Articoli marcati con tag ‘sguardi’

Noisy pink bubbles / Signal to noise

lunedì, 6 giugno 2016

And you, make all my words go away.
And you, take all my time.
But you, make all the hurt go away
and all I can say it it’s day after day, all I know.

*

Pop!

Chi siete? La lingua non mi aiuta, la clorexidina mi sta mandando a puttane il senso del gusto, soprattutto nel parlare.
Succede che non capisco cosa ci sia da capire in queste bolle di rumore che le voci umane sono diventate in questi ultimi anni, che esplodono a caso, senza ritmo, eccheccazzo, chi se lo immaginava che persino le bolle di sapone potessero fare tanto casino? Se leggi ad alta voce non sai come andare a capo, è tutta una sequela di comesonobello, dovesonostato, cosahomangiato, dichisonoamico, rumore bianco sempre uguale che mescolandosi all’uguale degli altri si riproduce interminabile per sequenze di attimi che in un momento diventano decenni, è la timeline di un pensiero che ha rifiutato il circolo del ciclo per potersi sentire finalmente appagato dalla sua stessa violenta ripetitività, sempre avanti, sempre mai visto, uao, tenuto in vita dai tanti piccoli pop!, infiniti orgasmini rosa di novità, rumore di una frazione di secondo che oh, guarda, mi hai svoltato la giornata.

Pop!

Così mi levo un dente, e col corpo che reagisce alla perdita di un pezzo me ne vado per idee, cammino per strada e ascolto ma non mi viene in mente niente, poi giro l’angolo e il caso mi fa incontrare Sonia, con quel bellissimo pancione le avevano detto che non doveva essere, e per quello stesso pancione due mesi di preoccupazioni orribili sulle spalle, sola, che cerca di tenere duro mentre le settimane passano e le notizie non arrivano, o arrivano confuse, brutte, imprecise, col fegato che cade a pezzi e altri due bimbi per i quali dover continuare a tenersi in piedi, e poi ecco, una telefonata, quella telefonata, il genetista che dice è tutto a posto, signora, è tutto a posto, e lei che esplode, deflagra, e io che faccio appena in tempo ad abbracciarla e a tenerla, e a piangere insieme a lei, un’estranea per la quale mi viene in mente adesso tutto, che è esplosa in un’armonia di singhiozzi da diaframma rotto che arrivano fino alle montagne e che nemmeno la buonanima di Nusrat Fateh Ali Khan, cazzo. E mentre la sua musica richiama dal silenzio altri canti e altre armonia,

Pop!

dal bar di fronte emerge la concitazione di due tizi sulla quarantina che conversano di quello che hanno letto sulla timeline di qualcun altro, commentando, supponendo eventi, sentimenti, ragioni, quasi divinando questo solco della moderna chiromanzia che per ottenere i suoi responsi non ha nemmeno più bisogno che la mano in esame sia fisicamente presente. Allora ritorno a Sonia, alla musica del suo pianto e mi ci aggrappo, mentre andiamo al bar e insieme ci aggrappiamo a un bicchiere d’acqua fresca che gentilmente lava via l’ondata di piena dell’emozione ma mantiene il segnale a livelli di purezza inaudita, cancellando col cristallo un paio di sorsate tutto il rumore intorno e il disgusto per esso che provo da quando me ne sono staccata.

Send out the signals – deep and loud.

Sì, perché tanto non fa niente.
Il rumore non fa. Niente.
Non crea. Non distrugge.
Disturba, forse, ma non fa.

And in this place, can you reassure me
with a touch, a smile – while the cradle’s burning?

Pop!

Me ne vado per idee, e nel niente mi torna in mente tutto. Il tempo di un incontro casuale e quattro chiacchiere: una sentenza di morte, poi una di vita, e sotto il sole il rumore sottile dell’internet che parla ma non dice.
E che non fa niente.

Receive and transmit.

L’aria ha cantato, cazzo.
E dopo tanto tempo, nel contatto con un altro, ho detto io.

E non fa niente.
Non mi fa niente.

Il rumore che genera paralisi e silenzi non mi fa niente.
So ancora toccare, parlare, ascoltare. Ricevere e trasmettere.
Non era finita.

You know that’s it.

La voce guarisce.

Grazie, Sonia.

(f) ramment’azioni

martedì, 12 maggio 2015

Onora il pare e l’amare.

