Articoli marcati con tag ‘post-it’

Comunic’azioni (di servizio)

martedì, 3 febbraio 2009


Ben arrivato, caro avventore virtuale.

C’è per caso qualcosa che posso fare per aiutarti a trovare il bandolo della matassa che stai cercando? 🙂 Qui nella colonna destra c’è un indirizzo e-mail, nel caso. Sentiti libero di usarlo.

Buona ricerca, in ogni caso, e a presto.

Di cose leggere e vaganti

lunedì, 2 febbraio 2009

(corto circuito per via di un’immagine vista altrove)

Per l’aria mattutina corse un filo di vento. Un grappolo di bolle si staccò dalla superficie dell’acqua, e volava volava via leggero. Era l’alba e le bolle si coloravano di rosa. I bambini le vedevano passare alte sopra il loro capo e gridavano: – Oooo…
Le bolle volavano seguendo gli invisibili binari delle correnti d’aria sulla città, imboccavano le vie all’altezza dei tetti, sempre salvandosi dallo sfiorare spigoli e grondaie. Ora la compattezza del grappolo s’era dissolta: le bolle una prima una poi erano volate per conto loro, e tenendo ognuna una rotta diversa per altitudine e speditezza e tracciato, vagavano a mezz’aria. S’erano, si sarebbe detto, moltiplicate; anzi: era così davvero, perché il fiume continuava a traboccare di schiuma come un bricco di latte al fuoco. E il vento, il vento levava in alto bave e gale e cumuli che s’allungavano in ghirlande iridate (i raggi del sole obliquo, scavalcati i tetti, avevano ormai preso possesso della città e del fiume), e invadevano il cielo sopra i fili e le antenne. Ómbre scure d’operai correvano alle fabbriche sui ciclomotori scoppiettanti e lo sciame verderosazzurro librato su di loro li seguiva come se ognuno di loro si tirasse dietro un grappolo di palloncini legati al manubrio con un lungo filo. Fu da un tram che se ne accorsero: – Che guardino! Ehi, che guardino! Cos’è che c’è là in cima? – II tramviere fermò e scese: scesero tutti i passeggeri e si misero a guardare in cielo, si fermavano le bici e i ciclomotori e le auto e i giornalai e i fornai e tutti i passanti mattinieri e tra loro Marcovaldo che stava andando a lavorare, e tutti si misero a naso in su seguendo il volo delle bolle di sapone. – Non sarà una roba atomica? – chiese una vecchia, e la paura corse nella gente, e chi vedeva una bolla scendergli addosso scappava gridando: – È radioattiva!
Ma le bolle continuavano il loro sfarfallio, iridate e fragili e leggere, che bastava un soffio, e piff! non c’eran più; e presto nella gente l’allarme si spense così come s’era acceso. – Macché radioattive! È sapone! Bolle di sapone come quelle dei bambini! – e una frenetica allegria s’impadronì di loro. – Guarda quella! E quella! E quella! – perché ne vedevano volare delle enormi, di dimensioni incredibili, e allo sfiorarsi tra loro queste bolle si fondevano, diventavano doppie e triple, e il cielo i tetti i grattacieli attraverso queste cupole trasparenti apparivano di forme e colori che non s’erano mai visti
.

[Italo Calvino, da Marcovaldo, ovvero le stagioni in città, 1966]

It’s about time

lunedì, 14 gennaio 2008

Well I woke in mid-afternoon cause that’s when it all hurts the most
I dream I never know anyone at the party and I’m always the host
If dreams are like movies, then memories are films about ghosts
You can never escape, you can only move south down the coast.

Well, I am an idiot walking a tightrope of fortune…
(…)
…and though I’ll never forget your face,
sometimes i can’t remember my name
.

[A. Duritz, Mrs. Potter’s Lullaby, 1999]

Del pensare come ritrovare

sabato, 5 gennaio 2008

Danie’, se questo posto ti fa pensare si vede che tien’e ppigne ‘n capa, come dicono in Alto Adige. Comunque raccolgo il segnale e lo passo ad altri ben più pensanti, anche se, anche se.

E’ che per la verità non leggo molto in rete, sono uno di quegli utenti pigri che si affezionano alle Voci, e con tempi affettivi antidiluviani. Per cui non so nemmeno se ci arrivo, a cinque. Il criterio di scelta, però, potrebbe essere più che altro quello che ho letto in un altro posto in cui ho visto passare questa palla. Qualcosa del tipo: mi fanno pensare nel senso che quello che dicono poi me lo ritrovo ovunque intorno. Fuori dalla rete, aggiungo.

