Articoli marcati con tag ‘solipsismi’

Voce del verbo: presente infinito

martedì, 27 gennaio 2009

Mettersi in cammino a metà mattina e vedere, sentire dove portano i piedi, col sole e le pozzanghere, e guardare la città a rovescio, mettere con gli occhi le voci nei riflessi sull’acqua e costruirsi nelle orecchie un ricordo sottosopra, leggermente increspato di vento. Mettersi a lavorare per un paio d’ore in un caffè, e sentire il tempo passare, pieno e non morto, non ammazzato come si suole fare con quei criminosi atti quotidiani, minuscoli e distruttivi, che gli tolgono la vita. Bagnarsi le chiappe su una lastra di travertino e parlare a voce alta – altra – con un passero, chiedendogli per favore di non farti lo scherzetto… per lo meno non sulla macchina fotografica, dai, che ancora ci devo prendere confidenza. E poi, pensare che se a Roma non ci fossero tante macchine parcheggiate ovunque si potrebbe vederla meglio, e ripiegare poi lo sguardo sui parabrezza e guardarla così, tutta gonfia e storta, che i palazzi sembrano messi insieme con un curvilineo non particolarmente sano di mente. Constatare che oggi è il giorno dopo la pioggia, e ci sono le pozze d’acqua e i lunotti puliti, un bambino che si chiama Matteo che si rotola sui sanpietrini tra le due fontane gemelle e che i genitori non riescono a fermare, e io non so cosa succederà di qui a un’ora né quanto sarò capace di camminare prima che mi tornino i crampi. Sentire alzarsi il vento, e arrivare dai vicoli odore di caffè e pelle umana, sudata, viva, e madonna quanti gabbiani ci sono a Roma, e continuare a pensare alla differenza, no, all’abisso che sempre si spalanca fra quello che si dice e quello che realmente si fa nel momento in cui la sorveglianza si abbassa e la quotidianità ti mostra le cose e le persone per ciò che realmente sono. E alzarsi, infine, e confondersi tra i turisti e sentirsi rassicurati dalla sensazione di invisibilità che danno questi vicoli, del tipo: qui, dietro quest’angolo, nessuno mi trova, nessuno potrà trovarmi mai più. E in giro incontrare voci altre, che parlano linguaggi di luce, diversi e diverse, andar loro incontro a passo svelto o a bordo di una metro sgangherata, e ritrovarsi disarmati davanti a una nebulosa di parole di contorno ad un concetto molto semplice, che traccia un confine scontato ed evidente al punto di chiedersi "ma perché, se ce l’abbiamo sotto gli occhi?". E a sera riprendersi un momento per pensare, di concerto, alle cose dette e fatte, e alla fine andare a dormire immersa in un odore nuovo, che prima non c’era nelle parole come nella memoria, e a mattina ancora sentirlo, e partire portandoselo dietro, sul treno diretto a nordest. E viaggiare così, in mezzo ad altri esseri umani, con i pensieri persi tra pozzanghere e voci, risalire il pozzo-paese e chiedersi cosa verrà dopo, mentre i sensi si fanno strada in un tempo che prima era scorso così, non-sensato, senza senso, senza sensi.

L’autore in loco

lunedì, 24 novembre 2008

Quante cose volevo dire.

Non è vero. Non volevi dire niente. Potendo, anzi, avresti detto: volevo solo raccontare una storia, adesso posso andare a casa? E basta. Tre anni di treno, di aereo e di biblioteche rubate a tutto il resto. Niente volevi dire, e niente c’era da dire. Cosa mai c’è da dire, ogni volta, su qualcosa di scritto? Niente. E’ compiuto, s’è compiuto, adesso ce ne possiamo andare. Una cosa scritta si legge, al limite. Dirne… come si fa? Non si fa, secondo te. Non si dovrebbe fare. E così volevi che finisse, che finisse nel più breve tempo possibile nella speranza di non rovinarlo troppo, di non rovinarlo oltre.

Sarà vero?

Avevi cercato conferme che non erano mai arrivate. Ti sembrava, a quel punto, di essere stata portata al patibolo con il compito di difendere l’indifendibile davanti al mondo intero. Al momento di salire tremante sulla pedana, poi, il boia ti ha falciato senza pietà con una carezza da padre, forte e benevola insieme: hai saputo far bene, sono contento di te. Che sia stato un gesto vero o cerimonioso, la sostanza è rimasta nel gesto stesso, e nella meraviglia che ti ha lasciato. In quel gesto di voce e di stima tua madre ha scoperto che quell’assenza di tre anni era stata un viaggio necessario e non una fuga, e tuo padre ha potuto finalmente smettere di parlare poiché il silenzio non doveva più essere riempito.

Ecco il perché.

Sicché questo era il senso. Era così che ci si sente. I nervi impazziti ma controllati per forza di cose, e l’urgenza di finire, l’evidenza dell’inutilità del parlarne davanti ad un pubblico, in un luogo pubblico. E poi quella  leggerezza, andando via. Non come di peso lasciato cadere, ma come di tempo lasciato finire.

