Articoli marcati con tag ‘stagioni diverse’

Antenna

giovedì, 22 maggio 2008

Per non pensare, per non pensarti più almeno per un’ora ero andata incontro al temporale, sulla terra magra ad aspettare la pioggia che arrivava come un carrarmato a bordo del maestrale. Dove sei, accidentatté, ripetevo, dove sei, e subito dopo la curva ti ho visto, poco prima del ponte: vegliavi su un campo di grano ancora verde, solo, battuto dal vento ma ancora in piedi sulla terra curva e livida, senza fierezza ma in piedi, tenace sotto gli schiaffi carichi di elettricità dell’aria che ti piegava fino al suolo, dentro questa luce buia che ti aveva tolto ogni colore. Avevo cercato la pioggia per non pensarti, e sotto la pioggia ti ho ritrovato. E’ stato un attimo, solo un attimo. Non ti spezzerà questa tempesta come non ti hanno spezzato tutte le altre, solo qualche ramo secco sarà spazzato via con un rumore secco di ossa che si spezzano ma dopo, più leggero, tornerai ad alzare lo sguardo sul mare verde che custodisci, che ascolti, sul quale le tue foglie cantano nel vento e che vedrai maturare ancora una volta, fino a che non sarà tempo di mietitura. Arrivava la pioggia e non volevo pensarti: inutile. Anche stavolta, come quell’altra, sotto il cielo ho sentito la tua voce cantare, la pancia sulla terra, il vento sulla schiena, a ottocento chilometri di distanza. Ti sento, resisti, canta più forte, canta sulle minacce dei tuoni che promettono grandine, canta più forte, più forte, resisti, canta più forte, più forte, più forte.

Fermata non richiesta – (4/?)

venerdì, 14 marzo 2008

No, veramente è successo proprio niente, alla fine, solo che certi niente ci mettono più tempo di altri, a smettere di succedere. Così è stato per quel niente di ferro, di secco e di rotaia in cui ci siamo trovati impigliati quando a un certo punto i fili del tempo si sono tesi annodandosi tutti nella stessa matassa, e noi ci siamo messi a seguirli. Non che volessimo arrivare da qualche parte, eh. Era solo un fatto di… famiglia. Storia di famiglia, diciamo.
Perché succede così. Ogni volta che trovo una stazione, o un posto che mi sembra avere a che fare con quella sottile doppia linea di ferro, sassi e legno (una volta, mo’ il legno è diventato cemento), torno a prendere lui  prima di addentrarmici, specie se è abbandonato. Lui conosce i segni, sa leggere la ferrovia meglio di me, come è giusto: siamo scesi e cresciuti in questo mondo per mezzo della stessa guida, solo che per me è arrivata più tardi e se n’è andata prima, sicché ora tocca a lui continuare per quel che è possibile. Forse persino senza saperlo è lui che adesso tiene insieme per me i frammenti di questo sangue pieno di ruggine che ci ritroviamo, e che senza queste lunghe passeggiate sotto il sole forse non sarei nemmeno in grado di capire.
 Del resto sa tutto quel che c’è da sapere, lui, che è cresciuto tra binari ancora più belli e vivi di quelli che sono toccati a me: personale non viaggiante in servizio era lui, mentre io ero a sei anni ero già personale non viaggiante in pensione. Il tempo visto dagli orologi fa un po’ sorridere, certe volte. E lui, poi. Quante cose sa, quante cose ricorda ogni volta soprattutto nelle stazioni abbandonate, che da più tempo sono abbandonate e meglio sa leggerle!
 Per l’entusiasmo che gli prende quando gli dico della stazione non riesco a tenerlo nemmeno quel tanto che basterebbe per tornarci a piedi, no, vuole andare subito, subito, si siede al volante che ancora mi sto disinfettando i graffi dei rovi e mi aspetta col motore già acceso. Poi a un certo punto mi dà uno sguardo impaziente dal finestrino e farfuglia qualcosa, mentre lo raggiungo lo vedo scendere in fretta, andare sul retro del cortile e tornarne con due cesoie enormi, con il manico lunghissimo.

– Ma dov… dove le tenevi?
– Di là, eh, mi servono per potare, lo sai che a settembre là dietro dalla montagna scendono dei cespugli che non si capisce più niente…
– Azz’. E mo’?
– E mo’ ci servono.
– Eh?
– Eh.

Quasi tutta la stradina d’accesso, mi fa decespugliare appresso a lui ripetendo continuamente "così, così, fai dall’altra parte la stessa cosa che faccio io di qua, eh, così, a posto, là, là, là". "Così poi ci torniamo più facile, e nessuno si fa male". Ecco. Io pensavo che era pazzo e invece stava solo facendo il suo doppio lavoro di papà e di creatura. E una volta aperta la strada in effetti è tutto più facile, arriviamo persino a poterci portare la macchina. "To’, fino al parcheggio della stazione!", fa. Ride.
Gli mostro il cancelletto di ferro e gli vado dietro, e ancora una volta mi sorprende come cominci a muoversi sicuro come nel cortile di casa, e dopo un poco anch’io con lui. Si guarda intorno, vede cose, ne cerca altre, indovina cosa è questo e cosa è quello, mi spiega gli ingranaggi, le rotelle, i cavi, dà una scotoliàta alla porta di ferro che non si apre, ci resta un po’ male, si rammarica di tanto abbandono. Quante cose ci potrebbero fare su una linea così, pensa ad alta voce, e si vede che nel suo sguardo così assorto il suo mondo gli riappare in filigrana sovrapponendosi a quello su cui cammina, agli odori e ai rumori che sente. Stiamo per tornare verso casa – il pensiero della ‘gnora che ci aspetta con una chiangolètta pe’ ‘mpasta’ sotto il tavolo pronta all’uso è difficile da far passare in secondo piano – quando un tintinnìo familiare ci pietrifica entrambi sul marciapiede.

