Articoli marcati con tag ‘stagioni diverse’

Voce del verbo: indìce (sogg. sott. terza pers. sing.).

lunedì, 15 luglio 2013

Hoard
Collect
File
Index.

 

Catalogue
Preserve
Amass
Index
.

*

Ci sono le nuvole tonde e grigie, e lunghe festuche di luce che le pungono sulla pancia infilandosi sotto il cielo da ovest. C’è il ramo di un roseto sfuggito alla potatura che si protende oltre il giardino in cui è nato, fuori, sulla strada, ondeggiando sulle teste dei passanti e tirando il capo verso l’alto con tutte le sue forze, in cerca della luce che gli serve per quegli ultimi boccioli prima che li trovino il primo gelo o le mani degli uomini.

Ci sono poi le filastrocche

e nello
stesso punto
si trovano

una partenza imminente,
una fame da placare,
piccole mani da stringere,
dolori lontani
che vanno
che tornano
a ritmo di marea.

E poi
contrazioni del senso da sorvegliare,
desideri da ancorare alla bitta,
zucchine, carote e patate da bollire,
nuove consistenze da imparare,
equilibri da trovare,
caffè da bere,

abbracci

da

rincorrere:

madovecazzoandate?

Dopo vengono,
improvvise,
le cadute da accogliere con gioia,
gl’incarti di plastica che diventano fantasmagorie di suoni e colori;
dopo ancora, vertebre che si schiacciano
da distendere con riposo e pazienza,
obiettivi da pulire
obiettività da abbandonare,
procedendo di tre in tre,
perché un-tza-tza è la danza
del linguaggio che frantuma
la pazienza e le distanze
.

C’è poi da nascondersi,
da occultare
e giocare a nascondino;
e tenebre diurne,
orrendi chiarori notturni,
pensieri pesanti
e versi avvelenati
[(…) Non ho vissuto la vita di nessuno,
nemmeno la mia:
chi non ha anima
non ha vita. (…)]
da masticare e inghiottire
uno a uno
che poi si annodano
a una voce che si avvita al suo vuoto
coagulandosi
giù
giù
nell’intestino
in sogni densi
di mani che macellano bambini
dietro un bancone scintillante
sgozzandoli dolcemente
finché non li prende un sonno
impossibile da guardare
e che alla fine incartano
per venderlo a un tanto al chilo.

[I’m a collector and I’ve always been misunderstood.]

Elogio del tempo medio – che non è vero che non c’è più.

martedì, 18 settembre 2012

 

 

La mezza stagione non è una sequenza di temperature, né di eventi atmosferici, né di medie stagionali. La mezza stagione è una luce, e niente più. E’ il peso di quel tempo arancione che trascina il sole più in basso, e sotto il quale le cose mutano prendendo sagome più oblique e mostrando il fianco, le pieghe, le punte e le rotondità prima appiattite dal bianco accecante dell’estate. Anche l’aria, nei polmoni, si fa più spessa, con gli odori che virano verso il sentore appena alcolico e caldo di una maturazione avvenuta, passata, che risveglia dietro la nuca una silente voglia di scorta, di credenza piena, di parole vecchie ma ancora intatte come una tovaglia della nonna. La prima torta di mele della stagione a venire, il profumo delle noci nell’impasto e il primo freddo al mattino, i caffè che si allungano, una bimba che ancora non parla ma canta, e ride passeggiando nelle foglie secche lungo il ciglio dei marciapiedi per la prima volta nella sua esistenza. La mezza stagione, sì: frusc-frusc, come dice lei. E un sole riflesso che, in qualche modo misterioso che sa lui, dice di più di quello fuori dalla finestra.

Dopo tutto

martedì, 24 luglio 2012

Forse è meglio che quella lettera non sia mai arrivata.
Forse è meglio essere andati ad annoiarsi al mare.
Forse è meglio essersi sentiti dire che è ora di re-imparare il silenzio.
Forse è meglio mettersi ad aspettare la pioggia e annotare, nel frattempo, il piccolo, l’infimo e il particolare.
Forse è meglio fare l’elenco di tutte le cose che desidero dirle, quando sarà più grande.
Forse è meglio rimettere in moto la memoria, e ricominciare a studiare.
Forse è meglio continuare a non convincersi di un bel niente, e a lasciare sul muro il segnale “SCAVI APERTI”.
Forse è meglio restare qui, in sereno dispatrio, e tenere duro di testa e di parole, e insistere, insistere, insistere ad abitare l’acqua edificabile delle parole-mondo.
Forse è meglio non andarsene e difendere il diritto di rintanarsi, di non farsi trovare, di essere lasciati in pace.
Forse è meglio provare ancora il desiderio di scrivere, qualunque cosa questo possa significare.

Forse è meglio prendere la Settimana Enigmistica e rimettersi ad unire i puntini.

Ché tanto, morto un tutto, se ne fa un altro.