*

Ciao, occhi grigi. Dove eravamo rimasti? E’ difficile riprendere i discorsi che sono stati: tanto hanno cambiato aspetto il tempo e il suo fluire che credo ormai di dover dare per passato tutto il linguaggio, tutto il dire e l’immaginare che allora erano frutto di quelle precise stagioni, ma che ora hanno mutato ancora una volta forma, sostanza… persino l’odore stesso della voce che li aveva fatti venire al mondo. Lontano dalla carta e dalla forma scritta tutta, quel tempo e quelle parole si sono infilati in altri strati di vita fino ad evolversi chissà come, chissà dove, in chissà quali altri contorni. Cioè, voglio dire, non posso più parlare le parole di allora, così tanto vale riprendere da qui, dal consistente vuoto del vocabolario che ho adesso: meno ricco, forse anche più legnoso o… non lo so, comunque diverso, ma non per questo meno irrequieto.
E così. Occhi grigi, amici, che bello rivedervi, anche solo per telefono. Allora ero per esempio così inutilmente piena di silenzio che non penso di avervi nemmeno mai detto quanto mi piacesse andarmene in giro a camminare e guardare il Fuori insieme a voi (ché eravate tanti, ‘cidenti). Dato che non credo e non ho mai creduto al concetto di lasciar intendere (se lo lasci, cazzarola, come si può afferrarlo, un senso?), non credo di averlo mai lasciato intendere, quel desiderio di vedere insieme, facendo così andare perduta una cosa così, semplice semplice, né brutta né bella, soltanto che c’era, oserei dire di averla pensata addirittura vera. Era così vero che mi piaceva stare insieme a voi, che mi ci sarei potuta prendere a schiaffi, con quel senso, che poi era il tatto, che poi però in quel periodo si era messo ad abitare nel naso. Ma vabbe’.
E forse è per questo che oggi torna a saltarmi addosso – che poi è dentro – il vostro colore. Vi parlavo così tanto, da dentro, che adesso che mi è scoppiata la voce in gola mi è venuto naturale parlarvi a voce alta, così come non penso di aver mai fatto all’epoca – che poi è ancora adesso, due minuti fa, dieci momenti or sono al prossimo giro di lancetta. Mi fa sorridere oggi il pensiero di me che allora mi dibattevo tra ascolto e parola, tra silenzio e decenza, quando in questo frattempo mi sono aperta così tanto da riuscire a vedermi anche dal difuori, mado’, tipo come quella volta che mi avevate visto pure voi e me lo avevate mostrato e io ci ero rimasta di cazzo, proprio, che non ci potevo credere in nessun modo quanto in quel riflesso fossero vicini il didentro e il difuori che io credevo così lontani all’interno dei miei sgualleriàti confini, e invece erano separati solo dalla distanza di una pelle… che, per quanto ciccia potesse essere, alla fine sempre solo una pellicola era.

Era tutto un film, ok, ma il frigorifero ci sta per questo: leviamo ‘sta pellicola, ecco la forchetta, buon appetito, piatto pulito. Mi piacevate, mi avevate messo al mondo una fame, e di quell’appetito siete stati i genitori. L’avete nutrito e così è cresciuto finché non s’è fatto grande e se n’è andato per la sua strada, come una freccia di luce lo avete tirato fra le nuvole con l’arcobaleno che portavate sempre sulle spalle, pronti a scoccare, a scattare, coi piedi e con le dita che avevate fin dentro i nervi ottici. Non siete stati un’illusione, lo so. Del resto siete ancora qui, oggi vi ritrovo, e solo per questo io…

Elogio del tempo medio – che non è vero che non c’è più.

martedì, 18 settembre 2012

 

 

La mezza stagione non è una sequenza di temperature, né di eventi atmosferici, né di medie stagionali. La mezza stagione è una luce, e niente più. E’ il peso di quel tempo arancione che trascina il sole più in basso, e sotto il quale le cose mutano prendendo sagome più oblique e mostrando il fianco, le pieghe, le punte e le rotondità prima appiattite dal bianco accecante dell’estate. Anche l’aria, nei polmoni, si fa più spessa, con gli odori che virano verso il sentore appena alcolico e caldo di una maturazione avvenuta, passata, che risveglia dietro la nuca una silente voglia di scorta, di credenza piena, di parole vecchie ma ancora intatte come una tovaglia della nonna. La prima torta di mele della stagione a venire, il profumo delle noci nell’impasto e il primo freddo al mattino, i caffè che si allungano, una bimba che ancora non parla ma canta, e ride passeggiando nelle foglie secche lungo il ciglio dei marciapiedi per la prima volta nella sua esistenza. La mezza stagione, sì: frusc-frusc, come dice lei. E un sole riflesso che, in qualche modo misterioso che sa lui, dice di più di quello fuori dalla finestra.

