Articoli marcati con tag ‘post a pedali’

Voce del verbo: di parole (an) negate.

martedì, 15 febbraio 2011

Era  nel bel mezzo dei Magredi, un giorno che eri andata a pedalare per scacciare via il torpore di un momento pieno di dolore. Laggiù trovasti il temporale, e nell'oceano di sassi senza strade anche queste parole, che iniziavano a sciogliersi sotto le prime gocce del nubifragio di maestrale che di lì a poco ti avrebbe investita senza lasciarti più niente di asciutto addosso per venticinque chilometri durante i quali non ti sarebbe poi riuscito di sentire freddo nemmeno per un attimo. Non sai perché, ma non avesti cuore di lasciarle lì a svanire. Cercavano qualcuno che non trovarono mai. Si ritrovarono, per un imperscrutabile caso della vita, sul fondo di una borsa da bici, e lì rimasero, al sicuro tra i due fondi impermeabili, al sicuro persino dalla mano ladra che osò scollarle dalla pietra bianca sulla quale sarebbero colate di lì a poco, se quella mano avesse avuto la decenza di farsi i fatti propri. Fino a oggi. Quattro anni dopo. Chissà da dove venivano, chissà da chi avrebbero voluto andare. Ogni tanto te lo domandavi, senza però riuscire a ricordarti del provvidenziale doppio fondo. Finirono in un fiume di sassi, e poi qui. Una Voce lontana, che in un posto come quello osò dire: se dovessi mai trovare queste parole, promettimi che.

Perdona, sconosciuta Barbara, ma la pioggia ti avrebbe tradito. E anche una che passava di là, arrancando e sbuffando, tentando di aprirsi una strada con la bici, fuggendo da un'ombra.

*

*
Ho dato sfogo alla mia follia creativa, non riuscivo a trattenere più —————– di un posto che chissà ——— ——— dovrebbe collegare i miei pensieri ai tuoi. Folle fino alla fine, pensando che magari venga anche a te la voglia di venire qui un giorno e trovarci materializzati tutti i momenti in cui ti ho pensato. Non è tristezza la mia, piuttosto stanchezza.
Vengo in un posto come questo eppure non riesco a sentirmi libera. Sembra quasi che ho messo via il diritto di amarti. Mi ero illusa che quello appartenesse a me, e invece, forse, ho scoperto che è stato l'errore più grande.
Sarebbe stato sicuramente meglio riuscire a ———— lì dentro che mi spingeva per il sentimento che tu conosci, ma, come sai forse, non ci sono riuscita, e anzi —— come nel mio stile, ho fatto di quel sentimento un diritto. E' ————————, — credo anche te stesso infondo. Se ti avessi amato davvero non lo avrei fatto? Non credo, perché se questo non è amore, vorrei proprio sapere allora l'amore cos'è? Sia, accettiamo pure il destino che ci tiene lontani, però promettimi che se troverai questa lettera tornerai da me, perché non è semplice coincidenza, e perché siamo in due ad aspettarti
.

Con profondo amore

Barbara.

Delle forme della pienezza

sabato, 2 maggio 2009

Pedalare fino al guado di Vivaro
e trovarlo chiuso:
lo spettacolo della strada che si fa acqua
e dell’acqua che si fa strada
dentro il mare asciutto
dei sassi della Terra Magra.

на улице

sabato, 7 luglio 2007

E giù in picchiata col suo aliante stupendo,
emozionando al suolo si spetascia.

[Elio e le Storie Tese, 1995]

*

 Ah, l’estate. Uno l’aspetta tanto, non foss’altro perché dopo una giornata intera di sedieppiccì arriva quell’ora in cui il sole s’abbassa fino a un certo punto sopra le montagne – quel punto in cui dice tre quarti d’ora e poi ve saluto, eh – ed è il momento di filare via. E’ veramente niente più che un momento, se ti sfugge non lo riacchiappi più… ed è subito sera. E se non ci hai i fari, diciamo che di sera non è più così divertente, ecco.

 Perché cambiano gli orari, in questo periodo. Mentre fino a non troppo tempo fa per uscire a pedalare era meglio aspettare le ore più calde del giorno, adesso è più bello aspettare quel momento lì, in cui i colori e i contorni della campagna si ammorbiscono, gli odori si fanno più forti, le rondini iniziano la loro spettacolare danza serale prima di tornare al nido (che poi in questo periodo è occupato dai pulcini, e a loro tocca dormire fòre ‘a porta) e a bordo strada si vede fare timidamente capolino, in unità sparse, il piccolo popolo che di solito ci si domanda se non esista solo sugli album di figurine del WWF di quando s’era bambini. Qualche ghiandaia. Le rane e i rospi, che saltano fuori dai fossi a decine. I gatti randagi, di cui prima di cominciare a girare per questi angoli di paesaggio credevo questa terra completamente priva. Ma soprattutto gli insetti. Non so quali, tra muschìlli, tafani, zampàne e zampanielli e gli altri miliardi di puntini neri con le ali che si alzano in prossimità dell’imbrunire è un casino. Tutti insieme s’aìzano, loro, in un momento in cui c’è abbastanza luce per andarsene in giro senza essere stirati agli incroci ma non abbastanza da giustificare un qualsiasi occhiale da sole. E quindi.

 Un pomeriggio arriva quel momento lì e io, pronta, sono lì che lo aspetto. Esco in allegria perché dopo giorni e giorni di tempo ballerino oggi c’è stato uno dei primi veri caldi estivi, anche se all’inizio ufficiale della stagione manca ancora qualche giorno. E allora: fiera, ponte della ferrovia, sinistra, viale alberato, ponte sul fiume, semaforo, sinistra, ponte sotto la ferrovia, dritto… cimitero, sinistra, lago, curvone, salita, fossoconlerane (schivate in slalom: quattro), incrocio, sinistra. Qui inizia la campagna aperta: strada a due corsie dalle curve morbide, una casa ogni chilometro scarso. E naturalmente, gli insetti. Tutti gli insettini del mondo equamente distribuiti per l’aere, all’improvviso. E certo, cavolo, qua cominciano i campi aperti, l’ho appena detto. Pf! Pedalando vado loro incontro in velocità, poaréti, e loro vengono incontro al mio viso festanti come minuscoli proiettili. Tutti.

Poi non so bene che succede.

In fondo, lontano, la strada si abbassa per passare sotto l’autostrada… dovrei passarlo, il solito sottovia, ma non ci arrivo: d’istinto sono già da un po’ con gli  occhi semichiusi cercando di proteggerli dalle microschegge di cui l’aria è satura quando nel mezzo campo visivo (già ridotto) a destra si vede comparire una macchia marrone, poi un qualche impatto sulla palpebra, poi un dolore di spillo ficcato nell’orbita. Faccio per frenare ma freno male, mi sono forse portata la mano all’occhio ma forse è quella sbagliata perché l’unica mano che resta sul manubrio è quella sul freno anteriore, freno, la bici si impunta, la ruota posteriore si alza, ma riesco a smontare dalla sella, solo che intanto c’ho la bici ormai quasi verticale dietro la schiena, in bilico sulla ruota anteriore, poggio il piede sinistro a terra e insieme al piede viene giù anche il resto, e io insieme al resto, scrash!

