Articoli marcati con tag ‘riastartha’

No.

lunedì, 9 gennaio 2012

Push, push down the earth
Feel my hand through your glove

Slump in the other door
Skin belongs to both

Point in perfect form
A puncture wound results.

*

Ho sempre troppo sonno per pensare, per pensare a te con tutti i tuoi volti, uno per ogni fetta di tempo in cui ti ho incontrato, e quindi sarà così: io non ti perdono. No. Non ti perdono per essere stato pericoloso e pericolante, per aver ceduto e spezzato, continuamente, le ossa già fin troppo fragili dei sorrisi di chi ti stava accanto. Troppo facile, troppo nobile, troppo spendibile. Non ti perdonerò per essere stato poeta e poi non aver saputo accarezzare le curve che avevi sotto le mani, per essere stato filosofo senza terra sotto i piedi, per aver detto noi delegando sempre io al prossimo (fa comodo quando noi è un altro, in effetti), per aver costretto i tuoi affetti a vivere in bilico, a camminare sul filo senza scampo di una linearità sospesa tra violenza e schizofrenia. Non ti perdonerò per essere stato di vetro ed esserti gettato tra braccia da badile, per aver trasformato il dolore in un abisso di bellezza, per aver mentito, e aver osato di parlare in nome di ragioni che non hai mai abbracciato. Hai lasciato il campo gridando che non era tua la colpa: era vero. Tua non era la colpa, ma la scelta. Anche – e soprattutto – per questo non ti perdonerò.

Voci del verbo: tremore, terrore e disonore

martedì, 7 aprile 2009

6 aprile 2009, ore 11:47

– Pronto?
– Ue’, pronto! Pronto…
– Sì, ti sento!
– Mado’, che bordello però…
– Eh, sì, non si capisce niente, lascia sta’…
– Allora? Come siete messi là?
– Ma niente, ci hanno piazzati a…
– Ho capito. Qualche chilometro fuori città, se non mi ricordo male. Allora? Che facciamo qua, c’è bisogno? No, perché prima ho sentito gli altri, due macchine sono già pronte…
– Nononò, per l’amor di dio, statevi fermi! Ti chiamavo proprio per questo, non vi muovete… prendono solo addestrati, stavolta, appena siamo arrivati hanno detto: a casa i singoli e le affiliazioni. Ma ti dico, così, secchi proprio.
– ‘azzo… ma sei sicura? In quanti siete?
– Noi siamo venuti su tutti e quindici, ma devo dire la verità che qua siamo a posto, stiamo con l’esercito e fino a mo’ pare che hanno fatto le cose più o meno per bene… per voi se ne riparla fra un paio di mesi, mi sa.
– Eh, ma per allora…
– Eh, lo so… ma che ti devo di’? Da un lato c’hanno ragione, qua è un casino veramente, il problema è che non c’è un centimetro in tutto il paese dove si può passare a piedi…
– Minchia. Vabbuo’, ho capito… senti, facciamo così, se c’è bisogno chiama, tanto Antonio la macchina non la svuota pure se glielo dico.
– No no, veramente, nun facite strunzate che poi non vi fanno manco passare…
– Eh, ho capito. E mo’?
– E niente, mo’ stanno tutti che jastémmano dalle dieci perché è arrivato il bollettino e dice che stasera viene a piovere.
– E voi?
– Niente, gli altri non lo so che stanno a fa’, li ho persi stanotte… io e Riccardo stiamo sulle pale, abbiamo appena finito da una parte e mo’ stiamo aspettando che ci dicono dove altro andare a liberare. Vabbuo’, ti lascio…
– Ok… buon lavoro, uagliona.
– Grazie… oh… senti.
– Eh.
– Te la ricordi la piazza di Tocco Vecchio?
– E come no?
– M’è tornata in mente stanotte, e non riesco a levarmela dalla capa.
– …
– Ti giuro, è bruttissimo… è un ricordo, no, ma mi pare di sapere già che fra trent’anni ‘sto posto sarà uguale. Capi’ che voglio dire?
– Oh, ma si’ scema? Te pare ‘o mumento?
– ‘O ssapevo ca me dicìve accussì, ma nun ce pozzo fa’ niente. Oh, ‘e bbiccànne che tornano… vado.
– Vabbuo’.
– Ce sentimmo stasera, se riesco a piglia’ la linea. Già mo’ ho avuto culo.
– Vabbuono…
– E nun te senti’ male.
– Troppo tardi.
– ‘O ssaccio. Pazienza, jamm’.
– Va’ a fatica’!
– Nun sfottere.
– Fatica!
– Tieni ragione che non ti tengo a tiro, sce’, con la pala ti pigliavo a schiaffi.

*
Eppure mi piace pensare che magari fra trent’anni, per merito tuo e di quelli come te, quelle piazze saranno ancora vive, e i nostri ricordi non saranno stati il loro futuro. Il vero peccato è che non dipende tutto da voi, purtroppo. Grazie.

Arriving somewhere (but not here)

Voce del verbo: attento

mercoledì, 20 febbraio 2008

So tear me open but beware: there’s things inside without a care.

[J. Hetfield, 1996]


Delle vie infinite dei pronomi

giovedì, 31 maggio 2007

[Un appunto per la siòra. Ma anche in generale, boh]

 Sta in un altro posto. Perché era lì che stavi buttando giù un commento su sua richiesta – du’ parole e qualche link su una questione che ti sta molto, molto a cuore, dovevano essere – quando a un certo punto da qualche parte qualcosa si è rotto, un argine forse, e ti sei ritrovata in piena esondazione.