– Lo aspettiamo?
– E certo.

La stazioncina è in curva, per cui sappiamo che non lo vedremo arrivare fino all’ultimo secondo. Indoviniamo la direzione solo perché il tutùm-tutùm non cresce piano piano da lontano ma si sente d’improvviso, vicino: sappiamo che sotto il monte lì a est c’è una galleria, quindi ci arriverà da sinistra. Senza nemmeno parlarci ci spostiamo insieme un po’ più indietro, dietro la linea gialla che qui non è mai esistita, e un po’ più a destra.
Ed eccola che sbuca, la trenina a due vagoni, e da uno dei suoi occhioni di vetro si vede il macchinista che fa un salto, suona, fì-fì, e noi per tranquillizzarlo alziamo la mano e salutiamo, e facciamo vedere che non siamo scemi e mica ci muoviamo, e allora anche lui alza la mano tutto carico ‘e meraviglia, e sorride, e sparisce in un soffio d’aria calda che sa di nafta e che scuote i cespugli di ginestre pieni di baccelli rinsecchiti dalla siccità. Che poi sembravano morti da centinaia d’anni, ‘sti baccelli, e invece all’improvviso si mettono a fare tac, tac-tac-tac, tac, e – uh! – si aprono in due ali che con un colpo secco fanno schizzare via decine di semini neri in tutte le direzioni.

– Hai visto!
– EH!
– Ecco com’è che arrivano dappertutto!
– ‘zzarola!
– Eh!
– Dopo pranzo torniamo, vero?
– Ci mancherebbe altro.

*

E io, poi, che mi sorprendevo di come questa mappa e queste stazioni fossero riuscite ad arrivare persino fin dentro i sogni. Come avrebbe potuto essere altrimenti?
Ci siamo messi in cammino lungo i binari di quest’estate assetata così, per il puro piacere di farlo, tastando ed esplorando una linea ferroviaria che non esiste più, una ricchezza che cade a pezzi ma ancora visibile tra le pieghe verdi del silenzio che è proprio di queste montagne. Ci muoviamo come ombre – anche se è passato del tempo ancora succede, è ancora estate – con i ricordi di famiglia sotto la superficie di una curiosità che emerge inaspettatamente intatta ogni volta in questo presente progressivo facendoci parlare ad alta voce, bimbi, un figlio e una nipote di ferroviere, tutti presi e compresi dal momento, dalle cose che troviamo in mezzo ai rovi tra una stazione e l’altra. Nell’ultima tappa di questa giornata ci siamo ritrovati a bere un sorso d’acqua metallica da una fontana che sta per essere inghiottita dall’edera, e a sfogliare registri della corrispondenza dei primi anni ’60 induriti dalla polvere, in una stanza dalle porte spalancate e i vetri sfondati che ne aveva il pavimento coperto – sia di registri che di polvere – e nella quale i nomi dei destinatari e quelli dei paesi, letti ad alta voce, sono rimbalzati sulle pareti grigie vibrando leggeri; e infine davanti a un vecchio deposito dal tetto sfondato da decenni di intemperie, seduti con le gambe penzoloni  ad ammucchiare le pietruzze della massicciata sopra il paracolpi di un binario morto. "Sediamoci, va’, mi pare il posto adatto per aspettare". A furia di camminare e raccontare, ci siamo ritrovati a diversi chilometri da casa. Quasi buio. La ‘gnora sta venendo a prenderci.

– Vedi, questo lo hanno fatto piantando una traversina dei binari direttamente sul muro.

E mi racconta ancora di come gli uomini della ferrovia avvitavano i binari alle traversine (in due, con una grossa chiave a T alta come un bimbo di sei anni, che giravano A MANO), o come piantavano le puntazze della messa a terra (sempre in due, mazze alla mano, puntavano questi pali alti due metri del terreno a martellate facendo un tintinnìo che spaccava i denti se ci stavi troppo vicino). E poi c’è nel deposito diroccato quello scivolo per scaricare le merci dai vagoni che io senza di lui avrei scambiato per una scala. A terra, tutt’intorno a noi, lo spiazzo tra la stazione e il deposito è disseminato di bulloni, molle per viti che pesano mezzo chilo, tutta roba sostituita in quello che lui pensa essere stato l’ultimo intervento di manutenzione prima che la stazione fosse chiusa e dichiarata impresenziata. Non abbiamo saputo resistere e abbiamo raccolto di tutto. Guardiamo i nostri trofei, le mani sporche di ruggine e terra. A me piace in particolare l’enorme vite che ho deciso di portarmi a casa: penso che ha assicurato un pezzo di binario e una traversina alla terra, e alle vibrazioni che ha sopportato. Ha una filettatura splendida, una spirale che l’ha piantata al suolo tenendo insieme tutto quel che c’era da tenere. E così tutte le altre viti come questa, per migliaia e migliaia di chilometri in questo paese. E prima che il pensiero vada a piantarsi da qualche parte, un clacson che strombazza allegro ci dice che è ora di rientrare.

