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Noisy pink bubbles / Signal to noise

lunedì, 6 giugno 2016

And you, make all my words go away.
And you, take all my time.
But you, make all the hurt go away
and all I can say it it’s day after day, all I know.

*

Pop!

Chi siete? La lingua non mi aiuta, la clorexidina mi sta mandando a puttane il senso del gusto, soprattutto nel parlare.
Succede che non capisco cosa ci sia da capire in queste bolle di rumore che le voci umane sono diventate in questi ultimi anni, che esplodono a caso, senza ritmo, eccheccazzo, chi se lo immaginava che persino le bolle di sapone potessero fare tanto casino? Se leggi ad alta voce non sai come andare a capo, è tutta una sequela di comesonobello, dovesonostato, cosahomangiato, dichisonoamico, rumore bianco sempre uguale che mescolandosi all’uguale degli altri si riproduce interminabile per sequenze di attimi che in un momento diventano decenni, è la timeline di un pensiero che ha rifiutato il circolo del ciclo per potersi sentire finalmente appagato dalla sua stessa violenta ripetitività, sempre avanti, sempre mai visto, uao, tenuto in vita dai tanti piccoli pop!, infiniti orgasmini rosa di novità, rumore di una frazione di secondo che oh, guarda, mi hai svoltato la giornata.

Pop!

Così mi levo un dente, e col corpo che reagisce alla perdita di un pezzo me ne vado per idee, cammino per strada e ascolto ma non mi viene in mente niente, poi giro l’angolo e il caso mi fa incontrare Sonia, con quel bellissimo pancione le avevano detto che non doveva essere, e per quello stesso pancione due mesi di preoccupazioni orribili sulle spalle, sola, che cerca di tenere duro mentre le settimane passano e le notizie non arrivano, o arrivano confuse, brutte, imprecise, col fegato che cade a pezzi e altri due bimbi per i quali dover continuare a tenersi in piedi, e poi ecco, una telefonata, quella telefonata, il genetista che dice è tutto a posto, signora, è tutto a posto, e lei che esplode, deflagra, e io che faccio appena in tempo ad abbracciarla e a tenerla, e a piangere insieme a lei, un’estranea per la quale mi viene in mente adesso tutto, che è esplosa in un’armonia di singhiozzi da diaframma rotto che arrivano fino alle montagne e che nemmeno la buonanima di Nusrat Fateh Ali Khan, cazzo. E mentre la sua musica richiama dal silenzio altri canti e altre armonia,

Pop!

dal bar di fronte emerge la concitazione di due tizi sulla quarantina che conversano di quello che hanno letto sulla timeline di qualcun altro, commentando, supponendo eventi, sentimenti, ragioni, quasi divinando questo solco della moderna chiromanzia che per ottenere i suoi responsi non ha nemmeno più bisogno che la mano in esame sia fisicamente presente. Allora ritorno a Sonia, alla musica del suo pianto e mi ci aggrappo, mentre andiamo al bar e insieme ci aggrappiamo a un bicchiere d’acqua fresca che gentilmente lava via l’ondata di piena dell’emozione ma mantiene il segnale a livelli di purezza inaudita, cancellando col cristallo un paio di sorsate tutto il rumore intorno e il disgusto per esso che provo da quando me ne sono staccata.

Send out the signals – deep and loud.

Sì, perché tanto non fa niente.
Il rumore non fa. Niente.
Non crea. Non distrugge.
Disturba, forse, ma non fa.

And in this place, can you reassure me
with a touch, a smile – while the cradle’s burning?

Pop!

Me ne vado per idee, e nel niente mi torna in mente tutto. Il tempo di un incontro casuale e quattro chiacchiere: una sentenza di morte, poi una di vita, e sotto il sole il rumore sottile dell’internet che parla ma non dice.
E che non fa niente.

Receive and transmit.

L’aria ha cantato, cazzo.
E dopo tanto tempo, nel contatto con un altro, ho detto io.

E non fa niente.
Non mi fa niente.

Il rumore che genera paralisi e silenzi non mi fa niente.
So ancora toccare, parlare, ascoltare. Ricevere e trasmettere.
Non era finita.

You know that’s it.

La voce guarisce.

Grazie, Sonia.

Il posto delle Voci

mercoledì, 29 luglio 2009

Del concetto di setteddieci del mattino

Ci vado ogni volta che posso, dicevi una volta, anche se sarebbe più giusto dire che ci torno.

Passano gli anni e succede ancora, e continuerà ad accadere. Di nuovo, e ancora, e ancora. Da questa soglia, da questa cicatrice sulla pelle della terra che fa da ponte tra due regioni, due fiumi, due lingue, duemila morti e altrettanti vivi, due epoche e un’infinità di silenzi, non te ne andrai mai più, che tu decida di restare in questa terra per tutta la vita o meno. Come da quell’altra soglia, quella sulla quale sei nata. Continui a restare incastrata in questi punti di passaggio tra paesaggi e non sai perché, fino a confonderti con essi. Sei il filo d’erba senza nome sui prati che precipitano a valle dal Pra de Salta, mentre prendi le misure e segni il punto preciso in cui siedi, così, a sentire l’aria delle sette e dieci del mattino. Ecco: un puntino grigio di grafite sopra il foglio 21 della Carta Tabacco. Chiudi gli occhi, rilassi i muscoli della schiena e ti lasci inchiodare ancora un momento dalla dolce spinta della gravità sull’erba grassa di pascolo, fradicia di rugiada e intrisa dei ronzii di milioni di minuscole ali. Ma è tutto capovolto, in realtà, e tu sei attaccata a una parete sospesa sullo spazio. Dovresti cadere nel cielo che hai sulla testa e invece, puntino grigio sul foglio 21, resti invisibile e pacificamente, serenamente incastrato qui: dove gli uomini passano come fili d’erba, le vacche fanno latte e spezzatino, le nuvole scendono sul lago a farsi nebbia, e le frane diventano foreste di larici.

Ces voix qui m’assiègent: en marge de ma peau.

