Articoli marcati con tag ‘pronomi’

(sop) Raggiunta

martedì, 12 giugno 2007

– Guarda che ti sto dando il cocco ammunnat’ e bbuono, eh!
Eh! Perché! Quanto tempo ci hai messo per metterla insieme?
– Un anno e mezzo, tipo!
Cioè… le hai provate tutte?
– E sì! Non lo sapevo mica, dove portano!
E dove portano?
– Molte finiscono in mezzo ai campi coltivati là, là e là, e altre finiscono nei cortili di qualche casa!
Ahahahah! Quindi ogni tanto ti trovavi nel cortile di qualcuno!
– Sì!
Ahahahahahah! Niente cani?
– Qualche volta!

Ride. Ride forte, lui, leggero, magro magro, con quella sua risata a singhiozzi, chiara come i suoi grandi occhi azzurri. Parliamo a punti esclamativi, così, per scavalcare l’aria che scorre veloce fra le nostre orecchie. Mi segue svolazzando lieve lieve sulla strada mentre io, alla mia prima uscita di quest’anno, arranco tra il carico che ho addosso e quello nelle bisacce… ma le mani non danno dolore e questo è sufficiente per andare tranquilla, anche se con il fiato un po’ spezzato.
La strada si srotola quindi generosa davanti a lui che la percorre per la prima volta: chiede, e gli indico le cose che incontriamo e che ho scoperto un giro alla volta, segnando a piccoli tratti sulla mappa questo percorso che mi doveva durare giusto un’ora. Un’ora, due volte al giorno.
E allora: il canale dove a primavera iniziano a farsi sentire le rane. I salici che ondeggiano, pendono, frusciano ai lati dei canali. Le stalle, tre, che si incontrano poco prima dell’incrocio con la provinciale che porta a Prata. Il dente di leone in fiore, che poi puntuale esplode in un mare lattiginoso di soffioni. E’ il ventinove marzo, oggi, il primo giorno di vero tepore di questo mese meteorologicamente indeciso come da copione, quindi le rane ci saranno tra poco, così i soffioni. Ma intanto gli mostro, indico, predìco le meraviglie del prossimo mese nemmeno fossero cose mie, che ho programmato, che ho segnato sul calendario, che farò.
Ed ecco i pioppi all’ingresso di quella casa, gli aceri davanti a quell’altra e la pensilina della fermata bus della linea extraurbana su cui pende un albero di amarene, dove a maggio-giugno vedi sempre qualcuno che aspetta smangiucchiandone con tutta la calma di questo mondo. E le due vie che passano sotto l’autostrada, e il vivaio con il vivaista che tra una fila di palme e una di cycas alza la testa, ci sorride e ci saluta.
E lui risponde, e sorride di rimando per un gesto cortese che gli pare prezioso, perché tiene sempre gli occhi spalancati e vede tutto, tutto, e comprende, comprende così tanto che in qualsiasi momento lo guardi, anche da lontano, ti sembra sempre di sorprenderlo nell’atto di stare capendo qualcosa: un segno, un suono,  un odore, cose così piccole o così grandi da far venire a volte le vertigini. E pure adesso, è lì che pedala tranquillo e magro e si guarda intorno, e già so che quando ripartirà porterà via con sé un pezzettino di tutto quello che stiamo attraversando, e niente sarà lasciato indietro.
E così via: il campanile di Palse, il cagnolino marrone che abita nella casa all’imbocco del vialetto che porta al sagrato della chiesa, e che rincorre i passanti per tutta la lunghezza del suo giardino da dietro la cancellata, e quel tratto subito dopo il primo ponte dove ci sono le anatre libere ai lati della strada, e il topo di campagna schiacciato che sta lì ad aderire all’asfalto da almeno una decina di giorni, e… così via, così via.
E mi prende quella strana meraviglia ogni volta senza precedenti che mi invade quando mi sorprendo a fare qualcosa che non avrei mai immaginato. Tipo: chi l’avrebbe mai detto che un giorno mi sarei trovata qui, con lui, in giro in bici per le strade di queste terre, su questa geografia così altra da quella che abbiamo potuto chiamare nostra? Eppure guarda, siamo qui e ci sono momenti in cui mi sembra di stare portandoti a passeggio in giro per la mia stessa carne. E guarda quanto siamo andati lontano, e quando in profondità siamo scesi nella mappa. Tu te lo saresti immaginato anche solo un paio d’anni fa, per esempio quella volta?

Mh… ok, allora cerco di frenare piano…
– …?
Embe’ se è carne…
…?
… così non ci facciamo male.


(e che è ‘sta prima persona plurale, mo’?)

(aspe’, ‘stardo che non sei altro, questa non è mica la prima volta…)

(co) Incidenze

venerdì, 8 giugno 2007

Only those who accept
will find that acceptance in return.
We have been trimmed down like hedges
and told just to sit, and wilt, and spit at each other from a distance
with constant resistance… from you.
Gonna need a home: you’d expect the same now, wouldn’t you… wouldn’t you?

[Dredg, Bug Eyes, 2006]

Perché insieme ai segni si svegliano anche i sogni, poi, eh.

E allora sogno, torno a sognare, continuo a fare sogni. Sogno acque e fuochi, sogno voci cui attacco un volto che forse è, forse non è, forse vedrò, forse non vedrò mai. Parole e dia-loghi sconfinano nel sonno, nella veglia, si intrufolano in quella foresta di luci e bagliori che cresce ai margini della mente, di notte. E’ pieno di confusione, qui. Carte di radionavigazione, tazzine da caffè con il fondo marrone e asciutto, il biglietto di un concerto di tanto tempo fa, fracasso di lavori in corso dall’altra parte della strada che durano da un anno e più (aspetta, ma quello è a sud, sì, va be’, ma che fa?). Ora è il soffio della fiamma ossidrica, ora il potente tintinnio di una mazza da cinque chili sui tondini del cemento armato, ora bordate di flex che sagomano piastrelle facendo scintille. E non accenna a diminuire, questa confusione immobile, dentro e fuori si distinguono a fatica come a volte succede tra cinguettii e suonerie, rifiuti ed esseri umani, io e tu, qua e . Ma così mi sta bene, come te lo devo dire? Anche quando il sogno è che la barca prende fuoco, e poi si alza il vento, e all’improvviso c’è freddo nelle orecchie e il silenzio si fa liquido perché sei (sono?) affondata. Va bene. Così va bene, capisci? Perché non devi smettere – mai – di sentire. Sentire. Sentire. Sentire. Freddo, caldo, gioia, paura, rabbia, quel che è.