Come scorre veloce il tempo… due stazioni, ed è già sera.

(continua)

Buon giorno

lunedì, 17 dicembre 2007

Quando alle sei chiudi la porta
dai quattro mandate
ti volti verso l’ascensore.
E il pianerottolo – sette porte, voci basse, qualche fruscio –
freddo comm’a ‘nu Caino
ti restituisce un ceffone a mmana smèrza
che sa di caffè.

Fermata non richiesta (3/?)

giovedì, 6 dicembre 2007

Oh, vabbuo’, undici anni dopo mo’ che ci penso non è che succede poi chissà cosa.

Succede che il ventiquattro agosto sei lì in giro, verso mezzogiorno, sotto un sole che ti fa i pensieri di lava, vestita come staresti vestita nel chiuso di casa tua quando si muore di caldo, co’ quei pantaloncini corti grigi,  vecchi, larghi, coi buchi di quando quella volta hai preso fogli e stoffa con un punto di spillatrice, e una canottiera gialla colle stelline che in realtà sarebbe un pigiama ma la usi lo stesso perché non ti viene in mente nient’altro di così "fresco" da metterti addosso, tanto che fa caldo. Ci puoi andare tranquillamente in giro così, il ventiquattro agosto, qui, ché tanto non c’è nessuno in giro (a quest’ora chi lavora la terra sta al riparo dal sole, mica è scemo), puoi uscire dalle placche d’asfalto che solitamente delimitano il mondo e attraversare i campi seguando le direzioni che ti pare e andare a vedere tutto quello che ci sta oltre il ciglio delle strade. Pare sempre di attraversare la superficie dello specchio, tanto diverso è lo spazio senza linee da seguire, con le discese e le salite che non c’è niente che ti dice qual è il modo più breve o logico di farle. Ecco, le salite e le discese si fanno. Allora pigli i piedi, li metti dentro un paio di scarpe vecchie – che sono sempre quelle a cui toccano ‘ste passeggiate, e che forse quindi sono quelle che si divertono di più… simpatica, la vecchiaia delle scarpe – e la testa sotto il cappellino da pescatore, e vai. Ti fai la discesa, tutta, giù-giù fino in paese, passi la chiesa, il bar, il vivaio delle trote del ristorante di fronte, la piazzetta, il lavatoio pubblico di pietra che il pianale a quest’ora è della temperatura giusta per friggerci le uova, il laghetto, l’incrocio, il mulino che non c’è più. Finisce l’acqua, qua, e cominciano i campi al di qua della ferrovia. C’avevamo la stazione, noi. Sì, sicuro. Chissà dov’era. Sarà quella casa accanto al passaggio a livello, che mo’ è bianca e ci abitano e pare quasi solo una casa costruita in un posto un po’ strano. L’avrà riscattata qualcuno che ci lavorava.