martedì, 16 giugno 2009

   Vuoi morire e vivere insieme, e pure vuoi tutto ma che sia un niente. Sei sveglia, adesso, perfettamente sveglia, ma le immagini del giorno e quelle della notte hanno esattamente la stessa sostanza. Sogni case. Case piccole, a giochi già chiusi, luoghi densi di fremiti e di forme, odori pungenti, umani intensi. Ieri era questa casa rossa, una cantoniera dell’ANAS o una vecchia stazione molisana, rosso pompeiano, che ti veniva da strusciare la pelle su ogni spigolo, con una specie di istinto da gatto senza pelo. E poi c’era qualcuno – sempre quello – che parlava, parlava, parlava. Era venuto a prenderti da non si sa dove, era notte e pioveva, lui guidava e raccontava, di un qualche teatro, qualcosa che era successa, e ti faceva ridere di cuore mentre dentro pensavi che allora lui è così, proprio così come te l’eri immaginato, forse anche meglio perché per la verità non ti eri immaginata mai niente oltre la sua voce e il suo odore. E ti era venuto da pensare a quell’altro, che invece t’aveva messo tutta quella tristezza perché era stato tutto dentro, e quindi completamente fuori, la tua testa. E così, in macchina, adesso c’era lui che ti parlava come un fiume in piena, che quasi non potevi dire una parola e ti lasciavi annegare dalla sua voce col godimento totale dei bambini… e poi a un certo punto basta, eravate in casa, nella tua casa rossa come il didentro delle labbra, e lui continuava a dire che c’era questo o quello che dovevi leggerlo as-so-lu-ta-men-te, fino a che non aveva preso quel libro rosso come la tua casa, lo aveva aperto sulla scrivania e chiesto a che pagina fosse il passo sulla non-probabilità della serie decimale. Allora vi eravate seduti a leggere insieme, finché non avevi sentito il calore di una mano su una spalla. Le parole si sono interrotte allora per un lungo momento elettrico prima di riprendere il loro corso, la loro corsa dall’imperfetto al presente più prossimo, per poi, alla fine, cadere su un nome. E’ un nome di donna, che non si sa chi sia se non che è sua. Ma intanto le parole hanno ripreso a correre, mentre fuori la pioggia martella i vetri e mentre lui ancora ti parla delle cose belle che dovresti leggere senza mai toglierti il palmo caldo dalla spalla, finché a un certo punto si alza e si allontana dicendo solo vado, sparendo d’improvviso senza nemmeno passare dalla porta. Il punto in cui stava appoggiato il suo palmo si apre allora come una finestra sulla pelle, e senza più la protezione della sua mano non può difendersi dall’arrivo di una freccia di freddo che ti colpisce in pieno, sicché dalla spalla scende verso il resto del dentro lento, vischioso come una colata di olio gelido che ti si rapprende nei muscoli fino ai piedi. Un attimo dopo senti di nuovo bussare alla porta rossa della tua casa rossa, con uno sforzo enorme vai ad aprire e lui è di nuovo lì, zuppo di pioggia. Entra e si siede, augusto ed esausto, su un angolo del letto bianco, ma adesso che è all’asciutto non smette di grondare, perché no, non è solo la pioggia quella che ha addosso, e scoprendo le spalle dalla camicia fradicia si vede che in realtà è la sua stessa pelle che… no, non suda, ma piange, versando lacrime abbondanti neanche fosse interamente ricoperta di occhi disperati. Con i gomiti appoggiati sulle ginocchia adesso lui non parla più, ha il capo chino e guarda a terra con la faccia di uno che ha fatto una fatica immensa e non ha più niente da dire, con le lacrime che ancora scendono dagli occhi invisibili sparsi sulla sua pelle rigandogli la testa, le braccia, le mani, la schiena, le ginocchia. Adesso sei tu a posargli una mano sulla spalla, a proteggere quell’apertura nuda e indifesa come lui aveva fatto con te poco prima, sebbene quel freddo oleoso non ti abbia ancora lasciato.

– Non preoccuparti, tra poco smette.

E’ solo un filo di voce che adesso ti parla, senza alzare la testa.

– Ma cosa… è successo?

ti scappa da dire, e pure d’improvviso ti è chiaro che non avresti dovuto.

– Niente… è quel nome di prima. Adesso non c’è più. Restami dentro ancora un poco, e poi mi ritiro.

– Ma…

– Sì, è vero, c’è il merci che passa tra poco.

– Già. Devo salutarti.

– No. Vengo anch’io.

– Come. Perché?

– Perché non ne posso più di questa pioggia. Questa.

sottolinea indicandosi la schiena. Poi la sua mano si apre, si porta sulla tua che ancora lo protegge, ti preme forte il palmo contro la sua spalla.

– Ancora un poco. Ti prego. Solo un poco. Poi andiamo.

Poi il silenzio si fa lungo, lungo, largo come una vita. Solo dopo un’enormità o due, si fa infine ora.

– Se vuoi venire, dobbiamo andare.

– Sì, lo sento che arriva. Ma devi riprendere i discorsi che hai lasciato. Anche di quello non ne posso più.

– Va bene. Era che avevo freddo.

– Sì, lo so. E’ colpa mia, mi spiace.

– Non importa. Andiamo.

– Sì.

– Dimmi solo una cosa, prima.

– Cosa.

– Quando finirà l’assedio?

– Mai. Per te, intendo. Sì, credo mai.

– Mi sembra equo. Ma prometti che ogni tanto ti girerai dall’altra parte. Ci sono dei momenti in cui anch’io non ne posso più. Di te.

– Perché?

– Perché come compagno di viaggio sei silenzioso, lo dicono tutti ed è vero. Ma sei ingombrante.

– E’ vero. Ma è equo anche questo. Va bene.

– Andiamo, allora.

– Andiamo.

Un momento dopo siete in cammino, in silenzio, curvi sotto una pioggia battente calda e salata come sudore. Le luci dei lampioni che illuminano la casa rossa si sono allontanate di colpo, adesso che siete in cima alla collina dove la ferrovia fa una curva si vedono bene, anche se piccole e intermittenti.
Poi, dal basso, alla vostra sinistra, nel buio inizia a salire un familiare chiasso di ferro su ferro. E’ una manciata di attimi. Passa il locomotore, iniziano i carri da legname, vuoti. Lui ne lascia passare qualcuno poi ti strattona una manica della maglietta quando decide che è il momento di iniziare a correre. Si aggrappa ad uno dei pali scuri mentre la pioggia smette d’improvviso, ti tende un braccio e con un unico, liquido movimento di muscoli salta su tirandosi appresso anche te, senza fare rumore. A cavalcioni di un palo a testa, con le gambe penzoloni fuori dal carro aperto, siete ormai andati, con l’aria caldissima che in un momento vi asciuga, ai margini del paesaggio nero. Nessuno dei due ha più freddo, il cielo ha smesso di sudare, la pelle ha smesso di piangere.

*

   Durò meno di un paio di minuti. Poi Byron giacque in mezzo al sottobosco calpestato e stroncato, sanguinando lentamente in faccia, udendo gli schianti dei cespugli continuare, cessare, svanire nel silenzio. Poi è solo. Non avverte più alcun dolore particolare, ma quel che è meglio, non avverte più fretta, urgenza, di fare qualcosa o di andare da qualche parte. Semplicemente se ne sta lì disteso in silenzio, a sanguinare, sapendo che fra un po’ verrà il momento di rientrare nel mondo e nel tempo. (…) E’ lì disteso quando sente il fischio del treno a un incrocio distante mezzo miglio.
   Questo lo scuote; questo è il mondo e anche il tempo. Si tira su a sedere, lentamente, esitando. ‘Comunque, non ho niente di rotto’ pensa. ‘Voglio dire, non ha rotto niente di mio’. Sta facendosi tardi: è di nuovo il tempo, adesso, e in esso la distanza, il muoversi. ‘Sì, devo muovermi. Devo andare avanti così riesco a trovare qualcos’altro in cui immischiarmi’. Il treno si avvicina. Già il ritmo della locomotiva, con la salita che comincia a farsi sentire, è diventato più breve e più forte; ben presto vede il fumo. (…) Si avvicina al limitare del sottobosco, dove può vedere i binari. Adesso la locomotiva è in vista, quasi gli viene addosso sotto i ritmici, forti scoppi di fumo nero. Fa un terribile effetto di non moto. Eppure si muove, strisciando terribile verso il culmine della salita. In piedi ora al margine dei cespugli, la guarda avvicinarsi e passargli davanti, faticando lenta, con l’estasiato, infantile rapimento (e forse struggimento) della sua educazione campagnola. La locomotiva passa oltre; i suoi occhi vanno avanti, a guardare i carri che, uno dopo l’altro, avanzano lenti e superano il culmine, quando per la seconda volta in quel pomeriggio vede un uomo materializzarsi come dal nulla, nell’atto di correre
.

