Articoli marcati con tag ‘riastartha’

Massipuò?

giovedì, 5 Ottobre 2006

Si può dire che ti ho sognato se ti ho sognato, si può dire che ti ho pensato se mi sei tornato in mente proprio in quel momento, si può dire che vorrei scriverti se ne ho il desiderio, si può dire mi annoio se mi annoio, si può dire mi manchi se nel mio linguaggio c’è un buco, si può dire sono felice di averti incrociato sul mio cammino se un’ora in strada con te mi ha riempito il cuore, si può dire bentornato se sono contenta di risentirti, si può dire mi fa male la mano se scrivere mi provoca dolore, si può dire non voglio tornare a casa se tornare significa scoperchiare una tomba, si può dire non me ne frega un cazzo se è proprio d’un cazzo che mi frega, si può dire ti ho cercato se in un sogno non ho fatto altro, si può dire che tutto il mondo e le parole degli uomini stanno dentro una foglia di betulla se i miei occhi (non c’è bisogno che mi ricordi che ero senza occhiali) hanno visto questo e non altro, si può dire che è stato difficile se ci ho lavorato con tutta me stessa per mesi e mesi senza riuscire a portarlo a termine, si può dire mi piacerebbe lavorare qui dentro se qui ho conosciuto qualcuno che mi sembrava valer la pena di, si può dire che ho sonno se non riesco a tenere gli occhi aperti, si può dire che non ne ho se voglio restare sveglia, si può dire per favore siediti un attimo qui se non riesco a stare sola, si può dire lo penso se lo penso, lo so se lo so, si può proferire verbo quando mi sembra che una cosa si possa dire anche se non c’entra, si può dire voglio uscire quando è di aria e sole che ho bisogno, si può dire mi piace studiare quando se, potendo, non smetterei mai, si può dire ho paura quando le parole muovono guerra?

Attesa

venerdì, 15 Settembre 2006

Uff’. Boh. Mah. Mattina. Matinée. Mattatoio. Matti. E matto. Mattone. Mattonella. Mattutino. Mattinate. Martina. Marrùzza. Martedì. Mercoledì. Giovedì. E venerdì. Venere. Luna. Acqua. Caìgo. E treni. Stazioni di transito. Caserta è una stazione di transito. Sul ciglio dei binari che l’attraversano sono nata e cresciuta. Ci affondo le radici. Radici di ferro, che sono binari. Scambi di ferro, che sono parole. Parole di ferro, che sono ponti. Ponti di ferro, che scavalcano fiumi. Fiumi di ferro, che sono stazioni. Stazioni di ferro, perdute nei vuoti delle cartine. Vuoti di ferro sulle cartine, che sono impresenziati. Presenze di ferro nei vuoti delle cartine, che sono case cantoniere. Cartine di ferro, che sono errori degli uomini dove sono vuote. Ferro sulle cartine, che fa rumore che viaggia sulla pianura. Linee di ferro sulle cartine, che sono strade di voci odori e attesa. Attese di ferro, come in stazione, come qui. Ferro che quando l’attesa finisce è volo radente, e strada che entra e che esce dagli angoli del mondo di carne degli uomini. Cervelli di cemento, che sono muri affacciati su un mondo di ferrocarne che non li tocca. Un mondo lungo e largo, dove ferro e carne sono tra loro leali e solidali, e fabbricano viaggi. Ferro, ferro e ancora ferro, caldo come carne.

 Con lo sguardo abbiamo chiuso, dicono, e bestemmiano. Dove l’ho letto? Non me lo ricordo. Bestemmiano, comunque. E calpestano. Con i piedi passano sugli occhi di chi cerca di vedere. Di chi una lente per vedere il mondo non ce l’ha, e non l’ha mai avuta. In generale, calpestano. Ma guardano in aria. C’era una volta. E adesso cosa c’è? Adesso c’è un professore che non arriva, e voci nei corridoi. Ci mancavano le mappe satellitari, ci mancavano. Voglio denunciare GoogleEarth.

Di cipolle (e altri tondi)

giovedì, 10 Agosto 2006

In alto piena
dentro nuova.
Nun me trovo
e così mi riconosco:
di strati di realtà è ‘sto pensiero a strati
che a strati parla scrive ragiona sogna.
E sogni sono segni, più spesso stagni.
C’è questo canto a quattro dimensioni
che questa voce non sa modulare.