E che vuoi fare di ventiquattro agosto sotto il sole di quasi mezzogiorno? Qua cominciano i campi, attraversi lo specchio e pieghi a sinistra tagliando per un mare di terra dissodata e secca, secca, secca che si spacca e si sbriciola sotto le suole, ma non affondi proprio perché è secca, secca come la sete che hanno le piante ché qua non ci piove da tre mesi, e cammini facile facile senza fatica, primo perché la terra tiene e secondo perché non c’è nessuno, e dove non c’è nessuno non ti irrigidisci e cammini come meglio ti riesce, e vai leggera anche tu che sei chiàtta, e cammini così liscia e spedita che quasi ti pare di essere appunto una barca e non solo un ingombro. E sì che ne fai di strada, anche se di strade non ce ne sono, e nemmeno sentieri, niente tracce, proprio niente, anzi la traccia la fai tu e ogni tanto ti giri a guardarla, poi alzi gli occhi da terra e fai un giro su te stessa e senti quella cosa che solo qua ti succede, che puoi andare e non ti sparano a pallini in aria come quell’altra volta in quell’altro posto che sta a manco cento chilometri da qua ma è un altro mondo. Qua non hai paura, un po’ perché ti sanno tutti, un po’ perché qua prima di sparare almeno chiedono. Del resto, sei al di qua dello specchio, mo’. E vai. E dove vai? Al ponte di mattoni della ferrovia. Là vuoi andare, a vedere passare qualche treno di quelli che si sentono da lassù, dal balcone di casa, a mezzogiorno e un quarto, e mezza, all’una meno un quarto. Sai a memoria quando passano, hai in testa il tuo orario del treni-che-passano-ma-non-fermano da dieci anni e ogni tanto li vieni a sentire da vicino perché è bello e perché ti dà la stessa pace che ti dava dormire in quella stanza che c’aveva la finestra a tre metri tre dai binari.
 Al ponte, passando per i campi, ci arrivi in… boh, non hai l’orologio ma ci vuole poco. Rimetti piede sulla strada e ti pare di tornare visbile, ma visibile a chi, ché non c’è anima viva in giro? Nemmno gli uccelli si sentono adesso, solo da lontano arriva ogni tanto il miumìu di un qualche gattino. Ti siedi sul ciglio della strada e aspetti, le campane suonano le undici e tre quarti, la pelle frigge, e intorno non c’è nessuno. Tira una brezza calda e secca, manco il mondo fosse sotto il getto di un enorme phon. Che estate. Due giorni fa, di là, in quell’altro punto del pozzo, pioveva, l’erba del giardino era morbida e verde mentre qua è bassa e appiattita, i fili si sono compattati al suolo in un intrico secco che se fai per tirarne un filo viene via una matassa intera, se non si spezza. Solo alle graminacee riesce di alzarsi dal suolo a ciocche, a piccole chiome dove va meglio, per il resto è tutto rovi e acacie, e querce che boccheggiano in una per loro inusuale tinta verde spento, quasi giallo. Secco, tutto secco. Madonna che caldo. Stai seduta sul ciglio della salita che viene da sotto il ponte di mattoni, sul muro che la costeggia. I cardi dovrebbero averci il fiore in questo periodo e invece non ce l’hanno, sono già secchi e ti pungono la schiena. Basta, ti alzi, ja’, si vede che oggi non è cosa.
 Ti alzi in piedi e ti guardi di nuovo in giro, anche se ‘st’angolo di strada lo potresti girare anche senza aprire gli occhi. Alle tue spalle c’è quel piccolo sentierino asfaltato che si perde tra la sterpaglia e che non sei mai andata a vedere dove finisce, e laggiù in fondo quella vecchia casa rossopompeiano abbandonata con le finestre e le porte murate che si vede dalla strada principale. Così tanti anni che ci passi davanti in auto che avevi smesso di vederla. Col sole così a picco, il rosso dei muri si stacca dal verde e dal giallo del paesaggio come un tizzone solitario nella cenere del camino al mattino. Così tanto tempo che ci passi sotto che non le avevi più prestato attenzione: l’ultima volta che avevi pensato qualcosa di quella casa doveva essere stato qualcosa del tipo "mh". E mo’ invece guarda un po’… quanto sembra vicina ai binari vista da qui e non dalla strada.

 Rosso pompeiano. Scema. Non avevi visto abbastanza stazioni per poterla riconoscere, finché l’hai guardata. Solo grandi, quelle che avevi visto tu, mica lo sapevi quanto belle, quanto piccole e quanto rosse potessero essere quelle di certi posti d’Appennino da linea non elettrificata. Sta’ a vedere che.

 Il sentiero è invaso di rovi e sterpi, bassi, che a piegarli con le scarpe si rimedia qualche graffio sui polpacci ma si riesce a passare. Man mano che mi avvicino compaiono sui muri le chiazze dell’intonaco caduto, gli archi di pietra delle finestre che da lontano parevano quadrate, e sul lato sinistro del sentiero, che intanto si avvicina sempre di più alla linea dei binari, emerge da sotto l’intrico dei rametti secchi un muretto basso di mattoni, gli stessi di cui è fatto il parapetto protettivo sopra il ponte, gli stessi del muretto di casa dei nonni, gli stessi della recinzione del giardino dei ferrovieri, gli stessi del muretto che costeggia ancora oggi il primo tratto di Via Ferrarecce. Mi viene da ridere. Che scema, non ci posso credere. Smetto di seguire il sentiero, a un certo punto, e inizio a costeggiare il muretto sgretolato in molti punti, coi mattoni più in alto ormai venuti via. Dopo un poco la sterpaglia si abbassa, e infine si dirada. Mi guardo indietro, avrò fatto poche decine di metri ma ci ho messo un’eternità. No, il campanile batte le dodici e un quarto, davanti a me si apre uno spiazzo asfaltato chissà quanto tempo fa, e la non-casa non sembra più così piccola come dal punto di vista da cui fino ad oggi l’avevo sempre non-guardata, ma adesso non mi frega più. Sulla sinistra, dal muretto che arriva da quella che doveva essere la carrozzabile che portava qui, c’è un bel cancelletto di ferro battuto, tutto ossidato, spalancato, e intrecciato, come a dare il benvenuto, rovi carichi di more, la prime che vedo quest’anno tra l’altro: in giro fino ad ora secco, tutto secco, secche anche le more ridotte a grappoli di pallini neri duri come il cemento. Ma qui no, qui i rami sono spessi e più antipatici di quelli che ho trovato sul sentiero, e quando faccio per passare mi sfregiano le braccia e si agganciano saldamente ai pantaloncini, alla maglietta ai capelli, e mannaggia, e levati, ahia, e mi vuoi far passare, cazzoahiaeLLASCIAMIHODDETTO! E mi lasciano, sì: buchi dappertutto. Un ramo più stronzo degli altri mi lascia persino, senza che me accorga, tutto il suo arsenale sulla fibbia della macchina fotografica come souvenir, ché la prossima volta che la metterò al collo, alla stazione di San Massimo, mi ricorderò nitidamente di questo momento.
Dopo i rovi, però, le ostilità cessano. A destra ho il muro della non-casa, a sinistra un mare di vitalba verde da cui emerge una vecchia rete da paglione arrugginita e a pezzi, e poi altri mattoncini di ferrovia e il profilo di quello che sembra un giardinetto uguale a quello che stava davanti alla casa dei nonni, con quattro aiuole quadrate disposte a crociera e la fontanella al centro. Benedittiddio, è proprio tale e quale. Mi viene da ridere e prendo un respiro, e all’improvviso sento le spalle alleggerirsi del peso del sole che infine svanisce, portato via da una carezza fresca. Alzo gli occhi e mi rendo conto di trovarmi sotto un pino nero enorme, enorme, che impegnata com’ero coi rovi arrivando non lo avevo mica visto. A terra è pieno di pigne e aghi che ha perso forse l’anno prima, ma non li vedo bene e mi tolgo gli occhiali. E vedo… il marciapiede… i binari… la massicciata… un altro pino nero, gemello di questo, dall’altra parte della… non-casa… che da quest’altro lato… ha un caposaldo al muro… una mattonella di pietra che segnala l’altitudine… e le porte, ci sono da questo lato, non le finestre. Ci sono tegole rotte dappertutto, cadute dal tetto, forse. Alzo gli occhi verso l’alto, allora, e la vedo