[…dare al fegato un motivo per contorcersi e non perdere la sua elasticità.]

(uh, che bella canzone, quella…)

Solo così il viaggio può continuare, di voce in voce. Una Voce. Un’altra. E un’altra. E un’altra ancora. Come libri. No, come uscite dell’autostrada. No, più lento ancora: come case disseminate su una pianura silenziosa che arriva fino all’orizzonte. A tenerle insieme, solo strette stradine bianche lunghe chilometri e chilometri. Ogni volta che ne incontri (incontro?) una, ti domando (a chi?) dove porterà, come finirà, se finirà. Più che come case, anzi, spesso si presentano come porte, o come strade da percorrere. Quei chilometri che tengono insieme le case sulla mappa, ecco. Molte sono state brevissime. Presso alcune hai lasciato una parte di te e ad esse fai ritorno appena puoi. Il più delle volte erano vicoli ciechi, o tornavano al punto da cui erano partite. Ce ne sono state di pericolose, pure… a senso unico. Sulle dita di una mano conti quelle che stai ancora percorrendo, quelle lunghe – che più sono lunghe e più ti piacciono – lunghissime, che arrivano all’altro capo del mondo e ritorno. Eppure, comunque sia, qualsiasi distanza del viaggio esse coprano, qualcosa resta. Sempre. Non sai come, ma succede. Si seminano da sole – si possono seminare, le strade? – e poi, quando non ci sono più e la stagione è mutata, germogliano, crescono e poi fioriscono. E te ne vai in giro così, ridicola, con questo corpo smagliato come una carta geografica cespugliosa e legnosa che ti è cresciuta addosso che nemmeno il vischio sulle querce, e che non è possibile districare né separare da te senza farti del male in qualche modo. La tua voce, la loro… ma che differenza fa? Se la tua voce si nutre di voci e se loro da te trovano un posto dove stare… ma che importa, alla fine, la differenza?
Che ci sia, la differenza, ecco, quello è fondamentale. Ma quanto importa – davvero – quel che è vero e ciò che dall’incontro fra me e quelchevvéro è nato in questo momento e prima non c’era? Cosa vuol dire esattamente saper inventare?

[La differenza tra due informazioni ne genera una terza, diversa e distinta dalle prime due, la cui forma e manifestazione finale dipende dall’interfaccia attraverso la quale avviene la combinazione.]

(Eh? Chi ha parlato?)

Oggi mi pare infine che tutta la questione non fosse poi così importante, in fondo. Io, tu, egli, noi, voi, essi… ma che differenza fa? A che servono i pronomi? Non ricordo chi diceva che i pronomi dicono le distanze. Va bene, ok. Ma poi? Dicono quel che è vero e quello che non lo è? Raccontano qualcosa, oltre a indicare il punto, la distanza dalla quale ti sto parlando o ascoltando?

Per me (te?)… no.
E allora?
No, dico: e allora?

Delle vie infinite dei pronomi

giovedì, 31 maggio 2007

[Un appunto per la siòra. Ma anche in generale, boh]

 Sta in un altro posto. Perché era lì che stavi buttando giù un commento su sua richiesta – du’ parole e qualche link su una questione che ti sta molto, molto a cuore, dovevano essere – quando a un certo punto da qualche parte qualcosa si è rotto, un argine forse, e ti sei ritrovata in piena esondazione.

 E’ un pronome, una voce che non conosci, quella. Dovrebbe essere la tua e invece è la prima volta che la senti. Ti leggi, e non ti sembri tu. Io. Insomma, quello. Soprattutto perché in realtà si tratta di cose viste, lette, ascoltate, assorbite altrove, in altri luoghi, da voci altre che ti si sono sedimentate addosso nel tempo. E tuttavia ci sei, lì dentro, non puoi negarlo in alcun modo, e quasi più in carne e ossa e gesti che qui. Che impressione.

 Ti torna in mente quella volta in cui s’era detto che gli amici che fanno da cavatappi sono una benedizione, quando il sughero incastrato nel collo di bottiglia siamo noi. Ecco. Così.

(grazie, Lu’)