 E’ un pronome, una voce che non conosci, quella. Dovrebbe essere la tua e invece è la prima volta che la senti. Ti leggi, e non ti sembri tu. Io. Insomma, quello. Soprattutto perché in realtà si tratta di cose viste, lette, ascoltate, assorbite altrove, in altri luoghi, da voci altre che ti si sono sedimentate addosso nel tempo. E tuttavia ci sei, lì dentro, non puoi negarlo in alcun modo, e quasi più in carne e ossa e gesti che qui. Che impressione.

 Ti torna in mente quella volta in cui s’era detto che gli amici che fanno da cavatappi sono una benedizione, quando il sughero incastrato nel collo di bottiglia siamo noi. Ecco. Così.

(grazie, Lu’)

Mutando riposa (e muore) (e vive) (e ti schiafféa)

lunedì, 28 maggio 2007

La nazione che distrugge il proprio suolo
distrugge se stessa.

[F.D. Roosevelt]

(ma ok, insomma… ci siamo capiti)

            *

Il vento ha deciso di girare, finalmente, e versare sul cielo un po’ di azzurro.
Salendo ho trovato ginestre e monnezza, papaveri e monnezza, rovi e monnezza. E un cumulo di roba grigia e resti di un fuoco proprio lì, santiddio, proprio nell’esatto punto in cui a notte fonda, tre anni fa, io e mio fratello abbiamo scavato con le mani la terra che ha accolto nel suo enorme e rispettoso silenzio il corpicino della bestiola che più avevamo amato a questo mondo. Emmapropriollì, dico io, e che cazzo. Poi in verità si vede: qui, lì, altrove… non c’è più alcuna differenza.

E’ insopportabile, ormai.

Sto cercando un posto. Un posto dove il cellulare non prenda nemmeno se voglio, dove se succede qualcosa non devo poter chiedere aiuto. Questo sto pensando, mentre salgo la stradina che porta fin là sopra. Ma che so’ ‘sti pensieri? Che mi piglia, oggi? Dovrei andare a casa a fare la valigia, e invece me ne sto ancora in giro. E con ‘ste cose in testa. Mah.

 Dovevo tornare a casa a fare la valigia, in effetti… anzi no, per la precisione stavo tornando a casa a fare la valigia, ero anche arrivata davanti al cancello. Solo che non ho frenato, non so perché, qualcosa mi ha spinto, una pacca invisibile dietro la schiena, tipo, o forse un calcio in culo, non so… e sono scivolata avanti. Fino a finire qui.

(che poi, da quanto tempo non salivo quassù… un anno, forse)

Qui sì, non c’è cellulare che tenga. Stai pure qui, se vuoi, sembra dire l’ulivo all’ombra del quale sto guardando la pianura che stamattina soffocava in un abbraccio di afa e foschia pesante, tanto qua nessuno ti trova.
Dici davvero, albero? – mi sorprendo a dire ad alta voce alzando gli occhi verso il tetto delle sue foglie, attraverso il quale filtra a piccole costellazioni quella parte di cielo dove da nemmeno mezz’ora s’è alzato il Maestrale. E già. Dice davvero. Qua nessuno mi trova, nemmeno volendo, ripeto distrattamente sotto questa specie di minuscola notte verde dalle stelle azzurre in pieno solleone…

ma nessuno proprio. A rigor di logica questo mi dovrebbe preoccupare… e invece no. Senza  collegamento con la matassa di strade che da qui mi vedo sotto i piedi, succede che d’improvviso… mi … sento al sicuro. Sì, è questa la sensazione. Sono al sicuro, se nessuno mi trova. Se nessuno mi trova, allora sono al sicuro. Si ripetono, le parole, e si ripetono, e si ripetono ancora, e ripetendosi mi fanno eco nel ventre per un tempo che mi sembra infinito… finché… l’eco… non inizia… a farsi spazio… spazio… spazio… che si allarga… allarga… allarga… e tanto è largo… che a un certo punto… diventa… un… un fresco… che… mi calma. Calma sì, e calma tutto… i nervi, il respiro, le mani.
Alzo la testa – quand’è che mi sono abbracciata le ginocchia e mi sono accartocciata così, oddio? – e mi guardo intorno. C’è solo vento, ulivi in fiore, cicale… e, dietro le spalle, una pineta che veglia sulla pianura da secoli, e secoli, e secoli… e dove il vento prende la voce potente e banale di una gigantesca carezza.
Ora ricordo che mi è sempre piaciuto venire qui. E ricordo anche perché. C’è che di solito il vento scende, quassù. E’ una mano grande e leggera, come quella di certi intagliatori, che affina, sagoma, sgrezza i pensieri. Anche quelli fatti del legno più stronzo, che si torce e si imbarca. Basta soltanto offrirgli la schiena, e tenere a mente che se lo ritiene necessario non si fa problemi a mollarti qualche colpo di sgorbia direttamente sui polmoni.

Nessuno può trovarmi, e sì. Meno male, aggiunge lui. Ma dimmi tu cosa mai può succedere in un posto così? E ha ragione. Qui c’è solo vento, erba, insetti, e alberi vecchi quanto questa terra di tufo e sole. Invece di preoccuparmi – ma ho già  dimenticato che stavo giusto cercando questo, salendo qui? –  finisce che torno a sentirmi al sicuro. Dovrei correre a casa a fare la valigia, e invece no. Voglio stare un altro po’ qui. A sentirmi al sicuro.