Voce del verbo: torna e tornisci(mi).

giovedì, 2 dicembre 2010

Oh mare, oh mare,
dopo una vita intiera
adesso che fa sera
tu turni in t’el gno cuor.

De tanta lontanansa
tu vien comò un’aurora
co’ i rissi che te indora,
co’l ‘l silensio del sol.

E me, col cuor tremante,
vardo a la maravegia
che drento me se svegia,
se verze comò un fior
.

[Biagio Marin, da El fogo del ponente, 1959]

*

L’inverno di Grado, nei giorni più freddi del fondo dell’inverno, è un cristallo blu fuso con l’aria e con il sale del mare, un cristallo che la gente esce a cacciarsi nei polmoni appena spunta un giorno più limpido, alla più piccola e indecisa tregua della pioggia. In tanti escono a respirare la spiaggia d’inverno così, silenziosi, appena appena sorridenti e imbacuccati fino ai denti, ché in genere questo freddo blu cristallo è un dono della Bora, con i cani intirizziti ma tutti presi dai mucchi di alghe ghiacciate a riva, e i bambini che non gridano – come sono diversi dall’estate, adesso – ma restano assorti nella ricerca di qualche conchiglia scampata integra alla furia del mare. L’unico rumore che accompagna i passi muti sulla sabbia, intanto, è solo il ritmo lento della sega di un vecchio inginocchiato sulla battigia intento a tagliare in pezzi più piccoli un enorme palo, di quelli che segnalano i canali navigabili in laguna, strappato dall’ultima mareggiata dalla lunga fila al di là del faro. A guardarlo viene da chiedersi quando finirà mai, tanto è grosso il tronco, e quando finirà mai il mare di prendersi quegli altri tronchi, vecchi alberi contorti riemersi ora da chissà dove e da chissà quando, coperti di un manto di minuscole cozze, mantelli verdi di mucillagine e costellazioni di denti di cane bianchissimi. Io c’ero, dicono, e ci sarò ancora, ancora e ancora.

Ķalb al Άķrab

venerdì, 6 agosto 2010

Eccola lì, la supergigante rossa più bella, l’amore di una vita. La doppia che non si risolve, immersa in un ambiente che si chiama associazione – corpi luminosi che intrattengono legami gravitazionali deboli ma indissolubili: c’è mai stato niente di più bello per esprimere l’amicizia degli strati più sottili di tutto quello dentro cui viviamo? Sembra niente, ma dove sei cresciuta non si vedeva. Il tuo cielo spaziava su due punti cardinali e mezzo, nord e est (un segno premonitore?), e mezzo ovest. Poi c’era il sud, e a sud c’era Napoli, che, si sa, non ammette rivali. Potevi vedere la Spalla del Gigante reggere il cielo invernale, ma non il cuore pulsante della bestia che lo aveva ucciso, il gigante, la rossa gemella agli antipodi del cielo e delle stagioni. L’hai cercata per anni in quel mare lattiginoso, giallastro e opaco d’inquinamento luminoso e adesso, dopo tanto tempo, una sera esci a sederti sotto il tuo primo cielo d’agosto da quando sei arrivata in questo angolo di mondo, una meteora la taglia in due e d’improvviso ti rendi conto che è lì, il Rivale di Marte, sopra l’attraversamento pedonale, fiero, indifferente persino ai lampioni che qui non riescono ad avere ragione di lui. Una linea di luce unisce due punti lontanissimi, nel tempo e nello spazio, e questa strana, obliqua, intensissima forma d’amore riprende il suo corso di sempre, aggrappandosi con una forza inaudita e inestinta al cerchio dell’eclittica. Ti sorprendi a sorridere quando punti un dito sul nero del cielo tracciando con gli occhi ancora una volta il suo corso, ché no, non hai dimenticato nessuna delle stazioni per le quali passa il binario d’oro sul quale viaggiano il Sole e il suo convoglio di fuoco. Quando hai sgranato tutto il rosario delle tredici stazioni, ecco, sei tornata alla Grande Bestia rossa dal cuore che batte senza nessuna regolarità. Sopra quel segnale, sopra quel segno. Sì, ecco: mo’ prendo lo scandaglio e ti attraverso, finalmente.

Mentre fuori le ginestre

domenica, 14 giugno 2009

(e dentro un gran casino)

Segnali

giovedì, 7 maggio 2009

– AAAAAAA, E’ ARRIVATA LA PRIMAVEEEEEEEEEEEEEEEEERAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!

disse, passando di lì, il fratello del ragazzo del negozio di autoricambi che stava montandomi il portabici sul tettuccio della macchina.

Friuli d’aprile

lunedì, 27 aprile 2009

Mondo umido
di rane, di lombrichi
e di lumache.

Infinito presente: welcome to the Hotel California

venerdì, 17 aprile 2009

Some dance to remember, some dance to forget.