Voce del verbo: ancheraggi

giovedì, 21 maggio 2009

I see no life behind your weary eyes,
I see the looks you struggle to disguise.
I’ve seen all vital signs begin to slip…
… oh, it’s much too late for you to aim, you only miss.

[Paradise Lost, Host, 1999]

*

C’era scritto cancello, ma io avevo letto cervello. “Sulla strada compare un cervello, enorme, di ferro, senza muri ai lati, che pare piovuto lì direttamente dal cielo”. Ciao, faccia polacca – ti ho detto stavolta – mi sei mancato. E di nuovo nello stomaco quella cosa feroce che ti porti dietro quando mi inchiodi ai miei sogni.

– Dai, forza, raccontami cosa hai visto.
– In che senso?
– Sì, cioè… dimmi un momento in cui hai sentito qualcosa che si spezzava. Che hai sentito che lì era basta, finito.
– …
– …
– …
– …
– …
– Céa…
– Scusami. Adesso mi vengono le gambe corte, come quella volta.
– Sì, ma stai tranquilla. Se vuoi andare via stavolta ti metto giù.
– No, è che… ok, vabbuo’. Sai cos’è, che ho visto? Le pieghe delle parole, ho visto. Gli strati, cioè, quelli che si dicono e quelli che non si dicono…
– Cioè?
– Cioè sono anni che lo leggo ovunque, che gli esseri umani parlano due volte, quando usano le parole, che non è mai questione solo di quello che ti sto dicendo, ma anche del fatto che quello che sto dicendo parla del modo in cui io e te stiamo insieme, nel mondo.
– Be’, lo diceva anche il vecio, sai.
– Appunto: c’è quello che ti dico, in quello che dico, e poi c’è qualcosa che tiene in piedi tutto, anche se non si vede. Le congiunzioni, ci sono, quello strato che fa di me e di te due parole a nostra volta, due segni con in mezzo qualcosa che li tiene uniti o li separa, e pure in maniera molto precisa…
– Mmm…
– … eh, perché in mezzo a noi possono starci non solo una e o una o, ma anche una quantità enorme di altre distanze intermedie… ma, se, tuttavia, dunque, quindi, però, allora, che, pure, eppure, anzi, altrimenti, perciò, nemmeno, che ne so… tutte quelle che ti possono venire in mente. Ma anche pronomi.
– Pronomi?
– Eh, sì, i pronomi… come ti posso dire? Il grado più estremo delle congiunzioni? Boh, forse.
– Ommado’, adesso non ti seguo.
– Ma sì, pensaci! Se dico noi, è perché siamo andati oltre io e te. Se e è la distanza minima, in noi la distanza diventa zero. Non si tratta più di due persone separate, con noi, ma di un’altra cosa che non è più io e te, che però è fatta sia di io che di te. Pensaci, ripeto… a scuola cosa ti dicono che è, noi?
– Uhm… prima persona plurale?
– Esatto. Noi è una persona.
– Va bene. E quindi?
– E quindi ho visto come si può dire noi senza mai smettere di voler dire io, senza manco un altro a cui applicare una e. Ho sentito l’arte del parlare senza mai dire niente. Ho visto, te lo giuro, ho sentito che si può essere abbracciati e insieme essere spinti via con parole che vogliono dire esattamente il contrario di quello che significano. Ecco, ho visto questo.
– Uhm… hai praticamente avuto a che fare con quello che ti fa soffrire di più.
– Ecco.
– Adesso capisco perché non riuscivo più a trovarti, in questi mesi…
– E ho visto anche un’altra cosa. Che lì, al livello delle congiunzioni e dei pronomi che non si dicono ma ci sono, è quasi impossibile mentire, che sono pochissimi quelli che ci riescono, e soprattutto che pure quelli che credono di essere dei bravissimi parlatori non si rendono mai del tutto conto di quanto apertamente parlino su quell’altro piano.
– E questo t’ha fatto male, ah?
– …
– …
– …
– Céa…
– Sì, dai. Sì. Ma più che altro perché da quel momento ho iniziato a vederlo sempre, lo strato delle congiunzioni e dei pronomi. A osservarlo, poi. Allora ho scoperto che questo strato è un posto enorme, larghissimo, anche se la porta è stretta e da fuori non si direbbe.
– E lo sai che quello è il posto in cui ci incontriamo anche noi, vero?
– Sì. Infatti mi sei venuto in mente tante volte. Mi chiedevo se saresti mai tornato, dopo tutto.
– Be’, non posso mica andarmene. E comunque…
– … comunque?
– Niente, comunque io ci sono perché i sogni continuano a tenerti sveglia.
– Già. Una volta non ho dormito per quattro giorni.
– Ustia! E dopo?
– E dopo niente, mi sono rotta. Nel senso che mi si è guastato qualcosa dentro.
– Céa.
– Sì.
– Guardami un momento.
– …
– Cosa ti è successo?
– Non lo so.
– Ma qualcosa…
– … sì. Ma qualcosa è successo, e doveva pur succedere. Non si può vivere senza dormire. O almeno, io non ce la facevo. C’erano dei giorni in cui mi sentivo la pelle di vetro. Non ce la facevo più. E quando mi sono resa conto che è proprio sullo strato del non detto che si regge tutto quello che diciamo, e di che strumento potente può essere…
– … è stato lì che sei andata in pezzi.
– Sì.

*

– E comunque qualcosa è successo davvero. E’ la prima volta che non provi ad andartene, o a mandarmi via.
– Sì.
– Quanto tempo è stato? Tre mesi?
– Quasi quattro.
– Dov’eri finita?
– Ti sembrerà assurdo, ma ero su un treno.
– Tre mesi su un treno?
– Quasi quattro.
– Quasi quasi mi viene da farti i complimenti.
– No sta’ a cojonarme.
– No te cojono mica, a te. Insomma, com’è che sei andata in pezzi?
– Eh. Non so. Penso che sia stato perché dopo averle intraviste o solo sapute, le pieghe delle parole, stavolta le ho viste. E dopo… era tutto diverso.
– Uhm… è solo la vita, mi sa.
– O come quando a scuola ti spiegano i teoremi di matematica, che un po’ li capisci anche ma soprattutto ti sforzi di immaginarli, ma non è che li vedi. La mia professoressa al liceo lo diceva sempre, che la matematica è difficile da insegnare perché si tratta di far vedere l’immagine che sta dentro alle formule. Che poi, se per caso ti capita di riuscire a vedere cosa significano, quelle robe, improvvisamente la matematica inizia a sembrarti un linguaggio molto meno complicato di prima.
– Come quando impari un’altra lingua, in effetti.
– Esatto.
– E dimmi una cosa.
– Cosa.
– Adesso che non mi mandi via e che riesci a guardarmi in faccia, che congiunzione c’è fra me e te?
– Be’, se continui a fumare la pipa…
– Non è che posso smettere.
– Anche.
– Anche?
– Anche, anche.
– Strati.
– Eh.

*

Il risveglio è stato per un lembo di sole che mi stava bruciando un ginocchio come una lama arroventata. Ciao, faccia polacca, mi sono sentita dire guardando il soffitto. E’ la prima volta che sento quella cosa feroce nello stomaco anche ad occhi aperti.