  .   A   IA  D L     S

Stava qua da sempre, ma l’avevo persa solo perché la non-guardavo più. L’avevo spinta oltre il confine della coda dell’occhio, e non l’avevo vista più. Del resto dalla strada non ci passavo davanti, ma dietro. Qui è davanti, e qui dalla strada non si vede, e non si vede nemmeno quanto è vicina ai binari. Da un altro punto forse anche sì, ma da là la stazione non si vede.

Insomma, la stazione. Con le porte come quelle delle case, tutte murate tranne una che è di ferro ed è chiusa. E due piccole aiuole in pietra all’ingresso centrale, una presa in usucapione da un sorbo degli uccellatori, e l’altra nella quale sembra sopravvivere l’originario inquilino.

C’era gente, qui, che andava e veniva. Mi siedo sul marciapiede, mi tolgo le scarpe, allungo le gambe e appoggio i talloni sui binari. Scottano. Aspetto che il treno passi, come al solito, ma stavolta è diverso. Lo aspetto in una stazione. In una fermata, non più richiesta.

Che estate. Di secco, di silenzio, di ferro e di rotaia.

No, veramente non è successo niente, alla fine. Undici anni dopo la prima volta che gliene parlano, uno ritrova una stazione. Certe volte non ci vuole proprio niente a pensare: che avventura.

(continua)

на улице

sabato, 7 luglio 2007

E giù in picchiata col suo aliante stupendo,
emozionando al suolo si spetascia.

[Elio e le Storie Tese, 1995]

*

 Ah, l’estate. Uno l’aspetta tanto, non foss’altro perché dopo una giornata intera di sedieppiccì arriva quell’ora in cui il sole s’abbassa fino a un certo punto sopra le montagne – quel punto in cui dice tre quarti d’ora e poi ve saluto, eh – ed è il momento di filare via. E’ veramente niente più che un momento, se ti sfugge non lo riacchiappi più… ed è subito sera. E se non ci hai i fari, diciamo che di sera non è più così divertente, ecco.

 Perché cambiano gli orari, in questo periodo. Mentre fino a non troppo tempo fa per uscire a pedalare era meglio aspettare le ore più calde del giorno, adesso è più bello aspettare quel momento lì, in cui i colori e i contorni della campagna si ammorbiscono, gli odori si fanno più forti, le rondini iniziano la loro spettacolare danza serale prima di tornare al nido (che poi in questo periodo è occupato dai pulcini, e a loro tocca dormire fòre ‘a porta) e a bordo strada si vede fare timidamente capolino, in unità sparse, il piccolo popolo che di solito ci si domanda se non esista solo sugli album di figurine del WWF di quando s’era bambini. Qualche ghiandaia. Le rane e i rospi, che saltano fuori dai fossi a decine. I gatti randagi, di cui prima di cominciare a girare per questi angoli di paesaggio credevo questa terra completamente priva. Ma soprattutto gli insetti. Non so quali, tra muschìlli, tafani, zampàne e zampanielli e gli altri miliardi di puntini neri con le ali che si alzano in prossimità dell’imbrunire è un casino. Tutti insieme s’aìzano, loro, in un momento in cui c’è abbastanza luce per andarsene in giro senza essere stirati agli incroci ma non abbastanza da giustificare un qualsiasi occhiale da sole. E quindi.