E’ finita.

E così era questo: un niente. Quel giorno che non arrivava mai è arrivato, quel momento che oltre il quale non riuscivi a vedere è passato, e non è successo niente. Niente. Uno si tiene una parola nuova nella testa per tre anni, poi a un certo punto la scrive su un foglio e viene fuori che aveva anche un senso. Tutto qui. E poi passa, come tutto.

*

Boia, devo dirti soltanto una cosa: grazie. Grazie per avermi fatto morire così.

Adesso posso andare a casa?

Ai Tribunali

venerdì, 28 marzo 2008

Quanti erano arrivati sono ripartiti
Senza lasciare indirizzo
Ma la terra piangeva, sapendo di essere l’eternità.

[E. Glissant, 1985]

*

Napoli sotto la pioggia è nera, stretta, sporca. Tra te e questo posto non è mai corso buon sangue ma ormai ti godi i momenti che passi qui, man  mano che si fanno più radi nel tempo, camminando piano, comprando qualche cretinata da cinquanta centesimi su una bancarella, fermandoti sotto i grandi portali dei vicoli che scendono – pendono – al Pendino, sotto ‘sti enormi soffitti bui in cui le gocce di pioggia cascano rimbombando, metalliche, dalle grondaie. Dentro un cornetto rosso di plastica, il sentore amaro dell’aria di un’intera giornata di pioggia. Anche di grigi sa essere ricca, questa città a strati, che in giornate così va goduta a pezzi di pochi metri, contando le vàsole che scorrono sotto i piedi, le facce sotto gli ombrelli, le braccia incrociate nelle pescherie d’o Priatòrio, i paia di scarpe bagnate in metropolitana.

 Ti guardi intorno, ascolti, ci pensi ancora: da quest’altro punto del pozzo-paese l’innocenza di quegli sguardi altri pare un’incredibile, impossibile, quasi anacronistica ingenuità. Come si chiedeva quello lì: ma loro non hanno sbagliato niente, o gli è andata di culo? Non tanto per la scarsa percezione della gravità di quello che succede, ma per quella gioventù così scandalizzata di fronte a tanto scandalo, e convinta del fatto che fra voi e la risoluzione del problema ci sia poco, molto poco. Che in teoria sarebbe anche vero, poi, ma sarebbe una risoluzione ben diversa da quella auspicata da loro. E appunto quello è il punto: la profonda differenza tra teoria e pratica che qui è chiara a tutti mentre lì no. Mestre e Bassano del Grappa erano davvero, ma davvero convinte che andare prendere a casa il primo nome in cima alla lista dei responsabili e portarlo al linciaggio potrebbe servire a qualcosa. Ma tu te le ricordi, le voci che si rincorrevano il giorno che la moglie di quello lì era finita agli arresti domiciliari, per esempio: chi diceva "ah, vabbuo’", "embè?", e chi "tanto non succederà niente, non ha pagato mai nessuno pe’ ccose pure peggio ‘e chesta, mo’ staje a vede’ che pagano questi? Ma a chi vogliono pigliare in giro?". Ecco: non succederà niente anche stavolta. E allora non si capisce: com’è che altrove c’è ancora qualcuno che pensa si possa fare qualcosa e qui no, anche se l’altrove da cui vengono quelle voci innocenti è al terzo posto nel pozzo-paese per reati contro l’ambiente? Perché, perché qui a te viene di pensare che qualcosa, se qualcosa potrà mai cambiare, cambierà solo con una catastrofe, e che la catastrofe è quella che abbiamo già ora sotto gli occhi e che si può ancora far finta di ignorare solo perché si è messa in moto coi tempi della terra che non sono quelli dell’uomo, che è così cieco che quel che va anche solo di poco più lento di lui non riesce nemmeno a vederlo?
Perché loro pensano che se prendi il primo responsabile della lista hai concluso qualcosa, mentre tu sai che appena togli da lì quel nome ne comparirà semplicemente un altro, e un altro, e un altro ancora?

Passano le facce, passano le fermate. Non vuoi pensare così, non hai mai voluto pensare così, e invece.

Dante
Museo
Materdei
Salvator Rosa
Quattro Giornate
Vanvitelli
Medaglie d’oro
Montedonzelli
Rione Alto
Policlinico
Colli Aminei
Frullone
Chiaiano.

Sei stanchissima. Dopo tutti questi anni ancora non hai capito cosa ti ha fatto di male, questa città che non ami e che pure ti spinge a camminarla piano, quando ci torni, come un incantesimo potente che ti prenda ogni volta occhi e piedi. Ancora non hai capito cosa ti ha fatto e ancora hai la forza di dirle, uscendo dalla metro: ti odio.

Fermata non richiesta (5/?)

venerdì, 14 marzo 2008

Illegali e clandestini appena oltre i limiti del tempo e della geografia.