Rewind

mercoledì, 16 maggio 2007

Oh, improvvisamente senti il bisogno di vergare questa cosa su carta: hai sempre pensato che parlare di memedesima fosse una cosa brutta, inutile, di cui quasi scandalizzarsi. Dire io in pubblico, che indecenza. E scriverlo, poi! Una schifezza.
E tutti a dire ma no, ma perché, il mondo intero pensa in Io, serve a pensare, a capire, a spiegare, ohibo’, mo’ non stare a fare la sostenuta. Ma non lo facevi apposta, è solo che avevi questa vita piena di voci. Poi un giorno – non sai nemmeno com’è stato – ti sei detta mo’ provo, e vediamo com’è. Ora, non ce la fai più a tenertelo: è stato un disastro. Non sai che t’è preso, davvero, non sai come hai fatto a farlo uscire dalle pareti del cranio. Doveva  mancarti qualche rotella – che poi è tornata forse a posto, perché poi quel giorno di giugno ti sei sentita l’essere umano più stupido della terra. Ma che ho fatto, ti chiedevi, ed era già fatto, appunto, già tutto fatto che non ci potevi più fare niente, e allora ti sei sentita come il bambino Oskar, o come Billy Pilgrim, e hai desiderato che tutto quello che avevi pensato in Io rientrasse nella punta della biro, tutto tutto indietro, facendo scorrere il film di quei mesi passati a dire Io alla rovescia, dall’ultima parola fino alla prima. Perché il guaio con le parole è sempre quello, che non sei più lo stesso dopo che le hai dette o scritte o ascoltate, tutto cambia, non è più la stessa cosa di prima. Nel caso specifico, che guaio è stato: si sono spalancate, e hai scoperto la vastità del microscopico mondodidentro, la parola Io era solo il minuscolo passaggio che portava… dove? Boh, forse a quel tout se tient che ti sembra tenere misteriosamente in piedi il microscopico edificio della tua esistenza da ginestra. Che alla fine, poi, era solo quello che il tuo io voleva raccontare: non i fatti, non le cose in sé, ma il modo, la forza che a un certo punto le metteva tutte insieme a formare qualcosa d’altro, di nuovo, di vivo e di… solido. Che sta in piedi. E invece no. Alla fine, che pasticcio. L’informe matassa del tuo tout se tient ha un senso solo per te, solo tu vedi da dove parte e dove arriva, e come si trasforma. E soprattutto, nella parola Io non ci sta. Non ci entra. Io non è solo io. Io è una rete, di voci e di gesti, di cui solo incidentalmente io fa parte. Io sul foglio è un collo di bottiglia di te che sei intera, in intero che non ha gli strumenti per riassumersi. Ma tu hai spinto lo stesso, più che hai potuto, per far passare quell’intero grosso come te per un buco largo quanto la punta di una biro ed ecco, ecco il pasticcio. Intanto, dietro quella porta così piccola ci hai trovato la mappa del mondo delle congiunzioni, dei legami, delle forze tra loro opposte che, opponendosi a loro volta alla gravità, fanno sì che tout se tient, sicché alla fine parlare in Io è stato tentare di muovere i primi passi nell’immenso territorio delle congiunzioni. Io e.
Che casino. Non ci hai capito più niente. Per mesi hai camminato a tentoni, lasciandoti guidare da una voce che da chissà dove ti portava chissà dove, e sì che non sapevi nemmeno bene di chi fosse, quella voce. Ma ormai c’eri, e allora.

 Poi un giorno, una notte, è spuntata la Luna. Alla sua luce ti sei vista i piedi, e hai visto la strada. E hai gridato. Perché in Io avevi sbagliato tutto, credendo alla voce, che poi era la tua, che diceva che andava tutto bene mentre in cuor tuo sapevi anche se speravi, speravi, speravi. Tutto sbagliato. Ancora e ancora. Guardando l’intero, quel che era passato per il collo di bottiglia della punta della penna era niente più che un ghirigoro informe, un lungo serpentello di dentifricio lasciato lì a seccare. Avevi creduto che. Avevi pensato. Eh, ma cosa avevi avuto il barbaro coraggio di pensare? Che Caporetto, mamma mia. Io non sono quello, hai gridato. Io. Non sono. Questo. Che ho scritto. E allora, non sai come, hai capito: la differenza tra parlare in Io e essere io. Che sono due cose diverse, questo hai imparato. E allora hai detto: non lo faccio più, non lo faro mai più. Io non è quello che scrivo. Io sono intera. Scrivere è un’altra cosa. Non sai cosa, ovviamente, ma insomma. Quindi adesso, quando parli in Io, non sei tu che parli. Di te, adesso, qui non c’è più molto. Qui si parla in Io, ma è sempre le congiunzioni che intendi. Non te.
Il tuo piccolo te… è una cosa di cui c’è molto poco da raccontare. A meno che non si voglia far finta, come ha detto.. chi l’ha detto? Far finta che sia, la vita, una storia che si può raccontare.

 Che come glielo spieghi, tu, a lui, a lei, a te, che cosa significa toccarlo, il resto, l’altro, toccare le cose, le persone, toccarsi fra esseri umani, con la voce, con le dita, accarezzarsi il viso come ciechi, perché così spesso ti ritrovi cieca in questo groviglio di corpipensieriparole di cui non capisci niente e che è intero anch’esso e che è l’intero che ti contiene, davanti al quale non sai far nient’altro che arrenderti, aprirti e infine vuotarti come il recipiente che lui un giorno ti ha fatto scoprire di essere, e così scorrere sulle cose, gocciolare come acqua, e sfiorare, e filtrare, per capire, o almeno provarci, per tentare di ri-conoscere, distinguere, e infine forse conoscere, un giorno, magari chissà. Ma anche no.
Come lo spieghi, questo? Come lo spieghi cosa vuol dire mandare un sacchetto di mandorle – che hai colto con le tue mani sfregiandoti le braccia – a ottocento chilometri di distanza solo per dire grazie perché mi fai sorridere, come lo spieghi che cos’è un inverno passato a macinare chilometri non per l’impresa in cui ti eri gettata, ma per la persona con cui avevi preso l’impegno di portarla a termine? E le Voci, all’ufficio postale, al bar, in quel treno lungo come l’Italia intera che nonostante tutto ancora sa di sudore e a ogni regione cambia lingua, colori, fisionomia? Ma veramente, parliamone, come si spiegano le volte in cui, appena arrivata, hai sentito parlare un idioma mai sentito prima e – incredibile! – hai capito il senso di quel che veniva detto pur non avendone compreso una sola parola? Come pensi di poter spiegare i sogni, i segni, i tremori, la gioia del tornare a far scorrere la mano sulla carta senza dolore e la cicatrice, come la spieghi, quella, che la ringrazi ogni volta, ogni santissima volta che le dita si stringono di nuovo intorno alla penna? Far finta che sia una storia da raccontarsi – così si fa, forse.

Ma se non si sbroglia prima questa questione dei pronomi… no, non si può fare. Proprio no.