Mi sorprendo a dire io, vuota,
ma è lei, piena, che guardo
– che in-tendo, e intanto trito.

La ricchezza di un momento d’argento
che finisce e si fa oro
nel buio salato
della padella
che scotta e non attacca.

La Luna e i falò

martedì, 4 Aprile 2006

Al suo primo giorno di luce, la falce sottile si alza lenta da est. Ce l’ho lì davanti per l’ennesima volta nella mia vita, quella falce che mi rincorre, mi rincorre sempre e da sempre e verso la quale anch’io sto sempre puntata, che uso per orientarmi, cosicché anche stasera punto verso di lei, verso di lei, versodileiversodilei, e stringo forte il volante ché non mi sfugga – vigliacco – quando la strada inizierà a salire, a salire, e invece di andare ad Afragola, a Frattamaggiore, ad Aversa, a Sant’Antimo, a Giugliano, punterà dritta a quel taglio sulla volta celeste, lì, lì, proprio lassù, e allora sì che ci vorrà coraggio per non staccare il piede dall’acceleratore, per non uscire a Casandrino e andare invece dritto, seguire la strada, in salita, in salita, oltre il tramonto, oltre le due colonne di fiamme, una lì e una laggiù, che festeggiano l’inizio della primavera gareggiando festose, festose, festose, certo, vediamo chi tocca per prima le nuvole, dicono i loro leggeri pennacchi di fumo nero, ma in un minuto sono già passati, non si vedono più e intorno al volante (vigliacco, codardo, sta’ fermo, portami dove dico io, non dove vuoi tu) si intrecciano edere verdi di pensieri – sì, sì, verdi, ce li ho sempre verdi i pensieri come ho bianchi i capelli – finché il volante non è una luna piena, gialla, piccola, lucente, che ci sto aggrappata e mi porta verso quell’altra luna, quella che sta sospesa sopra questa terra livida e ammalata di cui non si può parlare e non si parla perché non si fa, so’ luoghi comuni e non ci interessa, nun ve facite vede’ che state a guarda’, e perché pare brutto, non si fa, non si fa anche se, soprattutto anche se. Ma che ci devo fare, stasera ci sono questi falò sulla pianura tra le colline e il mare, tra le cave e il mare, ché dal mare non li vedrà nessuno perché da lì c’hanno ‘o mare che vir’ quant’è bello e non si voltano mai a guardarsi dietro le spalle, mentre qui c’è una puzza che si muore, che si muore, che si muore nel vero senso della parola, perché quando non sono solo l’aria e l’acqua che puzzano ma anche la terra, la terra, se puzza anche la terra allora sì che si muore, si muore veramente. Perché chi non l’ha sentito non lo sa, che quando la terra puzza – chi l’ha mai sentita  la puzza della terra che muore, la puzza della terra morta? – si appassisce e si impazzisce, e fuor di metafora, perché si impazzisce e si appassisce dentro, sotto, sotto la pelle, impazzisce la fibra stessa di cui è fatto quel che siamo, fin dentro l’ultima delle cellule. Ché se muore lei lo stesso succede a noi, a noi che siamo il riflesso suo, di lei, di lei che è avvelenata e genera piante e animali ed esseri umani fragili, ammalati, già morti, già morti da qualche parte, dentro. Ma stasera si vola, sui falò e sulla terra gialla di tufo e sole, con la luna per volante ma anche per direzione, ed è assurdo, lo so, perché è un sogno che ho fatto l’altra notte, dove non c’erano i falò (quelli no, sono veri) ma c’era la falce di luna verso la quale io salivo, viaggiavo, andavo, a piedi ma veloce come in macchina o in treno, su una strada come un’autostrada ma che era l’Asse Mediano, fatta come d’asfalto ma di vetro, di vetro, come se al posto di quella poltiglia di materie minerali inerti impastata di bitume nero ci fossero pezzetti di vetro, trasparenti e impastati con la UHU liquida, per dire, che a guardarsi sotto i piedi i Regi Lagni, i viadotti ferroviari, i casali abbandonati e i campi diventavano piccole macchie dai contorni tutti a punte, frastagliati, eh, frastagliati, fra-sta-glia-ti, ed erano sempre più piccoli perché intanto continuavo a salire verso la ferita, il taglio, la lama, la falce sospesa nel cielo dove qualcuno mi aspettava per il ricorrere dell’ennesimo