Ti con zero.

giovedì, 26 maggio 2011

E ora?

Teròna, just keep going.

giovedì, 1 aprile 2010

Ma ‘ndove xe che ti sìe finìa?

*



[Ernesto Calzavara, da Le ave parole, 1984]

*
 
   No, niente. E’ che nel frattempo, di stazione in stazione, cercavo la mia. E così sono andata a stare da un’altra parte. Sto invecchiando: ho voluto con tutte le mie forze un pezzetto di terra con cui fare una mente, accanto al letto. Come il nonno. E allora…
Adesso la mia porta si apre su una strada non finita, e la finestra davanti alla mia scrivania dà sul cartello che segnala il punto, no, la linea, il taglio nella tela del paesaggio oltre il quale la strada non può più andare, finisce, e c’è l’asfalto tranciato di netto che forma il gradino di una scala che per salirla o scenderla – transitivo è bello – basta un solo passo. Se scendi c’è un infinito di terra, intero, senza tagli o strade in mezzo. Se sali ci sono le case, una zona tranquilla, giardini belli, il vicino anziano che fa dieci chilometri a piedi al giorno. Finisce la strada, inizia il campo, enorme, l’ultimo vuoto che resta in questo larghissimo rettangolo di case, che buffamente non può penetrarlo ma soltanto fare da orlo all’immane testimonianza dell’immane testardaggine di un contadino che no, proprio non vuole vendere. Durerà ancora per poco, lo so, ma intanto questa enormità vuota di cemento è piena di girini dentro stagni pieni di avena sterile e lepri e gatti e cimici e sassi e zanzare e macaoni. Finisce l’asfalto, comincia il resto. All’altro capo di questa enormità, in fondo allo specchio, c’è il tronco di strada gemello di questo, cui un giorno dovrà congiungersi: l’assedio dura ormai da anni, è un punto scucito nella trama efficiente del piano regolatore, ma già so che questo cartello prima o poi se ne andrà, che lo scalino sull’enormità di terra morbida e grassa verrà cancellato e il taglio ricucito, e così mi attrezzo per serbarne memoria allo spuntare del primo cielo limpido.
Abito, mi sembra, per qualche tempo ancora su una soglia, alla sera la mia è l’ultima finestra illuminata prima del salto nel buio della terra nuda, l’ultima luce prima dell’altra parte. Per qualche tempo ancora questo mi sembrerà un casello, a guardia di un minuscolo passaggio di livello nel paesaggio di questo minuscolo circondario. L’ultima casa, dice in effetti il vicinato: ah, piacere, allora siete voi siete quelli dell’ultima casa? Sì, siamo quelli che stanno alla fine, o all’inizio, tanto è uguale, comunque lì, vede, dove poi un giorno si mischieranno da capo tutte le direzioni, e chissà cosa succederà. Noi siamo quelli che abitano sulla soglia dello spazio in cui il paesaggio presto o tardi cambierà.

No. Mi no me la voglio sparagnar, la vista del fora par vadar solo drento. No.
Strade che no se sa dove finisse ghe n’è ancora.
Dapartuto.

*

Ma dove vivo io il cemento è diventato come il mais nell’Unità d’Italia: un’accumulazione primaria di territorio… per la quale non ci chiediamo neanche se esistono delle alternative.

*
– Perché non sei venuta a salutarmi?
– Perché è successo di nuovo. Mi avrebbe fatto male.
– Ma io non voglio mica farti del male. Non ho mai voluto fare male a nessuno, io.
– Lo so, ma non puoi. Sei una Voce, succede e basta, è il tuo mestiere. E’ come il mais nell’Unità d’Italia: uno non si chiede nemmeno se ci sono delle alternative.
– Ecco. Ma no va mica ben.
– Be’, sì. Perdonami, sarà per un’altra volta.
– Aspetterai che diventi vecchio?
– No, dai. Mi farò semplicemente coraggio.
– Come quell’altra volta. Brava.
– Eh.
– E allora?
– E allora che?
– Com’è andata stavolta?
– Ma niente. Ti ho odiato, di nuovo.
– Perché?
– Due motivi. Uno: sapevo che dopo, cioè adesso, saresti venuto a rompermi le palle. Due: per il cemento, e la differenza tra abitare e risiedere.
– Eh… cosa.
– Niente. Su queste cose avevo già iniziato a rimuginare, a masticarle. Giorni prima, già un nel po’ prima di ieri.
– E…?
– E chitemmuort’, vabbuo’? Arrivo, e trovo ‘n’ata vota che tu l’hai già detto. Prima, meglio e comunque in un modo che mi fa mettere a fuoco quello che cercavo di dire.
– Ussignùr. E che c’è di male? E’ tanto brutto?
– E sì, cazzarola, sì! Non ce la faccio più, arrivi sempre prima tu… ma non è perché arrivi prima… è perché così non ci arrivo mai da sola. Mi fai imbestialire, perché io sono lì che ci lavoro giorno e notte per mesi, e poi voilà, arrivi tu e finisce, tu hai già segnato la strada. Così non riesco mai a sapere se ci sarei arrivata o meno!
– Mariavergine…
– Certe volte penso che farei bene a non venire più a cercarti. Se so che sei da qualche parte che posso raggiungere, girare al largo. Smetterla, anche con questa storia che mi hai aperto il cuore.
– Seh. Sono così tanti anni che lo ripeti senza dirlo. Questo vuol dire che non me lo dirai mai.
– Può darsi.
– E non ti vergogni?
– No. Qui posso non vergognarmi della verità, come quando sto con le mani e le braccia affondate nella terra, che posso sporcarmi senza sentirmi in colpa.
– Uh, che pensiero da nonna, questo.
– Lo diceva mio nonno, infatti.
– Va bene, sì, mi hai odiato anche questa volta. E quindi?