*

Ferma il carro. «Vada avanti in casa», dice; è già sceso e ora la donna sta scendendo lentamente, con quella attenzione come se si ascoltasse dentro.

Save the population

giovedì, 16 ottobre 2008

Pistol and its pawn:
sell it to the lexicon.
A pistol and its pawn
blood and border lines be drawn
.

(…)

I put my cards upon the table
I do this because I am able
One picks his broken down devotion
I threw my pistol in the ocean
.

[Anthony Kiedis, 2003]

*

 Allora succede così, che le cose che ci mettono tanto tempo a finire sembrano – e sono – infinite. Così restano nella memoria quando sono passate, così si sedimentano e si irrigidiscono strada facendo, sicché nel guardarle non finire per settimane, mesi e poi anni interi, qualcosa nel cervelletto va in corto circuito: sei finita da tanto tempo, e allora perché sei ancora qui? Porca miseria, e levati di torno una buona volta. Tuttavia, questo e solo questo è il momento che per te dà senso a tutti gli altri, quello in cui le cose finite passano al momento successivo, trasformandosi senza andare perdute, irrigidendosi fino a diventare un metàmero della storia contenuta nel recipiente di una vita.
 Per dire questo momento così a lungo in-finito ti è capitato, cosa curiosa, di dover usare il noi. Che strano. Ma neanche tanto: con tutte le persone, le città, le voci che ci sono dentro. Quello che è stato veramente buffo è stato il fatto che bisognasse includere, nel noi, anche te. Non solo loro, ma loro e te. S’è detto da solo, dicevi. Ma non è proprio esatto. Te lo sei tenuto dentro per tre anni a prendere forma, prima che venisse fuori da sé. Due anni solo per capire dove stessero le braccia, le gambe, la bocca, un altro per renderti conto che dopo tutto avrebbe potuto anche camminare. Non ne sei stata particolarmente orgogliosa, pure, come ogni volta che qualcosa che deve prendere forma si scontra con il tuo mondo così lento, così dilatato. E che sarà mai?, Perché tutti fanno presto e io no?, Come si fa?. E già: come si fa a dire questa cosa, come si fa a dire il recipiente del mondo, delle forme dell’esistenza, o peggio ancora della fantasia umana? Non sei niente, eppure era questo che avevi nel recipiente della tua testa, niente di nuovo, ma ti piaceva vederci qualcosa di umanamente condivisibile. Qualcuno, tanto tempo fa, ti disse: pensa di doverla comunicare a qualcuno del Burundi. Ora dal quadrato alto del finestrone sotto il tetto la luna inonda la coperta sotto la quale la tua anima lavora per fare, per farsi continuamente, e pensi che quel signore del Burundi non lo raggiungerai mai, e purtuttavia quello che volevi dirgli lo hai detto: guarda, fin da tempi di cui non esiste più memoria, io e te mettiamo insieme le nostre storie nello stesso, identico modo. Ha un senso? Non lo sai ma, come accade per i sogni, il senso non è il punto centrale della questione. Il punto, il senso è il recipiente, e il momento in cui si svuota per poi far posto a quello che lo riempirà dopo, o quello in cui il prima e il dopo vi si trovano mescolati insieme in un impasto che non è più prima né dopo, ma qualcosa d’altro che prima non c’era. Oltre a questo, il resto non ti interessa granché. Quel recipiente di cui hai scelto di parlare è la cosa che più intimamente senti tua, e adesso è lì, nuda, tra una citazione e una nota a piè di pagina, nella forma di quell’odiato corpo quattordici, ormai in-finito anche quello insieme a tutto il resto. Questa fine infinita l’hai parlata, l’hai scritta letteralmente in somnus: insonne, in sogno, cioè nel solo modo e nel solo mondo che conosci per dire e salvare la sostanza di cui è fatto quel noi, del quale tu sei stata nient’altro che un paziente, capiente, ma pur sempre vuoto contenitore.

Quantific’azioni

domenica, 13 aprile 2008

Quanti eravate?

All’inizio ti sentivi l’essere più solo della terra, come l’ultimo esemplare di una specie. Ogni partenza era un mese di lotta sfiancante, un’inquietudine che ti mordeva le viscere, nel bene e nel male una piccola liberazione. La  minuscola epifania mensile di una ventiduenne che litigava, si faceva il sangue amaro – e che altro vuoi fare, a vent’anni? – e per la quale alla fine lo sbuffo di pressione della chiusura delle porte del treno era un mostruoso misto di sollievo e stanchezza.
Macchittelofaffàre?, ti dicevano tutti quanti. E che dovevi rispondere? Non era mica brutto. Se con una persona ci vuoi stare e quella persona non si può muovere da dove sta tu cosa fai, non la vedi mai più? No, scusa, fai il biglietto del treno e vai. Mica si trattava di andare a scava’ ‘e ppatane a mille lire ‘a jurnata, come si dice… e la famiglia? Eh. Bisognava litigare, indurirsi, alla fine scegliere. Stavi crescendo e non lo sapevi. Quello che sapevi era che, anche con quel carattere così molle, se volevi partire non c’era altro modo. Dove li trovavi allora dei genitori (del sud, poi) che a ventidue anni lasciano andare la femminuccia di casa dall’altra parte dell’Italia – del pozzo – solo perché ce vo’ bbene a uno? E quando mai s’è visto? Loro facevano il loro mestiere di genitori strattonando e cercando di accorciare il cordone ombelicale, e tu facevi il tuo di figlia cercando di reciderlo. Solo che allora non era tutto così chiaro. Si litigava e basta, era solo un macomedobbiamofaresennò! contro un no, piccolo, secco senza nemmeno il punto esclamativo.
Non era per quello che si partiva, a quei tempi lì: vacanze, concerti. Il tempo del lavoro doveva ancora venire. E così: chittelofaffare, ne’? Che ne sapevi, del resto, di quello che sarebbe venuto dopo, grazie a quei viaggi? Niente, manco ce lo avevi ancora, un altro motivo oltre quello. Niente, sapevi, di tutta l’Italia che avresti incontrato, delle Voci, del pozzo, e di tutta la gente che viaggiava – pur chiamandolo con un altro nome – per il tuo stesso motivo. Come abbia potuto mai sentirti sola in mezzo a tutta quella carne che si muoveva così, per il pozzo-paese, sfatta da anni di viaggi ma senza alcuna intenzione di smettere tanto che a volte hai pensato questo qui ci finisce i suoi giorni, sul treno – come tu abbia potuto sentirti così, ecco, adesso pare proprio un mistero. Con tutto quello che c’era da fare tra esami e tutto quello che si poteva e doveva fare per mettere insieme i soldi del biglietto una volta al mese e guadagnarsi la possibilità di decidere per sé… dove l’hai trovato anche il tempo di sentirti sola? Eh, no sta preocuparte, putea, i xe i vent’ani, t’hanno detto, sempre sul treno, qualche anno dopo.