[G. Tunström, Il ladro della Bibbia, 1986]

*

E poi, insomma, in tutto ‘sto niente s’è fatto settembre. Anche se è ancora estate e ancora siccità, è che ci siamo a messi a camminare sulla mappa e non ci siamo fermati più. Anche senza muoverci. Tipo quel giorno, no, che:

Spari di fucile, lontani. Le pigne che si sbriciolano sotto le suole. Che silenzio che c’è. Poco fa stavo accucciata sotto uno dei pini a leggere quando il treno è passato: il macchinista mi ha vista solo all’ultimo minuto, a metà della curva, ha fatto in tempo a suonare solo per un attimo, solo un fì gli è uscito. Ho alzato la mano, ma era già lontano. Devo cercare di farmi vedere di meno, non vorrei che. E’ stranissimo, comunque, star qui ora che da decenni nessuno di quelli che passano su questi binari si aspetta che ci sia qualcuno. Anche la prima volta, quando abbiamo aspettato il treno, il macchinista si è spaventato, mi sono sentita trasparente, un fantasma. Eravamo lì e non dovevamo esserci, quello sguardo parlava chiaro, anche se siamo veri come erano vere le facce che aspettavano il treno qui venti, trent’anni fa. Già, perché poi chi lo sa da quant’è? Non abbiamo ancora trovato qualcuno che sapesse dirci fino a quando questa è stata una fermata. Lui dice che devono essere almeno trent’anni: quando ha visto il meccanismo per tirare su le sbarre del passaggio a livello (quello coi cavi d’acciaio) ha cercato di ricordare che età avesse nel periodo in cui li hanno sostituiti con quelli elettrici, a occhio e croce.
Un altro sparo di fucile. Cicale. Oggi si sono fatti vedere anche i nuovi custodi del posto. Due gattini e una bella gatta adulta che ci ha un po’ il fare da capostazione. E così ecco cos’era quel mìu che si sentiva qui intorno un mese fa. E poi: le uniche more che si sono viste in questa stagione nel circondario alla fine sono qui, appena all’interno del cancelletto d’ingresso a quel che era il giardinetto della stazione. L’altro giorno, liberandolo da un po’ di sterpaglia, mi sono accorta della S impressa sulla sommità del paletto dei cardini. Chissà chi l’ha fatta fare, e quando.

Ora la strada per arrivare qui è libera, il cancello e il muretto esterno un po’ meno invisibili. Ad un tratto abbiamo iniziato, senza rendercene conto, a prenderci un po’ cura di questo posto e la nostra presenza si è fatta visibile. Non so decidermi se sia un bene oppure no. Poco male: l’estate è quasi finita, ormai, il vento d’ottobre che si alzerà puntuale dal mare si spingerà ancora una volta fin qui e darà una pulita anche a questo marciapiede ingombrandolo gusci di noci, bacche di biancospino e resti di tegole del tetto. Umani, qui? Ma quando mai.

(continua)

Iperergia

venerdì, 15 febbraio 2008

Di primo mattino davanti allo specchio
nudi
che c’è di male a chiedersi
chi sei
che fai
dove dormirai
tra due settimane?

Emigrante, automunita, aspirante immobile.

lunedì, 21 gennaio 2008


Lo vuoi sentire un pezzo veramente ignorante
?

*

 Avevate una vita che non era male: treni, libri, sole, voci, musica. Lavoro, e pomeriggi domenicali di caffè e chitarre sul balcone appena l’aria si intiepidiva quel tanto che bastava, in primavera. Una vita di luci e ombre, pacifica, artigianale e a suo modo colorata. Di fame, di sete, e – per stanchezza – sonno alla sera. Vi muovevate con e per affetto, intorno alle ossa la carne c’era e si sentiva, i muscoli erano vivi e il cibo era rustico, il legno solcato e pieno di nodi ma solido.
Su tutto questo eri carta da parato, tu (tu chi? Io?). Circondata di musicanti, falegnami e meccanici nati, persone che aggiustano, occhi che vedono. Da loro hai imparato la tua direzione, da loro cui non somigli in niente, da loro con cui non avevi nulla da spartire a parte il pane, su una tavola rotonda dell’anima in cui vi nutrivate a vicenda di mani, di frequenze, di visioni. Potendo, avresti passato metà del tuo tempo a sostenerli, questi com-pagni, e l’altra metà l’avresti tenuta per te. Ti sarebbe sembrato equo. Avevate questa vita, no, in cui gli spigoli delle regole erano smussati talvolta dal buon senso e non ancora dalla cazzìmma. C’era questa vita, c’era e ora che ne fai scatole si vede, chiunque passa di qua fa: ma allora è vero che te ne vai. Sono cinque anni che te ne vai, in effetti, ma ora di nuovo c’è che se vére.
 C’era questa vita niente male in cui eri carta da parato e ora che te ne stacchi si vede, compare il muro sotto di te, sotto la tua presenza che è stata. Bianco. Lo vedi persino tu stessa, lo strappo, che credevi di essere sempre stata invisibile o poco meno che trasparente. Ma allora c’ero ti dici, e solo ora vedi tutto quello che eri riuscita a stipare in quel foglio di spazio tra te e la parete: non le cinquantatré scatole, no, quelle sono solo il resto di quello che nei pacchi non ci sta perché non ci può stare.