 E’ che forse volevo partire con un altro odore, addosso. Un altro che non fosse quello della monnezza. Fuori da questi confini è difficile spiegarlo, anche quando si tratta di una voce amica che ti sta prendendo in giro con tutta la bonarietà del mondo. Allora capita forse così che uno sta tornando a casa e poi all’improvviso si lascia sospingere, e dice: voglio salire. Voglio vedere, sentire da sopra. Da là sopra, vedere come sembra quaggiù, dove ci muoviamo come batteri dentro la sua ferita infetta (di chi?). E’ che si è alzato il Maestrale poco fa, sì, e adesso nel cielo ha disegnato una linea che lo divide a metà tra azzurro e il bianco sporco di questa mattina.. si vede che sta passando la scopa, una buona volta. E’ di buon auspicio partire col Maestrale, ricordo che mi dissero una volta in un porto molto più a sud di qui. E intanto il cielo si pulisce, e il vento scopre le ferite sulla carne viva di mia Madre. Una grossa libellula verde mi sfreccia sopra una spalla. Ora non scende più, il vento. Ha girato. Quindi sale. E sale da lì. Proprio da lì. E allora dimmi.

Qual è il prezzo di una ferita, di questa ferita?
Che cosa posso fare per te?
Cosa ho fatto fino ad ora?
A un certo punto ho avuto paura, è vero. Ero talmente, talmente stanca. Ora l’odore della tua cancrena arriva anche qui, a zaffate, a schiaffi a mmana smèrza, nel vento.

E cosa mi aspettavo, del resto? Se faccio qualcosa di sbagliato mi prendi a schiaffi. Sei mia madre. E per giunta sei del sud. C’hai la mano pesante, tu, e i tuoi metodi educativi sono sempre stati discutibili, è vero. Ma tant’è.

 Dovrei forse chiudere la finestra per non sentirlo, questo odore alcolico di ferro e carogna che si pianta nella trachea? Sprangare le imposte dei sensi, della coscienza, della rabbia? Ecco, forse così si fa per restare sereni in questo infinito scempio. Ma se lo faccio – senza che ci giriamo intorno – ci saranno altri schiaffi. Se chiudo la finestra e perdo questo senso di rifiuto, il senso del rifiuto, il senso della parola stessa – rifiuto – sento che mi perdo tutto, tutto e definitivamente. Se chiudo la finestra non cambia niente. Se io rifiuto non cambia niente e anzi, mi faccio segno di questo rifiuto. Se rifiuto, io stessa sono un rifiuto: sono il mio rifiuto, e un rifiuto – rifiutato – di questa terra che mi è madre.
Allora è vero quel che dice il Grande Vecchio che vive sull’Altopiano, che dopo il freddo dell’inverno succede sempre, sempre qualcosa che proprio quando stai per tirare i remi in barca viene a scuotere l’acqua e a darti il segnale che è ora di svegliarsi di nuovo: un affetto, un dolore, una paura che ti dice che c’è ancora da fare, che non è ancora finita. E’ difficile crederlo, a volte, in questo caos immobile che non accenna in alcun modo a diminuire, fuori come dentro. E tuttavia.

 E allora tanto vale portarsela dietro, la tua putrescenza. Ché tanto se è tua è anche mia. Tra le mie ferite e le tue non c’è nessuna, nessuna differenza, e allora sì, così si può decidere: continuo con il tuo odore addosso a camminare nuda, di geografia in geografia, a nervi e cicatrici scoperte. Come te, che pure ancora ti mostri sfinita ma senza vergogna del tuo corpo martoriato.

Se non puoi difenderti tu, non lo farò nemmeno io. Quel che ne verrà, verrà. Comunque sia.
Persino nel dolore vedo oggi che si creano – tu li crei, poiché anche se stai morendo la tua fertilità senza freno, tenace, continua a dare frutti – tra i tuoi figli certi misteriosi legami che a loro volta generano altro, altri eventi, altre forze che pure muoveranno qualcosa d’altro, altrove, in forme inaspettate, e ancor più imprevedibili. E questo sì, posso affrontarlo, nonostante la fiducia andata a male, nonostante le distanze, nonostante…

(ahia!)
(eh?)
(e ho capito, ho capito… )
(la valigia, sì…)
(ahia!)
(evvabbemanonc’èmmicabisognodifar…eahia!)

… tutto.

(uffa, però.)