Riflettiamoci, su

mercoledì, 9 maggio 2007

Che poi ci puoi girare intorno quanto vuoi, ma poi alla fine basta, il perché diventa solo una perdita di tempo. L’analisi logica non ti dice perché una frase ti piace così tanto che non smetteresti mai di ripeterla,

[ Ài da stâ dentre al tiô vuoe par jôdeme ]

e intanto magari ti fa distrarre dalle parole, dalla voce che le pronuncia, dal viso che guarda un po’ qua e un po’ là e dalle mani che si muovono nell’aria mentre la voce, la voce parla. E poi ti concentri, allora, ti concentri tanto che nella voce ti perdi, la lasci entrare dalle orecchie di spugna che la assorbono, come sempre, come ogni volta che riesci a non distrarti, come ogni volta che ti dimentichi di averne anche tu una, di voce, ché poi se pure ce l’hai non la vuoi sentire perché tanto non serve – se parli non senti, e se non senti che parli a fare? – però poi ti dimentichi anche che in teoria ci sarebbe un tuo turno, il tuo turno che serve a non mandare in pezzi il ponte d’aria su cui passa quello che vi dite, ma te lo ricordi quando è tardi, quando sei ancora lì che stai dando alle sue parole il tempo di attraversare il mare di punti di sospensione che vi separa………… e intanto il momento è passato, l’hai mancato perché diciamo la verità, come glielo spieghi che un ritmo unico per tutti i discorsi non esiste e che anzi, ogni volta che si apre bocca se ne crea uno diverso?… così lo guardi mentre ti guarda, che lui ha finito di parlare ma tu sei ancora lì che aspetti le parole arrivare fino in fondo al ponte, fino in fondo alla pancia, e allora anche lui lo vede, il mare di punti di sospensione, te lo vede in faccia ma non sa che è normale e allora ti fa vabbuo’, andiamo, va’, e tu lo senti che sotto quel vabbuo’ c’è un pugno nello stomaco del tipo oh, guarda però che stavo parlando con te, e che cazzo. Ma tu sei veramente, ma veramente tutta scema, allora: pensi che delle persone non ci capisci una mazza e la cosa, in verità, non ti dispiace mica, anzi, perché barcamenarti tra errori e tentativi in qualche modo ti piace, ti tiene sveglia e ti fa sperare sempre che la prossima volta, forse, ecco, se stai più attenta magari andrà meglio. Perché intanto che lui aspettava la risposta tu lo assorbivi parlare e a te intanto tornava in mente la forma di certe foglie e ti dicevi ecco, questo qui è proprio come quella foglia lì, di spaccasassi, tutta storta e nell’insieme assolutamente perfetta, e chissà se anche lui quando ci si mette è capace di romperli con tutta la calma del mondo, i sassi, mi sa di sì. Lo vogliamo dire, e diciamolo, che ti piace non capirci un tubo con le persone, e che proprio perché non ci capisci niente stai sempre lì a paragonarle agli alberi, alle piante, agli insetti. E ti piace anche stare in silenzio mentre loro tirano fuori quello che hanno da dire – dare – anche se poi manchi di parlare al momento giusto pur avendo qualcosa da dire pure tu – che poi che significa avere qualcosa da dire? – e anche se loro ti prendono per… boh, per cosa ti prendono? Maleducata? Rincoglionita? Stupida? Una via di mezzo tra le tre, forse. Vabbe’, ti dici sempre, non fa niente, ma chissà che qualche volta uno dei tuoi silenzi non ti privi di una delle prossimevolte in cui riponi la tua fiducia… che chissà quante te ne ha già tolte, senza che nemmeno te ne sia accorta. Come se non fosse già abbastanza ridicolo andarsene in giro con tutta quella roba verde in testa, invece che con pensieri di senso compiuto che non facciano credere a chitistadifronte che non lo stai ascoltando. Che poi se non gli rispondi è proprio perché lo ascoltando da capo a piedi, dalla voce al corpo, accidenti a te.
Ma lui non lo sa, e allora forse ci resta anche un po’ male, mentre tu sei lì a sentire la paura che lui ti stava raccontando fissando il cilindro di monetine che ha appena costruito. Ma chi lo fissa, il cilindro, tu o lui? Tutti e due, dannazione, e ci sei, scema, allora… no? Sì. Veramente sì. Che poi dopo te ne accorgi, ti molleresti un ceffone da sola, e il resto ti si strozza lì. Provi a sorridere ma poi insomma… sarebbe meglio di no. Il momento pesa, s’ scassa, passa, e tu pensi ancora: mado’, non ci capisco niente, non ci capisco VERAMENTE niente. Poi ti guardi intorno e furtiva, piena di vergogna, ti ascolti dire meno male, mentre il pensiero va in frantumi, fucilato da quell’attimo di silenzio che forse non avrebbe dovuto essere. Ma perché, poi?

(sì, c’è eco qui dentro)

L’Inconnu sur la terre

lunedì, 26 febbraio 2007

Mi riservo di dire. Dico con riserva. Uso le parole di riserva. La riserva di parole è in riserva. O sono io, che dovrei andare a fare rifornimento al distributore? Dove si fa rifornimento di parole? Non so come lo sento, ‘sto motore. Non è che s’inceppa. No, è che certi giorni fa: scinne e fattéll’a ppère. O va, o non va. Mi lascia sulla soglia. Davanti un fuori pieno di silenzio e di sole, dietro un dentro pieno di carta e parole. Siccome un po’ di sole in certe ore del giorno arriva anche fin sulla porta, succede che spesso non mi muovo da lì. Allungo un braccio dentro, arrivo a prendere carta e penna o un libro, mi siedo sotto lo stipite e ci resto. Col sole addosso, sulla testa e sulle parole. Altri giorni invece le mollo lì, prendo un treno e me ne vado da qualche parte a guardare quello che capita, e per un po’ non mi faccio trovare, persa nell’onda di piena della luce tra le undici e le due.
 Scendo a una fermata a caso, in mezzo a una pianura marrone, molle, dove le scarpe affondano rompendo una crosta sottile prima di trovare la morbida pancia umida del mondo. Ci sono, ci sono. Ho un peso da posare sulla linea dell’orizzonte, che bello, non su una sedia, su un tavolo, su un pavimento, su un letto. La geometria non tiene, qua in mezzo. Non c’è niente di dritto in questo posto, sentirsi accolti è facile, è ovvio, va bene, e no anzi: è così e basta. Non c’è niente di dritto qui, e per questo si sta proprio bene. Ma di cosa mi stavo preoccupando, non so. Se il mondo è ancora così morbido si può ancora fare. Fare cosa? Boh. Qualsiasi cosa sia, su questa terracarne si può ancora fare. Tipo: dire. Rispondere a una domanda quando te la fanno. Ecco, se sotto le suole si rompe la crosta, se basta il peso – questo peso, non quel numero sull’affare bianco che sta nell’angolo accanto alla doccia – per arrivare alla carne umida e morbida della terra che però ti sostiene senza farti sprofondare, allora sì, se arriva una domanda si può anche rispondere senza che ne venga fuori nulla di brutto, nulla di male. Si può fare, si può ancora fare. Il peso, questo peso è una benedizione. Vuoi vedere che affondo anche se mi tolgo le scarpe? Non ci credi? Guarda. Una, due, ecco. Anche i calzini, via. Ecco. Fa solletico sotto i piedi, pizzica la terra che si rompe. Mi lascia entrare lo stesso. Vedi?
Una volta ho camminato nella terra con una persona che senza le scarpe non affondava. Era così leggera  che senza le scarpe la terra non la lasciava entrare. E siccome eravamo lì apposta per quello, ci restò male. Forse non le piaccio, pensò. Però dai, adesso cammino nelle tue impronte, disse con un sorriso, come quando leggi una storia scritta da qualcun altro. Ma la sua gioia era ormai spezzata. E anche la mia.
Ma era così tanto tempo fa. Una o due persone fa, almeno. Nessuna sorpresa.

