to shout.
Somewhere under all that garbage,
Somewhere under all that nonsense,
Somewhere under all that fear,
Somewhere under all that best form of defence,
There’s you.

*

Lascio aperto, se non altro per una questione di luce interiore. Non parlo con nessuno, non parlo di nessuno, ho solo sete di ridondanze e relazioni. Uso matite e non penne, cancello, riscrivo mille volte, cerco costole, colonne vertebrali e metameri, sequenze, immagini uguali che ripetendosi testimoniano di stati diversi nel tempo. Strutture dalle quali emergono storie, poiché le somiglianze sono comunque più antiche delle differenze: tratti di binari abbandonati, strade interrotte, case vuote, terreni lasciati incolti, così sono le parole e le voci di cui tento di seguire le tracce. Di tanto in tanto, nei segni e nei sogni tornano dalle sponde dei miei tempi più remoti volti che mi guardano muti, senza emettere suono ma che non hanno ancora il pallore del passaggio: lineamenti rigidi ma scolpiti nel legno piuttosto che nella roccia, espressioni che non dicono, ferme da mezza vita fa in stato vegetativo. Altre volte arriva una voce nuova a spingermi in un angolo, soltanto parlandomi, sapendo che non mi ritrarrò subito. Sono voci dal sorriso obliquo e un tocco caldo che invece tempo non conosce, io credo sempre che siano una minaccia e invece poi scopro, durante il giorno, che venivano a proteggermi da un male più grande, da un buio più profondo che si nascondeva giusto dietro le spalle dello sguardo che volevo fuggire, appena dentro la tensione del ventre che così disperatamente desideravo liberare, appena sotto il pelo dell’acqua dove mi affannavo per riemergere. Come quella volta che per parlarmi ti sei dovuto chinare su di me, dalla tua infinita altezza fino alla mia minuscola figura in un gesto che è stato un viaggio lungo un cielo intero, una discesa lenta e attesa, che aveva il suo giusto peso.
Occuparsi, trascurare, accorgersi e negligere, attendere e disattendere, sono incessanti le oscillazioni tra quel che facciamo e quel che potremmo, tra quel che sentiamo e quello che ci sfugge, tra quel che scegliamo di dire e di tacere. E’ tutto così chiaro, nelle profondità delle immagini, che tutto quel che resta sono solo giri e rigiri di frittata, altre facce di una stessa cosa che non potrà fare a meno di ripresentarsi – solo, nel tempo, un po’ più cotta, un po’ più indigesta, fino a che non si sia completamente bruciata, ormai del tutto immangiabile.
Allora ti prego, gigante, torna di nuovo a parlarmi dalle tue altezze immense, e scendendo smuovi ancora le nuvole e l’aria intorno: lo spavento si porterà via le spighe e i papaveri, va bene, ma almeno per qualche tempo si potrà respirare di nuovo.

*

Tornato a casa nel pomeriggio, mi distesi stanco morto sopra un duro giaciglio, aspettando il sonno lungamente agognato. Esso non venne; caddi invece in una specie di dormiveglia, nel quale ebbi improvvisamente la sensazione di sprofondare in una forte corrente d’acqua. II suo romorío mi determinò ben presto come un suono musicale, e precisamente l’accordo di mi bemolle maggiore, dissolto in arpeggi continuamente ondeggianti; questi arpeggi si configurarono in forme melodiche sempre piú mosse, ma senza mai uscire dalla triade pura di mi bemolle maggiore, che con la sua continuità pareva prestare una significazione infinita all’elemento in cui io sprofondavo.

Voce del verbo: gravido (sogg. sott: prima pers. sing.)

