Articoli marcati con tag ‘vocabolario fuori argine’

Dopo tutto

martedì, 24 luglio 2012

Forse è meglio che quella lettera non sia mai arrivata.
Forse è meglio essere andati ad annoiarsi al mare.
Forse è meglio essersi sentiti dire che è ora di re-imparare il silenzio.
Forse è meglio mettersi ad aspettare la pioggia e annotare, nel frattempo, il piccolo, l’infimo e il particolare.
Forse è meglio fare l’elenco di tutte le cose che desidero dirle, quando sarà più grande.
Forse è meglio rimettere in moto la memoria, e ricominciare a studiare.
Forse è meglio continuare a non convincersi di un bel niente, e a lasciare sul muro il segnale “SCAVI APERTI”.
Forse è meglio restare qui, in sereno dispatrio, e tenere duro di testa e di parole, e insistere, insistere, insistere ad abitare l’acqua edificabile delle parole-mondo.
Forse è meglio non andarsene e difendere il diritto di rintanarsi, di non farsi trovare, di essere lasciati in pace.
Forse è meglio provare ancora il desiderio di scrivere, qualunque cosa questo possa significare.

Forse è meglio prendere la Settimana Enigmistica e rimettersi ad unire i puntini.

Ché tanto, morto un tutto, se ne fa un altro.

Voce del verbo: nel continuo mi (ri)(con)figuro. [sogg. sott.: I pers. sing.]

martedì, 22 maggio 2012

Somewhere in there there is light
Somewhere in there there is someone who wants to shout.
Somewhere under all that garbage,
Somewhere under all that nonsense,
Somewhere under all that fear,
Somewhere under all that best form of defence,
There’s you.

*

Lascio aperto, se non altro per una questione di luce interiore. Non parlo con nessuno, non parlo di nessuno, ho solo sete di ridondanze e relazioni. Uso matite e non penne, cancello, riscrivo mille volte, cerco costole, colonne vertebrali e metameri, sequenze, immagini uguali che ripetendosi testimoniano di stati diversi nel tempo. Strutture dalle quali emergono storie, poiché le somiglianze sono comunque più antiche delle differenze: tratti di binari abbandonati, strade interrotte, case vuote, terreni lasciati incolti, così sono le parole e le voci di cui tento di seguire le tracce. Di tanto in tanto, nei segni e nei sogni tornano dalle sponde dei miei tempi più remoti volti che mi guardano muti, senza emettere suono ma che non hanno ancora il pallore del passaggio: lineamenti rigidi ma scolpiti nel legno piuttosto che nella roccia, espressioni che non dicono, ferme da mezza vita fa in stato vegetativo. Altre volte arriva una voce nuova a spingermi in un angolo, soltanto parlandomi, sapendo che non mi ritrarrò subito. Sono voci dal sorriso obliquo e un tocco caldo che invece tempo non conosce, io credo sempre che siano una minaccia e invece poi scopro, durante il giorno, che venivano a proteggermi da un male più grande, da un buio più profondo che si nascondeva giusto dietro le spalle dello sguardo che volevo fuggire, appena dentro la tensione del ventre che così disperatamente desideravo liberare, appena sotto il pelo dell’acqua dove mi affannavo per riemergere. Come quella volta che per parlarmi ti sei dovuto chinare su di me, dalla tua infinita altezza fino alla mia minuscola figura in un gesto che è stato un viaggio lungo un cielo intero, una discesa lenta e attesa, che aveva il suo giusto peso.
Occuparsi, trascurare, accorgersi e negligere, attendere e disattendere, sono incessanti le oscillazioni tra quel che facciamo e quel che potremmo, tra quel che sentiamo e quello che ci sfugge, tra quel che scegliamo di dire e di tacere. E’ tutto così chiaro, nelle profondità delle immagini, che tutto quel che resta sono solo giri e rigiri di frittata, altre facce di una stessa cosa che non potrà fare a meno di ripresentarsi – solo, nel tempo, un po’ più cotta, un po’ più indigesta, fino a che non si sia completamente bruciata, ormai del tutto immangiabile.
Allora ti prego, gigante, torna di nuovo a parlarmi dalle tue altezze immense, e scendendo smuovi ancora le nuvole e l’aria intorno: lo spavento si porterà via le spighe e i papaveri, va bene, ma almeno per qualche tempo si potrà respirare di nuovo.