 Oggi la terra è umida e molle, esattamente come allora. E il sole pure, alto, e caldo. La luce, che a ondate si rovescia sulla pianura dove niente è dritto, non ci tiene a sottolineare nessuno spigolo, stamattina, ma solo a far luccicare il didentro di ogni recipiente che mi si apre sotto i piedi, e a fare più intensi gli odori, che al sole sanno più forte, più forte… più forte sa la terra secca e quella bagnata, e l’albero spoglio più in là lancia fin qui il sentore della corteccia, mentre io stessa spando quello della lana calda del maglione, della pelle, dei capelli. Non ci sono parole qui fuori. Di quelle che mi porto dietro, nessuna si trova qui. Qui ci sono solo luce e terra. Luce e terra. Terra, terra, terra. Terra sui pantaloni dalle ginocchia in giù. Nemmeno un filo d’erba. Le scarpe con dentro i calzini, tenute con due dita di una mano, mentre l’altra è libera. Il giaccone, appallottolato laggiù, lontano lontano, dove finisce (o inizia… insomma, sulla soglia) il campo. Vado dove voglio. Dove vado? Di qua, poi di qua. A ogni passo si apre la terra, ancora, e ancora, non so se è bello o fa male, non lo so e non smetto, non posso smettere, vado dove voglio e sono un aratro, vado dove voglio, vadodovevoglio e mi chiedo: chedirezioneprend… e muore senza manco il punto interrogativo, la domanda, ché qua è solo tutto marrone, una enorme distesa marrone e la direzione me la sono persa, m’è caduta da qualche parte, forse l’ho lasciata in stazione, non so, ma tanto a che serve, ché qua è così grande che vado dove voglio, qua, qua e poi qua, e poi là, e la terra si rompe e mi lascia passare, e il sole si fa così caldo che pesa, nemmeno c’avessi due mani di luce che mi spingono verso il basso posate sulle spalle.
 Ma c’era quella storia. Il ragazzino, sconosciuto, che amava la luce crudele, accecante dei giorni d’estate, che nel bianco di quella luce saltava a piedi uniti sulla sabbia per separare l’ombra dai suoi piedi. I piedi ricadevano sulla terra e l’ombra nera si riattaccava ai piedi, e lui la guardava ridendo. Ommadonna, come ho fatto a dimenticarla? Cammino, un passo dopo l’altro ed ecco, adesso lo faccio anch’io, sì, che unisco i piedi e hop-là, hop-là, hoooop-là, hop-laaaaaà, e uh, la terra profuma ancora più forte, perché sotto i piedi si aprono recipienti ancora più grandi, e – hop-laaaà! – anch’io profumo più forte, e cosa sono allora, hop, cosa sono stamattina, laaaaà, cosa sono stamattina, un coniglio, un pesce, un sasso, cosa, cosasono, e cosa sei tu, e guarda l’ombra che si stacca, perché sì, che si stacca, è vero, e chi l’avrebbe mai detto che dopo tanti chilometri ti saresti messa a saltare sulla terra a piedi scalzi, così, senza parole, senza se e senza ma, che ti sarebbero volate via di mano le scarpe, libere, via, via libere anche loro, che ne hanno fatti di chilometri anche loro e pure nel vomito sono passate, e ora stanno là, libere, per una volta non appaiate, una di qua e l’altra di là ma sempre compagne, come dicono nel dialetto qui vicino, che sono vecie compagne, dopo un volo che le ha scollate anche loro dalla loro ombra, per una volta, per un momento, mentre tu fai i tuoi esperimenti di gravità e ti senti leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante fino a non. Poterne. Più.

*

Ti ha svegliata la curva che la strada ferrata fa subito prima di entrare in stazione. Non ti ha visto nessuno, ma dalle ginocchia in giù sei marrone, e intorno a te c’è odore di terra bagnata, di te e di sole. E radici dentro le scarpe, che un po’ ti dispiace di dover lavare via una volta arrivata a casa. Ma che ne sapevi tu? No, è vero, ammettilo. Che ne sapevi. Non lo conoscevi, questo.

E da che parte del finestrino stavi?
Neanche questo lo sai.
(torna alla riserva, va’)

Οὖτις ἐμοί γ’ ὂνομα

lunedì, 18 dicembre 2006

"Ecco cosa sono, le Eus: l’universo – grande, piccolo – te lo fanno misurare tutto".

[Marco Paolini, Bestiario italiano – I cani del gas]

E poi, cos’è successo dopo?, ti ha chiesto.

E’ tutto il pomeriggio che ve la raccontate, ti si incurva un angolo della bocca in un sorrisino appena accennato quando pensi che già lo sai che si farà sera, poi forse anche notte.

Ma a che mi serve questo blog? Che ci faccio qui? Cosa? Cosa ci faccio dentro questa scrittura?