martedì, 22 febbraio 2011

  No, non soffro di sovraccarico emotivo, non ardo dal desiderio, semmai tardo, indugio per godermelo, per dilatarlo prima di realizzarlo, amandolo nel frattempo. O ancora t'ardo, pure, ché se potessi ti darei fuoco talmente ti voglio, e nel mentre mi domando se è possibile, di tutto questo sognare, recuperare qualcosa, o de-cuplicare, sì, anche solo un segno, una ferita, ché a furia di sognarsi non si finisca per caso col ferirsi, e segnandosi farsi croci e delizie, diventare punti di gravità e lune piene, al cospetto di presenze di un certo peso e che pure, per quanto attraenti, più di tanto non riescono a tirare a sé, al più si ri-tirano – amando – nel dubbio del ma-cosa-sto-dicendo.
  Gli strati sono stronzi, non c'è niente da fare, è tutta una questione di stridori e arsure (estive e invernali), ri-ferimenti, squarci ripetutamente aperti, inferti sulla pelle delle stelle strappate al cielo, de-siderate, tirate giù dalla forza che ci tiene ancorati alla volta (quale?) celeste (e perché non rossa, non gialla?), piombati nell'aria e dis-tanti dalla terra, numerosi e scollati. Com'è bello questo momento di aumento di forza gravidazionale, in cui vivo e vegeto, umana e pianta, con il peso di essere due e una, doppia persona e doppia natura. Sprigiono, senza sentirlo, una forza che non vedo e non scelgo, ma che sceglie me incessantemente facendomi contenere, rendendomi capace delle fantasie mie e di quelle di un altro-da-me, contenente e contenuto, di nuovo segno di qualcosa che non si segna, senza religione, solo un crocevia di destini che sono venuti al mondo dentro, in-nati, che pure non sanno quando e se mai saranno.
  E mentre non so e non vedo mi faccio tempo, e scopro che non tendo più verso l'interesse, non mi interessa più interessare, essere interessata o interessante. E' lo stato interessante quello in cui invece mi immergo, ma non solo ora, bensì nel tempo, nel tondo della parentesi aperta che sono ora e che non si chiuderà se non a tempo debito (o a credito). Tra le due curve così dis-chiuse, quindi, mi aggancio a costruire legami, parentali e fra parentesi, con l'intenzione interstiziale di restarci. A tessere, senza il benché minimo interesse.

Voce del verbo: torna e tornisci(mi).

giovedì, 2 dicembre 2010

Oh mare, oh mare,
dopo una vita intiera
adesso che fa sera
tu turni in t’el gno cuor.

De tanta lontanansa
tu vien comò un’aurora
co’ i rissi che te indora,
co’l ‘l silensio del sol.

E me, col cuor tremante,
vardo a la maravegia
che drento me se svegia,
se verze comò un fior
.

[Biagio Marin, da El fogo del ponente, 1959]

*

L’inverno di Grado, nei giorni più freddi del fondo dell’inverno, è un cristallo blu fuso con l’aria e con il sale del mare, un cristallo che la gente esce a cacciarsi nei polmoni appena spunta un giorno più limpido, alla più piccola e indecisa tregua della pioggia. In tanti escono a respirare la spiaggia d’inverno così, silenziosi, appena appena sorridenti e imbacuccati fino ai denti, ché in genere questo freddo blu cristallo è un dono della Bora, con i cani intirizziti ma tutti presi dai mucchi di alghe ghiacciate a riva, e i bambini che non gridano – come sono diversi dall’estate, adesso – ma restano assorti nella ricerca di qualche conchiglia scampata integra alla furia del mare. L’unico rumore che accompagna i passi muti sulla sabbia, intanto, è solo il ritmo lento della sega di un vecchio inginocchiato sulla battigia intento a tagliare in pezzi più piccoli un enorme palo, di quelli che segnalano i canali navigabili in laguna, strappato dall’ultima mareggiata dalla lunga fila al di là del faro. A guardarlo viene da chiedersi quando finirà mai, tanto è grosso il tronco, e quando finirà mai il mare di prendersi quegli altri tronchi, vecchi alberi contorti riemersi ora da chissà dove e da chissà quando, coperti di un manto di minuscole cozze, mantelli verdi di mucillagine e costellazioni di denti di cane bianchissimi. Io c’ero, dicono, e ci sarò ancora, ancora e ancora.