*

Dall’altra parte del pozzo, dall’altra parte del mondo i nodi della vita erano stretti come dita che trovano la pelle di qualcuno a lungo cercato, a lungo desiderato fino a essere dimenticato. I nodi della vita erano – e sono ancora – trasparenti, limpidi come lo sguardo vuoto di chi guarda senza vedere e che, mentre tu sei lì che ci anneghi dentro, è rivolto verso di te ma non è te che vede, bensì solo un desiderio… magari antico, magari mai vinto. E ce n’erano altri ancora più stretti, stretti che non si potevano sopportare, come la voce che cantava con un grido la canzone che aveva scritto per te. Certi nodi, poi, erano e sono ancora stretti come quei momenti in cui la gioia colpisce con la violenza delle lacrime, pesanti e lontani come il tonfo delle àncore di ferro sul fondo di sabbia del recipiente del mondo.

Mentre fuori la borragine e le ginestre. Mentre dentro le distanze: Roma, Milano, Pordenone, Londra. A Napoli solo due ancora, ma entro l’anno via anche loro. E sbaglia chi va dicendo che chi resta si sente un fallito, e che quelli che se ne sono andati fanno ‘e masti… è da anni, ormai, che succede il contrario. Chi se ne va abbandona il campo con un boccone amaro di senso di ingiustizia e di vigliaccheria incastrato nella gola, mentre chi resta lo dice a testa alta: "io ci provo". Su questo non si dovrebbero raccontare palle, per lo meno.

E dopo, solo dopo pensare al dopo. Ritrovarsi per salutarsi, per sapere chi sarà il prossimo a partire, ridere per star bene e poi mettere il ricordo in valigia, bere e cantare di terre di confine, in otto ma con una voce sola, come sempre, e con nient’altro che una birra celebrare i morti e i vivi, le vite che sono state – perché lo sappiamo anche noi, che i morti vogliono solo continuare a dormire, chiunque essi siano – quelle che sono e quelle che stanno per essere. Gente di matrimoni e funerali, siamo, di abbracci carnali e di risate grasse. E dopo, senza pensare al dopo, condividere un buon sapore e il profumo della stagione che cambia a notte fonda, per strada, senza colpa né vergogna, gridarsi male parole e storie cretine per ridere, solo per ridere, senza che questo significhi null’altro che ridere, limpidi e semplici come se fossimo rimasti sempre in giro sulle stesse strade, come se non avessimo mai parlato altre lingue oltre quella in cui siamo nati, che pure ritroviamo intatta e nostra proprio quando la vita ci porta nel cuore di altre lingue-mondo sorelle.
E battere il tempo coi palmi delle mani su un tavolo di legno facendo saltellare i bicchieri, e portarlo anche per il gruppo che suona sul palco mentre l’umanità intorno storce il naso e si chiede cosa avranno tanto da sbattersi, quelli là, cos’abbiano da fare tanto chiasso e ridere fino a scomporsi la faccia e a sentirsi male.

Mentre fuori la borragine intimidisce e le ginestre si sguàiano – ma quante sono le voci del verbo fiorire? – abbracciarsi ancora una volta, e due, e dieci ancora, dire e sentirsi dire quantoseibbello, maiotivogliotroppobbene, strunzemme’, mabbella pruàsa ca nun si’ ato, e prendersi le mani, le guance, i nasi, e tirarsi zecchinètti sulle orecchie, schioccarsi baci e mùzzechi, perché così è, così è sempre stato e così sarà ancora, che siamo cinghiali in branco che per giocare si prendono a capàte, mangiano insieme patate e ciliegie, e per farlo potrebbero pure ammazzare. Perché solo questo significa: costruire, con il tempo e la pazienza, un ponte di parole senza lati oscuri… non parole a una sola dimensione, per carità, bensì con tutte le dimensioni a portata di sguardo, per lo meno, ché nulla resti al buio, non detto e non visto, in agguato e pronto a creare quei doppi vincoli che strozzano il linguaggio e la gioia di stare insieme fino a farli morire. Perché il cancro del non detto lo abbiamo già conosciuto, noi. Ora, guariti dagli anni e dalla tenacia delle parole-cose, siamo così, senza più colpa né vergogna, e così restiamo, senza prendere troppo sul serio nulla e senza chiedere altro se non ciò che siamo nel momento in cui siamo insieme: un infinito presente a voce alta, che di tanto in tanto si dà una stretta come un nodo e poi fiorisce – specialmente a primavera, mentre fuori la borragine e le ginestre.

Voce del verbo: trapianto (di midollo) (casertano)

sabato, 13 settembre 2008

Ariént’ ‘u friddo
ancora pienzo a ciert’igghiurnàte ‘e sole.
‘O ssaccio ca nun me capisce
quann’ ‘o ddico,
manco fosse n’ata lengua.
Ma n’ata vota:
nunn’ ‘e bboglio
tienatélle
e agge pace.

[Dentro il freddo/ripenso a certe giornate di sole./Lo so che non mi comprendi/quando lo dico,/nemmeno fosse un’altra lingua./Ma di nuovo:/non le voglio/tienitele/e sta’ tranquillo.]