 Un pomeriggio arriva quel momento lì e io, pronta, sono lì che lo aspetto. Esco in allegria perché dopo giorni e giorni di tempo ballerino oggi c’è stato uno dei primi veri caldi estivi, anche se all’inizio ufficiale della stagione manca ancora qualche giorno. E allora: fiera, ponte della ferrovia, sinistra, viale alberato, ponte sul fiume, semaforo, sinistra, ponte sotto la ferrovia, dritto… cimitero, sinistra, lago, curvone, salita, fossoconlerane (schivate in slalom: quattro), incrocio, sinistra. Qui inizia la campagna aperta: strada a due corsie dalle curve morbide, una casa ogni chilometro scarso. E naturalmente, gli insetti. Tutti gli insettini del mondo equamente distribuiti per l’aere, all’improvviso. E certo, cavolo, qua cominciano i campi aperti, l’ho appena detto. Pf! Pedalando vado loro incontro in velocità, poaréti, e loro vengono incontro al mio viso festanti come minuscoli proiettili. Tutti.

Poi non so bene che succede.

In fondo, lontano, la strada si abbassa per passare sotto l’autostrada… dovrei passarlo, il solito sottovia, ma non ci arrivo: d’istinto sono già da un po’ con gli  occhi semichiusi cercando di proteggerli dalle microschegge di cui l’aria è satura quando nel mezzo campo visivo (già ridotto) a destra si vede comparire una macchia marrone, poi un qualche impatto sulla palpebra, poi un dolore di spillo ficcato nell’orbita. Faccio per frenare ma freno male, mi sono forse portata la mano all’occhio ma forse è quella sbagliata perché l’unica mano che resta sul manubrio è quella sul freno anteriore, freno, la bici si impunta, la ruota posteriore si alza, ma riesco a smontare dalla sella, solo che intanto c’ho la bici ormai quasi verticale dietro la schiena, in bilico sulla ruota anteriore, poggio il piede sinistro a terra e insieme al piede viene giù anche il resto, e io insieme al resto, scrash!

A terra. Caduta sul fianco sinistro, la strada sa di erba e gomma. Faccio leva sull’avambraccio e mi tiro su. Mi dò un’occhiata alla mano che ho grattato sull’asfalto, poi al braccio. S’è squartato il guanto ma non mi sono fatta niente, solo una piccola abrasione sul gomito… e io che avevo fatto la faccia storta all’ortopedico, quando mi aveva detto che avrei dovuto portarli sempre, i guanti, dopo l’operazione. Mi viene da ridere, mi dò bonariamente dell’imbecille, oltretutto mi sono arravogliàta mani e piedi proprio mmiez’ ‘a via, se fosse stato altrove le auto mi avrebbero fatto aderire al suolo come una cozza al suo scoglio… poi mi ricordo dell’occhio. Lo tocco con un dito e una stilettata di un dolore caldo e pulsante mi si diffonde sullo zigomo destro. C’era anche prima, forse, ma non me n’ero accorta, cavolo. Si sta gonfiando. S’è gonfiato. Ma che è? Uhia, che male.

 I pensieri dilatano il tempo, ma non passa un minuto che sopraggiunge un’auto, un furgoncino bianco, alle mie spalle. Questo tratto è rettilineo, aaaaah, speriamochenonmihavvistooooo.
Si avvicina, rallenta, si ferma. M’ha visto. Mado’, che vergogna. Chi guida si sporge dal lato del passeggero e apre la portiera, un signore sulla cinquantina e forse più, faccia da furlàn, robusto ma magro insieme, le guance rosse e baffoni da omino della Bialetti. In totale, un omone.

Signorina, tuto ben?
– Sì… sissì… tutto bene, grazie, ho perso l’equilibrio frenando…
Eh, ho visto…

Ha visto. Mi sento avvampare come un puparuolo maturo, e il bozzo sotto l’occhio prende a sbattere violentemente. Mi porto di nuovo una mano all’occhio.

Ma cossa che xe successo? Te se ga fata mal?
– Ma no, no, ho frenato all’improvviso perché mi deve essere finito un insetto in un occhio…

L’omone sorride… poi no, ride proprio. Un poco. Ma ride.

– … ma non mi sono fatta niente, veramente.
Eh, niente. Togli un po’ la man de là.
– …
Te ga preso un tafan o una vespa, me sa. Te fa mal?
– Sì, un po’… cioè no, va be’… niente, davvero…
Eh, niente. Guarda che te sanguini.
– Eh?

Maledetto il cinema, c’aveva ragione quello lì. Invece di cercare di sentire se avverto qualche altro dolore, mi tasto la testa pure se non l’ho battuta da nessuna parte. Troppi film, troppi film.
No, fa il vocione coi baffoni. E indica in basso, verso i piedi. Non troppo sotto il ginocchio destro tre rivoli di sangue sgorgano copiosi da altrettante piccole ferite. I denti del pedale.

Aaah, vedi, la bici te ga morso.
– Oh. Non me n’ero mica accorta…

Non sento dolore ma solo un bel calore, dal morso fino alla caviglia.

Vien, dai, entra un momento in cortile così te lavi ‘n’àtimo quei buchi… vedi quanto sangue, non son tanto larghi ma son profondi.
– No, ma…
Eh, ma. I pedali xe de fero. Entra, è qua.
– No, ma…
Forza!