Quanti eravamo?, ti chiedevi ogni tanto. C’erano delle volte in cui sembrava di incontrare solo gente spinta a mettersi in cammino da una qualche forma d’amore: per una famiglia, per un luogo, per un lavoro, per una persona chissà dove, per un ammalato, per un morto, per se stessi. In altri momenti, invece, c’erano quelli che se lo dicevano da soli per tutto il viaggio machimmelofaffare, ammé, EH? Arrabbiati, uh, e capaci di distruggere con poche parole anche le storie degli altri intorno. Brutto affare, ‘sti qua, peggio di quelli che straparlano.

Quanti eravate, allora? E non lo sai. Ma tanti che eravate, così stanchi e instancabili, non te l’immaginavi mica. Dopo qualche anno partire era diventato, nonostante tutto, anche una piccola festa. Ormai sapevi la carne sudata che avresti incontrato, e sapevi che in quei vagoni avresti puntualmente ritrovato – chi l’aveva detto? – quella cosa antica che il viaggio era forse per tutti, una volta: O-di-sse-a. Sì, così. Dove l’unica cosa che conta è arrivare a destinazione, ovunque si trovi e per qualsiasi ragione. E, nel frattempo, stringersi intorno a un discorso, uno qualsiasi, e scambiarsi una storia prima di ogni fermata, per far passare il tempo da qui a , ché quelle dieci ore erano lunghe…

Quanti eravate? Cinque anni dopo che la tua lunga partenza verso l’altro capo del pozzo era iniziata, avevi preso nota di ogni cosa con quella piccola, feroce e invisibile costanza che ti è propria. Volevi capire, ricordare, non scordare, conservare, scomporre e ricomporre nella memoria questi viaggi che col tempo avevi iniziato a sentire in qualche modo connessi a quell’altra traccia che ti portavi dentro. Era bizzarro: una viene da una famiglia di ferrovia non viaggiante, e come trova la via del suo destino? Saltando dieci, venti, cinquanta, cento volte su un treno. Avresti potuto rendertene conto anche prima, del resto: di otto anni di università da pendolare, non c’era stato un solo giorno in cui la zòzza ferrovia locale su cui facevi la spola cinque, a volte anche sei giorni alla settimana ti fosse venuta in odio.

Il nonno lo avrebbe trovato perfettamente logico. Soltanto per quel quanti… ecco, lì una bella chiantòzza non te l’avrebbe tolta nessuno.

Sotto il segno del Cane

lunedì, 30 luglio 2007

Something like leaping into the void in a safe manner.

F.

*

[ Lied per clarinetto, violoncello e pianoforte in 25/4 ]

La testa stipata di cose, alle tre meno un quarto hai preso coraggio e messo le mani sul volante che scottava come roccia lavica, come le ustioni del tempo, come l’inoppugnabilità di certi eventi da cui si vorrebbe poter proteggere chi ci sta accanto, come quel rumore di fondo costante che da mercoledì non ti lascia. Se tentassi di spiegarti adesso, sai che non ci riusciresti. E allora non lo fai, metti nella borsa quel che serve e via. E’ estate, del resto, e d’estate ogni momento tende ad essere pieno… anche di nulla, ma pieno e non vuoto.
Il tempo si riempie, e sembra ovvio che certe cose succedano proprio in questa stagione, in questi giorni così enormi, così pieni di spazio, di sole, di vento e di calore.

 Guidi verso la X che avete disegnato sulla mappa qualche giorno prima, sorridendo con le labbra punte da quel pensiero limpido come una lacrima. Duro, vero, potente, lo guardi ancora, il pensiero, attraverso il parabrezza, dietro il paesaggio che scorre placido e ingiallito dal ferro da stiro della canicola. Te lo senti già da ora, che anche il momento verso il quale stai andando sarà pieno, grande, forse scotterà anch’esso come l’emozione trafitta che ti stai portando dietro tranquilla, rigida di tristezza ma senza alcuna inquietudine. Scindere questo da quello non si può, sei venuta su così.

E arrivi alla X.
E d’un colpo tutte le parole sprofondano nelle voci, nei sorrisi, negli abbracci. Tutto va al suo posto nelle cuciture del paesaggio, anche quel dolore lontano che aderisce alle pareti del tuo cranio come carta da parato.

Eccoci qua.
Eh.
Essì.
Maaaaaa, che caldo.
Mare?
Massì!
Avete paura di camminare un po’?
No! – in coro.

Come succedono, a questo mondo, alcune cose? Come si fa che all’improvviso uno si incontra, e ride, e parla, e ascolta, e sta – non si sente, ma proprio sta – libero dentro qualcosa, finanche dentro un pronome? Del tipo, come dice lei: vai che ti teniamo. O, in altre parole: tranquilla, tanto abbiamo gli asciugamani.

Perché ecco, ci sarebbero anche i nomi, a volerla dire tutta: una preposizione, una congiunzione (ma anche interiezione, col risvolto double face tipico dell’outsider) e un articolo – pensi, chiacchierando  nel benefico refrigerio del mare di Trieste, quando la montagna che incombe sull’acqua ti fa all’improvviso sensazione di casa tanto somiglia a certi angoli di Costiera. Il mondo come le stagioni, lo stesso ma mai uguale. E voi lì, intanto, incastrate in quell’interstizio tra roccia e acqua, come un po’ tutti i vostri tri-aloghi che appena trovano uno spiraglio tra una parola e l’altra si mettono a scavarlo fino a trovare tunnel, passaggi, viaggi. E questi nomi, che tanto somigliano alle piccole forze che sostengono le frasi. Si potrebbe sorriderne di qui a dieci anni.

Poi la risalita, la caccia, le frasche che non avevi mica mai seguito prima, tu, e la meraviglia che ti scompone la faccia come ogni volta che ti piglia quella sensazione: e chi se lo sarebbe mai immaginato?

In un’osmizza lontana anni luce dal mondo che conosci, dopo, con calma, col tempo che va un po’ come cavolo gli pare, ancora meglio: che bello.  Si consuma ancora una volta, antico, il rito dell’incontro tra viaggiatori: racconti, brevi silenzi, un pasto buono, povero, sostanzioso.

{E un bicchiere è per te, che stai su un’altra sponda di questo stesso mare e so qualcosa che non vorrei sapere, e cioè che quando le parole torneranno saranno diverse, perché nel frattempo qualcosa di te sarà stato sepolto. Ed è per te, questo bicchiere, perché il vino è nero e si chiama Terrano e no, invece di scottare questo momento ha accarezzato, calmato, rinfrescato a suon di acqua e sudore e cibo condiviso, e questa compagnia ti sarebbe piaciuta, e perché quello che succede adesso qui è successo uguale uguale altrove, quel giorno. Sapevo che, a sporgermi sul baratro, non sarei finita giù. In a safe manner, così succede, anche quando si tratta di camminare sulla terra che ci si sta rivoltando contro. Ma sono cose che si possono ancora dire, queste? No, non viviamo più nel tempo giusto, pare. E allora, come tutte le cose umane che non hanno un fine, resteranno dove sono, nello sconfinato territorio del nondetto. Nel caso specifico: sotto un vecchio tiglio che non vedrai mai, a metter radici su una terra rossa dove nelle sere d’estate qualcuno che parla una lingua che non conosci continuerà a brindarci sopra, quando anche noi saremo passati oltre e il fatto che qualcosa nonsipuoddire sembrerà solo una sciocchezza come un’altra. Staranno bene, qui, queste cose, e anche loro potranno sporgersi sul vuoto in a safe manner. Alla tua, allora.}

Ma sì, di arrivare fin qui, a questa X, per queste vie lastricate di parole che si muovono sui 25/4 di un conto comunque quadrato (il quarto c’era, dietro le spalle di ognuna e per ognuna diverso)… ma chi se lo sarebbe mai saputo immaginare?
Devi tenertelo così, come le dicevi ieri, questo piccolo tesoro che non sai dire.