primo giorno di luna crescente, che noi lo si onorava sempre, sempre, sempre, e non ce n’era mai uno che passasse senza almeno un sorriso, uno sguardo, una parola che tra noi la portasse alla luce, la falce nel cielo, e nel sogno andavo far questo, ecco, a onorarlo di nuovo dopo tanto tempo, che lì c’era chi mi aspettava, un nome e un paio di mani, credo, non ricordo altro, e quel nome e quelle mani dalle dita sottili stavano oltre il tramonto e le discariche, oltre la terra morta e l’Asse Mediano, e il sogno l’ho fatto che era luna nuova e poi stasera che ho preso la macchina per andare dove dovevo andare sono uscita dal garage e me la sono trovata davanti, la falce, la ferita, il taglio nel cielo, ed ecco, ecco, davanti, sul parabrezza c’avevo anche il sogno dell’altra notte, e la salita del garage non finiva davanti al solito cancello, no, tirava dritto, su, in alto verso la falce, come ogni strada che stasera prendo è sempre lì che punta, dritta verso quell’orlo sottile di luce. Sono uscita dal garage e me lo sono trovato davanti, il sogno dell’altra notte, allora, eh, e adesso non ci posso fare niente, la terra e l’aria bruciano e tutte le strade che incontro, se ho il coraggio di mantenere la rotta, è lì che portano, lì, verso la falce sottile e chiara, e allora io è lì che punto, non mi interessa, me ne frego, stasera ci vado, ecco, perché ho trasformato il volante in una luna e adesso è lei che mi porta là, oltre i falò, oltre i falò e oltre il silenzio, oltre Grumo Nevano e la Perimetrale di Melito, oltre Mugnano, Calvizzano, Arzano, Marano e Chiaiano, perché i nomi sono nomi, che diamine, cantano, prima li canti e poi li capisci, hanno il profumo della loro latitudine e il sapore della loro longitudine anche sotto casa, anche dietro l’angolo, anche dove la terra muore e la sola religione è quella del cemento, del muro, della scatola dove stipare esseri umani come formiche ma che non hanno l’intelligenza di branco delle formiche, e allora che si deve fare, che si deve fare se non ricominciare, ricominciare dal pensiero, dal pensiero che per esempio i falò sembrano sparsi a casaccio su questi nomi che cantano la loro latitudine e longitudine e invece non è vero, non sono sparsi, io so dove sono, so quali sono i punti esatti di questa terra in cui quei falò bruciano, sotto la luna e sopra il tufo, e saprei indicarlo esattamente, dove sono, sulla mappa e sulla terra, potrei prendere qualcuno per mano e guidarlo fino ai piedi di ognuno dei falò che sono accesi stasera e che si accenderanno nei prossimi tempi, perché anche questo so, dove, come e quando si accenderanno ancora, perché anche la follia degli esseri umani si morde la coda come gli anni e le stagioni, e qui tutti gli anni è sempre lo stesso, sempre lo stesso, che torna la primavera e la terra brucia, brucia nel silenzio dei nomi di questa terra di mezzo dove non succede mai niente e al primo giorno di luna crescente le colonne di fiamme si mischiano a sogni e ricordi, e allora che si fa?, niente, niente si fa, perché per ognuno di quei falò si fanno cento e più funerali, che sembra quasi che siano pire d’altri tempi, strade di fumo che portano fin sulla soglia della casa della luna tutto, tutto, il nero che insozza il cielo, la diossina e i nomi delle terre e delle persone che per quei falò muoiono, e allora che devo fare, sto salendo e ormai per non cadere mi aggrappo, mi aggrappo e basta, e intanto le ruote prendono la rampa che sale e non fa niente se per andare dove devo andare ci metterò un po’ più di tempo, no, davvero, non fa niente, non fa niente, non fa proprio niente, stasera faccio il giro lungo, e non fa proprio niente. Se per andare a Trieste certe volte passo per Grado, o se per andare in Molise certe volte scavalco il Matese… be’, veramente, questa volta non farà la benché minima differenza.

Mùzzeco

lunedì, 27 Marzo 2006

Ci è taranta lassala ballari,

ci è taranta lassala ballari,



ci è malincunìa – ueolì ueolà – ci è malincunìa cacciala fore.