Voce del verbo: légami.

martedì, 16 febbraio 2010

Le vigne a braccia aperte, il cielo da neve misto alla lana arancione del sole dell'alba, e i lampioni ancora accesi nel chiarore del primo mattino come stelle di paglia che contornano rotonde e incroci. Nei sogni si intrecciano dita grosse di meccanici con unghie e rughe di metallo, e dita sottili di musica innervate di nylon. A turno stringono, trattengono, afferrano, carezzano da dentro o battono da fuori. Il fondo dell'inverno ha di questi segreti invisibili, che stanno nel fruscio dei polpastrelli sulle corde di una chitarra lontana milioni di anni luce che suona di quei momenti in cui le vibrazioni della carne sono così deliziose da fare male, come il passaggio di una piuma affilata, lama e ala, un attimo di quelli che restano piantati nei nervi fino a farli impazzire fino all'ultima fibra. L'inverno profondo ha i suoi segreti invisibili che si possono anche dire ma mai mostrare, momenti di ghiaccio che offendono i sensi, abbracci senza memoria, gelate che tagliano le ginocchia, duri e senza appello come la gelosia dei bambini, come il sussulto dei muscoli ad ogni più piccolo rumore della nuova casa di cui ancora non hai imparato a riconoscere la voce. Il segreto invisibile dell'inverno è il silenzio che ovatta di botto le orecchie quando la ventola del processore smette di girare, il fruscio del treno che passa cinquecento metri più in là, quella specie di saluto senza voce che si dà con lo sguardo a quel che ci sta intorno prima di andare a dormire. I segreti invisibili dell'inverno sono interstizi, intercapedini che tengono in piedi tutto, onnipresenti al punto che nessuno più li distingue dallo sfondo, come i pronomi. I segreti dell'inverno sono i legami e il loro mutare muto, innocuo e totale.

Voce del verbo: ancheraggi

giovedì, 21 maggio 2009

I see no life behind your weary eyes,
I see the looks you struggle to disguise.
I’ve seen all vital signs begin to slip…
… oh, it’s much too late for you to aim, you only miss.

[Paradise Lost, Host, 1999]

*

C’era scritto cancello, ma io avevo letto cervello. “Sulla strada compare un cervello, enorme, di ferro, senza muri ai lati, che pare piovuto lì direttamente dal cielo”. Ciao, faccia polacca – ti ho detto stavolta – mi sei mancato. E di nuovo nello stomaco quella cosa feroce che ti porti dietro quando mi inchiodi ai miei sogni.