Le tre lettere di un pronome, tre voci, da tre posti diversi.
Chi se lo sarebbe immaginato questo intero, questa canzone a tempo dispari come voi, come noi?

(con)dens’azioni

sabato, 21 luglio 2007

 Che poi ti distrai un attimo ed è estate veramente, ormai, e molte cose, anzi tutte le cose maturano nel calore. C’è il grano, poi il fieno, e l’afrore della pelle sotto il sole a picco. Se ti concentri, riesci persino a diventare densa, mentre guidi – te, la tua macchina e i due che sono con te – dentro una nube di polvere marrone, dentro la ferita aperta nella carne viva di una collina di tufo giallo. Ma è una cosa che non si vede e non fa niente, visto che la tua voce non sta mai al posto giusto al momento giusto. Però riesci a dire – quasi gridare – attraverso il parabrezza al mezzo che vi precede sulla salita, senza paura: ma dove cazzo stai andando, eh? Che quasi quasi vorresti farglieli pagare tutti a lui, i boschi di castagni malati che vi circondano. Hai indugiato per un momento e ti sei sporta dal finestrino a guardare meglio, a un certo punto, mentre i tuoi compagni non capivano cosa stavi fissando, perché pensavi (speravi!) di non averli visti, tutti quei cancri aperti su tutte quelle colonne che stanno lì a reggere il cielo e la terra al loro posto. E invece no. Ci sono, eccome. Tre anni al massimo, quindi, e poi… ma come cazzo ci è arrivato quel fungo fin qui, me lo spiegate, ché non ci deve stare qua, non ancora almeno, eh, come cazzo ci è arrivato, e dove cazzo stai andando, eh, tu, lì davanti, dove cazzo vai?

– Ma se mandano a fuoco qui… siamo in pieno bosco… l’incendio sarebbe tremendo…
Essaiquantosenefottono.

Dice così, tutt’unaparola. Un pugno di ventidue lettere.

Allarghi gli occhi, e lo vedi che ha ragione, e te lo dici: ma di che ti stupisci. Siete dentro una ferita infetta, e ti stupisci che dentro questa ferita ci sia nascosto un cancro? (un altro?)
Pensa, accidenti a te, pensa. Quante volte dovrai passare ancora per questo stupore? Madonna quante sono. Già tutte malate. Forse il fuoco… sarebbe meglio.

*

 Certi giorni va così. Ti guida la tua terra a questi pensieri veri, potenti, limpidi.
Limpidi. Čìstye. Čìstye, kak sleza. Limpidi come una lacrima. E se esiste una lingua in cui le cose limpide sono così… allora pur valgono la pena, questi pensieri, queste parole, queste lacrime, che uno li pianga, li dica, li pensi o meno. Mysli kak slëzy.

Ieri a piedi scalzi, pensi, oggi invece e chi ci mette piede lì, ma nemmenosemmipagano.
Allora le parole si fanno solide come chianètte dint’ ‘a panza, e sorridi con soddisfazione quando ti accorgi che la Voce che hai di fronte non sta cercando in alcun modo di tranquillizzarti. Senza esagerare, perché non c’è nessun bisogno di esagerare per capire. Almeno, non in questo senso. Quelli che cercano di tranquillizzarti, di tranquillizzare, anzi, ti fanno andare in bestia. Allora accogli la chianètta, che fa male e va bene. Così va bene.

*

 Attraversi questi tempi di ipertrofia delle parole che ti pigliano allo stomaco così, cercando a tua volta di non far male a nessuno. E chissà fino a quando ci riuscirai. Fin’ora ti è andata (quasi) bene, e intanto… inventi. Prendi a prestito parole di altre Voci, fai pasticci non irrimediabili, le lasci risuonare, ancora e ancora, cancelli, riscrivi continuamente, ti muovi profondo, spesso troppo e quando non ce n’è bisogno, e mai che ti riesca di capire quando è il momento di sorvolare. Sempre così. Scrivi a fiumi e poi te ne penti, poi ci ritorni, vai indietro, chiedi scusa, procedi di nuovo, se trovi un punto dove cammini bene vai anche spedita e poi inciampi, ti volti a guardarti le spalle e puntualmente vai a sbattere. E cazzo.
E gli dici, in capa a te: no, mo’ ora tu mi spieghi perché io ho sempre questo enorme bisogno di spiegare. E anche a lei: me lo spieghi anche tu? Spiegatemi a che serve spiegare. Sarà un fatto di ali, dice lui, ridendoti in faccia, in sogno. Eh. Ma vavatténne, va’.
 E’ che tu di fratture sei piena. Come tutti, sei una cosa intera con la capacità di guarire quando il caso ti lacera, con una tua coerenza interna. Ma perché hai tanto bisogno di dire questo? Perché pare che tu non riesca a fare altro? Che utilità ha per te, che utilità ha questo per loro che ti stanno intorno, a parte assistere ai tuoi tentativi d’esplorazione maldestra e in certi punti persino pericolosa? Che ti prende, che incontri nuove Voci e non la smetti più di blaterare? E che succede, soprattutto, con questi pronomi e altre cose inutili di cui non puoi in alcun modo smettere di parlare quando prima non spiccicavi una parola che fosse una, e niente veniva fuori, ma niente proprio? Perché prima non c’era niente, e adesso è un casino esagerato che certe volte non puoi distinguere le voci che stanno parlando? E perché viaggi sempre più di gran carriera su questo scivolo di pensieri indivisibili che ti si compone sotto le chiappe man mano che scivoli, sempre più veloce, verso una densità così densa da diventare a tratti quasi insostenibile? Perché succede che sempre più spesso ti sembra che tutto c’entri con tutto?

Pronomi, polmoni, tritoni, fanoni, bastioni, bastoni, portoni, coglioni, canzoni, cognomi, stagioni, azioni, sensazioni, suoni, baffoni, misurazioni, informazioni, segnalazioni, marroni, preposizioni, associazioni, congiunzioni, direzioni, scarcerazioni, liberazioni, rigenerazioni, complicazioni, malformazioni, opzioni, relazioni, palatalizzazioni, lezioni, sessioni, riunioni, questioni, prigioni, previsioni, peperoni… potresti andare avanti all’infinito, ormai, e divertirti pure. E’ estate, e insieme a tutte le cose anche le parole pendono mature nel frutteto delle Voci. Liquide come sempre, ma più dense e saporite di prima. Cosa è successo?

L’argine si è rotto, dentro, da qualche parte. L’hai già detto. Dici sempre le stesse cose.
Semplicemente: scorrono, adesso, il ristagno è finito. Fuori dall’argine, spesso e volentieri ora esagerano, esondano. E anche tu esageri, che ti ci butti dentro, nuda e intera e senza paura, a giocare e a lasciarti lavare, e infine portare via. Hai già detto anche questo.

La cosa più bella? Avere qualcuno da ringraziare, per questo, e avere il desiderio di farlo. E allora prendi, e ti metti in cammino di volta in volta verso le Voci che hanno liberato per te le acque di questo meraviglioso fiume polposo che non si vede e che più ci giochi – ancor più meravigliosamente – e meno hai idea di cosa fartene. E meno sai cosa fartene, più libero e potente scorre.