A terra. Caduta sul fianco sinistro, la strada sa di erba e gomma. Faccio leva sull’avambraccio e mi tiro su. Mi dò un’occhiata alla mano che ho grattato sull’asfalto, poi al braccio. S’è squartato il guanto ma non mi sono fatta niente, solo una piccola abrasione sul gomito… e io che avevo fatto la faccia storta all’ortopedico, quando mi aveva detto che avrei dovuto portarli sempre, i guanti, dopo l’operazione. Mi viene da ridere, mi dò bonariamente dell’imbecille, oltretutto mi sono arravogliàta mani e piedi proprio mmiez’ ‘a via, se fosse stato altrove le auto mi avrebbero fatto aderire al suolo come una cozza al suo scoglio… poi mi ricordo dell’occhio. Lo tocco con un dito e una stilettata di un dolore caldo e pulsante mi si diffonde sullo zigomo destro. C’era anche prima, forse, ma non me n’ero accorta, cavolo. Si sta gonfiando. S’è gonfiato. Ma che è? Uhia, che male.

 I pensieri dilatano il tempo, ma non passa un minuto che sopraggiunge un’auto, un furgoncino bianco, alle mie spalle. Questo tratto è rettilineo, aaaaah, speriamochenonmihavvistooooo.
Si avvicina, rallenta, si ferma. M’ha visto. Mado’, che vergogna. Chi guida si sporge dal lato del passeggero e apre la portiera, un signore sulla cinquantina e forse più, faccia da furlàn, robusto ma magro insieme, le guance rosse e baffoni da omino della Bialetti. In totale, un omone.

Signorina, tuto ben?
– Sì… sissì… tutto bene, grazie, ho perso l’equilibrio frenando…
Eh, ho visto…

Ha visto. Mi sento avvampare come un puparuolo maturo, e il bozzo sotto l’occhio prende a sbattere violentemente. Mi porto di nuovo una mano all’occhio.

Ma cossa che xe successo? Te se ga fata mal?
– Ma no, no, ho frenato all’improvviso perché mi deve essere finito un insetto in un occhio…

L’omone sorride… poi no, ride proprio. Un poco. Ma ride.

– … ma non mi sono fatta niente, veramente.
Eh, niente. Togli un po’ la man de là.
– …
Te ga preso un tafan o una vespa, me sa. Te fa mal?
– Sì, un po’… cioè no, va be’… niente, davvero…
Eh, niente. Guarda che te sanguini.
– Eh?

Maledetto il cinema, c’aveva ragione quello lì. Invece di cercare di sentire se avverto qualche altro dolore, mi tasto la testa pure se non l’ho battuta da nessuna parte. Troppi film, troppi film.
No, fa il vocione coi baffoni. E indica in basso, verso i piedi. Non troppo sotto il ginocchio destro tre rivoli di sangue sgorgano copiosi da altrettante piccole ferite. I denti del pedale.

Aaah, vedi, la bici te ga morso.
– Oh. Non me n’ero mica accorta…

Non sento dolore ma solo un bel calore, dal morso fino alla caviglia.

Vien, dai, entra un momento in cortile così te lavi ‘n’àtimo quei buchi… vedi quanto sangue, non son tanto larghi ma son profondi.
– No, ma…
Eh, ma. I pedali xe de fero. Entra, è qua.
– No, ma…
Forza!

E che gli devo di’? In effetti sono cascata proprio davanti al cancello d’ingresso di casa sua, un cascinale di campagna con le imposte di legno, di quelli vecchi’antichi che qui si usa ristrutturare invece di abbattere, col grande lavatoio di pietra tipico di queste parti dal lato della strada. L’imbrunire mi coglie con un occhio dolorante, senza scarpa e calzino a un piede, seduta sul bordo di questo lavatoio con mezza gamba sotto il suo generoso getto d’acqua gelida. In compagnia di un omone coi baffoni che ha in mano un asciugamano giallo, pulito, di quelli sbiaditi e resi ruvidi da una carriera in famiglia di mille lavaggi. Chissà quanti anni ha, ‘sto pezzo di stoffa. Scambiando due chiacchiere, scopro che il vivaio dopo il sottopasso dell’autostrada è suo. Era lui che ci aveva salutati, qualche mese fa, quando siamo passati di qua.

Te vedo passar spesso de qua.
– Eh… sì… quando posso fare un giro in bici ci vengo… niente macchine…
Te fa ben. Se vai in bici dentro Pordenon e cadi te spiàcicano.
– Eh!
Ma guarda, le scarpe pien de rosso. Sembra che t’ha morso una bestia, veramente.

Ride, lui, forse all’immagine di un qualche cane con un paio di pedali per fauci.
Rido, io, per queste scarpe per che ormai non sono nuove più a nulla.

Certo, però che fortuna col tafàn...
– E vabbuo’, succede…
Be’, insomma, in un occhio… mica tanto…
– …
– …
– …
– No, va be’, a chi va in bici forse capita, dai…
– Eeeh…
Ma no te preoccupar, lava con l’acqua calda, stasera, che doman già no te sente più niente...
– Ah. Va bene…
Comunque a quest’ora…
– Eh, lo so, col caldo. Oh, fatto.
To’, ‘sciugate.
– Eh, ma grazie… veramente…
Ma figurate, eri proprio al centro della strada. M’hai fatto ridere.

E lo dice come se l’asciugamano fosse per ricambiare.
 
‘desso va’, dai, che fa sera.
– E sì… arrivederci, allora.
Ciao, sai.
– E grazie ancora!
Ciao!

 Mentre pedalo verso casa che è quasi buio il morso della bici fa più male mentre quello del tafan meno. Fendo nuvole di zanzare ad occhi ancora semichiusi – il destro piange, ha i suoi motivi – e dalle rive del lago, dove c’è la festa in piassa, arriva l’odore e quasi anche il sapore delle grigliate di carne che si stanno cucinando. Che fame, fa lo stomaco.

Poi ci ripenso: mh, un asciugamano pulito e acqua per lavare una ferita in cambio di una risata.

Segno col pennarello verde sulla mappa che ho nella bisaccia questo ricovero dove se ti presenti con il mòzzico di una bici su una gamba e un occhio gonfio nessuno si scompone, e per ricevere soccorso basta essere onestamente ridicoli, come mamma c’ha fatti. E se è giusto mmiez’ ‘a via… meglio ancora.

E io che mi preoccupavo…

(sop) Raggiunta

martedì, 12 giugno 2007

– Guarda che ti sto dando il cocco ammunnat’ e bbuono, eh!
Eh! Perché! Quanto tempo ci hai messo per metterla insieme?
– Un anno e mezzo, tipo!
Cioè… le hai provate tutte?
– E sì! Non lo sapevo mica, dove portano!
E dove portano?
– Molte finiscono in mezzo ai campi coltivati là, là e là, e altre finiscono nei cortili di qualche casa!
Ahahahah! Quindi ogni tanto ti trovavi nel cortile di qualcuno!
– Sì!
Ahahahahahah! Niente cani?
– Qualche volta!