 Queste luci e queste voci, allora, chissà dove finiranno. Quei gesti minimi di loro quando sono lì e sono musica, gli istanti quasi imprendibili in cui i muscoli del collo si allentano, la testa si abbandona e ad occhi chiusi verso il cielo d’un tratto non sono altro che quello che sentono – dentro e fuori dissolti nel suono che loro, artigiani, fanno – e quelle parole che si vedono e non si dicono, quell’andare di concerto in cui si sa dove mettere i piedi per non calpestare i morti, i tuoi e quelli di chi ti sta accanto, ecco, tutte queste cose chissà dove finiranno. E questa vita da parato non ti stava neanche male, anzi, ti calzava come quel vecchio paio di scarpe da ginnastica sformate che ormai ti sembrano uscite dalla fabbrica apposta per i tuoi, di piedi. Così bene, ci stavi, serena e nascosta, ché sapevi sempre dove mettere i piedi per non essere vista: nessuno si ricordava mai ma dove ti ho visto sebbene occasionalmente contribuissi a rendere piacevole un ambiente. Così.

 C’era questa vita e l’hai lasciata. Il Nuovo, inclemente, ti tira fuori da te. Ci andrai a sbattere e ti ricorderai di avere un corpo e un’ombra, e di dover stare attenta a quello che dici e a quello che sei, soprattutto per non fare del male.

Insomma, praticamente da parato mi passi a cummo’.

T’ingo la ria D’aria

lunedì, 14 gennaio 2008

Cielo bianco, grigio, azzurro e arancione. Che sonno, che nebbia, che foglie, che fili, che trame, che sogni, che segni, che specchi, che allodole, che tetti, che tegole, che tranvate, che tralicci, quanta elettricità, quanti malintesi, quante parole, quanti binari morti. E nuvole, e ruote, e quote, alte e basse, di volo, di pioggia e di neve.

Sull’autobus il finestrino è largo, alto, fa quasi centottanta gradi di paesaggio, gli occhi respirano più che in auto. Quanto in ritardo viaggi rispetto alle parole che ci vorrebbero, che ci vogliono, che senti e che ascolti, ma anche rispetto alle pause, alle autostrade, alle sagome che sfilano sui piani dell’orizzonte? Guardi il vento (eh, guardi) e fai previsioni sulla giornata che neanche un pignarûl per l’anno nuovo, non avverti necessità, guardi un cappellino di velluto marrone che riposa con la visiera che punta verso il cielo, muri senza intonaco, cancelli senza recinzione chiusi e piantati nel mezzo dello spazio di un campo messo a riposo, il ponte ciclabile sul Piave lucido di umidità che scintilla nel sole, intenzioni senza scopi precisi, finestre senza infissi, radici senza suffissi, numeri senza prefisso.
 
C’è questa ragazzetta bionda con il cappuccio del maglione tirato fin sulla fronte che dorme con il viso appoggiato al vetro e le nuvole del Cansiglio sulla testa, lontane. E il cielo verso sud a strappi, a macchie e a veli. E la laguna che xe acqua e tèra, acqua e tèra, acqua e tèra, e acqua e tèra e acqua e tèra e acqua e tèra…

… e da questa laguna di tempo incongruo e pannoso, fatto di aria e di latte, di filologia e cucine, di interlinea a uno e mezzo e vernice per termosifoni, da questo tempo a pezzi dovrà pur venire qualcosa, da questo buco nero che mangia parole dette e scritte, significanti e significati vecchi e nuovi, e odori e colori che disegnano coste di colline e voci amiche, sì, qualcosa, qualcosa dovrà pur venire.

Sei nata vestita. Che il tuo destino sia mica quello di combattere soltanto entro i confini del sogno?

*

Ehi… ma di chi stai parlando?
– Di me, piccere’.
Ah, mi credevo che ce l’avevi co’ mme. Ma quando li aggiusti ‘sti pronomi, ché così non si capisce niente?

Mutando riposa (e muore) (e vive) (e ti schiafféa)

lunedì, 28 maggio 2007

La nazione che distrugge il proprio suolo
distrugge se stessa.

[F.D. Roosevelt]

(ma ok, insomma… ci siamo capiti)

            *

Il vento ha deciso di girare, finalmente, e versare sul cielo un po’ di azzurro.
Salendo ho trovato ginestre e monnezza, papaveri e monnezza, rovi e monnezza. E un cumulo di roba grigia e resti di un fuoco proprio lì, santiddio, proprio nell’esatto punto in cui a notte fonda, tre anni fa, io e mio fratello abbiamo scavato con le mani la terra che ha accolto nel suo enorme e rispettoso silenzio il corpicino della bestiola che più avevamo amato a questo mondo. Emmapropriollì, dico io, e che cazzo. Poi in verità si vede: qui, lì, altrove… non c’è più alcuna differenza.

E’ insopportabile, ormai.