Cacciala fore, cacciala fore,

ci è malincunìa cacciala fore.


[u Santu Paulu, canto tradizionale salentino]

Estrazione

mercoledì, 11 Gennaio 2006

Dover uscire, e per una volta non averne voglia. Ma prioprio no.

Ripensare, di nuovo,  ad un momento: lo stridere della penna sulla carta, nella voce di qualcun altro.

Notturno Urbano

venerdì, 24 Giugno 2005

Non riesco a dormire. Intorno alle tre mi si aprono gli occhi e, visto che alle tre e mezzo il sonno non torna, decido di alzarmi. Quando succede, ogni tanto, faccio presto ad innervosirmi… lo spettro dell’insonnia mi fa rabbrividire, e sì che stanotte il caldo è veramente soffocante, come da copione per questo periodo. Tuttavia a questo caldo sono abituata, e ancor di più mi stizzisce il fatto di avvertire una profonda stanchezza: ero andata a dormire, infatti, un po’ prima del solito proprio perché questa sera la giornata a Napoli, lo studio e il caldo si erano fatti sentire in maniera più forte del consueto. Il che non fa che inasprire ancor di più l’umore, perché detesto il modo in cui questi periodi di inattività fisica – a volte anche relativamente brevi – pesano sul corpo, anche più di intere giornate dedicate a spaccar legna o a girare l’orto. Sembra, però, anche questa una stanchezza naturale, in qualche modo, forse segno di qualcosa che sta per esaurirsi, e che alla fine del suo corso vitale procede più lentamente e si stanca prima, come succede ad ogni cosa quando invecchia.

Mi alzo, allora, tiro su la persiana e dalla mia stanza fugge via veloce il caldo, facendo posto ad una secchiata di aria spessa, pesante, umida ma fresca, che mi richiama fuori, fuori, fuori. Sul balcone, almeno. Tiro su un’altra persiana, allora, e la notte per un attimo mi sembra un sogno fatto di porte che si aprono, ma l’immagine sul balcone mi scivola sui piedi nudi, e il contatto con la temperatura del pavimento freschissimo se la porta via, chissà dove.
Intorno, l’aria è immobile. Fresca, ma immobile. Le sagome delle case sembrano stampate sullo sfondo nero delle pendici del Tifata. D’un tratto, metto involontariamente a fuoco il secondo piano del paesaggio, e mi accorgo di una rada foresta di gru piantate qua e là un po’ ovunque, che disturba la vista in tutte le direzioni. E’ vero, già, da qualche mese a questa parte i lavori per il completamento dell’area Urban 2 procedono a ritmo serrato, e ormai i cantieri non si contano più. L’Urban 2, l’ex area industriale della mia città ora smantellata, inizia a poche centinaia di metri da casa mia, ed è la zona dove tra non molto verranno trasferiti il Policlinico universitario, molte sedi di uffici regionali e comunali, e che si prepara ad accogliere anche un’infinità di esercizi commerciali e di nuovi abitanti, per i quali è stato stato costruito nei dintorni in non più di un paio d’anni un numero di condomini a sei-sette piani non facilmente quantificabile così, a occhio. Ci sarebbe quasi da esserne felici, considerate le possibilità lavorative che questo luogo attualmente offre, ma c’è qualcosa d’altro che fa pensare che le risorse di quest’area non saranno messe a disposizione dei cittadini in maniera equa. Ma questa è un’altra storia, e per il momento sono le gru ad attirare la mia attenzione, gru a riposo che vegliano su cantieri sempre aperti, dove anche a quest’ora tutto quel che può continua a restare attivo. Cerco di immaginare ciò che questo quartiere – da sempre uno dei più tranquilli dei dintorni – diventerà di qui a un anno, e quello che vedo mi mette addosso una profonda inquietudine, come ogni volta che ci penso. Anche qui qualcosa sta per esaurirsi, anche qui un capitolo sta per concludersi, anche qui le profonde trasformazioni che hanno sfinito questa terra stanno per essere portate a compimento. E lo sento. Sento che è ora di andarsene. Siamo diventati un tumore per la nostra terra. Nell’unica regione d’Italia in cui la crescita non è a zero, ci moltiplichiamo secondo ritmi che non hanno più nulla di sano, più come cellule impazzite dentro un corpo malato che come una numerosa prole. E non abbiamo nemmeno la swarm intelligence di certe specie del regno animale, noi. No, nemmeno quella. C’è una logica di branco in questo popolo, questo è certo, ma non è intelligente. Se così non fosse, la nostra presenza non farebbe tanto male a questa terra, ed essa non sarebbe costretta ad infliggerne a noi, pur di liberarsi dal dolore che le arrechiamo.