Ride. Ride forte, lui, leggero, magro magro, con quella sua risata a singhiozzi, chiara come i suoi grandi occhi azzurri. Parliamo a punti esclamativi, così, per scavalcare l’aria che scorre veloce fra le nostre orecchie. Mi segue svolazzando lieve lieve sulla strada mentre io, alla mia prima uscita di quest’anno, arranco tra il carico che ho addosso e quello nelle bisacce… ma le mani non danno dolore e questo è sufficiente per andare tranquilla, anche se con il fiato un po’ spezzato.
La strada si srotola quindi generosa davanti a lui che la percorre per la prima volta: chiede, e gli indico le cose che incontriamo e che ho scoperto un giro alla volta, segnando a piccoli tratti sulla mappa questo percorso che mi doveva durare giusto un’ora. Un’ora, due volte al giorno.
E allora: il canale dove a primavera iniziano a farsi sentire le rane. I salici che ondeggiano, pendono, frusciano ai lati dei canali. Le stalle, tre, che si incontrano poco prima dell’incrocio con la provinciale che porta a Prata. Il dente di leone in fiore, che poi puntuale esplode in un mare lattiginoso di soffioni. E’ il ventinove marzo, oggi, il primo giorno di vero tepore di questo mese meteorologicamente indeciso come da copione, quindi le rane ci saranno tra poco, così i soffioni. Ma intanto gli mostro, indico, predìco le meraviglie del prossimo mese nemmeno fossero cose mie, che ho programmato, che ho segnato sul calendario, che farò.
Ed ecco i pioppi all’ingresso di quella casa, gli aceri davanti a quell’altra e la pensilina della fermata bus della linea extraurbana su cui pende un albero di amarene, dove a maggio-giugno vedi sempre qualcuno che aspetta smangiucchiandone con tutta la calma di questo mondo. E le due vie che passano sotto l’autostrada, e il vivaio con il vivaista che tra una fila di palme e una di cycas alza la testa, ci sorride e ci saluta.
E lui risponde, e sorride di rimando per un gesto cortese che gli pare prezioso, perché tiene sempre gli occhi spalancati e vede tutto, tutto, e comprende, comprende così tanto che in qualsiasi momento lo guardi, anche da lontano, ti sembra sempre di sorprenderlo nell’atto di stare capendo qualcosa: un segno, un suono,  un odore, cose così piccole o così grandi da far venire a volte le vertigini. E pure adesso, è lì che pedala tranquillo e magro e si guarda intorno, e già so che quando ripartirà porterà via con sé un pezzettino di tutto quello che stiamo attraversando, e niente sarà lasciato indietro.
E così via: il campanile di Palse, il cagnolino marrone che abita nella casa all’imbocco del vialetto che porta al sagrato della chiesa, e che rincorre i passanti per tutta la lunghezza del suo giardino da dietro la cancellata, e quel tratto subito dopo il primo ponte dove ci sono le anatre libere ai lati della strada, e il topo di campagna schiacciato che sta lì ad aderire all’asfalto da almeno una decina di giorni, e… così via, così via.
E mi prende quella strana meraviglia ogni volta senza precedenti che mi invade quando mi sorprendo a fare qualcosa che non avrei mai immaginato. Tipo: chi l’avrebbe mai detto che un giorno mi sarei trovata qui, con lui, in giro in bici per le strade di queste terre, su questa geografia così altra da quella che abbiamo potuto chiamare nostra? Eppure guarda, siamo qui e ci sono momenti in cui mi sembra di stare portandoti a passeggio in giro per la mia stessa carne. E guarda quanto siamo andati lontano, e quando in profondità siamo scesi nella mappa. Tu te lo saresti immaginato anche solo un paio d’anni fa, per esempio quella volta?

Mh… ok, allora cerco di frenare piano…
– …?
Embe’ se è carne…
…?
… così non ci facciamo male.


(e che è ‘sta prima persona plurale, mo’?)

(aspe’, ‘stardo che non sei altro, questa non è mica la prima volta…)

Riparami (l’anima)

martedì, 5 giugno 2007

Un pomeriggio così-così, diciamo. E una sedia che a starci incollati sopra per sei ore mentre fuori fa un bel caldo – il primo che da quando sono qui è durato per tutta la giornata – comincia a ispirare pensieri del tipo: mo’ te rong’ père.

Mi alzo per prendere un bicchiere d’acqua, ed è un gesto pesante con cui mi pare di sollevare quintali di carne e vincere una gravità che tira verso il basso più degli altri giorni… ma è sufficiente per svegliarmi e tranciare di netto la catena che mi teneva piantata qui davanti. Si aprono le porte della testa, guardo fuori, mi investe un pensiero: aria, perdio. Aria, aria, aria.
E poi non è che un attimo: borsa, chiavi, quaderno. Basta, mo’ lo faccio, dico ad alta voce. E’ passato quasi un anno ma vabbuo’, questo è il pomeriggio giusto per tornare a trovarlo. Non si ricorderà più di me, ma come che canta ormai glielo so dire, quello che c’è da fare si potrà fare ugualmente, spero.

Lo becco a un’ora dalla chiusura in un momento di calma, evidentemente, che sta fumando una sigaretta sulla porta del negozio. E’ letteralmente imbalsamato, uguale al se stesso di un anno fa. Sono scesa dalla bici prima di salire sul marciapiedi, e non mi dà il tempo di aprire bocca.

Eh, brava, cussì se fa! No come quei ragazzetti che i me ammacca tute le ruote…

(me ammacca? Ah, grandezz’e ddio, quant’è bello ‘st’uomo… nemmeno fossero le sue… )

– Eh eh, no, è che non è proprio adatta a salire sui marciapiedi in corsa…
Ma nianca le mountain bike, te dico! Terreno, pietre, ghiaia, fango sì… ma lo scalin… xe roba che ammazza tute le bici, mica che te lo trovi in natura! Per me li dovrebber limar tuti!

Mi scappa una risata.

Allora… che fine ti ga fato?
– Eh? Come, scusa?
Come, come? Non eri venuta l’anno passato? Cossa che te gavevi, il cambio da remétere a punto… o no?
– Oh. Ma… ma… scusa… ma che, ti ricordi?
Bojacan, se non me ricordo! Ah, ma voi giovani fate sempre cussì, ‘cidenti a voi! Prima venite qui cinquanta volte a chiedere consiglio su questo e su quel’altro, roba che uno quasi ve adòta, e poi un giorno all’improvviso non ve fate veder più nianca col binocolo…
– ‘aspita…
Eh, ‘aspita. Ci sarebbe da mollarve un par de s-ciafòni, sai! Ma dico io, passate ogni tanto a salutare, che ve costa? Che poi che credi, quanti clienti napoletani go, io, secondo te?
– Uh. Eh. Ehm…

(aaaaaaah… tanta è la sorpresa che tralascio persino la solita precisazione sull’esatta provenienza…)

Eh. Ma allora, insomma… che gavemo da far, alora, qua?
– Eh… ecco… sempre lo stesso. Ti dovevo dire che rumori fa dopo averla portata su pista ciclabile per un po’ di chilometri…
Bon, speta che prendo carta e penna.