Sto cercando un posto. Un posto dove il cellulare non prenda nemmeno se voglio, dove se succede qualcosa non devo poter chiedere aiuto. Questo sto pensando, mentre salgo la stradina che porta fin là sopra. Ma che so’ ‘sti pensieri? Che mi piglia, oggi? Dovrei andare a casa a fare la valigia, e invece me ne sto ancora in giro. E con ‘ste cose in testa. Mah.

 Dovevo tornare a casa a fare la valigia, in effetti… anzi no, per la precisione stavo tornando a casa a fare la valigia, ero anche arrivata davanti al cancello. Solo che non ho frenato, non so perché, qualcosa mi ha spinto, una pacca invisibile dietro la schiena, tipo, o forse un calcio in culo, non so… e sono scivolata avanti. Fino a finire qui.

(che poi, da quanto tempo non salivo quassù… un anno, forse)

Qui sì, non c’è cellulare che tenga. Stai pure qui, se vuoi, sembra dire l’ulivo all’ombra del quale sto guardando la pianura che stamattina soffocava in un abbraccio di afa e foschia pesante, tanto qua nessuno ti trova.
Dici davvero, albero? – mi sorprendo a dire ad alta voce alzando gli occhi verso il tetto delle sue foglie, attraverso il quale filtra a piccole costellazioni quella parte di cielo dove da nemmeno mezz’ora s’è alzato il Maestrale. E già. Dice davvero. Qua nessuno mi trova, nemmeno volendo, ripeto distrattamente sotto questa specie di minuscola notte verde dalle stelle azzurre in pieno solleone…

ma nessuno proprio. A rigor di logica questo mi dovrebbe preoccupare… e invece no. Senza  collegamento con la matassa di strade che da qui mi vedo sotto i piedi, succede che d’improvviso… mi … sento al sicuro. Sì, è questa la sensazione. Sono al sicuro, se nessuno mi trova. Se nessuno mi trova, allora sono al sicuro. Si ripetono, le parole, e si ripetono, e si ripetono ancora, e ripetendosi mi fanno eco nel ventre per un tempo che mi sembra infinito… finché… l’eco… non inizia… a farsi spazio… spazio… spazio… che si allarga… allarga… allarga… e tanto è largo… che a un certo punto… diventa… un… un fresco… che… mi calma. Calma sì, e calma tutto… i nervi, il respiro, le mani.
Alzo la testa – quand’è che mi sono abbracciata le ginocchia e mi sono accartocciata così, oddio? – e mi guardo intorno. C’è solo vento, ulivi in fiore, cicale… e, dietro le spalle, una pineta che veglia sulla pianura da secoli, e secoli, e secoli… e dove il vento prende la voce potente e banale di una gigantesca carezza.
Ora ricordo che mi è sempre piaciuto venire qui. E ricordo anche perché. C’è che di solito il vento scende, quassù. E’ una mano grande e leggera, come quella di certi intagliatori, che affina, sagoma, sgrezza i pensieri. Anche quelli fatti del legno più stronzo, che si torce e si imbarca. Basta soltanto offrirgli la schiena, e tenere a mente che se lo ritiene necessario non si fa problemi a mollarti qualche colpo di sgorbia direttamente sui polmoni.

Nessuno può trovarmi, e sì. Meno male, aggiunge lui. Ma dimmi tu cosa mai può succedere in un posto così? E ha ragione. Qui c’è solo vento, erba, insetti, e alberi vecchi quanto questa terra di tufo e sole. Invece di preoccuparmi – ma ho già  dimenticato che stavo giusto cercando questo, salendo qui? –  finisce che torno a sentirmi al sicuro. Dovrei correre a casa a fare la valigia, e invece no. Voglio stare un altro po’ qui. A sentirmi al sicuro.

 E’ che forse volevo partire con un altro odore, addosso. Un altro che non fosse quello della monnezza. Fuori da questi confini è difficile spiegarlo, anche quando si tratta di una voce amica che ti sta prendendo in giro con tutta la bonarietà del mondo. Allora capita forse così che uno sta tornando a casa e poi all’improvviso si lascia sospingere, e dice: voglio salire. Voglio vedere, sentire da sopra. Da là sopra, vedere come sembra quaggiù, dove ci muoviamo come batteri dentro la sua ferita infetta (di chi?). E’ che si è alzato il Maestrale poco fa, sì, e adesso nel cielo ha disegnato una linea che lo divide a metà tra azzurro e il bianco sporco di questa mattina.. si vede che sta passando la scopa, una buona volta. E’ di buon auspicio partire col Maestrale, ricordo che mi dissero una volta in un porto molto più a sud di qui. E intanto il cielo si pulisce, e il vento scopre le ferite sulla carne viva di mia Madre. Una grossa libellula verde mi sfreccia sopra una spalla. Ora non scende più, il vento. Ha girato. Quindi sale. E sale da lì. Proprio da lì. E allora dimmi.