Te l’eri chiesto con lei, ché lei, che comprende sempre tutto, c’ha sempre quella parola in più che ti riporta sui binari. Anche quando l’interrogativo, diciamolo, è una questione per cui non trovi aggettivi, tipo questa. Visto da lontano, che ci vuoi fare, il mondo è solo una palla che gira. Ultimamente, però, che in giro leggi molto, pure troppo, te lo chiedi anche piuttosto spesso. Leggi così tanto che poi alla fine ti interroghi su cose alle quali normalmente non ti verrebbe nemmeno di pensare. Come ti ci sei infilata, qui dentro? Te lo chiedi tu, e adesso te lo chiede anche lei, che è curiosa di tutto, anche di quello che non conosce. E a un certo punto hai concluso che precisamente tu non lo sai. Ma lei ha detto che no, per la cura che dedichi a ‘sto spazio non può essere.

Non dire scemate, ti fa.

Scemate. Questa è proprio una delle sue parole, non conosci nessuno che la usi quanto e come lei, che al posto di cretinata dice scemata.

Se non sai cosa ci fai adesso lì, scommetto però che sai come hai cominciato, tu ti ricordi sempre l’inizio delle cose, tu ricordi sempre tutto – dice.

Eh. Ti disarma così, davanti alla tisaniera dove filtra la solita miscela di erbe, sempre la stessa ormai da anni. Ma è vero, com’è che è successo te lo ricordi benissimo. Era stato lui che, una sera di febbraio che non avevate niente da fare e fuori era freddo ed era tardi e le tisane – sempre quelle –  fumavano sulla tua scrivania e lui se ne stava seduto al tuo pc, aveva detto no, senti, mo’ te ne apro uno io.

Eh, ma che me ne devo fa’?
E io che ne so? Tu prova.

Te ne parlava già da un po’ ma tu, boh, sempre distratta.

Come lo vuoi chiamare, allora?
Uff’.
Jamm’, la prima cosa che ti viene in mente…
Boh.
Dai!
Eh, ma che ne so… boh… eus. Eus, ja’.
Eus? E che è?
Voci.
Eh?
Voci, in una lingua che non conosciamo.
Mh. Vabbuo’.

Detto, fatto. Così te l’eri tolto ‘a tuorno, credevi. Il giorno dopo te lo impaginava, e in alto c’era un frammento di quella foto, proprio quella. Com’era bella la pagina, bianca e azzurra come i tuoi quaderni. Tanta la gratitudine, che a scriverci niente ti pareva di far andare sprecato il tempo che lui aveva speso a metterlo in piedi. Un peccato.

E poi?

E poi cavolo, e mo’ che ci scrivo?, avevi pensato. Uff’. E insomma, siccome lui era il solo a venirlo a leggere, in poco tempo fu: che voi si iniziasse a parlare anche così, da lontano, un post alla volta, intanto che entrambi si andava e veniva, a zig-zag sulla crosta di questo pianeta che gira. O almeno così era per te, essendo lui il solo interlocutore di questi scambi di luoghi, viaggi… e voci. Già, a proposito, le voci.

Com’è che t’era venuta in mente proprio quella parola?

Uhm. C’hai pensato. C’avete pensato. Dice lei che certe cose nella vita ti pigliano a tradimento. Te le porti appresso da una vita, dai, ce le avevi lì che ti aspettavano al varco.

Oddio. E’ proprio vero, visto da lontano il mondo è una palla che gira. Ma certe volte lo è anche da vicino.

Dai, ja’, è inutile che ci giri tanto intorno, sono venute a galla a tradimento, loro, che ti seguivano dappertutto. Come quell’altra volta.

Gli è che comunque, com’era come non era, ci avevi preso un certo gusto a stare in questo spazio condiviso a chiacchierare di altri spazi condivisi, cioè quelli su cui ti capitava o vi capitava di mettere piede insieme. E così, poco a poco, il dialogo con il gallinaro deragliava prendendo una piega sempre più larga e però, ecco, mica smettevi di parlargli, no anzi, ti piaceva pensare che sulle strade di cui parlavi lui veniva con te, da lontano. In fin dei conti, era sempre con lui che parlavi.

E poi?

E poi, a un certo punto, è successo che lo spazio si è aperto. E’ arrivato qualcun altro. Lo spazio condiviso ha fatto effetto cosicché qualche voce, passando di là, forse per caso o forse no, ha detto: ue’, ciao, qua ci sono anch’io. Nella sua lingua, però.

Ah ah… che botta, quella, per le parole, eh?

Già già. Una vera e propria botta, nel senso che botta ha nella tua lingua. Non un botto, ma una botta. Una spinta. Perché le eus, si vede, erano venute fuori non del tutto per caso, e mo’ avevano avuto la botta. Come dice quella canzone che sta sempre con te:

I got some things I can’t tell anyone
I got some things I just can’t say.
They’re the kind of things no one knows about,
I just need somebody talk… to me.

Ecco. A tradimento. Visto che ci sono cose che non posso dire, allora – avevi pensato – facciamo così: parlate voi. Così vi ascolto, vi lascio entrare e risuonare, e io non avrò altro da fare se non. Risuonare. Poi, dentro, fate quello che vi pare. Io resto qui ad ascoltarvi. Tanto, non mi basterebbe tutto il tempo del mondo.

Ma che ne sapevi, tu, delle risonanze?
Niente.
Non sapevi niente di come si fanno eco, le Voci, i suoni, i suoni della carne. Che ne sapevi, tu.

Sapevi solo che quando intendevi le parole senza capirle, ecco, lì avevi incontrato una voce. Ce n’erano sparse ovunque, solo che non lo avevi mai realizzato prima che la vita ti portasse lontano dal posto in cui sei nata e cresciuta. E quindi, che altro poteva succedere? Quasi senza di te, le tue orecchie si sono lanciate all’ascolto. Come quel giorno, lì, di tre anni fa.

Ah, quello, è vero, me l’ero scordata. Ma vedi che ti ricordi sempre, tu?