Sparisce un attimo dietro il bancone, torna con un notes e una biro nera.

Dime i numeri cussì come che stanno scritti sul tuo cambio, eh.
– Allora, dunque: sulla la terza corona il sei non entra proprio, passa sempre al sette. Poi appena c’è un po’ di pendenza in salita il cinque fa uno scatto e tenta di passare al sei ma si inceppa, e se non cambio io sta lì a fare clac-clac sul sei senza entrare. Quando sono alla seconda corona e devo passare alla terza, se sto sul sette la catena non riesce a salire e devo passare al due o al tre per farcela passare. La prima va bene, in genere. Ah, e dopo un paio d’ore che vado, il pedale destro a un certo punto comincia a cigolare, e parecchio.
Mh-mh.
– Bene?
Sissì. Niente d’altro?
– No no…
Bene. Senti, adesso no ghe xe nissuno… se puoi spetarme un po’ te la faccio adesso.
– Uh, magari!
Alora vien dentro, va’.
– Grazie!

Mi fa sedere su uno sgabello in officina, mentre lui lavora. La appende su un braccio che sta fissato al muro e la tiene sospesa ad un’altezza comoda per il lavoro. Svita con pochi colpi decisi, ogni tanto butta l’occhio sul notes, corregge l’inclinazione di un dente di una corona… e intanto parla, fa domande su domande, e per rispondergli perdo il filo di quello che sta facendo. E io che volevo rubare un po’ di mestiere. Chiede cosa faccio in generale e cossa che te fa qua in Friul, se mi trovo bene, quanto e da quanto vado in bici, e perché mi piace, e soprattutto perché abbia fatto passare tanto tempo prima di riportargli la mia.
Sono talmente disorientata dalla valanga di domande che finisco con il rispondere a tutte, con tutti i perché e i percome, fino a dire della pausa forzata dello scorso anno, l’abilità da poco recuperata e tutto il resto, con quella leggerezza con cui si parla tra viaggiatori che a un certo punto mi ero persa un po’ per strada. Che strano, poi… nemmeno mi ero accorta di non avercela più con me. Chissà, chissà dove l’avevo lasciata…

… e comunque. Dovunque l’abbia perduta, oggi questo signore dalla faccia un po’ squadrata me ne restituisce un vagone, dono quanto mai inaspettato e per questo infinitamente gradito. Parlando lo guardo fare il suo lavoro senza mai alzare gli occhi, preciso, calmo, concentrato sia sui pezzi della mia bici che si rigira tra le dita sia su quello che stiamo dicendo. Poi vedi come che va ‘desso che te lo reméto a registro per bene,  promette con una certa soddisfazione, lui, a un certo punto… e a me sembra che con quelle chiavi e pinze e bulloni e bulloncini stia rimettendo a registro anche me – mani, piedi, testa, parole. Perché mi si sono svegliate all’improvviso anche le parole, sai, vorrei dirgli, insieme a tutto il resto, dopo che me le ero perse insieme alla capacità di parlare con tutta la semplicità di cui c’è bisogno la maggior parte delle volte a questo mondo. Me ne accorgo solo ora, solo adesso che mi ascolto parlare senza il solito sforzo di nascondere l’accento e la cadenza di cui avevo sempre avuto una mortale vergogna fuori dai confini della mia terra. Ma cosa è successo? Cosa si è rotto, quale argine ha ceduto, infine?
E sì, dunque: poiché da qualche parte ha ceduto un argine, ora c’è da riassestarsi dopo la piena. E allora sì, biciclettaro, rimettici a registro tutte e due, che di strada da fare ce n’è fin troppa, ancora.

To’ la tua bellezza strìaca
– Eh, grazie…
Sei a posto per un bel po’, adesso. Divertiti, eh.
– Eh eh, non mancherò…
E vien trovarme, ogni tanto, però!
– Eh, ho capito, ho capito. Con la memoria che ti ritrovi mi sa che è anche meglio…
Ecco. Sennò prossima volta te svito tuto in modo che te trovi col culo per terra dopo quìndese chilometri esatti, e prima che te vengono a prendere…
– Eeeeeh!
Tu sta’ a sentirme.
– Vabbuo’, vabbuo’…
Ciao, eh.
– Mandi!
Stat’ buon’!, fa sorridendo con una pronuncia tutta strana, con le vocali aperte e senza le doppie.

Eh, pure tu, bicicletta’.

Volo via verso la stazione, la passo e poi al primo ponte piego a destra e fuggo verso la campagna che mi inghiotte all’imbrunire nel profumo del grano maturo, intenso come quello di tutte le ricchezze della terra che richiedono fatica. In alto nel cielo, dietro una fila di alberi, voci di bambini. E un aquilone.

(sopra)ciglio

venerdì, 1 settembre 2006

Otto anni, oggi… "e non sentirli"? Magari. Tutti tutti, ci stanno. Per fortuna che questi sono di quegli anni che ti si sedimentano nelle mani, così non è che è proprio facile che gli altri se ne accorgano. E, a dire il vero, per intere fette della mia vita non me ne accorgo nemmeno io. I segni sulle mani, che faccenda strana. Ma vabbe’.
Mi ha chiesto decine di volte tuttocchèi?, staibbène?, nelle ultime ore, con aria intenerita e preoccupata. E io: sissì. E non è che non è vero, è solo che.
Per fortuna che le date non le ricorda… dei miei buchi sul calendario non c’è nessun bisogno, diciamo la verità. Oppure se ne ricorda e sono io che credo il contrario? Boh. Devo chiederglielo… ma non oggi però, ché oggi è uno di quei giorni sul ciglio, sul ciglio, e io e il mio costante dis-quilibrio già facciamo fatica a stare in piedi normalmente, figuriamoci adesso, che un punto interrogativo sarebbe una falce calata dritta dritta sulle ginocchia (le mie), pure se la domanda la faccio io. Vabbè, ne parliamo un altro giorno, allora.

Sul ciglio, quindi. Ci vado, ci vengo, ci resto, per oggi. Sul ciglio di una strada dove passano poche macchine, per la precisione, tra due cipressi alti alti. Ci sono venuta per cercare un po’ di quiete. Assenza di rumori di fondo non ce n’è ma insomma, così già è meglio che tra clacson, il fracasso dei lavori del padiglione nord  della Fiera e ventole che raffreddano processori. Oggi preferirei di no, veramente.
Stavo pensando poco fa, a ritmo di pedalata: datemi il tempo, e ci riesco, a non sentirmi, fuoriluogo, danessunaparte. Non straniera. Non foresta. Non pensavo alle radici e a straniera nel senso di estranea. Pensavo a qualche altra parola, del tipo: accolta. Ma poi ho dovuto frenare all’incrocio, e il pensiero è rimasto a metà. Quando ho ripreso a pedalare, ne era già iniziato un altro.