E tendo lo sguardo, l’udito alla notte che avanza.
L’aria è così satura di umidità che i lampioni proiettano sulle strade deserte coni di luce gialla dai contorni definiti, mentre da un’ora non s’è ancora sentita passare una sola auto e gli unici suoni udibili sono la lontana voce di mio fratello – che qualche stanza più in là tiene durante il sonno una delle sue solite conferenze stampa – e il placido ronzare dell’elettricità nei muri delle case. E’ un rumore che normalmente detesto, eppure in questo momento mi sembra qualcosa di prezioso in confronto a quello che ci attende, come prezioso mi sembra il profumo dei fiori della grande magnolia sotto la quale ho giocato per tutta la mia infanzia… ora solo un’enorme sagoma indistinta che si erge nel buio con coraggio e tenacia nel mare di asfalto e cemento che la circonda, e che ancora cerca, ogni anno, di alleviare i nostri polmoni dai miasmi notturni che provengono dalle discariche dei dintorni. E stavolta, in questa notte di totale assenza di vento, è lei ad averla vinta. Dalle vecchie cave di tufo abbandonate e coperte di incolta boscaglia a cinquanta metri da qui, ancora, arriva un piccolo gruppo di lucciole, che sosta nel giardino sotto il mio balcone come a voler consolare il grande albero per la perdita delle stelle cancellate dalle luci cittadine. Dopo tutto, qui c’è ancora qualcosa che funziona.

Arriva una coppia di merli a zampettare qua e là nel giardino, e fischiando allegramente rompe il silenzio di questa notte immobile. Si fa viola il cielo a est. E’ giorno.

L’Eterno Scempio – Terza (e ultima) parte: da Vanvitelli ai gabbiani

giovedì, 17 Febbraio 2005

 Dopo la dipartita di Vanvitelli ad oggi, infine, la storia del rapporto Napoli-Caserta è fatta di alcune tappe, di costante interscambio di risorse, e di comunanza di destini. Perché, è cosa risaputa, la Campania fu detta Felix proprio per il fatto che, nel bene o nel male, sul suo suolo attecchiva qualsiasi cosa vi si piantasse.
Poco meno di cinquant’anni dopo la morte del grande architetto (con la lettera minuscola, ma solo per evitare ambiguità con le cariche dei piani alti) Caserta fu dai Borboni nominata capoluogo della Terra di Lavoro: arrivarono allora la ferrovia, l’Opera Salesiana e con l’Unità d’Italia tutte le accademie militari possibili e immaginabili, da quella storica della Guardia Finanza a quella per i Sottufficiali dell’Aeronautica, dai campi militari di addestramento alla celeberrima Brigata Bersaglieri "Garibaldi". Intanto, la ricchezza delle miniere di tufo e dell’agricoltura la legava sotto il profilo commerciale sempre più saldamente a Napoli, che fino a Capua e ad Alife estese la sua longa manus per il controllo esclusivo delle risorse. Intanto la città cresceva, conservando quel poco che restava delle sue proprie tradizioni e insieme perdendo gli ultimi brandelli di coscienza che la rendevano culturalmente autonoma rispetto alla sua protettrice. I Casertani allora iniziarono a sentirsi parte di una realtà sociale e urbana che li riguardava ma nella quale non avevano alcuna voce in capitolo, e continuarono a rifornire Napoli di tufo finché di tufo ci fu bisogno e poi, quando iniziò l’era del cemento, non ci pensarono due volte a mettere in vendita la cintura di colline che da sempre proteggeva le loro case dai venti settentrionali. Nel 1927, poi, iniziarono anche le alterne vicende della provincia giuridica, smembrata e ricomposta più volte in tanti piccoli territori senza centro fino al ’45, anno in cui la vicenda si conclude con la nomina a capoluogo di provincia una volta e per sempre, avendo la città raggiunto un ragguardevole numero di abitanti, di servizi e di vita commerciale almeno in parte autonoma.
Ma la comunione di destino con Napoli resta, sebbene oggi i Napoletani solitamente considerino – come accade in ogni normale rapporto tra grandi e piccoli centri allorché i secondi provano a ‘rifarsi’ una vita propria tentando di recidere il cordone ombelicale dai primi – Caserta una città di cafoni, di ignoranti paesanotti che pensano di vivere in una piccola metropoli, in cui non è lecito parlare di argomenti come:
* La pizza
* Le attività culturali (come teatro, musica, cinema, che a Napoli sono SEMPRE di livello superiore)
* La viabilità (che i Napoletani, dio solo sa perché, credono essere peggiore a Caserta nonostante alcuni fattori oggettivi dimostrino il contrario)
* Le università (che a Caserta  si sono insediate in pianta stabile solo dal ’92)
* La Lingua (i Casertani spesso non sono consapevoli di parlare un dialetto leggermente diverso dal napoletano, cosa per cui sono profondamente disprezzati dai Napoletani)