*

Tornato a casa nel pomeriggio, mi distesi stanco morto sopra un duro giaciglio, aspettando il sonno lungamente agognato. Esso non venne; caddi invece in una specie di dormiveglia, nel quale ebbi improvvisamente la sensazione di sprofondare in una forte corrente d’acqua. II suo romorío mi determinò ben presto come un suono musicale, e precisamente l’accordo di mi bemolle maggiore, dissolto in arpeggi continuamente ondeggianti; questi arpeggi si configurarono in forme melodiche sempre piú mosse, ma senza mai uscire dalla triade pura di mi bemolle maggiore, che con la sua continuità pareva prestare una significazione infinita all’elemento in cui io sprofondavo.

Gravità (chiéna ‘e vacanterìa).

sabato, 19 maggio 2012

Love it or leave it, she with the deadly bite,
quick is the blue tongue, forked as a lightning strike.
Shining with brightness, always on surveillance
the eyes they never close, emblem of vigilance.
Oh, no, no, no.

Said don’t tread on me.

*

Perché la parola scritta pesa così tanto? Le stesse, identiche parole quanto diversamente lasciano il segno a seconda che si scelga di dirle o scriverle?

– Be’, è il motivo per cui anch’io a un certo punto ho smesso di leggere quello che scrivevi.
– Perché?
– Perché ci stavo male. Perché quando uno che ti conosce ti legge, si aspetta un atto comunicativo. Invece per te non è così… l’ho capito col tempo. Scrivere per te è un modo di pensare, di… tessere i pensieri. Quello che metti lì sul blog, paradossalmente, può essere condiviso solo con chi passa di là per caso e non ti conosce, non con le persone con cui condividi o hai condiviso la tua vita.
– Sì, è vero. Ultimamente sto incappando un po’ troppo spesso in questa specie di tranello, e spiegarlo mi è quasi impossibile…
– Già, chi ti sta intorno dovrebbe sapere quanto poco importa il motivo per cui scrivi lì. Per gli altri, intendo. Quelle non sono cose che devi dire a qualcuno di specifico, è più una specie di lavorìo che fai su te stessa…
– Sì. E’ come sognare, ma mentre sono sveglia. Le forme sono quelle della mia vita ma nel tempo si trasformano, anche profondamente, e il significato che prendono a volte non lo conosco nemmeno io. Si cristallizzano, diventano simboli, si rimescolano e diventano qualcosa d’altro.
– E poi se ti capita di rivolgerti a qualcuno che ti sta intorno, in questa specie di forma di scrittura, succedono i casini. Perché loro si aspettano che lì ci sia un messaggio, come quando parlate nel quotidiano… ma tu quando sogni e insieme fai segni perdi ogni forma di tatto, scrivi per te, procedi per immagini, usi pronomi di seconda persona per quelli di prima. E’ un casino!
– Eh, lo so…
– E poi non c’è messaggio.
– No, be’, non è proprio che non c’è messaggio. E’ solo che il messaggio è un filo di pensieri che non voglio perdere, e per certi versi si può anche condividerlo. Però sta un piano che non è quello del quotidiano. E’ qualche altra cosa che non so nemmeno io. O meglio, io ce l’ho ben chiaro qui, solo che non lo so dire.
– E’ per questo che in quel posto solo con chi capita lì per caso puoi alle volte intenderti.
– E sì, perché contesti e dettagli e messaggi di un certo tipo sono necessari solo con le persone con cui hai effettivamente un rapporto. Ma il cammino inverso è pure possibile… a volte gli incontri casuali che quel filo di pensieri che non voglio perdere mi ha portato sono stati incredibili, e nel tempo, poi… vabbe’, ok, l’ho detto già un miliardo di volte.
– Eh, infatti. Ma per esempio, no?, adesso come lo spiegheresti che a questo punto io non sono già più il tu con cui stavi parlando all’inizio di questa chiacchierata, e che solo due frasi di tutto quello che ora ti sta venendo fuori sono state realmente dette da qualcuno?
– Uhm. Non lo spiegherei, come ho sempre non fatto. Oppure puntualizzerei che questa non è una chiacchierata, presumo. Boh.
– E mettici anche che questo non è nemmeno un diario.
– Anche.
– Però quello che dici a volte pesa.
– E lo so. Ma è perché c’è uno strato della mia voce che è soltanto scritto, e su questo non posso farci niente. L’altro problema è che mi viene di parlare soltanto di immagini che si svuotano del loro senso originario, e che mescolandosi ad altre diventano qualcosa che prima non c’era.
– Quindi questo cos’è?
– Sta scritto là sopra: è un posto densamente vuoto.
– Ma capiente.
– Pure troppo.
– E vivo.
– Purtroppo. Per me.