 Sono uscita di casa per rintanarmi sotto il cielo. Qui nessuno può trovarmi. Ci sono sempre venuta da sola, qui, così nessuna delle persone che conosco riuscirebbe a farsi un’idea di dove mi trovo nemmeno se provassi a raccontare come ci sono arrivata, che strada ho fatto, i luoghi per i quali sono passata. Nemmeno lui ci è ancora mai venuto. Questo pensiero mi sembra… non so. Una vertigine, forse. Un piccolo monumento ai Caduti sperduto nel profondo della campagna friulana, trovato un giorno per caso, veleggiando a vista tra un campanile e l’altro. Un luogo in cui il consesso umano di cui incidentalmente faccio parte non può arrivare. Che strano. Fuori. Qui sono fuori. I nomi che potrei elencare nel tentativo di dare l’idea dalla mia posizione geografica direbbero meno di niente a quasi tutte le persone da cui potrei eventualmente voler essere raggiunta in questo momento. Livenza, Tamai, Palse, Sentirone. Vengo da un’altra geografia, in cui nessuno conosce questi nomi. Fuori. Fuori dai miei affetti. Penso a quella lì che è in Francia, a quell’altro che forse è in Portogallo, a quello che sta a Napoli, a quell’altra che di solito sta a Londra ma adesso è in Puglia, e a lui, che sempre chiude il cerchio – sempre per ultimo, chissà perché – che è a casa che riposa dopo una faticosa settimana di lavoro.
Penso: adesso mi nascondo. Basterebbe che spostassi le chiappe da questo muretto al suolo per non essere più visibile nemmeno alle auto di passaggio. Mi nascondo un attimo, perché quest’anno il buco sul calendario s’è fatto risentire, dopo quello scambio di battute. Già. Un caledario bucato col trapano, c’ho a casa, in qualunque casa io abiti. E’ per questo che forse.
 Mi nascondo, penso di nuovo. Non so se mi stia incitando o se stia provando a darmi un ordine. Di qua c’è il campanile di cemento grigio bruttissimo di un paese, di là quello bello merlato di un altro. A me ‘sto Friuli certe volte mi dà l’impressione di essere una terra fatta per i foresti, non per quelli che ci abitano. Anche se ci affondi dentro per la prima volta e ti sembra solo un mare sconfinato di campi di mais ("ma che ci faranno con tanto mais, santiddio?", "Eh! Che ci dobbiamo fare secondo te? La polenta!") basta uno sguardo a trecentosessanta gradi per capire in quale direzione devi andare e grosso modo quanta strada devi ancora fare per trovare le prossime case, il prossimo Bar Sport, le prossime facce solo a guardarle sappiano raccontarti  del posto in cui sei capitato. E allora vedi che non te la dò, la soddisfazione, Uomo del Nordest. Non mi freghi, sei tutto chiacchiere e distintivo se mi regali un posto così dove nascondermi, fuori, sotto il cielo. Grazie.

 Per cui adesso mi nascondo, perché il buco nel calendario pulsa dietro le tempie, anche se non importa niente. Quello che importa veramente è che, a furia di andare in giro in bici per queste strade, comincio a vedere i colori che questa stessa fetta di paesaggio prende a seconda del variare del tempo e delle stagioni, inizio ad incontrare qualche faccia non più nuova sulla strada a seconda delle ore del giorno e quindi, con il passare del tempo, ad avere meno timore nel salutare qualcuno o nel fermarmi a scattare una foto, o eventualmente nel chiederne il permesso. Comincio ad avvertire, con gli anni,  il senso della  profondità di questo posto. Che non è più solo paesaggio. Posto, dico.

Sono giorni di grande silenzio, questi, ma la campagna è viva.
Ad uno scricchiolìo dei pedali solo un pochino più forte degli altri, da un campo di mais in un attimo si leva – senza chiasso, solo un frullo d’ali che sembra ne stia volando una sola – una nuvola nera di centinaia di tortore che in pochi secondi si spostano più in là con un unico, immenso, fluido movimento  volteggiandomi sulla testa e oscurando per un attimo il sole, lasciandomi paralizzata sul ciglio (sempre sul ciglio, vedi) della strada. Sotto la pelle dei campi che aspettano l’ultimo sfalcio e di quelli già messi a maggese si prepara l’arrivo dell’autunno, del tempo delle scorte, e se si sta ad ascoltare dopo un po’ si sente che sotto la superficie di questo mare verde appena lavato dal temporale di stanotte è tutto un pullulare di uomini e donne robusti e sudati che faticano, e iniziano a dirti ciao! quando ti vedono passare per la trentesima volta in un mese davanti a casa loro sicché tu, infine, ti senti come uscire da un caìgo che aveva cancellato l’asse zeta dello spazio e, ogni giorno meno incorporea, riscopri la meraviglia di avere un’ombra, di alzare una mano e rispondere al saluto con un sorriso – un sorriso che poi ti accompagna fino a casa, impastato insieme ai tuoi buchi sul calendario e a tutto quello che hai visto in questa stagione in cui non hai fatto altro che leggere, camminare, pedalare, guardare le nuvole e stare in silenzio, nel silenzio più profondo che tu abbia mai sentito in tutta la tua vita. Anche quando era la tua, la voce che stava parlando.

[post del 25/08/2006, andato perso per una bizza dell’editor di Splinder e recuperato grazie alla copia cache di Google]

Comunicazioni di servizio (per i ciclisti della domenica, ma anche no)

giovedì, 17 agosto 2006

– Ehi, voi di Fiume Veneto: per favore, qualcuno passi a dare una sforbiciata al ramo di noce che pende sulla pista ciclabile di Via San Vito, dove c’è la rete da cui si vede un parco giochi per bambini.
Per i ciclisti che passano di là: appena vedete dall’altro lato della strada l’insegna verde della COOP incollate la fronte al manubrio, contate fino a dieci e sperate che dall’altra parte del muro di foglie non ci sia nessuno, in un senso di marcia o nell’altro. Potreste addirittura sopravvivere.

– Quest’anno i rovi sono fioriti in estremo ritardo, ma le more sono in perfetto orario sulla tabella di marcia.

– All’altezza della solita frazione di Rosa di San Vito, nel letto del Tagliamento non c’è più nemmeno una goccia d’acqua. Niente acqua, niente voci, niente, a parte incredibili stormi di rondini irrequiete e coglioni con SUV e fuoristrada che arrivano sgommando sul greto a tutta velocità, mancandovi per un pelo e alzando nuvoloni di polvere che accecano voi ciclisti di passaggio e i soci del club di Aeromodellismo Tagliamento, che non mancheranno di offrirvi di usare la loro fontana per sciacquarvi gli occhi se vi vedranno arrivare con la faccia bianca e le guance solcate da pesanti lacrime, incazzatissimi Pierrot dell’ultim’ora.

– Se vi doveste trovare a passeggiare per il parco fluviale, poi, occhio ai rovi che in questi giorni sono un trionfo di frutti pronti per le vostre marmellate e crostate migliori. Quando sarete lì a raccoglierle, presi dall’immancabile raptus bucolico, fate attenzione alle vespe: se ne notate qualcuna che sembra gironzolare con una certa insistenza intorno ai rami che state innocentemente depredando cambiate subito ramo, meglio ancora spostatevi di qualche metro e cambiate cespuglio. Non è sola. I rinforzi – se avrete la sfortuna di tirar via una mora dal ramo sul quale è appeso il loro nido provocando loro un sisma del nono grado della scala Mercalli – arriveranno in massa e colpiranno senza alcuna pietà, e voi avrete a malapena il tempo di rendervi conto cos’erano quei venti puntini giallognoli spuntati dal nulla che sono precipitati sulle vostre gambe come bombette di una cluster.