– Dai, forza, raccontami cosa hai visto.
– In che senso?
– Sì, cioè… dimmi un momento in cui hai sentito qualcosa che si spezzava. Che hai sentito che lì era basta, finito.
– …
– …
– …
– …
– …
– Céa…
– Scusami. Adesso mi vengono le gambe corte, come quella volta.
– Sì, ma stai tranquilla. Se vuoi andare via stavolta ti metto giù.
– No, è che… ok, vabbuo’. Sai cos’è, che ho visto? Le pieghe delle parole, ho visto. Gli strati, cioè, quelli che si dicono e quelli che non si dicono…
– Cioè?
– Cioè sono anni che lo leggo ovunque, che gli esseri umani parlano due volte, quando usano le parole, che non è mai questione solo di quello che ti sto dicendo, ma anche del fatto che quello che sto dicendo parla del modo in cui io e te stiamo insieme, nel mondo.
– Be’, lo diceva anche il vecio, sai.
– Appunto: c’è quello che ti dico, in quello che dico, e poi c’è qualcosa che tiene in piedi tutto, anche se non si vede. Le congiunzioni, ci sono, quello strato che fa di me e di te due parole a nostra volta, due segni con in mezzo qualcosa che li tiene uniti o li separa, e pure in maniera molto precisa…
– Mmm…
– … eh, perché in mezzo a noi possono starci non solo una e o una o, ma anche una quantità enorme di altre distanze intermedie… ma, se, tuttavia, dunque, quindi, però, allora, che, pure, eppure, anzi, altrimenti, perciò, nemmeno, che ne so… tutte quelle che ti possono venire in mente. Ma anche pronomi.
– Pronomi?
– Eh, sì, i pronomi… come ti posso dire? Il grado più estremo delle congiunzioni? Boh, forse.
– Ommado’, adesso non ti seguo.
– Ma sì, pensaci! Se dico noi, è perché siamo andati oltre io e te. Se e è la distanza minima, in noi la distanza diventa zero. Non si tratta più di due persone separate, con noi, ma di un’altra cosa che non è più io e te, che però è fatta sia di io che di te. Pensaci, ripeto… a scuola cosa ti dicono che è, noi?
– Uhm… prima persona plurale?
– Esatto. Noi è una persona.
– Va bene. E quindi?
– E quindi ho visto come si può dire noi senza mai smettere di voler dire io, senza manco un altro a cui applicare una e. Ho sentito l’arte del parlare senza mai dire niente. Ho visto, te lo giuro, ho sentito che si può essere abbracciati e insieme essere spinti via con parole che vogliono dire esattamente il contrario di quello che significano. Ecco, ho visto questo.
– Uhm… hai praticamente avuto a che fare con quello che ti fa soffrire di più.
– Ecco.
– Adesso capisco perché non riuscivo più a trovarti, in questi mesi…
– E ho visto anche un’altra cosa. Che lì, al livello delle congiunzioni e dei pronomi che non si dicono ma ci sono, è quasi impossibile mentire, che sono pochissimi quelli che ci riescono, e soprattutto che pure quelli che credono di essere dei bravissimi parlatori non si rendono mai del tutto conto di quanto apertamente parlino su quell’altro piano.
– E questo t’ha fatto male, ah?
– …
– …
– …
– Céa…
– Sì, dai. Sì. Ma più che altro perché da quel momento ho iniziato a vederlo sempre, lo strato delle congiunzioni e dei pronomi. A osservarlo, poi. Allora ho scoperto che questo strato è un posto enorme, larghissimo, anche se la porta è stretta e da fuori non si direbbe.
– E lo sai che quello è il posto in cui ci incontriamo anche noi, vero?
– Sì. Infatti mi sei venuto in mente tante volte. Mi chiedevo se saresti mai tornato, dopo tutto.
– Be’, non posso mica andarmene. E comunque…
– … comunque?
– Niente, comunque io ci sono perché i sogni continuano a tenerti sveglia.
– Già. Una volta non ho dormito per quattro giorni.
– Ustia! E dopo?
– E dopo niente, mi sono rotta. Nel senso che mi si è guastato qualcosa dentro.
– Céa.
– Sì.
– Guardami un momento.
– …
– Cosa ti è successo?
– Non lo so.
– Ma qualcosa…
– … sì. Ma qualcosa è successo, e doveva pur succedere. Non si può vivere senza dormire. O almeno, io non ce la facevo. C’erano dei giorni in cui mi sentivo la pelle di vetro. Non ce la facevo più. E quando mi sono resa conto che è proprio sullo strato del non detto che si regge tutto quello che diciamo, e di che strumento potente può essere…
– … è stato lì che sei andata in pezzi.
– Sì.

*

– E comunque qualcosa è successo davvero. E’ la prima volta che non provi ad andartene, o a mandarmi via.
– Sì.
– Quanto tempo è stato? Tre mesi?
– Quasi quattro.
– Dov’eri finita?
– Ti sembrerà assurdo, ma ero su un treno.
– Tre mesi su un treno?
– Quasi quattro.
– Quasi quasi mi viene da farti i complimenti.
– No sta’ a cojonarme.
– No te cojono mica, a te. Insomma, com’è che sei andata in pezzi?
– Eh. Non so. Penso che sia stato perché dopo averle intraviste o solo sapute, le pieghe delle parole, stavolta le ho viste. E dopo… era tutto diverso.
– Uhm… è solo la vita, mi sa.
– O come quando a scuola ti spiegano i teoremi di matematica, che un po’ li capisci anche ma soprattutto ti sforzi di immaginarli, ma non è che li vedi. La mia professoressa al liceo lo diceva sempre, che la matematica è difficile da insegnare perché si tratta di far vedere l’immagine che sta dentro alle formule. Che poi, se per caso ti capita di riuscire a vedere cosa significano, quelle robe, improvvisamente la matematica inizia a sembrarti un linguaggio molto meno complicato di prima.
– Come quando impari un’altra lingua, in effetti.
– Esatto.
– E dimmi una cosa.
– Cosa.
– Adesso che non mi mandi via e che riesci a guardarmi in faccia, che congiunzione c’è fra me e te?
– Be’, se continui a fumare la pipa…
– Non è che posso smettere.
– Anche.
– Anche?
– Anche, anche.
– Strati.
– Eh.