Rewind

mercoledì, 16 maggio 2007

Oh, improvvisamente senti il bisogno di vergare questa cosa su carta: hai sempre pensato che parlare di memedesima fosse una cosa brutta, inutile, di cui quasi scandalizzarsi. Dire io in pubblico, che indecenza. E scriverlo, poi! Una schifezza.
E tutti a dire ma no, ma perché, il mondo intero pensa in Io, serve a pensare, a capire, a spiegare, ohibo’, mo’ non stare a fare la sostenuta. Ma non lo facevi apposta, è solo che avevi questa vita piena di voci. Poi un giorno – non sai nemmeno com’è stato – ti sei detta mo’ provo, e vediamo com’è. Ora, non ce la fai più a tenertelo: è stato un disastro. Non sai che t’è preso, davvero, non sai come hai fatto a farlo uscire dalle pareti del cranio. Doveva  mancarti qualche rotella – che poi è tornata forse a posto, perché poi quel giorno di giugno ti sei sentita l’essere umano più stupido della terra. Ma che ho fatto, ti chiedevi, ed era già fatto, appunto, già tutto fatto che non ci potevi più fare niente, e allora ti sei sentita come il bambino Oskar, o come Billy Pilgrim, e hai desiderato che tutto quello che avevi pensato in Io rientrasse nella punta della biro, tutto tutto indietro, facendo scorrere il film di quei mesi passati a dire Io alla rovescia, dall’ultima parola fino alla prima. Perché il guaio con le parole è sempre quello, che non sei più lo stesso dopo che le hai dette o scritte o ascoltate, tutto cambia, non è più la stessa cosa di prima. Nel caso specifico, che guaio è stato: si sono spalancate, e hai scoperto la vastità del microscopico mondodidentro, la parola Io era solo il minuscolo passaggio che portava… dove? Boh, forse a quel tout se tient che ti sembra tenere misteriosamente in piedi il microscopico edificio della tua esistenza da ginestra. Che alla fine, poi, era solo quello che il tuo io voleva raccontare: non i fatti, non le cose in sé, ma il modo, la forza che a un certo punto le metteva tutte insieme a formare qualcosa d’altro, di nuovo, di vivo e di… solido. Che sta in piedi. E invece no. Alla fine, che pasticcio. L’informe matassa del tuo tout se tient ha un senso solo per te, solo tu vedi da dove parte e dove arriva, e come si trasforma. E soprattutto, nella parola Io non ci sta. Non ci entra. Io non è solo io. Io è una rete, di voci e di gesti, di cui solo incidentalmente io fa parte. Io sul foglio è un collo di bottiglia di te che sei intera, in intero che non ha gli strumenti per riassumersi. Ma tu hai spinto lo stesso, più che hai potuto, per far passare quell’intero grosso come te per un buco largo quanto la punta di una biro ed ecco, ecco il pasticcio. Intanto, dietro quella porta così piccola ci hai trovato la mappa del mondo delle congiunzioni, dei legami, delle forze tra loro opposte che, opponendosi a loro volta alla gravità, fanno sì che tout se tient, sicché alla fine parlare in Io è stato tentare di muovere i primi passi nell’immenso territorio delle congiunzioni. Io e.
Che casino. Non ci hai capito più niente. Per mesi hai camminato a tentoni, lasciandoti guidare da una voce che da chissà dove ti portava chissà dove, e sì che non sapevi nemmeno bene di chi fosse, quella voce. Ma ormai c’eri, e allora.

 Poi un giorno, una notte, è spuntata la Luna. Alla sua luce ti sei vista i piedi, e hai visto la strada. E hai gridato. Perché in Io avevi sbagliato tutto, credendo alla voce, che poi era la tua, che diceva che andava tutto bene mentre in cuor tuo sapevi anche se speravi, speravi, speravi. Tutto sbagliato. Ancora e ancora. Guardando l’intero, quel che era passato per il collo di bottiglia della punta della penna era niente più che un ghirigoro informe, un lungo serpentello di dentifricio lasciato lì a seccare. Avevi creduto che. Avevi pensato. Eh, ma cosa avevi avuto il barbaro coraggio di pensare? Che Caporetto, mamma mia. Io non sono quello, hai gridato. Io. Non sono. Questo. Che ho scritto. E allora, non sai come, hai capito: la differenza tra parlare in Io e essere io. Che sono due cose diverse, questo hai imparato. E allora hai detto: non lo faccio più, non lo faro mai più. Io non è quello che scrivo. Io sono intera. Scrivere è un’altra cosa. Non sai cosa, ovviamente, ma insomma. Quindi adesso, quando parli in Io, non sei tu che parli. Di te, adesso, qui non c’è più molto. Qui si parla in Io, ma è sempre le congiunzioni che intendi. Non te.
Il tuo piccolo te… è una cosa di cui c’è molto poco da raccontare. A meno che non si voglia far finta, come ha detto.. chi l’ha detto? Far finta che sia, la vita, una storia che si può raccontare.

 Che come glielo spieghi, tu, a lui, a lei, a te, che cosa significa toccarlo, il resto, l’altro, toccare le cose, le persone, toccarsi fra esseri umani, con la voce, con le dita, accarezzarsi il viso come ciechi, perché così spesso ti ritrovi cieca in questo groviglio di corpipensieriparole di cui non capisci niente e che è intero anch’esso e che è l’intero che ti contiene, davanti al quale non sai far nient’altro che arrenderti, aprirti e infine vuotarti come il recipiente che lui un giorno ti ha fatto scoprire di essere, e così scorrere sulle cose, gocciolare come acqua, e sfiorare, e filtrare, per capire, o almeno provarci, per tentare di ri-conoscere, distinguere, e infine forse conoscere, un giorno, magari chissà. Ma anche no.
Come lo spieghi, questo? Come lo spieghi cosa vuol dire mandare un sacchetto di mandorle – che hai colto con le tue mani sfregiandoti le braccia – a ottocento chilometri di distanza solo per dire grazie perché mi fai sorridere, come lo spieghi che cos’è un inverno passato a macinare chilometri non per l’impresa in cui ti eri gettata, ma per la persona con cui avevi preso l’impegno di portarla a termine? E le Voci, all’ufficio postale, al bar, in quel treno lungo come l’Italia intera che nonostante tutto ancora sa di sudore e a ogni regione cambia lingua, colori, fisionomia? Ma veramente, parliamone, come si spiegano le volte in cui, appena arrivata, hai sentito parlare un idioma mai sentito prima e – incredibile! – hai capito il senso di quel che veniva detto pur non avendone compreso una sola parola? Come pensi di poter spiegare i sogni, i segni, i tremori, la gioia del tornare a far scorrere la mano sulla carta senza dolore e la cicatrice, come la spieghi, quella, che la ringrazi ogni volta, ogni santissima volta che le dita si stringono di nuovo intorno alla penna? Far finta che sia una storia da raccontarsi – così si fa, forse.