– Se infine, al termine di una assai poco dignitosa fuga in cui avrete tentato di portar via a piedi voi stessi e la vostra biciclettina correndo scompostamente stringendo il sacchetto delle quattro more che siete riusciti a raccogliere con una mano e il manubrio con l’altra (senza però tralasciare di ferirvi a sangue i polpacci con i pedali), doveste ritrovarvi con una o due punture sulle ginocchia, non dimenticate che siete stati fortunati (loro erano almeno in venti) anche se vi trovate assai distanti da una farmacia. Non ne avrete bisogno, della farmacia, perché in caso di shock anafilattico non farete in tempo nemmeno a dissotterrare il cellulare che dal profondo della bisaccia, mentre in caso contrario basterà che ripeschiate dalla memoria l’amata figura della buonanima di vostro nonno, e ricordare così che per far passare presto il dolore basta la leggera ma decisa pressione di due dita intorno al centro del bozzo che intanto vi sta crescendo sul ginocchio destro: il liquido iniettatovi dalla povera vespa terremotata che non è ancora stato assorbito fuoriuscirà, e il dolore lascerà in pochi minuti il posto ad un gonfiore che pulserà debolmente ancora per un po’ ma che vi permetterà di riprendere una qualche forma di contegno, rimontare in sella e macinare – con calma – i trenta chilometri che vi separano da casa.
Oh, se però ad un certo punto doveste udire una flebile voce che sussurra ucciiiiidiiimiiiii provenire dal bubbone, mi raccomando, non fate gli eroi e chiamate il 118.

E poi fatemi sapere cosa siete riusciti a farne, delle more.

Metàmero (di storia)

domenica, 16 luglio 2006

Ancora una volta in direzione del Tagliamento – da qualche parte tra Fiume Veneto e San Vito, sulla provinciale che passa per Le Rivatte – ci fermiamo una domenica pomeriggio ad un bar sulla strada per un caffè e un bicchiere d’acqua. Quando usciamo c’è un signore, magro e  anziano, che si è avvicinato alle nostre bici. Le guarda assorto, sembra studiarle con attenzione, in particolare la mia. Lo salutiamo mentre armeggiamo con le bisacce prima di ripartire, e lui fa:

– "Scusi signorina, mi tolga una curiosità… ma quant’è che costa una bici come questa?"

– "Be’… veramente… non glielo so dire. L’ho presa usata in Austria, e quando mi sono informata sui prezzi qui  stavo ancora cercando un altro genere di bicicletta, quindi una proprio come questa… non glielo saprei dire con precisione"

– "Ah, go capi’. No, perché a me me piacerebbe una bici così, non come quella", dice indicando la sua, da uomo, "e però non con ‘sto sellino qui, che fa male al culo"

– "Ah… eh, ha ragione, in effetti… però quello non è un problema, si possono cambiare…"

– "Ah sì? Bene. Ma allora proprio non lo sa, il prezzo di una bici uguale alla sua?"

– "Ehm… veramente no, mi dispiace, e non vorrei dirle una cretinata…"

– "Va be’. Grazie, sa"

– "E di che, si figuri. Buon pomeriggio!"

– "Anche a voi, ragazzi, buona pedalata!"

– "Grazie!"

Qualche centinaio di metri più in là lui mi affianca.

– "Perché gli hai risposto così?"

– "Come perché? A che ti riferisci?"

– "No, dico, perché non gli hai dato un’idea della spesa? Non è che i prezzi proprio non li conosci…"

– "Be’, gli ho detto la verità, non conosco con esattezza i prezzi di una bici uguale a questa, e tanto meno qui. Da altre parti sì, ma non volevo dargli una risposta a casaccio, lui m’ha fatto una domanda precisa…"

– "Sì, ma almeno un’idea…"

– "E vabbuo’, scusa, ma se uno dice non lo so è così grave?"

– "Uhm, no, per carità, è solo che secondo me voleva più che altro fantasticarci sopra. Non hai visto la sua faccia quando gli hai detto che non lo sapevi? E’ rimasto deluso"

– "Sì, è sembrato anche a me, ma che dovevo fare, dirgli una cosa molto probabilmente non vera per dargli di che discutere con gli amici lì al bar?"

– "Embe’, e perché no? Che male c’è? Avrà avuto settant’anni, magari non se la compra nemmeno, una bici, però forse gli piaceva la tua e la curiosità gli ha fatto partire la fantasia… ah, ma se ce l’avessi pure io, avrà pensato, e chissà quanto costa una bici così…"

– "Può essere… e però non lo so se è giusto, che uno ti fa una domanda e tu gli dai una risposta di cui non sei sicuro per… dare cibo alla sua fantasia? Boh, non lo so, messa così è strana, ‘sta cosa…"

– "Mah, secondo me avresti potuto dirgli un prezzo. Sarebbe stato contento"

– "Mah, può darsi. Me lo devo ricordare la prossima volta che mi succede qualcosa di simile, e vedere che succede"

– "Già, secondo me potresti avere delle sorprese"

– "Boh… ua’, mo’ che mi ci fai pensare forse mi è già successa ‘na cosa più o meno così…"

– "Eh… sai che stavo pensando la stessa cosa…"

– "…"

– "…"

– "Gesù, ma sei bastardo…"

– "Mario, Loredana. Mario"

Due risate scoppiano e si spargono per la strada, deserta davanti e dietro di noi come ogni domenica. E l’eco che ancora ne risuona, ancora e ancora, a mesi e ottocentoepassa chilometri di distanza.

Graziemille (compl. di term.: il biciclettaro). Oppure: ciao, elicottero!

sabato, 17 giugno 2006

La quarta volta, invece, è fatta. Lei spalanca le braccia, belle carnose e paffute, e io imbocco l’abbraccio come un’auto in corsa la galleria della tangenziale tra Fuorigrotta e Agnano – nelle domeniche d’inverno, però, quando è deserta e il tramonto sui Campi Flegrei è una sola, enorme, densa colata di oro zecchino.

Sono le due del pomeriggio del tre maggio, ho pranzato presto perché così, mi dico, vado a fare un giretto in bici visto che lui è al lavoro, io sono da sola, tra qualche giorno riparto e non me ne tiene di studiare perché la giornata fuori è bella, calda e asciutta. Chiama, insomma, e c’ho ‘sto nodo nelle viscere di cui mi devo dimenticare per un po’, giusto il tempo di riprendere un po’ di energie.