E che gli devo di’? In effetti sono cascata proprio davanti al cancello d’ingresso di casa sua, un cascinale di campagna con le imposte di legno, di quelli vecchi’antichi che qui si usa ristrutturare invece di abbattere, col grande lavatoio di pietra tipico di queste parti dal lato della strada. L’imbrunire mi coglie con un occhio dolorante, senza scarpa e calzino a un piede, seduta sul bordo di questo lavatoio con mezza gamba sotto il suo generoso getto d’acqua gelida. In compagnia di un omone coi baffoni che ha in mano un asciugamano giallo, pulito, di quelli sbiaditi e resi ruvidi da una carriera in famiglia di mille lavaggi. Chissà quanti anni ha, ‘sto pezzo di stoffa. Scambiando due chiacchiere, scopro che il vivaio dopo il sottopasso dell’autostrada è suo. Era lui che ci aveva salutati, qualche mese fa, quando siamo passati di qua.

Te vedo passar spesso de qua.
– Eh… sì… quando posso fare un giro in bici ci vengo… niente macchine…
Te fa ben. Se vai in bici dentro Pordenon e cadi te spiàcicano.
– Eh!
Ma guarda, le scarpe pien de rosso. Sembra che t’ha morso una bestia, veramente.

Ride, lui, forse all’immagine di un qualche cane con un paio di pedali per fauci.
Rido, io, per queste scarpe per che ormai non sono nuove più a nulla.

Certo, però che fortuna col tafàn...
– E vabbuo’, succede…
Be’, insomma, in un occhio… mica tanto…
– …
– …
– …
– No, va be’, a chi va in bici forse capita, dai…
– Eeeh…
Ma no te preoccupar, lava con l’acqua calda, stasera, che doman già no te sente più niente...
– Ah. Va bene…
Comunque a quest’ora…
– Eh, lo so, col caldo. Oh, fatto.
To’, ‘sciugate.
– Eh, ma grazie… veramente…
Ma figurate, eri proprio al centro della strada. M’hai fatto ridere.

E lo dice come se l’asciugamano fosse per ricambiare.
 
‘desso va’, dai, che fa sera.
– E sì… arrivederci, allora.
Ciao, sai.
– E grazie ancora!
Ciao!

 Mentre pedalo verso casa che è quasi buio il morso della bici fa più male mentre quello del tafan meno. Fendo nuvole di zanzare ad occhi ancora semichiusi – il destro piange, ha i suoi motivi – e dalle rive del lago, dove c’è la festa in piassa, arriva l’odore e quasi anche il sapore delle grigliate di carne che si stanno cucinando. Che fame, fa lo stomaco.

Poi ci ripenso: mh, un asciugamano pulito e acqua per lavare una ferita in cambio di una risata.

Segno col pennarello verde sulla mappa che ho nella bisaccia questo ricovero dove se ti presenti con il mòzzico di una bici su una gamba e un occhio gonfio nessuno si scompone, e per ricevere soccorso basta essere onestamente ridicoli, come mamma c’ha fatti. E se è giusto mmiez’ ‘a via… meglio ancora.

E io che mi preoccupavo…

(In)cedere

venerdì, 13 aprile 2007

Primi vengono i pioppi, i bianchi, i grigi e i neri.

Poi la betulla e il tiglio, l’acero di campo e l’olmo col cugino bagolaro. Il suo sambuco, anche.

Poi i carpini, le acacie, tulipìferi e gli ippocastani.

In gran corteo si svegliano ancora i salici – da ceste, grigi, bianchi, rossi, ripaioli.

Ultimi, grandi, calmi, vengono i platani a forma di acero, e gli aceri a forma di platano.


[E in una piazza si scorge, rigoglioso e sprezzante, l’inconfondibile verde scontroso di un gruppo di lecci disposti in fila, con tutti i penduli fiorellini prepotenti esposti a sud. Oh. Se ce la può fare un leccio, quassù, allora sì che un eucalipto non ha niente di cui preoccuparsi…!]

Sud (oppure: di marzo, lunedì e altri giorni)

lunedì, 5 marzo 2007

Il giallo abbacinante dei friariélli ormai fioriti, che dice: be’, stàteve bbuon’, ci vediamo il prossimo inverno.
L’odore dei carciofi arrostiti all’angolo delle strade.
I cani del quartiere, non abbandonati ma di tutti, che abbaiano a ogni ora del giorno e della notte. Che ti guardano negli occhi e ti fanno: bau, ciao.
Il camion della monnezza alle cinque e quaranta del mattino, sempre lo stesso, con il braccio meccanico che si inceppa e sollevando i cassonetti fa un baccano infernale. Le bestemmie dei monnezzari che alle cinque e quaranta del mattino si sentono almeno fino a Casaluce.
Le albe viola e i tramonti arancioni, vuoti di presagi ma colmi di segni, soltanto di segni.
Le macchie sui muri. Di muschio, di incuria, di sole, di intonaco caduto a pezzi, di umido, che improvvisamente ricompaiono se insieme a te c’è qualcuno che viene da lontano, che per questo posto ha occhi nuovi di zecca.
Le grida del mercato del lunedì, che arrivano fin qui.
Un film, che lo cerchi e lo cerchi, e non lo trovi.
La casa dall’altra parte della strada, che ogni dieci-quindici anni cresce di un piano e che sta grattando via l’ultimo quadrato di cielo che resta a questa finestra.
Di nuovo il giallo, dei limoni stavolta, che spunta da una chiazza di rovine di tufo nero. Sopra un muro, alto alto, contro il cielo chiaro.
Il fischietto dei parcheggiatori abusivi.
Le 126 che passano in strada con l’inconfondibile pernacchiare della marmitta, cariche di donne e di spesa, di ritorno dal mercato.
La ragazza del primo piano del palazzo di fronte, che canta rifacendo i letti.
Il ficus gigante che mia madre ha trapiantato nel giardino condominiale quando avevo otto anni perché già allora nel vaso non ci stava più. E che oggi, vent’anni dopo, fa ancora verde l’aria fuori dalla finestra, alto ormai quasi fino al secondo piano. E per il quale – quando in assemblea di condominio ho chiesto in ginocchio di lasciarlo crescere perché quel muro verde è meglio del muro di cemento alto quattro piani che c’è alle sue spalle – mi hanno sorriso e risposto: ma sì, perché no? Come si fa con i pazzi.
Il mercato sul sagrato di una chiesa, sotto le palme e gli alberi carichi di mandarini, col bianco troppo bianco dei gazebo, del lastricato, delle buste di plastica, dei capelli dei venditori e delle loro voci.
Il vento, e Tommy Emmanuel nella testa, che capita solo con una giornata così.