Ma se non si sbroglia prima questa questione dei pronomi… no, non si può fare. Proprio no.

A domanda si risponde… o non? Ma anche non.

giovedì, 19 aprile 2007

Ma perché, poi, alla fin fine di casa tua, proprio casa tua dico, parli così poco?

– Perché fa male.

– Eh, vabbuo’…

– No, niente vabbuo’, vabbuo’ e ‘o cazz’.

– Ma…

– … ma cosa? Hai sentito cosa ho detto?

– Eh, ma non esagerare…

– Eh, io esagero. E tu muori. Mimmo è già morto. Mia madre non respira. Io muoio. Tutti muoiono. Moriamo tutti. A furia di non esagerare. A furia di non, in generale. E questo ci meritiamo, forse. Non. Non, non, non! Non e basta!

– Ma…

– … ma vafangùl’, va’.

Rigetto (sfogo olfattivo con promessa di non-cancellazione)

venerdì, 12 gennaio 2007


I’m getting feelings I’m hiding too well
(bury the horse shaped shell).

Something broke inside my stomach
I let the pieces lie just where they fell
(being with you is hell).

[S. Wilson, Open car, 2005]

 In questi giorni mia madre mi ha lavato le scarpe da ginnastica (eh, che tien’a guarda’? Casa mia sta in un pianeta dove le scarpe, quando sono zòzze da buttar via, si la-va-no) e stamattina che devo andare all’università me le metto, candide come la neve nemmeno fossero tornate nuove. Voglio proprio vedere stasera come me le ritrovo.
 Si esce di casa alle sette e quaranta, e un’altra giornata dituttigiorni comincia. Ma insomma, mica è proprio una giornata normale, questa. Come un presagio funesto, il mondo stamattina s’è svegliato intriso di una – per queste parti – del tutto anomala quanto spessa coltre di nebbia, degna della più tipica giornata d’inverno milanese. E’ un pregiudizio della mia gente vecchio di almeno un secolo, quello di guardare a questo fenomeno atmosferico con sospetto e inquietudine, e in effetti, be’, appena io e la veneranda genitrice mettiamo il naso fuori ci sembra di star partendo all’avventura. "Cavolo, ma non si vede proprio niente. Guida tu per piacere, ché ci sei più abituata…". E già. Le sorrido, ci cambiamo di posto. Non si può darle torto, qui in genere non si ha molta dimestichezza con la visibilità ridotta, e quello di stamattina è proprio un bel nebbione in piena regola, di quelli che qui capitano così di rado che ogni volta è sempre la prima volta. "Ma’… ci credi? Pare Padova a novembre". "Secondo me Padova o Bologna o qua, quando non si vede una mazza, sono la stessa cosa". Eh. Ok, si vede che stamattina non è giornata. E no. Proprio no.
"Ma’… non è la stessa cosa. Non lo senti?". "Eh. Certo che lo sento, stong’ murenn’. E’ molto peggio delle altre mattine". Lei, che è asmatica, lo sente anche di più, questo fetore inconfondibile. Munnezza bruciata. E già. Ci scambiamo uno sguardo, ci siamo capite. Lei alza un secondo gli occhi al cielo. "E’ sempre la stessa cosa. Sempre, sempre". Al semaforo dell’incrocio di San Marco del Vialòne il fetore si fa insopportabile. Stanotte hanno dato fuoco al cumulo lungo cinquanta metri che marcisce accanto all’ingresso dell’hotel Vanvitelli da sei mesi, con un tempismo che te lo raccomando. In alto, due elicotteri, uno blu e uno arancione, si incrociano facendo il giro della città. "Aheee’, è schiaràta ‘a jurnata…", e poi alza la voce e domanda ai numi: "ma cumm’è, comme c’è vvenuto ‘e venì proprio ccà?". Me lo sono domandato anch’io, a dire il vero. Mezza città se l’è chiesto nei giorni scorsi… ma, per quel che so, nessuno è giunto a darsi una risposta che suonasse anche solo lontanamente plausibile. Personalmente, propenderei per l’ipotesi di un bel pranzo in un ristorante d’eccezione… diciamo la verità, chi non si sposterebbe di centosettanta chilometri per sedersi a tavola in una location come il prezioso gioiello vanvitelliano della Campania Felix? Eh be’. Ma comunque.
Intanto, l’altra metà della cittadinanza che la domanda non se l’era posta aveva preso la cosa da quello che forse era il lato migliore: e vabbuo’, per lo meno mo’ ce levano ‘a mmunnezza. Credevano. Dicevano. Pensavano. Speravano. E invece.