*

E quindi è successo che ho deciso di restare qui. Faccio cose da abitante, ecco. Mi lascio assaggiare dalle mosche, bruciare dal sole, attraversare dai lombrichi, che mi ingurgitano e poi mi cacano via, fertile e rinnovata. Sì, sto facendomi terra. E poi bevo acqua di rubinetto e dalle fontane pubbliche, passo interi pomeriggi a cercare di fotografare fiori di una piccolezza estrema, predìco l’arrivo dei papaveri e nessuno mi crede. I residenti mi guardano un po’ male perché sono l’ultima arrivata, ma chissenefotte.

*

Ieri ho attraversato il passaggio, sono andata oltre il segnale di FINE DEL MONDO: è lì che abitano i papaveri che fra poco verranno, e siccome lì non c’è cemento né asfalto a sostenere le suole delle scarpe nessuno ci va mai, e così nessuno sa che fra poco il grande campo al centro di questo piccolo circo massimo di case si colorerà del rosso più bello che l’Italia conosca sui suoi prati. Inizierà prima disegnando costellazioni mai viste prima, e poi alla grande mente del mondo cascherà il secchio, sembrerà un incidente – sembra sempre un incidente per quanto è improvvisa – questa colata di rosso che per tanti giorni cambierà la luce, dell’alba, di tutte le ore del giorno e della sera, fino al tramonto, dopo il quale andrà in quiete fino al mattino successivo. Faccio cose da abitante, dicevo, e vado a vedere cosa c’è oltre il cemento e vado a vedere cosa si vede da lì, del centro dell’altro piano del paesaggio, quello senza cemento, solo per capire com’è. E poi sto qui, sto qui e non mi sposto. Faccio la pianta e la terra, prendo le misure della luce del sole e non vado da nessuna parte: quando c’è il sole sto al sole, e quando arriva l’ombra sto al fresco. Una coppia di passeri mi sta alla larga ma mi studia. Sento il frullare dei loro piccoli voli prima alle mie spalle, poi a destra, poi laggiù (dove?) in fondo, poi sulla grondaia che ho appena sopra la testa. Guardo le nuvole passare, ascolto le voci dei vicini e il rumore che fa quando alzano e abbassano le zanzariere. Da lontano, il treno in corsa e il vento che fa danzare, morbido, il campo coperto di coda di volpe.

E’ vero, per la miseria: fare l’abitante è un ca-si-no.

*

– Ecco. Tu te ne vai in giro a pisciare sulle rotonde, io a farneticare ad alta voce nei campi.
– Continui a parlare da sola, quando sei in giro?
– E sì. Non me ne accorgo neanche, a volte, non lo faccio apposta.
– Sì, lo so. A me capita nelle stazioni.
– S’è alzato il vento.
– Sì. Sai dove sono stasera?
– No. Dove?
– Non te lo dico, scoprilo da sola.
– Senti…
– Cosa.
– Perché continua a succedere? Voglio dire, perché la tua voce non mi lascia in pace?
– Non lo so. Dovresti chiedermelo, un giorno o l’altro.
– Mi risponderesti?
– Non saprei. Io non sono mica io.
– Eh.
– Ma poi perché? Perché non vieni mai, quando ci troviamo a un passo di distanza?
– Non…
– No, lo sai.
– …
– …
– Eh, vabbuo’, occhei, sì: mi vergogno.