*

So be it
Settle the score
Touch me again for the words that you’ll hear evermore.

Voce del verbo: gravido (sogg. sott: prima pers. sing.)

martedì, 22 febbraio 2011

  No, non soffro di sovraccarico emotivo, non ardo dal desiderio, semmai tardo, indugio per godermelo, per dilatarlo prima di realizzarlo, amandolo nel frattempo. O ancora t'ardo, pure, ché se potessi ti darei fuoco talmente ti voglio, e nel mentre mi domando se è possibile, di tutto questo sognare, recuperare qualcosa, o de-cuplicare, sì, anche solo un segno, una ferita, ché a furia di sognarsi non si finisca per caso col ferirsi, e segnandosi farsi croci e delizie, diventare punti di gravità e lune piene, al cospetto di presenze di un certo peso e che pure, per quanto attraenti, più di tanto non riescono a tirare a sé, al più si ri-tirano – amando – nel dubbio del ma-cosa-sto-dicendo.
  Gli strati sono stronzi, non c'è niente da fare, è tutta una questione di stridori e arsure (estive e invernali), ri-ferimenti, squarci ripetutamente aperti, inferti sulla pelle delle stelle strappate al cielo, de-siderate, tirate giù dalla forza che ci tiene ancorati alla volta (quale?) celeste (e perché non rossa, non gialla?), piombati nell'aria e dis-tanti dalla terra, numerosi e scollati. Com'è bello questo momento di aumento di forza gravidazionale, in cui vivo e vegeto, umana e pianta, con il peso di essere due e una, doppia persona e doppia natura. Sprigiono, senza sentirlo, una forza che non vedo e non scelgo, ma che sceglie me incessantemente facendomi contenere, rendendomi capace delle fantasie mie e di quelle di un altro-da-me, contenente e contenuto, di nuovo segno di qualcosa che non si segna, senza religione, solo un crocevia di destini che sono venuti al mondo dentro, in-nati, che pure non sanno quando e se mai saranno.
  E mentre non so e non vedo mi faccio tempo, e scopro che non tendo più verso l'interesse, non mi interessa più interessare, essere interessata o interessante. E' lo stato interessante quello in cui invece mi immergo, ma non solo ora, bensì nel tempo, nel tondo della parentesi aperta che sono ora e che non si chiuderà se non a tempo debito (o a credito). Tra le due curve così dis-chiuse, quindi, mi aggancio a costruire legami, parentali e fra parentesi, con l'intenzione interstiziale di restarci. A tessere, senza il benché minimo interesse.

Pa(e)ssaggio

venerdì, 27 marzo 2009

 Ho bisogno di un passaggio a livello. Di un passaggio tra livelli. Di un varco, di una soglia tra qui e lì, tra un prima e un dopo, tra un dentro e un fuori. Quali dentreffuori, di chi? Non importa. Io stessa sono un vuoto da riempire, una soglia da oltre-passare per arrivare a qualcosa d’altro. E’ sempre stato così. Sono un momento aperto in tutte le direzioni, transitorio e transitabile – come ogni essere umano – in cui avvengono differenze. Cambiamenti di stato. Attraverso di me la gente cammina, intorno a me aspetta, chiacchiera, si guarda intorno o si fissa le scarpe.