 Sotto il cumulo incendiato, oggi l’asfalto torna alla luce nero dopo sei mesi, una macchia scura senza senso nell’arredo urbano. Quando passiamo noi il fuoco è già spento, e dentro un anonimo container stanno tirando su quel che ne resta. Lei tossisce, e tossisce, e tossisce, e diomio, ora dobbiamo solo filare via più in fretta possibile, prima di essere costrette a prendere la direzione dell’ospedale invece che quella di Napoli. Mi tornano in mente gli attacchini che in questi mesi, di notte, per affiggere i manifesti pubblicitari sui cartelloni alle spalle di quella catena montuosa in decomposizione dovevano scavalcare un muro di sacchetti alto due metri. Dallo scorso settembre vederli al lavoro era penoso. Emergenza rientrata, avevano trionfato altrove. Ma dove?
 Quando finalmente mia madre smette di tossire abbiamo passato l’uscita di Acerra-Afragola, e qui nella nebbia ristagna un altro fetore, diverso, ancora peggiore della monnezza appicciata: quello dei Regi Lagni e dei rifiuti tossici che le fabbriche dei dintorni di Napoli ci fanno finire dentro ogni giorno. Guarda il gigante che dorme ormai alla nostra sinistra con occhi assenti, per qualche lungo minuto. Poi dice: "la reggia c’ha la vista sul Vesuvio… ma se s’affacciano da quella parte la devono vedere per forza…". "Cosa, ma’?". "La ciminiera dell’ex Saint-Gobain. E se vedono quella, vedono pure ‘a muntagna". "Eh". ‘A muntagna. Così ormai chiamano il cumulo di rifiuti che da quasi tre anni riposa sotto il cielo a poche centinaia di metri da casa nostra. E’ enorme. Enorme.
"La devono vedere per forza", continua, e pare quasi che per lei sia una speranza, "per forza. E quando la vedono, che gli dicono? ‘Oh, guardate che bravi che siamo stati, là c’è tutta la monnezza delle emergenze di due province degli ultimi tre anni’? Ma come… com’è possibile che so’ venuti qua… nun c’hanno manco lavato ‘a faccia…". "Eh. Ma magari non li fanno nemmeno affacciare… ricordati come l’hanno chiamato, al tiggì… come quando eleggono il Papa, che i cardinali non possono nemmeno guardare fuori". "Maronna mia… e la discarica? Secondo te qualcuno gliene parla dell’Uttaro?". "Secondo te?". "Eh. Tiene raggiòne, che domanda cretina…". Si interrompe. Poi: "Vabbuo’. Nun ce sta veramente cchiù nient’a fa’, allora". Con la voce affaticata di chi prende atto, che so, dell’inevitabilità di una morte.
Ci si mette un sacco di tempo per arrivare a Napoli, una ventina di minuti in più del solito. Si va piano, con non più di cento metri di visibilità. Eh, sì, è vero che non ci siamo abituati. L’aria è appiccicosa e puzza di carogna, adesso… che è l’odore dei dintorni del mercato ortofrutticolo. "Altra puzza, altro giro", fa, "andiamo a pigliarci un caffè, va’ ". Siamo arrivate. Ci so’ ‘sti grattacieli nella nebbia che pare Milano. Che giornata di merda. E sono solo le otto e mezza.

***

 Davanti alla pensilina del capolinea di Piazza Nazionale c’è da scartare una pozza di vomito rosso e bluastro, per chi deve prendere il tram. Siccome arrivo di corsa non faccio in tempo a rendermi conto che c’è un punto in cui la gente evita di passare, come se ci fosse un ostacolo. Sbracciandomi per chiedere al conducente di non chiudere le porte nel timore di non riuscire ad attraversare la strada in tempo, mi precipito chiedendo permesso e nel gruppetto di quelli che scendono si apre un varco proprio lì davanti… una voce fa "attenziooooo’!", ma quando mi accorgo della tinta anomala della pavimentazione è ormai troppo tardi. Ciac. Scarpe della casertana, e senza nemmeno essere tifosa. Yu-hu!