Qual è il prezzo di una ferita, di questa ferita?
Che cosa posso fare per te?
Cosa ho fatto fino ad ora?
A un certo punto ho avuto paura, è vero. Ero talmente, talmente stanca. Ora l’odore della tua cancrena arriva anche qui, a zaffate, a schiaffi a mmana smèrza, nel vento.

E cosa mi aspettavo, del resto? Se faccio qualcosa di sbagliato mi prendi a schiaffi. Sei mia madre. E per giunta sei del sud. C’hai la mano pesante, tu, e i tuoi metodi educativi sono sempre stati discutibili, è vero. Ma tant’è.

 Dovrei forse chiudere la finestra per non sentirlo, questo odore alcolico di ferro e carogna che si pianta nella trachea? Sprangare le imposte dei sensi, della coscienza, della rabbia? Ecco, forse così si fa per restare sereni in questo infinito scempio. Ma se lo faccio – senza che ci giriamo intorno – ci saranno altri schiaffi. Se chiudo la finestra e perdo questo senso di rifiuto, il senso del rifiuto, il senso della parola stessa – rifiuto – sento che mi perdo tutto, tutto e definitivamente. Se chiudo la finestra non cambia niente. Se io rifiuto non cambia niente e anzi, mi faccio segno di questo rifiuto. Se rifiuto, io stessa sono un rifiuto: sono il mio rifiuto, e un rifiuto – rifiutato – di questa terra che mi è madre.
Allora è vero quel che dice il Grande Vecchio che vive sull’Altopiano, che dopo il freddo dell’inverno succede sempre, sempre qualcosa che proprio quando stai per tirare i remi in barca viene a scuotere l’acqua e a darti il segnale che è ora di svegliarsi di nuovo: un affetto, un dolore, una paura che ti dice che c’è ancora da fare, che non è ancora finita. E’ difficile crederlo, a volte, in questo caos immobile che non accenna in alcun modo a diminuire, fuori come dentro. E tuttavia.

 E allora tanto vale portarsela dietro, la tua putrescenza. Ché tanto se è tua è anche mia. Tra le mie ferite e le tue non c’è nessuna, nessuna differenza, e allora sì, così si può decidere: continuo con il tuo odore addosso a camminare nuda, di geografia in geografia, a nervi e cicatrici scoperte. Come te, che pure ancora ti mostri sfinita ma senza vergogna del tuo corpo martoriato.

Se non puoi difenderti tu, non lo farò nemmeno io. Quel che ne verrà, verrà. Comunque sia.
Persino nel dolore vedo oggi che si creano – tu li crei, poiché anche se stai morendo la tua fertilità senza freno, tenace, continua a dare frutti – tra i tuoi figli certi misteriosi legami che a loro volta generano altro, altri eventi, altre forze che pure muoveranno qualcosa d’altro, altrove, in forme inaspettate, e ancor più imprevedibili. E questo sì, posso affrontarlo, nonostante la fiducia andata a male, nonostante le distanze, nonostante…

(ahia!)
(eh?)
(e ho capito, ho capito… )
(la valigia, sì…)
(ahia!)
(evvabbemanonc’èmmicabisognodifar…eahia!)

… tutto.

(uffa, però.)

Rewind

mercoledì, 16 maggio 2007

Oh, improvvisamente senti il bisogno di vergare questa cosa su carta: hai sempre pensato che parlare di memedesima fosse una cosa brutta, inutile, di cui quasi scandalizzarsi. Dire io in pubblico, che indecenza. E scriverlo, poi! Una schifezza.
E tutti a dire ma no, ma perché, il mondo intero pensa in Io, serve a pensare, a capire, a spiegare, ohibo’, mo’ non stare a fare la sostenuta. Ma non lo facevi apposta, è solo che avevi questa vita piena di voci. Poi un giorno – non sai nemmeno com’è stato – ti sei detta mo’ provo, e vediamo com’è. Ora, non ce la fai più a tenertelo: è stato un disastro. Non sai che t’è preso, davvero, non sai come hai fatto a farlo uscire dalle pareti del cranio. Doveva  mancarti qualche rotella – che poi è tornata forse a posto, perché poi quel giorno di giugno ti sei sentita l’essere umano più stupido della terra. Ma che ho fatto, ti chiedevi, ed era già fatto, appunto, già tutto fatto che non ci potevi più fare niente, e allora ti sei sentita come il bambino Oskar, o come Billy Pilgrim, e hai desiderato che tutto quello che avevi pensato in Io rientrasse nella punta della biro, tutto tutto indietro, facendo scorrere il film di quei mesi passati a dire Io alla rovescia, dall’ultima parola fino alla prima. Perché il guaio con le parole è sempre quello, che non sei più lo stesso dopo che le hai dette o scritte o ascoltate, tutto cambia, non è più la stessa cosa di prima. Nel caso specifico, che guaio è stato: si sono spalancate, e hai scoperto la vastità del microscopico mondodidentro, la parola Io era solo il minuscolo passaggio che portava… dove? Boh, forse a quel tout se tient che ti sembra tenere misteriosamente in piedi il microscopico edificio della tua esistenza da ginestra. Che alla fine, poi, era solo quello che il tuo io voleva raccontare: non i fatti, non le cose in sé, ma il modo, la forza che a un certo punto le metteva tutte insieme a formare qualcosa d’altro, di nuovo, di vivo e di… solido. Che sta in piedi. E invece no. Alla fine, che pasticcio. L’informe matassa del tuo tout se tient ha un senso solo per te, solo tu vedi da dove parte e dove arriva, e come si trasforma. E soprattutto, nella parola Io non ci sta. Non ci entra. Io non è solo io. Io è una rete, di voci e di gesti, di cui solo incidentalmente io fa parte. Io sul foglio è un collo di bottiglia di te che sei intera, in intero che non ha gli strumenti per riassumersi. Ma tu hai spinto lo stesso, più che hai potuto, per far passare quell’intero grosso come te per un buco largo quanto la punta di una biro ed ecco, ecco il pasticcio. Intanto, dietro quella porta così piccola ci hai trovato la mappa del mondo delle congiunzioni, dei legami, delle forze tra loro opposte che, opponendosi a loro volta alla gravità, fanno sì che tout se tient, sicché alla fine parlare in Io è stato tentare di muovere i primi passi nell’immenso territorio delle congiunzioni. Io e.
Che casino. Non ci hai capito più niente. Per mesi hai camminato a tentoni, lasciandoti guidare da una voce che da chissà dove ti portava chissà dove, e sì che non sapevi nemmeno bene di chi fosse, quella voce. Ma ormai c’eri, e allora.