Grazie per essere venuta.
– Eh. Ma ci mancherebbe!
Eh?

E’ vero che non si capiva, perché ci mancherebbe, ma non importa. E’ vero che dici sempre cose che non c’azzeccano, e poi dopo tenti di spiegare. E’ vero che la tua voce non sta mai al posto giusto nel momento giusto. Vai per tentativi ed errori, procedi per aggiustamenti successivi, che si incastrano uno sull’altro, e poi. Provi a spiegare. Le parole, le ali, la tovaglia, qualcosa.

E dopo? Che farai?
– Mi piglio il brevetto.
Checcosa?
– Eh.
Ma sei pazza!
– Boh.
Come boh?
– E’ solo che è quello che voglio fare.
Sì, ma
– Ma?
Manon hai paura?
– Ma jamm’, ja’, paura di che?
Eh! Odio quando fai così… uno che ti deve dire?
– E che vuoi dire, nunn’aggio capito?
Niente.
– Ecco.
Eh. Ma poi me lo fai fare un giro?

Un giro. Allora ecco che spiegare… si deve. Qualcosa, in qualche modo. Anche senza parole, qualche volta. Speri solo, nella corrente, di non urtare nessuno… o, se urti, di non ferire. In questa densità, provar giochi di resistenza, di parole di carne di affetto. Non affettare, tagliare, lacerare, ma solo toccare. Toccarsi, raggiungersi. Almeno provare, intanto. In tanto. In tanta abbondanza. Con tanto contento. Perché tanto, sempre un recipiente resti.

(e ppesante, pure)

Λύσις (un effetto collaterale)

martedì, 26 giugno 2007

Tu

Una parola basta e mi strappi dei gridi,
mi toccherai, uscirà pronto il sangue,
mi guarderai, sarò subito cieco.
Sei affanno, agguato, zuffa
appena che respiri.
Se mi arrocco in difesa
nell’inverno, negli anni,
al petto conto i colpi di un passero impazzito
che sbatte ai vetri per uscire incontro.

[Erri De Luca, da Opera sull’acqua e altre poesie, 2002]

*

Ti vedi e ti rivedi in una foto che qualcuno ti ha scattato quando non sapevi, non guardavi, facevi altro. Nemmeno riesci a capire perché la guardi con tanta meraviglia. Sei tu, quella? Ma davvero?
L’occhio dell’altro così ti vede, così ci vede, immersi in qualcosa, un’azione che ci occupa tutti interi, con in testa un pensiero che non si vede, fatto di parolesuonicoseodori? Vedi lì l’intero che sei e pensi boh, ma come si può stare così, nudi e interi, sotto il cielo, a fare quello che ci piace? Come si fa? Si fa che succede, ecco, e così non è che ci si possa fare qualcosa. E tu, sempre così presa dalla preoccupazione di quello che si può dire e quello che non si può (massipuò?) vedi solo ora quanto è facile essere scoperti senza scoprirsi, e darsi, e dirsi, alla faccia delle fratture che ci separano da quello che dovrebbe essere l’esterno, e invece è solo uno sguardo che ci sfiora e ci fa entrare e si lascia abitare e ci accoglie, e ci coglie così, nudi interi intenti, e non ci farà del male, perché diciamolo pure: di te, di noi, in fondo chissenefrega? Ma non è solo questo. E’ quello sguardo spoglio di giudizio, che sorprende e invade, è quel mostrare e basta, ‘sto movimento circolare che è scambio di sguardi – "guarda, ti vedo" – condivisione – con-di-visione, con-divisione –  che ti accarezza con un gesto generoso degli occhi, mostrandoti il frammento Chimistadifronte e d(on)andoti la sensazione che non ci sia nulla da temere. Nulla da temere. Guarda, ti dice, nun te mettere appaùra, tanto quello che vedo è nient’altro che questo. E tu, che eri venuta su con la convinzione che a stare negli occhi degli altri c’era sempre qualcosa di cui aver paura, mo’ resti così, senza parole, perché in effetti, ecco, vedi che veramente non c’è niente… da temere… e forse non c’è mai stato. Mai. Sei davvero tu, quella? Sei davvero quello, tu? Sì. E sì. Ma così è come ti vedi tu. Così è come anche tu ti vedi. Senza aggettivi. Così, in quel gesto di ostensione pura che si riserva a chi fa parte della nostra stessa carne. Così, e basta. E allora… la frattura? Dov’è ‘sta benedetta frattura tra te e Chimistadifronte? E quella tra te e quella che parla in Io? Dov’è? Più che altro: c’è?
Se questo è quello che vede Chimistadifronte, no. Se così ti vede… ma quale frattura. Se così ti si vede, allora sei solo carne nuda sotto il cielo, veramente a nervi scoperti, senza chissà quale strappo tra te e Io, in niente diversa da te (ma chi?). E così succede che a guardarti in una foto ti liberi di un timore, il timore di lui e dei suoi occhi che vedono ogni cosa, ché sarebbe bello che i suoi occhi fossero un po’ quelli di tutti gli altri da te, perché di quegli altri sei stanca di avere paura, e come adesso non hai più paura dei suoi occhi vorresti non aver più paura di nessun altro paio d’occhi. Ma sai che non si può. Eppure.
Eppure la sorpresa resta. Perché lui, che il mondo lo percepisce per associazioni di colori e sensazioni, proprio lui ti libera da una paura antica, e ti fa sorridere. La cosa singolare è che lui è uno che quasi non parla, si direbbe. Senza usare la voce, ti mostra che non c’è niente da temere. E’ una gioia saperlo così lontano da ciò che hai conosciuto fino ad ora. E’ bizzarro che da un mondo così diverso possa venire un gesto che libera dalla paura, che ti mostra che là dove qualcuno ha detto frattura è vero, in effetti c’è una lacerazione, uno scarto… una soglia. Eh, forse. Una lesione, ecco. Che se pure apre una distanza tra l’intero che sei e quel pronome dentro cui non solo il tuo ma anche nessun altro intero ci passa, pure resta uno spazio, in fin dei conti, una… una… apertura. Mh. Che non solo separa, ma è anche il varco attraverso cui il fuori può versarsi nel dentro, e il dentro può penetrare il fuori, e qualcosa d’altro – una folla di immagini, un sogno, qualche segno, forse una storia? – può magari anche abitarlo, ‘sto spazio. Perché lo spazio si può abitare, la distanza no. E questo spazio che doveva essere frattura è invece il passaggio l’atto, il punto di congiunzione (la casa delle congiunzioni?) in cui tali e tanti echi si incontrano… e risuonano… e invece di spegnersi, prepotenti, fanno: mo’ mi sto qua, ché si sta larghi e c’è aria, e acqua, e terra. Non che qui qualcuno cerchi di mandarli via, s’intende.

(Allo’? E’ grave, dottore’?)

Uno fratto Uno = φρενες

venerdì, 15 giugno 2007

Dell’odore metallico e polveroso di corde di bassi e chitarre. Di sguardi posati su una necessità di distrarsi più forte di qualsiasi cosa, persino di quelchevvèro. Di pensieri altrove, di parole e mondi che si sfiorano con lo scarto di una sola lettera. E dicono direzioni, e mostrano che puoèssere ma soprattutto anche no. Della tensione su cui corrono veloci differenze e sembianti e contorni e somiglianze. Del vento che disegna le nuvole, in trasparenza. O è il contrario?