*

Il risveglio è stato per un lembo di sole che mi stava bruciando un ginocchio come una lama arroventata. Ciao, faccia polacca, mi sono sentita dire guardando il soffitto. E’ la prima volta che sento quella cosa feroce nello stomaco anche ad occhi aperti.

*

Ferma il carro. «Vada avanti in casa», dice; è già sceso e ora la donna sta scendendo lentamente, con quella attenzione come se si ascoltasse dentro.

Infinito presente: welcome to the Hotel California

venerdì, 17 aprile 2009

Some dance to remember, some dance to forget.

*

Dall’altra parte del pozzo, dall’altra parte del mondo i nodi della vita erano stretti come dita che trovano la pelle di qualcuno a lungo cercato, a lungo desiderato fino a essere dimenticato. I nodi della vita erano – e sono ancora – trasparenti, limpidi come lo sguardo vuoto di chi guarda senza vedere e che, mentre tu sei lì che ci anneghi dentro, è rivolto verso di te ma non è te che vede, bensì solo un desiderio… magari antico, magari mai vinto. E ce n’erano altri ancora più stretti, stretti che non si potevano sopportare, come la voce che cantava con un grido la canzone che aveva scritto per te. Certi nodi, poi, erano e sono ancora stretti come quei momenti in cui la gioia colpisce con la violenza delle lacrime, pesanti e lontani come il tonfo delle àncore di ferro sul fondo di sabbia del recipiente del mondo.

Mentre fuori la borragine e le ginestre. Mentre dentro le distanze: Roma, Milano, Pordenone, Londra. A Napoli solo due ancora, ma entro l’anno via anche loro. E sbaglia chi va dicendo che chi resta si sente un fallito, e che quelli che se ne sono andati fanno ‘e masti… è da anni, ormai, che succede il contrario. Chi se ne va abbandona il campo con un boccone amaro di senso di ingiustizia e di vigliaccheria incastrato nella gola, mentre chi resta lo dice a testa alta: "io ci provo". Su questo non si dovrebbero raccontare palle, per lo meno.

E dopo, solo dopo pensare al dopo. Ritrovarsi per salutarsi, per sapere chi sarà il prossimo a partire, ridere per star bene e poi mettere il ricordo in valigia, bere e cantare di terre di confine, in otto ma con una voce sola, come sempre, e con nient’altro che una birra celebrare i morti e i vivi, le vite che sono state – perché lo sappiamo anche noi, che i morti vogliono solo continuare a dormire, chiunque essi siano – quelle che sono e quelle che stanno per essere. Gente di matrimoni e funerali, siamo, di abbracci carnali e di risate grasse. E dopo, senza pensare al dopo, condividere un buon sapore e il profumo della stagione che cambia a notte fonda, per strada, senza colpa né vergogna, gridarsi male parole e storie cretine per ridere, solo per ridere, senza che questo significhi null’altro che ridere, limpidi e semplici come se fossimo rimasti sempre in giro sulle stesse strade, come se non avessimo mai parlato altre lingue oltre quella in cui siamo nati, che pure ritroviamo intatta e nostra proprio quando la vita ci porta nel cuore di altre lingue-mondo sorelle.
E battere il tempo coi palmi delle mani su un tavolo di legno facendo saltellare i bicchieri, e portarlo anche per il gruppo che suona sul palco mentre l’umanità intorno storce il naso e si chiede cosa avranno tanto da sbattersi, quelli là, cos’abbiano da fare tanto chiasso e ridere fino a scomporsi la faccia e a sentirsi male.

Mentre fuori la borragine intimidisce e le ginestre si sguàiano – ma quante sono le voci del verbo fiorire? – abbracciarsi ancora una volta, e due, e dieci ancora, dire e sentirsi dire quantoseibbello, maiotivogliotroppobbene, strunzemme’, mabbella pruàsa ca nun si’ ato, e prendersi le mani, le guance, i nasi, e tirarsi zecchinètti sulle orecchie, schioccarsi baci e mùzzechi, perché così è, così è sempre stato e così sarà ancora, che siamo cinghiali in branco che per giocare si prendono a capàte, mangiano insieme patate e ciliegie, e per farlo potrebbero pure ammazzare. Perché solo questo significa: costruire, con il tempo e la pazienza, un ponte di parole senza lati oscuri… non parole a una sola dimensione, per carità, bensì con tutte le dimensioni a portata di sguardo, per lo meno, ché nulla resti al buio, non detto e non visto, in agguato e pronto a creare quei doppi vincoli che strozzano il linguaggio e la gioia di stare insieme fino a farli morire. Perché il cancro del non detto lo abbiamo già conosciuto, noi. Ora, guariti dagli anni e dalla tenacia delle parole-cose, siamo così, senza più colpa né vergogna, e così restiamo, senza prendere troppo sul serio nulla e senza chiedere altro se non ciò che siamo nel momento in cui siamo insieme: un infinito presente a voce alta, che di tanto in tanto si dà una stretta come un nodo e poi fiorisce – specialmente a primavera, mentre fuori la borragine e le ginestre.