[Viscere, eh, vi-sce-re. ‘Sta parola non piace a nessuno, ma che cazzo, eppure ce le abbiamo tutti, le viscere… o i visceri, ché so’ maschi pure da me – ma che c’avranno, che non va, ‘sti benedetti stentìni? Se non la finisci ti metto ‘e st’ntin’ a tracolla, diceva Susi quando la facevamo arrabbiare, e io ridevo per ore]

Allora mi piglio una bottiglia d’acqua, la ficco nella bisaccia insieme a una felpa, ché non si sa mai, e mi avvio… sì, ma dove? Non ci ho ancora pensato. Boh, mo’ me ne vado per via Nuova di Corva, che dove finisce fuori Pordenone non l’ho ancora visto mai. Che poi a un certo punto non è più via Nuova di Corva ma la statale 251, e all’improvviso aumentano macchine e mezzi pesanti, non ha più la spalla e le carrozzerie altrui rischiano mi farmi la ceretta ad ogni sorpasso. Dieci minuti che sono in cammino e già mi sento un ‘ntecchia in pericolo? Andiamo bene.
In direzione di Tiezzo, dopo l’emmezzeta e una luuuuuunga curva che mi fa jettà ‘o sang’ per quanto vicino mi sfrecciano le auto di passaggio, supero il ponte su un fiume che credo sia ancora il Noncello ma che qui c’ha un letto che non gli riconosco, tutto marrone, che sembra scavato nell’argilla. Subito dopo il ponte scorgo un’indicazione per Fiume Veneto che indica, per l’appunto, una piccola strada laterale che sembra sparire nella campagna… l’istinto di conservazione la vince, e svicolo in tutta fretta e tutto a mancina, come dicevano gli antichi, per questo Vallon (come lo chiama un cartello) che attraversa la frazione di Corva.

[e dove poteva finire mai, in effetti, una strada che si chiama via Nuova di Corva?]

Sorrido. E’ deserta, la via, e attraversa un lungo tratto di campagna dove ai lati della strada ci sono campi lasciati a maggese e altri messi a grano e mais, e piccoli canali in cui gracidano forte rane che non si vedono. Incrocio ad un certo punto un cavalcavia della Pontebbana, e dopo poco entro nel centro abitato di Fiume Veneto. In lontananza, alla mia sinistra, vedo il cinema dove ogni tanto andiamo, e l’enorme traliccio dell’alta tensione che gli sta accanto. Nel centro passo un ponte su un fiume che non so come si chiama e mi fermo al rosso di un semaforo approfittando per scegliere quale strada prendere. Tra le varie, mi lascio convincere senza un particolare motivo dalla freccia San Vito al T. 12.
Scatta il verde, e riprendo a pedalare. Il motivo c’è, naturalmente, ma io ho la testa troppo vuota, in questo momento, per accorgermene, ridotto com’è a niente più che un’eco, che arriva… boh, ma che ne so da dove arriva?

[Tagliamento, Tagliamento, acqua, Tagliamento, fiumetagliamento, acqua, acqua, fiume, Tagliamento… che poi non lo so, non lo so… non è vero che non lo so, quasi mai è vero che non lo so, quando parlo di qualcosa che mi sta dentro, e però quando dico non lo so è che in realtà intendo: non lo so dire, perdonami se non lo so dire.]

Santiddio, se vado avanti così oggi mi ci faccio un nodo scorsoio, co’ ‘e st’ntini, come li chiamava Susi, così, che per capire come lo diceva anche la e devi elidere, sennò non si sente bene quando lo leggi. E allora, dico, che per togliermi dalla testa certe cose devo pedalare. Pedala, scema. Pedala. Muoviti.

C’aveva ragione il biciclettaro, cazzo, che ‘sta strada è fatta, sì, di un po’ de soferénsa, e cavolo se non gli voglio bene, adesso, a quel tizio con la faccia quadrata, per avermi dato questo, questa strada, tutti questi chilometri e tutta questa terra da percorrere, che è la sua ma me l’ha regalata sorridendo il giorno in cui mi ha indicato sulla mappa le piste, le strade dove poter portare a soffrire questa bici che c’ha il cambio che si inceppa – e insieme alla bici anche il mio cuore, i miei polmoni, le mie gambe e la mia testa che pure si inceppano, qualche volta, e nel passare da un terreno all’altro o una pendenza all’altra non rispondono più ai comandi.

[Da Fiume a Bannìa, passi sóto el campanìl e poi ti me piega a sinistra. Xe un par de chilometri, ti te trova un incrocio grande – ma grande – e te prendi a destra, e da lì in poi xe tuta strada dritta e pista ciclabile, no te rompi i bài nissuni, no te trovi nianca una macchina… solo poco prima de San Vito finisce, ma ormai te gavarà rivà se te vol vedere il paese… sennò, te torni ‘n drìo]

Ma io ci vado, a San vito, non ci torno indietro, ecco. Il cielo è di un blu surreale, oggi, c’è vento e si sta una meraviglia, no che non ci torno. Eh, ma com’è bella ‘sta campagna, però… e ‘sta  primavera… così diversa dalla mia… da dove la piglieranno tutta quest’erba, tutto questo ondeggiare al vento, così soffice, così… erboso. E’ così erbosa, ecco, la primavera, qui… proprio così morbida, come la parola erbosa che c’ha tutta la primavera firulana dentro… e e r che sono gli steli sottili, b e o che sono il morbidume, e s che è il rumore che il vento fa su tutta quest’erba… sssssssssssss….. ssssssssss….

A casa mia, invece, la primavera è un’altra, è di un’allegria più prepotente, ché quando il caldo prosciuga l’aria…

[prosciuga, eh, qui asciuga e a casa mia prosciuga]

… le strade si fanno polverose e le ginestre esplodono, e – da invisibili chiome di nudi ramoscelli  verdognoli o marroni che erano fino a un mese prima – all’improvviso sulle colline fanno scoppiare la guerra di primavera, ché si mettono tutte a tirar fuori fiori con detonazioni da bomba a mano, eh, bombe a mano di giallo che scoppiano ovunque, e negli angoli liberi lasciati da quel giallo qualcosa d’altro ci prova pure, a fiorire, e gli arbusti di macchia, che so, quelli che le nonne da noi chiamano ‘e ‘mbrellini pure spuntano da tutte le parti insieme ai rovi e al forasacco, che è un casino e nel giro di un mese di primavera non ci si capisce più niente. Che poi, visto che è di macchia, è spinosa la primavera di casa mia, perché sono le piante pioniere le prime ad accorgersi del sole, loro che per inclinazione naturale sono così eliofile, e sì che sembrano delle sciantose che fanno a gara a chi si mette prima il vestitino cchiù bbello, mentre invece stanno solo cantando la sveglia per quelli più lenti che stanno dentro il bosco e che, più anziani, ci mettono più tempo a carburare. Sono i primi scoppi del motore del risveglio della macchia mediterranea, loro, gli arbusti, quelli sprùcidi, che hanno le spine solo perché sono più bassi e devono difendersi in qualche modo, ma che in realtà sono la fanteria di un esercito che si sveglia per rimboccarsi le maniche e andare all’assalto della stagione calda che gli permetterà di sopravvivere – sempre che la Stagione Calda non faccia la stronza più del dovuto.