Era mai successo, prima?

Di vento e voci, di respiro e cielo. C’è. Ci sta. Dentro. Gravità. Dell’aria la corrente, e l’indivisibilità di uno spasmo. Ci si sta: sopressòtto, dentreffuòri. 

E’ mai successo, prima?

Siamo quassù, e ti racconto: mi hanno detto frattura là dove tutto era intatto, e già solo che l’hanno detto s’è aperta una crepa che ha per l’appunto rotto, spaccato, lacerato. E adesso devo rimettere insieme i pezzi, ma non so da dove cominciare.

E’ mai successo, prima?

Schiena contro schiena, le tue parole mi arrivano a fiotti attraverso la cassa di risonanza dei polmoni. Ti sento parlare da dentro, e il suono viene dal basso, dietro lo stomaco. Se metto un solo centimetro d’aria qui in mezzo, non ti sento più. Mai più. Interi, non divisibili. No, anzi, il numero è sbagliato. Intero. Siamo. Noi? Che strano, ‘sto plurale che si fa uno nell’arco della stessa frase. Noi siamo un intero. Ehilà, ma guarda.

E’ mai successo, prima?

Da dietro lo stomaco arrivano le parole aprendosi a ventaglio, da dentro, tra le spalle e il petto, fin dietro la nuca, e lì pizzicano a piccole scariche irregolari tra i capelli. In campo, hai risposto. Coltivare, hai detto, forse potresti ricominciare da qua. Eh. Ma che significa stare in campo, con le parole, ti chiedo, e anche coltivare… non ho capito, che vuoi dire? Eh… dimmi una cosa: come coltivavi la tua terra, tu? A piedi scalzi. (La prima cosa che m’è venuta in mente, la sensazione più forte che mi resta di quel tempo: che era grassa, lei, e ai piedi dava più spesso morsi che carezze. E a ogni stagione te ne grattava via uno strato.) Uh. Forte, ti sento parlare da dentro… non ti muovere da come stai!, ti distrai un attimo e ridi, e rido con te di rimando per la stupidità di aver creduto che sarebbe stato stupido dirlo, che ti sentivo anch’io parlare da dentro. E poi? E poi… e poi niente: nutrendo e pazientando, soprattutto, e tenendo le orecchie ben aperte perché la terra fa un sacco di rumori, diceva mio nonno, e con quelli ti dice sussulti e singulti, bisogni e conati, richieste e rifiuti. Imparando a darle quello che vuole, e insegnandole ad accogliere quello che ti serve far crescere. Cose così. Ah, ho capito, hai detto da dentro, allora si tratta di… andare insieme. Come per la musica, no? E certo, ognuno traduce le cose nella sua lingua, eh. Allora è questo? Imparare ad "andare insieme"? Be’, io lo chiamerei concerto, ma penso sia lo stesso. Tipo adesso, vuoi vedere?
Eh?
The wind is in from Africa, last night I couldn’t sleep…

E’ mai successo, prima?

La penna, le corde e la voce. Eco. Di carne. Che corre da una spina dorsale all’altra e si propaga fino alla punta delle dita e finisce sul foglio che restituisce un campo coltivato a piedi scalzi e due voci che si ascoltano parlare da dentro e non possono in alcun modo essere divise senza esserne lacerate, senza che fra di esse si crei una frattura che farebbe cessare sia la musica che le parole. Ma tu hai ragione. Siamo chiusi tra parole e mondi, uno canta e l’altra imbratta fogli, e pare che non io, non tu, ma noi stiamo sprofondando, no, anzi, qua è tutto così leggero, no, semmai ci stiamo sfondando (s-fondendo?) a vicenda un argine da qualche parte, dall’interno, o forse stiamo provando a sfondare il tetto su cui siamo seduti, a sfondare il tetto delle cose che non sappiamo dire al di fuori di uno di questi due modi – la penna, le corde e la voce – al di fuori di uno di questi due mondi. Lend me your ears and I’ll sing you a song, e  quell’and è il punto esatto in cui le spine dorsali si toccano e due forze opposte si mettono d’accordo sostenendosi a vicenda senza bisogno di altri punti d’appoggio, e allora sarà mica questo l’intero di noi su questa terra che si coltiva così, a zappate di spazio e distanza, carezze e mazzate, piccole epifanie e scarcerazioni eccellenti? Cioè, il fatt’è quello… per me era un punto di congiunzione, che so, tipo un link… non una frattura.
Aaaah, ma qua’ frattura e frattura! Ma te l’hanno insegnato quanto fa uno diviso uno, a scuola, o no?, protesti in malo modo a un certo punto per quest’ovvietà che secondo te avrei dovuto vedere ben prima di questo momento. Pensa a quello che stai a ffa’, piuttosto. E va bene, va bene… senza risponderti appunto sul foglio che mi canti nello stomaco e nei polmoni, e ti ascolto ascoltare la mano destra finalmente guarita che si muove a piccoli strappi, ché se si ferma adesso le corde non ti suonano più, mentre io mi tendo verso la tua voce, ché se non la sento più venire da dietro lo stomaco poi finisce che mi finisce l’inchiostro nella biro. Ma come funziona, cavolo, da dove viene ‘sto segnale che s’è messo a circolare in circolo propagandosi su per diaframmi, stomaci e polmoni…?
Oh, you’re a mean ol’ daddy, but I like you…

E’ mai successo, prima?

Che poi adesso è il ventisei marzo ed è prima del giorno in cui pedaleremo in quella campagna lontana dove non avrei mai immaginato di arrivare insieme a un amico, e dove quello che sta succedendo adesso si ripeterà, sotto altra forma ma esattamente allo stesso modo. Tu ancora non hai gli occhi pieni di Trieste e io non ho ancora piene le orecchie della tua voce che non ha smesso di cantare per tutto il viaggio… eppure qui quello che sarà in qualche modo già è. Solo poche ore, anzi, e saremo in partenza, siamo già quasi pronti ma ci siamo fermati un minuto qui, sotto il cielo della Strada che promette violenta tempesta, costellato com’è dai gabbiani del disastro, sulla soglia, in questa bolla di gravità sospesa che pesa e non sprofonda, nuda e senza paura, intera e intatta, accaduta già chissà quante e quante volte a questo mondo eppure mai vista prima d’ora. E che forse per questo non potrà essere lacerata. O che, se verrà lacerata, troverà il modo di guarire la propria frattura e continuerà a viaggiare, rimarginata. Piena di punti e bende, vabbene, ma inestinta.
Era questo che intendevi? Mbe’…

Ma è mai successo prima?

Ovvio che è successo, che domande so’? Andiamo a chiudere le valigie, forza.
Andiamo?
Eh, andiamo.
Noi?
Eh, noi. Il biglietto per quante persone è, scusa?
Mh.
Oh, ma che è? Pare che non l’hai mai sentito prima, ‘sto pronome.
Oh, ma i fatti tuoi tu mai, eh?
No, I said: oh, you’re a mean ol’ daddy, but you’re out of siiiiiiiiiiiiiiiiiiiight….

(ma chi la mette in circolazione, certa gente?)