Voci del verbo: tremore, terrore e disonore

martedì, 7 aprile 2009

6 aprile 2009, ore 11:47

– Pronto?
– Ue’, pronto! Pronto…
– Sì, ti sento!
– Mado’, che bordello però…
– Eh, sì, non si capisce niente, lascia sta’…
– Allora? Come siete messi là?
– Ma niente, ci hanno piazzati a…
– Ho capito. Qualche chilometro fuori città, se non mi ricordo male. Allora? Che facciamo qua, c’è bisogno? No, perché prima ho sentito gli altri, due macchine sono già pronte…
– Nononò, per l’amor di dio, statevi fermi! Ti chiamavo proprio per questo, non vi muovete… prendono solo addestrati, stavolta, appena siamo arrivati hanno detto: a casa i singoli e le affiliazioni. Ma ti dico, così, secchi proprio.
– ‘azzo… ma sei sicura? In quanti siete?
– Noi siamo venuti su tutti e quindici, ma devo dire la verità che qua siamo a posto, stiamo con l’esercito e fino a mo’ pare che hanno fatto le cose più o meno per bene… per voi se ne riparla fra un paio di mesi, mi sa.
– Eh, ma per allora…
– Eh, lo so… ma che ti devo di’? Da un lato c’hanno ragione, qua è un casino veramente, il problema è che non c’è un centimetro in tutto il paese dove si può passare a piedi…
– Minchia. Vabbuo’, ho capito… senti, facciamo così, se c’è bisogno chiama, tanto Antonio la macchina non la svuota pure se glielo dico.
– No no, veramente, nun facite strunzate che poi non vi fanno manco passare…
– Eh, ho capito. E mo’?
– E niente, mo’ stanno tutti che jastémmano dalle dieci perché è arrivato il bollettino e dice che stasera viene a piovere.
– E voi?
– Niente, gli altri non lo so che stanno a fa’, li ho persi stanotte… io e Riccardo stiamo sulle pale, abbiamo appena finito da una parte e mo’ stiamo aspettando che ci dicono dove altro andare a liberare. Vabbuo’, ti lascio…
– Ok… buon lavoro, uagliona.
– Grazie… oh… senti.
– Eh.
– Te la ricordi la piazza di Tocco Vecchio?
– E come no?
– M’è tornata in mente stanotte, e non riesco a levarmela dalla capa.
– …
– Ti giuro, è bruttissimo… è un ricordo, no, ma mi pare di sapere già che fra trent’anni ‘sto posto sarà uguale. Capi’ che voglio dire?
– Oh, ma si’ scema? Te pare ‘o mumento?
– ‘O ssapevo ca me dicìve accussì, ma nun ce pozzo fa’ niente. Oh, ‘e bbiccànne che tornano… vado.
– Vabbuo’.
– Ce sentimmo stasera, se riesco a piglia’ la linea. Già mo’ ho avuto culo.
– Vabbuono…
– E nun te senti’ male.
– Troppo tardi.
– ‘O ssaccio. Pazienza, jamm’.
– Va’ a fatica’!
– Nun sfottere.
– Fatica!
– Tieni ragione che non ti tengo a tiro, sce’, con la pala ti pigliavo a schiaffi.

*
Eppure mi piace pensare che magari fra trent’anni, per merito tuo e di quelli come te, quelle piazze saranno ancora vive, e i nostri ricordi non saranno stati il loro futuro. Il vero peccato è che non dipende tutto da voi, purtroppo. Grazie.

Arriving somewhere (but not here)