Nonostante questo, però, bisogna dire che Napoli non ha mai disprezzato il tufo casertano, il cemento casertano (che però, bisogna dirlo, è assai apprezzato anche al di fuori dei confini regionali… ma questa è un’altra storia), e i grandi spazi aperti della campagna casertana che, ultimo tra tutti i ‘doni’ che sono stati fatti a questa terra ormai sfinita dalla camorra, sono stati da diversi anni a questa parte silenziosamente trasformati in mostruosi sversatoi per i rifiuti della bella-città-che-la-vedi-e-poi-muori (e non solo, via… ma anche questa è un’altra storia). Lo scorso aprile, infatti, mentre a Secondigliano, a Giugliano e a Parete tutti potevano tirare finalmente un sospiro di sollievo per la rientrata emergenza rifiuti qui, da un giorno all’altro, al consueto girare del vento di maestrale al tramonto l’aria diventava di colpo irrespirabile, facendo sprangare porte e finestre della zona in cui abito nel raggio di interi chilometri.
 
 Poi, un giorno, li abbiamo visti. E abbiamo capito.
Non si erano mai visti prima, qui, quei meravigliosi volatili bianchi che in questi ultimi anni sono diventati segnale di declino ambientale e banderuola degli spostamenti di questi preoccupanti fenomeni. Ora volteggiano placidamente in stormo tutti i giorni, a trecento metri in linea d’aria da casa mia, e anche questa mattina posso sentire il loro malinconico verso dalla mia finestra… che potrò tenere aperta solo per un altro paio di mesi, prima che la primavera torni a scaldare la terra, e a sollevare nell’aria i miasmi di quell’enorme corpo putrescente alto dieci metri e largo trenta, che prima era disseminato in innumerevoli brandelli nei pressi delle case di chi lo ha generato, e che ora invece se n’è venuto a dormire qui, riunito in un solo corpo, a un passo dall’acqua che beviamo, dalle strade per le quali passeggiamo, dai campi  sui quali cresce quello che mangiamo. Guardato a vista, per altro, da certa strana gente che una volta, il giorno in cui mi sono affacciata dal finestrino della mia auto con gli occhi sgranati dalla sorpresa e dal terrore per quello che stavo vedendo allora per la prima volta, si avvicinò dicendo: "che vulìte, signuri’? Si site ‘na giornalista, ve ne dovete andare subbito, che tanto qua nisciuno sape niente…". "Ma no… veramente… è che io abito qui vicino, e non avevo mai visto… ecco perché la sera c’è quella puzza…" balbettai in risposta, sconvolta. "Eh, e che ce vulite fa’? Mo’ iàtevenne, ià, che ccà ci sta ggente c’adda fatica’, e è meglio che nun ve facite vede’ che state a guarda’…".