  Poi c’è il treno, che passa – e una volta che è passato l’attesa è finita, andate in pace dall’altra parte: della strada, della giornata. Nel frattempo prima è diventato adesso, lì e qui si sono scambiati il posto. Per un attimo ho accolto e raccolto i passi, le voci e i gesti di chi c’era: movimenti orizzontali, di passi e di ferro, e verticali, di sbarre e voci. Passato il treno, io non ci sono più, anche se dopo il vostro passaggio non sono più la stessa di prima. Il vento che insegue il treno, i volti volanti di quelli che sonnecchiano accanto al finestrino, il coro dei motori delle auto oltre le sbarre che si riaccendono una dopo l’altra con un ritmo sempre uguale che non è mai lo stesso, le parole che arrivano dalla strada, e sullo sfondo di queste il campanello di attesa: mi cambiano ogni volta. Sono una casellante dalla memoria strana, buona e cattiva insieme.  Avrei voluto essere una persona diversa, una volta, pulita e libera. Invece sono un momento, solo un momento. Trasparente e opaco allo stesso tempo. Una soglia che si apre e si chiude quando lo dice l’orario ufficiale. La mia casa è una V di binari come non ce ne sono uguali in nessun altro angolo del paese a forma di pozzo in cui sono nata, e vivo nell’angolo tra i due fasci di binari che la formano, tra due passaggi a livello, due linee ferroviarie e due metà di una città di cemento e monnezza. E più il tempo passa, meno la mia presenza è visibile. Ero, sono stata, sono e sarò sempre qui. Abito questo nodo di strati, di piani, di direzioni, e non posso abitare altrove. Mi ci sono volute una vita e due morti per capirlo.

 Ora di questa soglia ho le chiavi, e non potrei più andarmene nemmeno se lo desiderassi: da un tempo remoto ho ereditato un cancello, un cappello, di paglia, un linguaggio assurdo e pesante, un sonno che i treni non riescono a spezzare, sogni e segni che sono uno. Tutto mi si confonde, intorno e dentro, le persone che sfrecciano, i treni che aspettano, le sbarre che sonnecchiano. Vado, torno, vengo, arrivo, parto, sottopasso, pedalami. Ma non desidero più lasciare questo luogo, anche se non mi dà appigli a cui tenermi se non gli scambi che apro e chiudo, e quel doppio filamento come di DNA su cui scorrono il tempo, le memorie, i chilometri, gli odori e le voci lontane anni luce che mi passano a mezzo metro dal naso ogni giorno della mia vita.

Si ça s’est passé, c’est plus que parfait.

domenica, 9 novembre 2008

C’étaient les nuages
c’étaient les pages
c’étaient les sages
c’était du sang sur la neige.
Puis c’était la tête
c’était une planète
c’étaient les mouettes
c’était une éternelle devinette
brouillé
mais aussi rouillé
que le temps
qui ne voulait jamais se tourner en moments.

C’était quoi?

Que sais-je?

Quoi que c’était
c’est fini.

Essere o avere? Tutt’e due, grazie.

giovedì, 24 aprile 2008

[hanno cinque e otto anni. ci hanno visti uscire dal portoncino delle scale, ci raggiungono e ci vengono dietro mentre carichiamo un grosso pacco in macchina]

Loro: Ciao.
Noi: Ciao…
Loro: Siete voi che siete venuti a stare di sopra?
Noi: Sissì.
Loro: Prima ci abitavamo noi, sopra!
Noi: Sì, lo sappiamo.
Loro: E come lo sapete?
Noi: Be’, conosciamo il vostro papà.
Loro: Ah.
Noi: Eh…
Loro: E… avete un bambino?
Noi: Eeeeeeeeeh…
Lui: Ehr, noooo…. non per ora, almeno…
Io: Per ora siamo ancora noi i bambini, diciamo.
Loro (ridono): Aaah, abbiamo capito. Voi avete la mamma e il papà, non i bambini.
Noi: Giusto.
Uno dei due: Va be’, quando però poi ne avete uno ce lo dite?
Noi: Perché?
Loro: così viene a giocare con noi!
L’altro dei due: Però se volete poi potete venire anche voi!
Noi: Oh, grazie, così magari ci divertiamo tutti insieme.
Loro: Ecco.
Noi: Allora ciao, ci vediamo.
Loro: Sì sì, ciao!

Mentre si allontanano, si sente distintamente il più piccolo:

– Ma secondo te quei due sono normali?

Mirror (writing)

lunedì, 25 febbraio 2008

Seduta di traverso in corridoio, parlavo al telefono e insieme sentivo frusciare qualcosa dietro la porta di casa. Finita la chiamata, ho riagganciato e per un secondo mi s’è fermato lo sguardo sulla cornetta verde, quando mi sono voltata di nuovo verso il bisbiglio mi avevi aperto la porta. Scrivevi qualcosa seduto sul pianerottolo, con un filo di fiato seguivi quello che la tua mano tracciava sul foglio. Avevo paura, stavo immobile davanti alla porta spalancata e ti sentivo e non capivo. C’era questa porta di legno chiaro, un intrico di rami di edera scolpiti in cui potevi passare facilmente le braccia. A un tratto mi sono precipitata a chiuderla ma tu, ridendo del mio terrore, hai allungato una mano dentro e hai fatto ciao. Allora ho preso un tagliacarte affilato cercando di pungerti ma le tue mani scappavano via comparendo prima vicino ad un ramo e poi all’altro ma sapevi che non volevo farti male, non riuscivo a prenderti e con un mezzo riso quasi di compassione m’hai dichiarato inoffensiva. E mi sono arresa. Stanca, mi sono seduta davanti alla porta chiusa per modo di dire e da lì con una fatica – o una resa – infinita ho trovato la forza di guardarti gli occhi liquidi e verdi attraverso il miele del legno e dire solo:

– Alessa’, ma che t’ho fatto di male stasera?

Con quella tua voce emiliana bassa, brutta che pare che viene da una voragine hai detto continuando a scrivere:

– Niente.
– Ah. E perché,allora?
– Il bombardamento.

Come fosse qualcosa di cui avrei dovuto ricordarmi. Ho aperto la porta senza alzarmi e ti ho trovato seduto a gambe incrociate esattamente come me, dall’altra parte della soglia, con un quadernino sulle ginocchia e una penna in una mano con cui giocavi puntandotela qua e là sul viso. Hai alzato un sopracciglio come a dire: eh, era ora. E mi sono ricordata di una cosa.

– Aspe’, ho una cosa che ti volevo dare da un sacco di tempo, te la conservo tipo da ottobre dell’anno scorso.

Non hai alzato gli occhi dal quaderno, ho allungato il braccio fino al tavolino lì accanto. Doveva essere una castagna matta e invece avevo in mano un melograno. Piccolo piccolo, maturo e rinsecchito, di quelli che vengono fuori da quella pianta che mia madre tiene in vaso sul balcone. Quando mi sono accorta che non era quello che pensavo l’ho nascosto nel pugno chiuso, senza dartelo. L’hai guardato di sfuggita con indifferenza:

– Mmmh, no. Solo sangue vero, in questo spettacolo.

T’ingo la ria D’aria

lunedì, 14 gennaio 2008

Cielo bianco, grigio, azzurro e arancione. Che sonno, che nebbia, che foglie, che fili, che trame, che sogni, che segni, che specchi, che allodole, che tetti, che tegole, che tranvate, che tralicci, quanta elettricità, quanti malintesi, quante parole, quanti binari morti. E nuvole, e ruote, e quote, alte e basse, di volo, di pioggia e di neve.

Sull’autobus il finestrino è largo, alto, fa quasi centottanta gradi di paesaggio, gli occhi respirano più che in auto. Quanto in ritardo viaggi rispetto alle parole che ci vorrebbero, che ci vogliono, che senti e che ascolti, ma anche rispetto alle pause, alle autostrade, alle sagome che sfilano sui piani dell’orizzonte? Guardi il vento (eh, guardi) e fai previsioni sulla giornata che neanche un pignarûl per l’anno nuovo, non avverti necessità, guardi un cappellino di velluto marrone che riposa con la visiera che punta verso il cielo, muri senza intonaco, cancelli senza recinzione chiusi e piantati nel mezzo dello spazio di un campo messo a riposo, il ponte ciclabile sul Piave lucido di umidità che scintilla nel sole, intenzioni senza scopi precisi, finestre senza infissi, radici senza suffissi, numeri senza prefisso.
 
C’è questa ragazzetta bionda con il cappuccio del maglione tirato fin sulla fronte che dorme con il viso appoggiato al vetro e le nuvole del Cansiglio sulla testa, lontane. E il cielo verso sud a strappi, a macchie e a veli. E la laguna che xe acqua e tèra, acqua e tèra, acqua e tèra, e acqua e tèra e acqua e tèra e acqua e tèra…

… e da questa laguna di tempo incongruo e pannoso, fatto di aria e di latte, di filologia e cucine, di interlinea a uno e mezzo e vernice per termosifoni, da questo tempo a pezzi dovrà pur venire qualcosa, da questo buco nero che mangia parole dette e scritte, significanti e significati vecchi e nuovi, e odori e colori che disegnano coste di colline e voci amiche, sì, qualcosa, qualcosa dovrà pur venire.

Sei nata vestita. Che il tuo destino sia mica quello di combattere soltanto entro i confini del sogno?