 Riesco a prendere il tram, però. Uno di quelli vecchi, strombazzanti e sferraglianti, che mi stanno più simpatici di quelli nuovi, e siccome non è affollato posso anche mettermi dove mi piace di più, cioè vicino al conducente, accanto alla porta. Da lì, dall’alto degli scalini, ho una bella vista sulla chiazza melmosa che ho appena solcato. Madonna. Rossa e blu. Fratello, ma cosa cavolo hai mangiato. Devi essere stato proprio male, accidenti a te.
 Mentre sono lì che contemplo il luogo dell’incidente, si chiudono le porte e la vettura fa quel suo movimento sgraziato, come al solito, per prendere l’abbrivio necessario alla scivolata verso il mare. Solita macchina parcheggiata sui binari, davanti al bar. Dal fondo si sente un imbestialito "‘o vir’ ‘u strunz’ d’o gioverì ammatìna, s’è juto a piglia’ ‘o ccafè!". Guardo avanti, oltre la spalla del conducente, da qui per la foschia non si vede nemmeno l’incrocio con Corso Garibaldi, e sì che fa un certo effetto. Mi giro e appoggio la schiena al plexiglass che mi separa dall’omino che muove le manovelle del tram, e mi ricadono gli occhi sulle scarpe. Mado’, ma io quando stamattina ho pensato vediamo quanto dura ‘sto bianco scherzavo. Sbagliato, sbagliato, stamattina è tutto sbagliato, più degli altri giorni. E risento la tosse di mia madre. E mi ripassano davanti agli occhi ‘a muntagna, e i gabbiani. E ripenso ai falò, e a Mimmo, e a tutti quelli che per quella munnezza ci hanno lasciati prima del tempo. Perché il fatto è che da queste parti ti insegnano… no, anzi, non ti insegnano proprio niente, è solo che ti viene sbattuto semplicemente nello stomaco e sotto i piedi tutti i santissimi giorni, che ‘a monnezza e ‘o mmalamente stanno dappertutto e non guardano in faccia a niente e a nessuno, tanto meno al colore di una bandiera o a quale delle due mani usi per mettere una firma. La monnezza non ha colore, non ce l’ha mai avuto perché ha sempre dato da mangiare a tutti i saprofagi di questo mondo, sicché tu lo capisci benissimo da subito cosa c’è da fare perché le cose vadano diversamente… e se non lo fai è perché non lo vuoi fare, e non vuoi capire. Perché è meglio se la colpa è sempre la loro. Per cui.
Per cui può capitare che una mattina ti svegli per cominciare la tua giornata dituttigiorni e ti dici, con le scarpe appena lavate, vediamo quanto durano. E i polmoni di tua madre hanno fame di un’aria che non possono avere, e quelli lì ti vengono ad un passo da casa e tu non riesci a vedere la differenza tra loro chiusi lì dentro e voi chiusi qua fuori – che anche quando c’erano gli altri di quell’altro colore, lì dentro, qua fuori era la stessa, identica cosa – in mezzo alla munnezza che vediamo, che siamo, e ma dove cazzo vogliamo andare se poi vedi come gli altri ti guardano e ti ridono in faccia quando si parla di differenziare… perché poi se non c’entra il colore della bandiera allora non è un fatto di pochi, vuol dire che siamo tutti, che ci siamo tutti dentro, e allora se tu a prima mattina esci nella nebbia in un posto dove la nebbia non c’è mai stata, allora la sensazione è quella che sta succedendo qualcosa di tremendo, e che in questo qualcosa di tremendo ci siamo tutti dentro, io, mamma, noi, loro, ed è una specie di sicurezza senza certezza, perché poi uno alla fine è umano e deve pensare che prima o poi anche il fondo su cui siamo arrivati e stiamo scavando già da un bel po’ di tempo finirà, deve finire, e che prima o poi a furia di scavare finiremo almeno all’altro capo del mondo. Uno a ventisette anni questi pensieri li deve fare, per forza, anche se poi a prima mattina finisce con le scarpe – tutte e due! – in una pozza di vomito rosso e blu, ché poi nel tram te le guardi e ti pare che ci stia proprio tutto bene, nel quadro di questa mattinata tutta sbagliata di munnezza, vomito, nebbia e i mostruosi odori con cui convivi da almeno vent’anni a questa parte, ché persino il vomito non ti fa più né caldo né freddo, e pensi che devi essere diventata una specie di creatura mostruosa se una signora che potrà avere sì e no l’età di tua madre ti si avvicina, gentile, e ti offre un pacchetto di fazzoletti di carta, se per caso te le vuoi pulire. E tu le fai tanto d’occhi così, perché all’improvviso ti rendi conto che tutto il tram sta inorridendo per quello che hai sulle scarpe, tutto il tram e tu no, che invece stavi cercando di stabilire di cosa si trattasse, così, con quella curiosità senza giudizio che si riserva alle piccole cose di tutti i giorni, vino e qualcosa di andato a male forse, ti dicevi, e peccato doverle già lavare di nuovo, però, con questa umidità chissà quando si asciugheranno. E sei rimasta a fantasticare sul rosso e sul blu, e ti è tornata in mente quella canzone, l’esercito delle forchette, che non lo ammette, che non si ammette, e guardandoti le scarpe ti sei persa nella disgustosa ironia di questa giornata e hai pensato alle forchette rosse che di un disastro di proporzioni enormi hanno fatto un commercio grosso come ‘a muntagna, e alle forchette blu che su quella montagna hanno continuato degnamente l’opera di quelle che le avevano precedute ingrassandola fino a farla diventare tre volte quello che era all’inizio, e a tutte le altre forchettine del servizio di posate, che non sono colorate ma hanno i rebbi così ben appuntiti…

…questo penso, mentre mi guardo le scarpe e il tram inorridisce appestato dal guazzo bicolore sulle mie scarpe non più candide e la signora gentile pensa che forse io per prima ne sono imbarazzata e un po’ inorridita. E invece sto solo ricordando che stamattina avevo pensato vediamo ‘sto bianco quanto dura, e che mi ero quasi messa a ridere, prima che lei mi porgesse quel pacchetto di fazzoletti facendo capovolgere il pensiero in una sensazione del tipo: questa terra ci sta mutando. In quella cittadina putrida stiamo imputridendo tutti. E sì che è tutto sbagliato per davvero, penso mentre mi siedo cercando di fare buon uso dei fazzoletti della signora, se prima stavo per scoppiare a ridere e adesso mi chino per nascondere la lacrima di rabbia che mi sfugge così, senza chiedere il permesso al cervello, mentre ripenso di nuovo a mia madre che dice "nun ce sta cchiù nient’a fa‘", e alla discarica che, se veramente ce la fanno sotto il naso, non ci sarà più niente da fare. Un se. Guarda cosa ci resta, in questa fogna. Due lettere. Una esse e una e.