Sì, è vero che Caserta deve la sua attuale autonomia provinciale solo a quel grande palazzo che è stato costruito qui nel Settecento.
Sì, è vero che ci sono centri abitati più antichi di questo che più giustamente avrebbero meritato tale fortuna.
Sì, è vero che fino a trent’anni fa questa città era un paese di campagnoli ignoranti ingranditosi fino a volersi dare arie da città.
Ma trenta chilometri scarsi di disinteresse, fino a poco tempo fa, erano sufficienti a fare la differenza. Ora, però, questa distanza va diminuendo, e un grande cambiamento nell’arco di pochi anni ci separerà presto dal paesaggio che fino ad oggi abbiamo chiamato casa. Ma il paesaggio, dice una Voce a me infinitamente cara, "non è una quinta da teatro che si può tirare via senza che dalla scena strappino via anche noi".
 I Napoletani sono ormai sfiniti dal caos del termitaio in cui vivono, e bene hanno pensato di andarsene via – a sciami! – da Napoli. E Caserta subito si appresta a preparare per loro un nuovo, strabiliante, accogliente termitaio nuovo di zecca. La Urban2 – questo il suo nome – sarà un vero capolavoro, che forse farà collassare definitivamente su se stessa la viabilità e la vivibilità di questa provincia, dopo esser stata tirata su a forza di mosse di una partita che si gioca altrove, ma non così altrove da non poterla combattere. In teoria. Dal canto nostro noi, cafoni e ignoranti, accoglieremo ancora una volta chiunque desideri farci visita, perché è giusto che le ‘nostre parti’ non siano solo nostre, ma di chiunque voglia venirci. Questo è lo spirito con cui io stessa, da emigrante dei tempi andati, sono stata accolta da altre terre… il problema naturalmente sorge quando chi ‘viene’ tende drasticamente a far terra bruciata di tutto quel che di altro-da-sé trova sul proprio cammino… e allora?

Allora accoglieremo, e infine scompariremo.
A voler leggere oggi sul paesaggio i segni di quello che accadrà domani, quello che ci aspetta è un destino di cemento e monnezza.
Già il poter pronunciare a venticinque anni una frase come "quando andavo a scuola in quella tal zona era tutta campagna, ci andavo in bici con gli amici a rubare qualche pannocchia nei campi di mais, e poi ce le arrostivamo a casa", fa sentire un po’ spaesati ed è abbastanza doloroso, di tanto in tanto.

A est , mentre avanza la sera, si accendono le luci delle cave. Mi fa un certo effetto sapere che molti dei luoghi che vedo da qui, per quanto nudi e spogli, sono quelli in cui fino ad oggi ho passato la maggior parte del mio tempo e che, prima o poi, saranno cancellati da questo paesaggio.
E’ stata una giornata fredda e limpida, quella di oggi. Bellissima. E anche questa mattina alti nel cielo, come corde di un  violino che dio in persona stesse accordando per noi, stridevano i gabbiani.