(continua)

Voce del verbo: légami.

martedì, 16 febbraio 2010

Le vigne a braccia aperte, il cielo da neve misto alla lana arancione del sole dell'alba, e i lampioni ancora accesi nel chiarore del primo mattino come stelle di paglia che contornano rotonde e incroci. Nei sogni si intrecciano dita grosse di meccanici con unghie e rughe di metallo, e dita sottili di musica innervate di nylon. A turno stringono, trattengono, afferrano, carezzano da dentro o battono da fuori. Il fondo dell'inverno ha di questi segreti invisibili, che stanno nel fruscio dei polpastrelli sulle corde di una chitarra lontana milioni di anni luce che suona di quei momenti in cui le vibrazioni della carne sono così deliziose da fare male, come il passaggio di una piuma affilata, lama e ala, un attimo di quelli che restano piantati nei nervi fino a farli impazzire fino all'ultima fibra. L'inverno profondo ha i suoi segreti invisibili che si possono anche dire ma mai mostrare, momenti di ghiaccio che offendono i sensi, abbracci senza memoria, gelate che tagliano le ginocchia, duri e senza appello come la gelosia dei bambini, come il sussulto dei muscoli ad ogni più piccolo rumore della nuova casa di cui ancora non hai imparato a riconoscere la voce. Il segreto invisibile dell'inverno è il silenzio che ovatta di botto le orecchie quando la ventola del processore smette di girare, il fruscio del treno che passa cinquecento metri più in là, quella specie di saluto senza voce che si dà con lo sguardo a quel che ci sta intorno prima di andare a dormire. I segreti invisibili dell'inverno sono interstizi, intercapedini che tengono in piedi tutto, onnipresenti al punto che nessuno più li distingue dallo sfondo, come i pronomi. I segreti dell'inverno sono i legami e il loro mutare muto, innocuo e totale.

Delle forme del pudore: la goccia di vetro

giovedì, 17 settembre 2009

Tu eri una goccia di vetro
ma io avevo mani da badile.
Non ci siamo mai salutati su quella collina
dove l’aria e il vento che avevi dentro
sono tornati nel blu
insieme a tutto il resto.

Delle forme del dolore: Frammento

domenica, 30 agosto 2009

Delle forme della memoria (2/3)

The day you went away
you had to screw me over,
I guess you didn’t know.
All the stuff you left me with
is way too much to handle,
but I guess you don’t care.

You don’t need to preach,
you don’t have to love me all the time.

Whatever on earth possessed you
to make this bold decision
I guess you don’t need me.
While whispering those words
I cried like a baby
hoping you would care.

You don’t need to preach,
you don’t have to love me all the time.

You don’t have to preach
all the time
.

[The Gathering, Saturnine, 2000]

Il posto delle Voci

mercoledì, 29 luglio 2009

Del concetto di setteddieci del mattino

Ci vado ogni volta che posso, dicevi una volta, anche se sarebbe più giusto dire che ci torno.

Passano gli anni e succede ancora, e continuerà ad accadere. Di nuovo, e ancora, e ancora. Da questa soglia, da questa cicatrice sulla pelle della terra che fa da ponte tra due regioni, due fiumi, due lingue, duemila morti e altrettanti vivi, due epoche e un’infinità di silenzi, non te ne andrai mai più, che tu decida di restare in questa terra per tutta la vita o meno. Come da quell’altra soglia, quella sulla quale sei nata. Continui a restare incastrata in questi punti di passaggio tra paesaggi e non sai perché, fino a confonderti con essi. Sei il filo d’erba senza nome sui prati che precipitano a valle dal Pra de Salta, mentre prendi le misure e segni il punto preciso in cui siedi, così, a sentire l’aria delle sette e dieci del mattino. Ecco: un puntino grigio di grafite sopra il foglio 21 della Carta Tabacco. Chiudi gli occhi, rilassi i muscoli della schiena e ti lasci inchiodare ancora un momento dalla dolce spinta della gravità sull’erba grassa di pascolo, fradicia di rugiada e intrisa dei ronzii di milioni di minuscole ali. Ma è tutto capovolto, in realtà, e tu sei attaccata a una parete sospesa sullo spazio. Dovresti cadere nel cielo che hai sulla testa e invece, puntino grigio sul foglio 21, resti invisibile e pacificamente, serenamente incastrato qui: dove gli uomini passano come fili d’erba, le vacche fanno latte e spezzatino, le nuvole scendono sul lago a farsi nebbia, e le frane diventano foreste di larici.

Mentre fuori le ginestre

domenica, 14 giugno 2009

(e dentro un gran casino)