Perché era successo che quel giorno eri andata ad ascoltare una Voce che ti era cara raccontare le sue storie, e tra queste storie c’era quella di un’altra voce che a sua volta raccontava – in una lingua che non avevi mai sentito prima in vita tua – di essere fuggita dalla Terra barricandosi nella sua stanza che era una nave spaziale, in cui il sedile era il letto e lo specchio l’oblò da cui si vedevano stelle e galassie, e le ombre sul muro meteoriti. Ed è successo che dopo, parlando con chi aveva ascoltato insieme a te quella storia, l’altro s’era dispiaciuto di non averne afferrato niente, nemmeno una parola.

Ma come? La nave spaziale, e gli umani che gli gridano di uscire, e lui che scappa sempre più lontano…
Eh? No, aspetta, ma la conoscevi già, quella poesia?
Noooo, mai sentita prima.
Allora conoscevi il dialetto.
Oddio… veramente no… hai sentito il nome di quel posto? Non so nemmeno dove sta, Andreis.
E come l’hai capita, allora?
E che ne so? Ma tu proprio niente… nemmeno il diciotto agosto dell’ottantadue?
Anche una data, c’era?
Sì, l’ha detta all’inizio, mi pare…
Ti ricordi le parole?
Uhm… no.
Nemmeno un verso?


… no, le parole non mi tornano in mente.
Ohibo’, però…
Eh…
Mah.
Mah.

Quella era stata la prima volta. Ti era rimasta in testa la storia, ma non le parole. Allora, di quelle parole che non avevi capito ti sei messa a caccia. E hai scoperto un mondo intero, incassato lassù, tra le pieghe di certe montagne di cui non avresti mai saputo nemmeno immaginare l’esistenza. E da allora, per un motivo o per l’altro, non ha smesso più di succedere. Ma che ne sapevi, tu, delle risonanze. Delle voci. Delle Eus.

Un giorno, poi, qualcuno ti ha detto: a furia di leggerti parlare (sic!) di voci ho l’impressione di sentire la tua, e anch’io a volte ti intendo senza capirti del tutto. Te ne sei mai accorta? E poi è strano perché è una voce scritta. Ci sono certe volte che mi domando come fa quella che ti suona nella gola.

Eh. Vero, eh. Qualche volta succedeva, e che meraviglia ogni volta. Quell’irragionevole sensazione di essersi intesi.

Non ti ci sei mai abituata, eh?

No, mai. Come ancora adesso non ti abitui all’idea delle quattro-cinque presenze che con il tempo sono diventate Eus, Voci a loro volta, ché ogni volta che ne arriva una nuova sei lì che ti domandi sul suo conto cose inutili tipo chissà chi è, dove sta e chissà in che modo tiene tra le dita, che so, la tazzina quando beve il caffè… come la meraviglia che ti ha fatto quel qualcuno che nei mesi appena trascorsi s’è letta tutta, ‘sta carriola di parole, dall’inizio (parliamone, ancora ogni tanto ci pensi). E poi le voci, quelle che suonano, e come suonano. E risuonano. Scritte, e parlate. Sulla carta, su uno schermo, nella gola. Non ci capivi più niente. Ma che ne sapevi, tu, delle risonanze.

 E che ne sapevi, anche, di dove avevi messo quella che ti suonava nella gola. Non te lo ricordavi mica più. Il viso che ti sta di fronte dietro le volute di vapore della tisana ti dice spesso che la usi solo per dire quattro, cinque, sei parole in croce: scusa, grazie, tivogliobbene, no, guarda, veramentevolevodireunaltracosamanonfanniente.
E non chiedere sempre scusa!
, ti fa stizzita ogni tanto. Ma che ci vuoi fare, quella e grazie ti sembrano le migliori tra quelle che conosci, e devi pur ammettere che a volte se non puoi dirle preferisci stare zitta. Se non altro, per non essere troppo ripetitiva. Per cui, ecco: le tue parole da sole non vanno. Da nessuna parte. Non sono mai andate da nessuna parte da sole, il tuo linguaggio intero basandosi sulla sola nozione di spazio. Del tipo: aspetta, se vuoi sederti qui anche tu a guardare il mare qui c’è un sacco di posto. E allora, siccome spesso ne sei priva, hai detto: parlatemi voi. Parlate, ché io sono vuota e voi risuonate dentro questo vuoto siderale che tanto spesso mi dà le vertigini – davanti alla risorgiva di un fiume carsico ma anche davanti a una specie di palafitta appena intravista guidando su una statale che attraversa una laguna, tanto per dire – e mi colate tra le mani e mi riempite… e io, che sono niente più che un recipiente, qui ho tanto spazio che non ci si sta mai stretti, questo almeno lo posso garantire.

Ma allora, scusa, era questo che volevi dire!
Eh?
E che altro sennò?
Eh…
Dai, questo è quello che fai sempre. Andare a mettere le orecchie e le mani dappertutto. Non saprai parlare, è vero, ma non sai stare nascosta. E nemmeno lo hai mai voluto, quindi di che ti meravigli se poi le parole vogliono parlare di questo?
Aspettaiovolevodireunaltracos…
Non è vero.
Ma…
Non dire scemate.
Guarda che non mi hai fatto dire ancora niente.
Stai per dirne una, mi ci gioco la sottana.
Non hai mai portato una sottana.
Domani me ne faccio dare una da mia mamma e me la metto solo per scommetterla.
Stronza.
Dimmi.
Niente, stronza e basta. Vocativo.
Grazie.
Non mi fregare le parole.
E’ ovèro, chell’ già so’ ppoche…
Stronza.
Ti ripeti, vedi…
Tien’ chiù corna ‘e ‘na sporta ‘e ciammarrùche. Meglio?
Stronza.
Che è, ti s’è infeltrito pur’a te, il vocabolario?

E pure s’è fatta notte, alla fine. Due risate scomposte sbattono sulle pareti.

Anche queste risuonano
Già.


Mari’.
Eh.
Non so parlare d’altro, quello è il fatto.
Embe’, e che fa?
Non lo so. E’ solo che certe volte lo vorrei proprio dire, a chi passa di là.
E tu diglielo.
Ma si può?
Ancora con ‘sta storia? Qua passano gli anni, ma sei recidiva allora…
Eh, lo so.
Oh, machettifrega, atté.
Mh. Machemmifrega, ammé?
Eh.
Eh.