L’Eterno Scempio – Seconda parte: Vanvitelli e il suo Grande Amore

mercoledì, 16 Febbraio 2005

 Se infine l’Appia sia stata la fortuna o la rovina della Terra di Lavoro, è cosa che ancora oggi resta da stabilire.
In duecentocinquant’anni, in questa landa di contadini e cafoni dal colorito olivastro la cui lingua era uno stranissimo e quasi incomprensibile idioma, i nuovi arrivati ne hanno combinate di tutti i colori, sebbene non tutti dalle tinte fosche.
 Il passaggio di Luigi Vanvitelli, ad esempio, figlio d’arte di un certo olandese dal senso estetico urbanistico a dir poco sopraffino, lasciò in questa conca i segni visibili di uno spirito dallo spiccatissimo senso dell’armonia, e animato dalla ferrea volontà di incivilire senza violentare un territorio che, per essere abitato, aveva bisogno di grandi opere di bonifica. Più che con la celeberrima Reggia, infatti, il suo massimo capolavoro fu forse realizzato in ambito di architettura civile con la costruzione di quelle che sarebbero passate alla storia come le sue "arcate", quel maestoso acquedotto di quaranta chilometri con il quale riuscì a portare l’acqua potabile – l’unica risorsa che allora realmente mancasse a questa terra – al complesso borbonico, e a tutti coloro che ormai stavano iniziando a stabilirsi nei suoi pressi. Da quel ventennio (erano gli anni ’50-’70 del Settecento) in avanti, tuttavia, cominciò però anche il sistematico sfruttamento di tutto il ben di dio che la piana aveva da offrire, e il massiccio spostamento di contadini e senza-terra dai territori limitrofi che qui venivano a cercare vita tranquilla e lavoro: qui si veniva a coltivare la terra, che era grassa e fertile; qui si estraeva in quantità abnormi il tufo, che serviva per le case di chi era appena giunto qui e per quelle della Grande Sirena che, ahinoi, in alcune zone già iniziava a rischiare il collasso urbanistico.
In quegli anni la neonata Caserta Nova (Casa Hirta, letteralmente villaggio ripido, infatti era il nome del borgo medievale cui faceva capo il feudo dei Conti Acquaviva il cui governo fu ceduto ai Borboni all’arrivo di Re Carlo III), per altro, corse il rischio urbanistico più grande della sua dimenticata storia: i lavori per aprire il Viale Carlo III, che oggi per chi viene da Napoli è ancora il modo più suggestivo di prendere contatto con la città e la sua Reggia, erano stati iniziati con l’intento di far giungere la strada fino a Napoli, per congiungere direttamente le due residenze reali dei Borboni. Nel ’68, però, l’appena maggiorenne, capriccioso e neanche tanto sano di mente Re Nasone prendeva infine il posto del civile e ben più saggio padre – richiamato sul trono di Spagna già dal ’59 e costretto ad affidare temporaneamente il governo al Consiglio guidato da Tanucci – commissionando a Vanvitelli, come prima opera sotto la sua reggenza, di portare il mare a Caserta, affinché se ne potesse godere la vista dalle finestre della Sala del Trono come a Napoli.
Vanvitelli si oppose in ogni modo tentando di far abbandonare al Re questo puerile piccio ma alla fine, minacciato di essere accusato di tradimento alla Corona, dovette piegarsi. Per tre anni furono allora scavate, sotto il Viale, le grandi condutture che avrebbero dovuto aprire la via all’acqua dal Golfo di Napoli fino a quella che con ogni probabilità sarebbe diventata una delle pozzanghere più famose del mondo. E se Vanvitelli non fosse stato il più grande architetto allora disponibile sulla piazza, il suo passaggio a miglior vita nel millesettecentosettantatré – proprio al momento giusto! – non sarebbe servito a far interrompere e poi ad abbandonare i lavori, e quindi a salvare l’equilibrio ambientale della piccola città che vide nascere sotto i suoi occhi e le sue mani, e che pure tanto amò.

continua

L’Eterno Scempio, ovvero perché oltre ai Napoletani anche i Casertani possono parlar male di Napoli (con cognizione di causa)

lunedì, 14 Febbraio 2005

 Sono nata sul ciglio di una vecchia strada consolare romana che è qui da più di novemila stagioni a portare la gente, ovunque ci sia bisogno di andare, da Roma a Brindisi, costeggiando le torri di guardia del Litorale Circeo, aggirando le brulle groppe degli Aurunci, scendendo verso i Campi Flegrei e passando, chinando il capo, sotto i due maestosi Archi Felici, le grandi porte della Campania Felix  scavate nel tufo che indicano da sempre la strada che porta a queste rigogliose terre – che furono etrusche, latine, longobarde, normanne, sveve, angioine, aragonesi – ai viandanti di ogni epoca. E, come tutti i suoi figli, questo angolo di pianura sprofondato nell’abbraccio dei Colli Tifatini deve la propria fortuna proprio a questa strada, perché fu essa a portare fin qui quegli esseri umani un pochino più importanti e potenti degli altri che la scelsero quale luogo di riposo e ristoro dalle fatiche che l’essere a capo di un regno tanto grande quanto difficilmente governabile richiedeva. Un regnante dalle fin troppo innocenti intenzioni piazzò, quindi, nel bel mezzo di questi campi, che allora non ospitavano altro che immensi boschi di macchia mediterranea,  la propria residenza estiva. Accadeva poco più di duecentocinquant’anni fa. Prima questa era Campania Felix, Terra di Lavoro, luogo di fatica, di sole e vento, terra povera, fiera, feconda e indipendente. Dopo vennero le nuove strade, le abitazioni di tutti coloro che avrebbero dovuto far funzionare il complesso e delicato meccanismo della corte borbonica; fin qui arrivò la feroce Napoli, e una indolente arroganza culturale fagocitò definitivamente la dignità delle radici di un territorio che divenne quasi a tutti gli effetti una miniera inesauribile di risorse da estrarre, lavorare, e risucchiare per sostenere il sempre più accelerato ritmo cardiaco di una città che già nel Cinquecento era tra le più popolose d’Europa.

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[con buona pace di Totentanz e del punto 11 della sua controversa personalità]