 Poi un giorno, una notte, è spuntata la Luna. Alla sua luce ti sei vista i piedi, e hai visto la strada. E hai gridato. Perché in Io avevi sbagliato tutto, credendo alla voce, che poi era la tua, che diceva che andava tutto bene mentre in cuor tuo sapevi anche se speravi, speravi, speravi. Tutto sbagliato. Ancora e ancora. Guardando l’intero, quel che era passato per il collo di bottiglia della punta della penna era niente più che un ghirigoro informe, un lungo serpentello di dentifricio lasciato lì a seccare. Avevi creduto che. Avevi pensato. Eh, ma cosa avevi avuto il barbaro coraggio di pensare? Che Caporetto, mamma mia. Io non sono quello, hai gridato. Io. Non sono. Questo. Che ho scritto. E allora, non sai come, hai capito: la differenza tra parlare in Io e essere io. Che sono due cose diverse, questo hai imparato. E allora hai detto: non lo faccio più, non lo faro mai più. Io non è quello che scrivo. Io sono intera. Scrivere è un’altra cosa. Non sai cosa, ovviamente, ma insomma. Quindi adesso, quando parli in Io, non sei tu che parli. Di te, adesso, qui non c’è più molto. Qui si parla in Io, ma è sempre le congiunzioni che intendi. Non te.
Il tuo piccolo te… è una cosa di cui c’è molto poco da raccontare. A meno che non si voglia far finta, come ha detto.. chi l’ha detto? Far finta che sia, la vita, una storia che si può raccontare.

 Che come glielo spieghi, tu, a lui, a lei, a te, che cosa significa toccarlo, il resto, l’altro, toccare le cose, le persone, toccarsi fra esseri umani, con la voce, con le dita, accarezzarsi il viso come ciechi, perché così spesso ti ritrovi cieca in questo groviglio di corpipensieriparole di cui non capisci niente e che è intero anch’esso e che è l’intero che ti contiene, davanti al quale non sai far nient’altro che arrenderti, aprirti e infine vuotarti come il recipiente che lui un giorno ti ha fatto scoprire di essere, e così scorrere sulle cose, gocciolare come acqua, e sfiorare, e filtrare, per capire, o almeno provarci, per tentare di ri-conoscere, distinguere, e infine forse conoscere, un giorno, magari chissà. Ma anche no.
Come lo spieghi, questo? Come lo spieghi cosa vuol dire mandare un sacchetto di mandorle – che hai colto con le tue mani sfregiandoti le braccia – a ottocento chilometri di distanza solo per dire grazie perché mi fai sorridere, come lo spieghi che cos’è un inverno passato a macinare chilometri non per l’impresa in cui ti eri gettata, ma per la persona con cui avevi preso l’impegno di portarla a termine? E le Voci, all’ufficio postale, al bar, in quel treno lungo come l’Italia intera che nonostante tutto ancora sa di sudore e a ogni regione cambia lingua, colori, fisionomia? Ma veramente, parliamone, come si spiegano le volte in cui, appena arrivata, hai sentito parlare un idioma mai sentito prima e – incredibile! – hai capito il senso di quel che veniva detto pur non avendone compreso una sola parola? Come pensi di poter spiegare i sogni, i segni, i tremori, la gioia del tornare a far scorrere la mano sulla carta senza dolore e la cicatrice, come la spieghi, quella, che la ringrazi ogni volta, ogni santissima volta che le dita si stringono di nuovo intorno alla penna? Far finta che sia una storia da raccontarsi – così si fa, forse.