*

Ehi… ma di chi stai parlando?
– Di me, piccere’.
Ah, mi credevo che ce l’avevi co’ mme. Ma quando li aggiusti ‘sti pronomi, ché così non si capisce niente?

(con)dens’azioni

sabato, 21 luglio 2007

 Che poi ti distrai un attimo ed è estate veramente, ormai, e molte cose, anzi tutte le cose maturano nel calore. C’è il grano, poi il fieno, e l’afrore della pelle sotto il sole a picco. Se ti concentri, riesci persino a diventare densa, mentre guidi – te, la tua macchina e i due che sono con te – dentro una nube di polvere marrone, dentro la ferita aperta nella carne viva di una collina di tufo giallo. Ma è una cosa che non si vede e non fa niente, visto che la tua voce non sta mai al posto giusto al momento giusto. Però riesci a dire – quasi gridare – attraverso il parabrezza al mezzo che vi precede sulla salita, senza paura: ma dove cazzo stai andando, eh? Che quasi quasi vorresti farglieli pagare tutti a lui, i boschi di castagni malati che vi circondano. Hai indugiato per un momento e ti sei sporta dal finestrino a guardare meglio, a un certo punto, mentre i tuoi compagni non capivano cosa stavi fissando, perché pensavi (speravi!) di non averli visti, tutti quei cancri aperti su tutte quelle colonne che stanno lì a reggere il cielo e la terra al loro posto. E invece no. Ci sono, eccome. Tre anni al massimo, quindi, e poi… ma come cazzo ci è arrivato quel fungo fin qui, me lo spiegate, ché non ci deve stare qua, non ancora almeno, eh, come cazzo ci è arrivato, e dove cazzo stai andando, eh, tu, lì davanti, dove cazzo vai?

– Ma se mandano a fuoco qui… siamo in pieno bosco… l’incendio sarebbe tremendo…
Essaiquantosenefottono.

Dice così, tutt’unaparola. Un pugno di ventidue lettere.

Allarghi gli occhi, e lo vedi che ha ragione, e te lo dici: ma di che ti stupisci. Siete dentro una ferita infetta, e ti stupisci che dentro questa ferita ci sia nascosto un cancro? (un altro?)
Pensa, accidenti a te, pensa. Quante volte dovrai passare ancora per questo stupore? Madonna quante sono. Già tutte malate. Forse il fuoco… sarebbe meglio.

*

 Certi giorni va così. Ti guida la tua terra a questi pensieri veri, potenti, limpidi.
Limpidi. Čìstye. Čìstye, kak sleza. Limpidi come una lacrima. E se esiste una lingua in cui le cose limpide sono così… allora pur valgono la pena, questi pensieri, queste parole, queste lacrime, che uno li pianga, li dica, li pensi o meno. Mysli kak slëzy.

Ieri a piedi scalzi, pensi, oggi invece e chi ci mette piede lì, ma nemmenosemmipagano.
Allora le parole si fanno solide come chianètte dint’ ‘a panza, e sorridi con soddisfazione quando ti accorgi che la Voce che hai di fronte non sta cercando in alcun modo di tranquillizzarti. Senza esagerare, perché non c’è nessun bisogno di esagerare per capire. Almeno, non in questo senso. Quelli che cercano di tranquillizzarti, di tranquillizzare, anzi, ti fanno andare in bestia. Allora accogli la chianètta, che fa male e va bene. Così va bene.