E dunque, mboh, vediamo.

Alessandro e Totentanz, senza se e senza ma.

No, non ci arrivo a cinque. Veramente dovrei copiare in blocco la lista degli s-vincoli lì sotto, perché quelli sono esattamente i posti della rete che. Ma va bene così.

[a te che mi hai passato il segnale: questo ti costerà per lo meno un limoncello, tien’ mente]

↔↕

venerdì, 16 novembre 2007

Two birds
one stone
One chance
is thrown
Don’t make
mistakes

Two thieves
strung up
One knife
one cut
Two doors
one shut

One light
one way
One road
to take
We stand
and wait

From cool
to warm
From dusk
‘til dawn
From flux
to form.

Kneeling on the road. To Graceland.

[David Sylvian & Robert Fripp, Darshan, 1993]

La cura contrivisa (seconda dose)

mercoledì, 19 settembre 2007

Tu son solo una tera
che sconde tante vite,
e soto la bufera
le tien contrite.

Ma quando el sol se leva
cô ‘l vento su tu score
s’ilumina le ore
dei fiuri in ogni sesa.

Tu dormi più pesante
se ‘l sielo no’ te scolda,
ma púo tu dà vita e giolda
a tante piante.

[Biagio Marin, da El vento de l’eterno se fa teso – I, 1973, El canto disteso]

[Perché mica avevo dimenticato, eh.
Bisognava solo trovare quella giusta,
e quella giusta è senza dubbio questa.
]

Di concerto

venerdì, 7 settembre 2007


Chi di questi bambini senza allegria ha scoperto il gioco? Hedvig e Johan possono usare solo l’acqua di alchemilla per lavarsi i denti. E’ prima che la casa si svegli. Nella Segretezza. A carponi strusciano sotto lo steccato, avanzano lungo il dirupo della Buca del fango, sopra al nido delle rondini, con lo spazzolino da denti tra le labbra, nudi. Chi trova per primo una foglia di alchemilla aspetta l’altro. Poi si fanno un cenno col capo e dicono una sola parola. E la dicono all’unisono, parlando ognuno all’anima dell’altro, aperta nel mattino: "In-sie-me".

[Göran Tunström, Il ladro della Bibbia, 1986]

Lampi(ridi)

lunedì, 20 agosto 2007

Eh, quanto piove.
Dove siete?
Siamo qui.
Qui dove?
Ricomincia a tirare.
Vado.
E vai.
Torno presto.
Sì, che non vorresti andare lo sappiamo.
Ma i pensieri.
Mysli kak slëzy.
Non farli scappare. Stringi.
Allora vado.
Vai.
Questo paese è un pozzo. Ieri l’ho sognato.
Eh, bella scoperta.
Tienila stretta quando vai giù, così per quando arrivi l’abbiamo tirata su.
Ci sono ottocento chilometri di corda?
Di corda e di parole.
Allora forse ce la facciamo.
Forse. Forza!

Sotto il segno del Cane

lunedì, 30 luglio 2007

Something like leaping into the void in a safe manner.

F.

*

[ Lied per clarinetto, violoncello e pianoforte in 25/4 ]

La testa stipata di cose, alle tre meno un quarto hai preso coraggio e messo le mani sul volante che scottava come roccia lavica, come le ustioni del tempo, come l’inoppugnabilità di certi eventi da cui si vorrebbe poter proteggere chi ci sta accanto, come quel rumore di fondo costante che da mercoledì non ti lascia. Se tentassi di spiegarti adesso, sai che non ci riusciresti. E allora non lo fai, metti nella borsa quel che serve e via. E’ estate, del resto, e d’estate ogni momento tende ad essere pieno… anche di nulla, ma pieno e non vuoto.
Il tempo si riempie, e sembra ovvio che certe cose succedano proprio in questa stagione, in questi giorni così enormi, così pieni di spazio, di sole, di vento e di calore.

 Guidi verso la X che avete disegnato sulla mappa qualche giorno prima, sorridendo con le labbra punte da quel pensiero limpido come una lacrima. Duro, vero, potente, lo guardi ancora, il pensiero, attraverso il parabrezza, dietro il paesaggio che scorre placido e ingiallito dal ferro da stiro della canicola. Te lo senti già da ora, che anche il momento verso il quale stai andando sarà pieno, grande, forse scotterà anch’esso come l’emozione trafitta che ti stai portando dietro tranquilla, rigida di tristezza ma senza alcuna inquietudine. Scindere questo da quello non si può, sei venuta su così.