Di questa latitudine i no, ma anche i sì. E i boh.

(post in progress)

E poi.

L’anziano impiegato al rientro dal lavoro, che si fa la croce quando l’autobus imbocca l’autostrada. Ogni giorno.
La tramontana della domenica, e la canzoncina claudicante dei rom che passano per l’elemosina, sempre a quest’ora, quando tutte le donne sono ai fornelli e si affacciano a lanciar loro qualche moneta, che raccolgono al volo in un sacchetto di stoffa blu. Buooongiorn’, sagnòra!
 
Una telefonata, nove e quaranta del mattino:
– Pronto.
– Oh.
– Eh.
– Senti, ti informo che qui davanti alla stazione è appena passato un tiro a otto.
– Alla faccia! E com’era, sei davanti e due dietro?
– Sì, e quelli di dietro con l’accompagnatore a pie-di.
– Eh, nel traffico si usa. Vabbuo’, hai dato una passata di cartavetro a tutto quello che avevi di disponibile?
– Certochessì. Però mo’ cambio strada.
– Eh, mi sa che fai bene. Buona giornata, eh.
– Pur’atté. Ci vediamo a pranzo, ciaccià!
– Cia’.

*
E ancora, in associazione (di idee):

I botti che ti svegliano la domenica mattina verso le sei…e tu lì, sotto il piumone, nel meglio del sonno, a maledire dei figurini vestiti di bianco che dopo qualche ora sentirai con la loro nenia dedicata alla Madonna dell’Arco che ti ritroverai a cantare con loro facendo colazione con le finestre aperte in una domenica mattina piena di sole e brezza quasi odorosa di mare…
L’odore penetrante della brace su cui dei carciofi pieni di aglietto, pepe, sale e prezzemolo stanno rosolando riempiendo l’aria di quella nebbiolina odorosa…
Il giallo abbacinante dell’asfalto pieno di sole del dopo pranzo domenicale quando tutti sono a sonnecchiare sul divano o davanti la TV e tu lì per strada con la macchina che gironzoli in solitaria per il puro gusto di girovagare…
[Cloto]

Eucatastrofe (n’àta vòta!)

giovedì, 25 gennaio 2007

NEVICAAAAAAH !

In(ter)sistere

venerdì, 19 gennaio 2007

Uscire di casa senza recapito
e chiudersi alle spalle
la porta grigio cieco
del caìgo.

martedì, 24 ottobre 2006

 Seduta sotto una loggia dal soffitto di legno con le luci gialle che si accendono al calare del giorno e le chiappe su una lastra di pietra fredda – ma non troppo – ascolto.
 La pioggia sottile che satura l’aria, lo sguardo di Ercole fisso in questa direzione da trecento anni, le ciàcole delle tre signore là, davanti allo scalone, e ancora la pioggia sottile, ssssssssssss, così fa, sotto sotto, infilandosi sotto la pelle di tutti i suoni, e quei bimbi che hanno gli ombrelli più belli di tutti, la musica che viene dal caffè dietro l’angolo, e ancora la pioggia, e insieme alla pioggia una voce che pure viene giù così bassa e sottile che a momenti si fa fatica a distinguerla dall’umidità, dalla piazza, dal resto. Cade la voce, cade la pioggia, cadono rumori e colori in quest’aria piena d’acqua in cui si disegnano in trasparenza le linee di forza della gravità che ci tiene, ci trattiene qui seduti, spinge verso il basso tutto, tutto, la loggia, la piazza, la pioggia, le voci, tutto, tutto questo che cade, gocciola, filtra nella terra delle mani delle orecchie degli occhi e scende, si deposita e prende posto dove vuole, nel caldoghiaccio della terra d’autunno che presto inzierà a gelare in superficie per poi continuare il suo segreto lavorìo di viscere durante l’inverno. Perché è autunno, dopo tutto, di nuovo, e con la benedizione del dio distante bisogna lasciare aperte le porte orizzontali delle dispense.
Senza bisogno di dire nulla: la gravità, la pioggia, le voci faranno il resto.