Perché alla fin fine, è vero, questo era quello che volevo dire: parlate voi, visto che io è meglio di no, perché quando cadete in questo vuoto bianco e azzurro iniziate a risuonare, e alla fine quello di cui si parla qui dentro è solo questo, solo questo, quel che succede in questo vuoto quando calate sul suolo delle mani, delle orecchie, degli occhi, che dopo non è più lo stesso, ché l’ascolto ogni volta muove, smuove qualcosa sottoterra sicché dopo non sono più quella di prima, e non lo sarò mai più.

Questo solo volevo dire, questo è quello che ci faccio qua dentro, dire quella stranissima cosa che è camminare, annegare in un mondo di lingue diverse che tra di loro non si capiscono ma si intendono, per quale mistero non so, e però succede, succede proprio ogni santissima volta, e dopo mi ritrovo dentro ‘sta scafaréa qualcosa che prima non c’era, non sapevo, non capivo, nemmeno lontanamente potevo immaginare. E anche di questo volevo dire – in un’altra sede, è vero, però c’entra e me lo appunto qui per non dimenticarlo – di come di bocca in bocca le parole viaggino su strade che si incrociano con altri percorsi, passando per altri punti di una mappa immensa, quella di uno spazio condiviso che è la voce, queste onde sonore così intime che viaggiano da interno a interno, da polmone a timpano, scavalcando anche la superficie della pelle. E allora parlate, che diamine, perché tanto qua ci abita solo un’ombra che ascolta, che cammina sul fondo spostandosi da un mare di parole all’altro, da una geografia all’altra, da una voce all’altra, e se voi accettate di parlare questa specie di ombra a nervi scoperti non ha nessun problema a venire fino a dove vi trovate voi, a sedersi lì accanto per sentire come dite, con la vostra voce: ciao. E, dopo, non essere più la stessa di prima.

Late biosas? Ma nemmeno per sogno. Senza nome sì, ma di nascosto no.

[Grazie per la foto, tu]

Orti (amici)

mercoledì, 29 novembre 2006

E poi lui è venuto, l’amico di una vita intera, sotto l’albero che spargeva nel vento le sue foglie, portando in dono un ricordo di luce della sua estate e una frase che solo voi due condividete. E tu l’hai visto, quel ricordo, con i tuoi occhi e i suoi, che erano la stessa cosa. E hai pensato: ecco com’è successo che ci siamo salvati la vita, io e te. E sì, così, impastando insieme luce e parole, con pazienza, per anni. E senza di te a questo mondo, hai pensato e hai detto, adesso non sarei qui. E anche lui, l’ha pensato e l’ha detto. E perché è così semplice, in fondo, sul fondo, così. E avete riso. E riso e riso e riso, che non vi fermavate più. E però la pizza è venuta bene, eh?

E ridevate e ridevate e ridevate, con la pancia con i polmoni e con la gola, fino a quel punto in cui qualcosa dentro si spezza e tu pensi ecco, mo’ schiatto. E all’improvviso, manco lo sai com’è e perché, ti sei sentita rinascere.

Vuota, e nuova. Dentro una risata che non finiva più. Per carità, niente di chissà che. Una rinascita di tutti i giorni. Di sole e di buongiorno

Llew Llaw Gyffes

domenica, 12 novembre 2006

  Quel fuoco fatuo, la legge: da che parte devo cominciare, per parlarne? La legge consiste nelle norme giuridiche, o nelle loro interpretazioni ad opera dei giudici, o delle giurie? E’ il precedente, o è il fatto presente? La norma o la pratica? Credo che non mi interessi granché sapere che cosa sia la legge.
  Certo, però, sono curioso delle cose che si possono far fare alla legge, ma questo disinteressatamente, senza impegno. A un bambino capita fra le mani un trattore giocattolo, lui gli dà la carica e prova a fargli scavalcare un libro. Il trattore lo scavalca bene. Il bambino piazza un altro libro qua, così, e inclina il primo. Il trattore li scavalca, non senza difficoltà. Il bambino apre le pagine del primo libro, ci appoggia sopra il secondo, per traverso, e sotto a tutti e due mette una sua scarpa. Il trattore ci prova, si sforza, gira su se stesso, ronza e ricade sul dorso, come una tartaruga, con le ruote che girano a tutta velocità, ma inutilmente. Il bambino passa poi alle matite colorate e ai puzzle, con volto impassibile. Non so che vogliate dire, signori, quando parlate di giustizia. […]
  Va bene, dunque, non ho opinioni generali sulla legge, o sulla giustizia, e se a volte pongo piccoli ostacoli, libri e piani obliqui sul cammino della legge è perché sono curioso, unicamente, di vedere che cosa succederà. Nelle occasioni in cui il motore della legge ricade impotente a gambe all’aria, mi appunto il fatto mentalmente e, senza mutare espressione, vado avanti […]. Vincere o perdere le cause non mi importa, e credo di non averne mai fatto un segreto con i miei clienti. Vengono da me, così come vogliono presentarsi davanti alla legge, perché loro credono di avere una buona causa. Io e la legge siamo del tutto indipendenti l’uno dall’altra.

[John Barth, L’opera galleggiante, 1967, nella traduzione di H. Furst e M. Testa]

***

 Strascico di una conversazione in una trattoria di Doberdò del Lago. Che c’entra?
Eh. E che ne so. Ma l’eco

["Le eco? Gli eco? Gli echi? Mh. Sono ubriaca"]

risuonava ancora, ancora e ancora, tornando a casa. Ma sarà stato lo gnocco, tutt’al più.

Comunque non è vero che non so cosa c’entra. C’entra, eccome. Ma pensavo: ci vuole mano ferma a volte, nella vita. In molti frangenti, qualche volta anche per combinare guai. Con le parole, invece, no. Forse no. Ma anche no. Vedere cosa si può farne, senz’impegno. ‘Sto trattore giocattolo, vedere dove va se. Fosse per me, lo si potrebbe far volare a gambe all’aria all’infinito. No, dico, ma sai che risate?

i – o

mercoledì, 27 settembre 2006

… è il verso dell’asino, non te lo dimenticare.