E arrivi alla X.
E d’un colpo tutte le parole sprofondano nelle voci, nei sorrisi, negli abbracci. Tutto va al suo posto nelle cuciture del paesaggio, anche quel dolore lontano che aderisce alle pareti del tuo cranio come carta da parato.

Eccoci qua.
Eh.
Essì.
Maaaaaa, che caldo.
Mare?
Massì!
Avete paura di camminare un po’?
No! – in coro.

Come succedono, a questo mondo, alcune cose? Come si fa che all’improvviso uno si incontra, e ride, e parla, e ascolta, e sta – non si sente, ma proprio sta – libero dentro qualcosa, finanche dentro un pronome? Del tipo, come dice lei: vai che ti teniamo. O, in altre parole: tranquilla, tanto abbiamo gli asciugamani.

Perché ecco, ci sarebbero anche i nomi, a volerla dire tutta: una preposizione, una congiunzione (ma anche interiezione, col risvolto double face tipico dell’outsider) e un articolo – pensi, chiacchierando  nel benefico refrigerio del mare di Trieste, quando la montagna che incombe sull’acqua ti fa all’improvviso sensazione di casa tanto somiglia a certi angoli di Costiera. Il mondo come le stagioni, lo stesso ma mai uguale. E voi lì, intanto, incastrate in quell’interstizio tra roccia e acqua, come un po’ tutti i vostri tri-aloghi che appena trovano uno spiraglio tra una parola e l’altra si mettono a scavarlo fino a trovare tunnel, passaggi, viaggi. E questi nomi, che tanto somigliano alle piccole forze che sostengono le frasi. Si potrebbe sorriderne di qui a dieci anni.

Poi la risalita, la caccia, le frasche che non avevi mica mai seguito prima, tu, e la meraviglia che ti scompone la faccia come ogni volta che ti piglia quella sensazione: e chi se lo sarebbe mai immaginato?

In un’osmizza lontana anni luce dal mondo che conosci, dopo, con calma, col tempo che va un po’ come cavolo gli pare, ancora meglio: che bello.  Si consuma ancora una volta, antico, il rito dell’incontro tra viaggiatori: racconti, brevi silenzi, un pasto buono, povero, sostanzioso.

{E un bicchiere è per te, che stai su un’altra sponda di questo stesso mare e so qualcosa che non vorrei sapere, e cioè che quando le parole torneranno saranno diverse, perché nel frattempo qualcosa di te sarà stato sepolto. Ed è per te, questo bicchiere, perché il vino è nero e si chiama Terrano e no, invece di scottare questo momento ha accarezzato, calmato, rinfrescato a suon di acqua e sudore e cibo condiviso, e questa compagnia ti sarebbe piaciuta, e perché quello che succede adesso qui è successo uguale uguale altrove, quel giorno. Sapevo che, a sporgermi sul baratro, non sarei finita giù. In a safe manner, così succede, anche quando si tratta di camminare sulla terra che ci si sta rivoltando contro. Ma sono cose che si possono ancora dire, queste? No, non viviamo più nel tempo giusto, pare. E allora, come tutte le cose umane che non hanno un fine, resteranno dove sono, nello sconfinato territorio del nondetto. Nel caso specifico: sotto un vecchio tiglio che non vedrai mai, a metter radici su una terra rossa dove nelle sere d’estate qualcuno che parla una lingua che non conosci continuerà a brindarci sopra, quando anche noi saremo passati oltre e il fatto che qualcosa nonsipuoddire sembrerà solo una sciocchezza come un’altra. Staranno bene, qui, queste cose, e anche loro potranno sporgersi sul vuoto in a safe manner. Alla tua, allora.}

Ma sì, di arrivare fin qui, a questa X, per queste vie lastricate di parole che si muovono sui 25/4 di un conto comunque quadrato (il quarto c’era, dietro le spalle di ognuna e per ognuna diverso)… ma chi se lo sarebbe mai saputo immaginare?
Devi tenertelo così, come le dicevi ieri, questo piccolo tesoro che non sai dire.

Le tre lettere di un pronome, tre voci, da tre posti diversi.
Chi se lo sarebbe immaginato questo intero, questa canzone a tempo dispari come voi, come noi?

Questo è un abbraccio

giovedì, 26 luglio 2007

(e poi chiedono perché uno vorrebbe le ali)