Ma se non si sbroglia prima questa questione dei pronomi… no, non si può fare. Proprio no.

Riflettiamoci, su

mercoledì, 9 maggio 2007

Che poi ci puoi girare intorno quanto vuoi, ma poi alla fine basta, il perché diventa solo una perdita di tempo. L’analisi logica non ti dice perché una frase ti piace così tanto che non smetteresti mai di ripeterla,

[ Ài da stâ dentre al tiô vuoe par jôdeme ]

e intanto magari ti fa distrarre dalle parole, dalla voce che le pronuncia, dal viso che guarda un po’ qua e un po’ là e dalle mani che si muovono nell’aria mentre la voce, la voce parla. E poi ti concentri, allora, ti concentri tanto che nella voce ti perdi, la lasci entrare dalle orecchie di spugna che la assorbono, come sempre, come ogni volta che riesci a non distrarti, come ogni volta che ti dimentichi di averne anche tu una, di voce, ché poi se pure ce l’hai non la vuoi sentire perché tanto non serve – se parli non senti, e se non senti che parli a fare? – però poi ti dimentichi anche che in teoria ci sarebbe un tuo turno, il tuo turno che serve a non mandare in pezzi il ponte d’aria su cui passa quello che vi dite, ma te lo ricordi quando è tardi, quando sei ancora lì che stai dando alle sue parole il tempo di attraversare il mare di punti di sospensione che vi separa………… e intanto il momento è passato, l’hai mancato perché diciamo la verità, come glielo spieghi che un ritmo unico per tutti i discorsi non esiste e che anzi, ogni volta che si apre bocca se ne crea uno diverso?… così lo guardi mentre ti guarda, che lui ha finito di parlare ma tu sei ancora lì che aspetti le parole arrivare fino in fondo al ponte, fino in fondo alla pancia, e allora anche lui lo vede, il mare di punti di sospensione, te lo vede in faccia ma non sa che è normale e allora ti fa vabbuo’, andiamo, va’, e tu lo senti che sotto quel vabbuo’ c’è un pugno nello stomaco del tipo oh, guarda però che stavo parlando con te, e che cazzo. Ma tu sei veramente, ma veramente tutta scema, allora: pensi che delle persone non ci capisci una mazza e la cosa, in verità, non ti dispiace mica, anzi, perché barcamenarti tra errori e tentativi in qualche modo ti piace, ti tiene sveglia e ti fa sperare sempre che la prossima volta, forse, ecco, se stai più attenta magari andrà meglio. Perché intanto che lui aspettava la risposta tu lo assorbivi parlare e a te intanto tornava in mente la forma di certe foglie e ti dicevi ecco, questo qui è proprio come quella foglia lì, di spaccasassi, tutta storta e nell’insieme assolutamente perfetta, e chissà se anche lui quando ci si mette è capace di romperli con tutta la calma del mondo, i sassi, mi sa di sì. Lo vogliamo dire, e diciamolo, che ti piace non capirci un tubo con le persone, e che proprio perché non ci capisci niente stai sempre lì a paragonarle agli alberi, alle piante, agli insetti. E ti piace anche stare in silenzio mentre loro tirano fuori quello che hanno da dire – dare – anche se poi manchi di parlare al momento giusto pur avendo qualcosa da dire pure tu – che poi che significa avere qualcosa da dire? – e anche se loro ti prendono per… boh, per cosa ti prendono? Maleducata? Rincoglionita? Stupida? Una via di mezzo tra le tre, forse. Vabbe’, ti dici sempre, non fa niente, ma chissà che qualche volta uno dei tuoi silenzi non ti privi di una delle prossimevolte in cui riponi la tua fiducia… che chissà quante te ne ha già tolte, senza che nemmeno te ne sia accorta. Come se non fosse già abbastanza ridicolo andarsene in giro con tutta quella roba verde in testa, invece che con pensieri di senso compiuto che non facciano credere a chitistadifronte che non lo stai ascoltando. Che poi se non gli rispondi è proprio perché lo ascoltando da capo a piedi, dalla voce al corpo, accidenti a te.
Ma lui non lo sa, e allora forse ci resta anche un po’ male, mentre tu sei lì a sentire la paura che lui ti stava raccontando fissando il cilindro di monetine che ha appena costruito. Ma chi lo fissa, il cilindro, tu o lui? Tutti e due, dannazione, e ci sei, scema, allora… no? Sì. Veramente sì. Che poi dopo te ne accorgi, ti molleresti un ceffone da sola, e il resto ti si strozza lì. Provi a sorridere ma poi insomma… sarebbe meglio di no. Il momento pesa, s’ scassa, passa, e tu pensi ancora: mado’, non ci capisco niente, non ci capisco VERAMENTE niente. Poi ti guardi intorno e furtiva, piena di vergogna, ti ascolti dire meno male, mentre il pensiero va in frantumi, fucilato da quell’attimo di silenzio che forse non avrebbe dovuto essere. Ma perché, poi?

(sì, c’è eco qui dentro)