 Quando finisco di nettarmi le scarpe – che comunque sono da lavare di nuovo – mi raddrizzo sul sedile e trovo la faccia gentile della signora gentile ad aspettarmi con un bel sorriso che la illumina tutta. Si vede che è contenta di avermi tolto dall’imbarazzo che prima non provavo, e per completare l’opera aggiunge un "Ja’, nun te preoccupa’, po’ capita’…" con tanto di pacca sulla spalla che mi disorienta così tanto da finire con il ringraziarla. Sul Corso Garibaldi il tram che ci precede si ferma per un guasto, quindi si ferma anche il nostro. Scendiamo tutti, e ognuno se ne va per la sua strada nell’aria ferma e appiccicaticcia. Camminando incrocio una fontana pubblica di pietra, una vasca tonda che è uno stagno ricoperto una melma marrone che copre tutta la superficie dell’acqua da cui affiorano tre ombrelli sfasciati dal vento e colli di bottiglie di plastica dal tappo rosa. Sa di stantìo e di erba marcia. La guardo, rivedo la schifezza di piazza Nazionale, e all’improvviso tutto inizia a sembrarmi segno di questa terra che finalmente si è decisa a rigettarci, a vomitarci via tutti in un in un solo lungo (ché i suoi tempi non sono i nostri, e si fa fatica da umani a concepirne le dimensioni), enorme spasmo di sofferenza prima di ricominciare a respirare, possibilmente senza più l’ingombro del nostro culo sui suoi polmoni.
 Dura solo un momento, ma mi pare mezza giornata. Anche il gabbiano che mi passa sulla testa con una buccia di chissà quale frutto marcio nel becco, anche la nebbia sputata fuori dalla terra umida delle campagne intorno all’autostrada questa mattina, la fontana, l’aria e l’acqua e la terra che puzzano, tutto per un lunghissimo momento dice: vattene, qui non ti ci voglio più, vattene, mi fai male, mi uccidi, ora basta. Se non te ne vai tu, ti butto fuori io. E dopo sono cazzi tuoi.

E quando mai sono stati di qualcun altro, vorrei sapere.

(so’ pesante, ‘o ssaccio)

Megliodisì

giovedì, 30 novembre 2006

– "Finché non ti toglie niente… è quando ti toglie qualcosa, che uno magari può perdere la voglia e decidere di chiudere. E a te? A te ha mai tolto qualcosa? "
– "Uhm… siamo qua a chiacchierare. No. E’ il contrario, casomai ".

 Del garbo della luce su un viso. Del garbo di questa luce autunnale un po’ greca e di certa musica, penso. Del garbo delle partenze che vengono piano, entrano in silenzio mentre fuori, nel fuori si svuota il linguaggio, le parole: nelle cose, nelle persone, nel tetto sopra la testa e sul pavimento sotto i piedi. Canticchio, mastico frasi a mezza voce per sentire come suonano e poi le sputo, sulle foglie che ricoprono i lati delle strade, sugli autobus che passano, sulle nuvole che svolazzano intorno alle cime dei monti a ovest, sul finestrino dell’auto di chi mi sta dando un passaggio, sui cassonetti dell’umido, sui cartelloni pubblicitari sotto il ponte della ferrovia. Si svuotano le parole, e solo così il tempo può passare in mezzo a tanto garbo, in mezzo a tanta luce senza mandarla in pezzi. Ma durerà poco, comunque. Il garbo è stato distribuito in quantità assai limitate nell’angolo di mondo che mi riguarda.
 
 Mi succede ormai sempre – nel senso che ormai non smette più di succedere – di voler dire o scrivere qualcosa, e poi di non dirla né scriverla più. Ci ripenso. Meglio di no, mi dico.
Per esempio, queste sono righe dello scorso ottobre, che allora avevo pensato: meglio di no. Ma perché, poi? Per la più banale delle ragioni che si possano immaginare, naturalmente. E adesso? Mah, c’ho un momento di machemmifrega, ammé. Non voglio che niente si rompa, fra me e questo spazio, anche se in questo momento lo trovo congestionato di non scritto, così congestionato che in certi momenti mi dà pesantemente sulle togne, come ho sentito dire a Gorizia. Ma insomma, anche questo durerà poco.
Sono talmente affezionata alle Voci che ho incontrato, alle Eus che abitano qui dentro perché duri più di un poco. Ma arò m’abbìo cu ‘sta penna, mi domando.

Mah. Oh, machemmifrega, ammé.

La Voce della Terra

giovedì, 23 novembre 2006

Dopo averla sentita, non è più la stessa cosa. Tu non sei più la stessa persona di prima. Niente è più come prima. Guardo la crepa sul muro che ho di fronte, che mio padre non volle mai stuccare. No, davvero nulla resta uguale, dopo il passaggio di questa Voce nella minuscola vita di un minuscolo essere umano.

Ventitré novembre millenovecentottanta. Duemila e settecento morti in novanta secondi. Oggi, non se ne trova parola da nessuna parte al di fuori delle mura di queste province. Per fortuna, c’è qualche voce che ancora si pone delle domande. Ma cosa sono ventisei anni? Niente. Ventisei anni non sono niente.

E’ tutto ancora qui, nel nastro di quella radio dove si stava registrando nel momento in cui.

E’ tutto ancora qui.

E ancora.
E ancora.
E ancora.
E ancora.
E ancora.
E ancora.

Per chi riesce a sentirlo.

[Grazie a: max31055, Paolo Subioli, Orlando e Chiara Marra]