*

 Attraversi questi tempi di ipertrofia delle parole che ti pigliano allo stomaco così, cercando a tua volta di non far male a nessuno. E chissà fino a quando ci riuscirai. Fin’ora ti è andata (quasi) bene, e intanto… inventi. Prendi a prestito parole di altre Voci, fai pasticci non irrimediabili, le lasci risuonare, ancora e ancora, cancelli, riscrivi continuamente, ti muovi profondo, spesso troppo e quando non ce n’è bisogno, e mai che ti riesca di capire quando è il momento di sorvolare. Sempre così. Scrivi a fiumi e poi te ne penti, poi ci ritorni, vai indietro, chiedi scusa, procedi di nuovo, se trovi un punto dove cammini bene vai anche spedita e poi inciampi, ti volti a guardarti le spalle e puntualmente vai a sbattere. E cazzo.
E gli dici, in capa a te: no, mo’ ora tu mi spieghi perché io ho sempre questo enorme bisogno di spiegare. E anche a lei: me lo spieghi anche tu? Spiegatemi a che serve spiegare. Sarà un fatto di ali, dice lui, ridendoti in faccia, in sogno. Eh. Ma vavatténne, va’.
 E’ che tu di fratture sei piena. Come tutti, sei una cosa intera con la capacità di guarire quando il caso ti lacera, con una tua coerenza interna. Ma perché hai tanto bisogno di dire questo? Perché pare che tu non riesca a fare altro? Che utilità ha per te, che utilità ha questo per loro che ti stanno intorno, a parte assistere ai tuoi tentativi d’esplorazione maldestra e in certi punti persino pericolosa? Che ti prende, che incontri nuove Voci e non la smetti più di blaterare? E che succede, soprattutto, con questi pronomi e altre cose inutili di cui non puoi in alcun modo smettere di parlare quando prima non spiccicavi una parola che fosse una, e niente veniva fuori, ma niente proprio? Perché prima non c’era niente, e adesso è un casino esagerato che certe volte non puoi distinguere le voci che stanno parlando? E perché viaggi sempre più di gran carriera su questo scivolo di pensieri indivisibili che ti si compone sotto le chiappe man mano che scivoli, sempre più veloce, verso una densità così densa da diventare a tratti quasi insostenibile? Perché succede che sempre più spesso ti sembra che tutto c’entri con tutto?

Pronomi, polmoni, tritoni, fanoni, bastioni, bastoni, portoni, coglioni, canzoni, cognomi, stagioni, azioni, sensazioni, suoni, baffoni, misurazioni, informazioni, segnalazioni, marroni, preposizioni, associazioni, congiunzioni, direzioni, scarcerazioni, liberazioni, rigenerazioni, complicazioni, malformazioni, opzioni, relazioni, palatalizzazioni, lezioni, sessioni, riunioni, questioni, prigioni, previsioni, peperoni… potresti andare avanti all’infinito, ormai, e divertirti pure. E’ estate, e insieme a tutte le cose anche le parole pendono mature nel frutteto delle Voci. Liquide come sempre, ma più dense e saporite di prima. Cosa è successo?

L’argine si è rotto, dentro, da qualche parte. L’hai già detto. Dici sempre le stesse cose.
Semplicemente: scorrono, adesso, il ristagno è finito. Fuori dall’argine, spesso e volentieri ora esagerano, esondano. E anche tu esageri, che ti ci butti dentro, nuda e intera e senza paura, a giocare e a lasciarti lavare, e infine portare via. Hai già detto anche questo.

La cosa più bella? Avere qualcuno da ringraziare, per questo, e avere il desiderio di farlo. E allora prendi, e ti metti in cammino di volta in volta verso le Voci che hanno liberato per te le acque di questo meraviglioso fiume polposo che non si vede e che più ci giochi – ancor più meravigliosamente – e meno hai idea di cosa fartene. E meno sai cosa fartene, più libero e potente scorre.

Grazie per essere venuta.
– Eh. Ma ci mancherebbe!
Eh?

E’ vero che non si capiva, perché ci mancherebbe, ma non importa. E’ vero che dici sempre cose che non c’azzeccano, e poi dopo tenti di spiegare. E’ vero che la tua voce non sta mai al posto giusto nel momento giusto. Vai per tentativi ed errori, procedi per aggiustamenti successivi, che si incastrano uno sull’altro, e poi. Provi a spiegare. Le parole, le ali, la tovaglia, qualcosa.

E dopo? Che farai?
– Mi piglio il brevetto.
Checcosa?
– Eh.
Ma sei pazza!
– Boh.
Come boh?
– E’ solo che è quello che voglio fare.
Sì, ma
– Ma?
Manon hai paura?
– Ma jamm’, ja’, paura di che?
Eh! Odio quando fai così… uno che ti deve dire?
– E che vuoi dire, nunn’aggio capito?
Niente.
– Ecco.
Eh. Ma poi me lo fai fare un giro?

Un giro. Allora ecco che spiegare… si deve. Qualcosa, in qualche modo. Anche senza parole, qualche volta. Speri solo, nella corrente, di non urtare nessuno… o, se urti, di non ferire. In questa densità, provar giochi di resistenza, di parole di carne di affetto. Non affettare, tagliare, lacerare, ma solo toccare. Toccarsi, raggiungersi. Almeno provare, intanto. In tanto. In tanta abbondanza. Con tanto contento. Perché tanto, sempre un recipiente resti.

(e ppesante, pure)