Ecco che cos’era, che di questa primavera non capivo. Ecco.
Erba, in luogo di spine. Questa è gentile, quell’altra è sfacciata. Questa xe calma, chell’ è nu burdell’. E sono belle uguale. E anzi, quella friulana mi cura quest’anno con il balsamo del suo silenzio, ed è un silenzio senza il quale forse non saprei come affrontare la festa, il casino della primavera di casa mia. Ho il tempo di pedalare e stare in silenzio, in mezzo a quest’erba senza spigoli, tutta tarassaco e polline di pioppo, a recuperare energie e parole per quando sarà il momento di tornare alla polvere, alle bombe a mano di giallo e all’asfalto che ti scotta i piedi anche attraverso le suole delle scarpe. E pedala, mo’, che siamo quasi arrivati. Quello laggiù non è il campanile il San Vito al Tagliamento? Pedala, su.

Poche macchine, molti mezzi pesanti. L’ultimo tratto pare piano ma non lo è e, cavolo, sudo i liquidi corporei fino all’ultima molecola. Ma sono arrivata…

[... mh, ovèro? E dove? Era veramente qua che volevi venire?]

… be’, uhm…boh. Entro dalla porta occidentale della città, passando per la via del Tramonto, e dopo un paio di svolte supero le mura e mi ritrovo sotto il campanile di Piazza del Popolo. Ci sono già stata altre volte, ma questa è la prima che ci arrivo così, con il vento nelle orecchie e il naso all’insù. Sono le tre e un quarto, secondo l’autorevole campanile, e sento che non ho ancora smaltito la pasta e ceci che con tanto amore mi sono preparata a pranzo. Che faccio adesso? Poiché il sole picchia forte, mi fermo su un lato della strada in ombra un poco più avanti per raffreddarmi un po’ e bere. Fin qui avrò fatto sì e no una trentina di chilometri, e non è che abbia esattamente idea di quale strada abbia fatto: le indicazioni del biciclettaro me le ricordavo, ma per la posizione sulla mappa non ci metterei la mano sul fuoco. Penso che mi ci vorrebbe una cartina, allora, anche perché il paese si chiama sì San Vito al Tagliamento, ma il fiume non si vede da nessuna parte. Là c’è un tabaccaio, entro a vedere e trovo delle mappe abbastanza  dettagliate della zona. Ne compro una e faccio per aprirla, ma poi mi accorgo che il negoziante sta sbirciando con un sorriso la bici che ho lasciato accanto all’ingresso… senza pensarci su, allora, lascio stare la cartina e gli chiedo: "scusi, non è che saprebbe dirmi come si arriva al fiume, da qui?".

"Oooooooh, signorina", mi fa illuminandosi tutto, "eh be’, glielo stavo per chiedere io se non le servissero indicazioni, ma certo, ma certo che lo so… guardi, esce dalle mura, qui a destra, e segue la strada che inizia qui di fronte fino al campanile del santuario. Poi trova le indicazioni per Rosa di San Vito, le segue, dovrà quindi a un certo punto girare a destra… saranno un paio di chilometri, poi non lasci più la strada e vedrà che si ritrova direttamente in acqua!".
Ride, lui, e rido anch’io. Non ho mai capito perché, ma qui a chiedere informazioni sempre così si finisce, con grandi sorrisi e tanti graziemille e buonaggiornata, roba che uno quasi quasi si sente un po’ meno forestiero, certe volte. Boh.
Comunque, seguo pari pari le indicazioni del tabaccaio e arrivo alla fine di Rosa di San Vito… che, enorme santuario a parte, è una frazioncina piccola piccola, poche case e una sola strada che a un certo punto sale un po’ e poi finisce: all’incrocio di due sentieri sterrati l’asfalto di interrompe e il cartello "riserva fluviale Tagliamento" mi avvisa che il Tagliamento è anche mio e che se mi comporto bene con lui, lui si comporterà bene con me.
Be’, mi sembra sensato. Solo che adesso non so quale dei due sentieri prendere. Sono lì che sto per prendere la cartina quando da dietro la curva di una delle due stradine sbucano due ragazzi in sella a dei cavalli di una bellezza sconcertante, due bai che quando mi passano accanto mi fanno sentire piccola piccola come un verme delle pere. Mi faccio coraggio, e chiedo ai ragazzi come si arriva all’argine del fiume.

[lo vedi che era da un’altra parte che volevi andare?]

Mi dicono di seguire la strada da cui sono venuti loro, e mi ci ritroverò dopo poco. Saluto, ringrazio e loro mi augurano una buona pedalata. Buona pedalata? Ma non ero arrivata? Non ci dovevo cadere, dentro il fiume, dopo Rosa di San Vito? Uhm.
Poi giro la curva, e capisco. Buona pedalata, e certo… se neanche si vede dove finisce, la strada!

Vabbuo’, ma ormai sono arrivata fin qui… che faccio, torno indietro?

[… acqua, Tagliamento, fiumetagliamento, acqua, acqua, fiume, Tagliamento…]

Uhm. No. Se torno me ne pento, già lo so. Andiamo, va, quanto mai potrà mai essere lunga in fin dei conti?

Eh. Boh. Non lo so, quanto è lunga, ma pedalo per una buona mezz’ora e passo campi, campi e ancora campi, poi due cave di ghiaia e una pista di volo per aeromodelli prima di arrivare ad un incrocio con un sentiero che si infila dentro un muro di alberi. Poiché mi sono scocciata di andare dritto e mi sa che il fiume è vicino, giro a destra e chissenefrega. La curva è stretta, e per un attimo sotto gli alberi si fa buio… poi passo un ponticello con il fondo in ferro e la stradina finisce, alzo gli occhi ed ecco, sì, adesso sì che sono arrivata.

Ci sono, alla fine. Era qui, era qui.

[Che cosa, era qui?]

 Niente, niente, era qui che c’era il fiume, ed è qui che sto io, adesso. Tutto qui, tutto qui.
Tutto.
Qui.

Non c’è anima viva, e all’improvviso sono felice come una bimba, mi tolgo le scarpe, faccio qualche passo nell’acqua gelida, poi torno, passeggio sul greto, su un tratto di fango trovo le tracce di qualcuno che era forse allegro come lo sono io adesso e il dio-fiume, dice lui, fa dispetti a chi ne vìola il greto e mi sfila una scarpa lasciandomi per qualche secondo in bilico su un piede solo, mentre tento di non scivolare e recuperarla dalla poltiglia in cui si è arenata. Alla fine mi calmo, mi siedo vicino all’acqua e ci resto. Sono sulla sponda destra, e alla mia sinistra, in lontananza, si vedono passare treni su un ponte della ferrovia che attraversa il fiume e su, in alto si sente passare ogni tanto un elicottero. Sono i Mangusta del 49° di di Casarsa…

[Well at least this time you were right, and you had the good sense to give up, yeah, when others there might of hung in, so just nobody touch me. I know what I’m doing. (…) There’s another one flying tonight, and I hope it don’t make it… I know what we’re doing…]

… e allora quello lì è il Ponte della Delizia. Uh, ho recuperato un punto di riferimento. So dove sono, adesso. Se so dove sono ci posso anche restare, allora. Resto, mi dico, ecco, mo’ mi sto proprio qua.

[seeeee, vabbuo’…]

Be’, almeno per un poco, visto che sono arrivata fin qui. Ciao elicottero!

[Hello helicopter!]

Mi distendo, e offro la schiena al massacro delle pietre del greto in cambio dell’ospitalità. Poi ne prendo qualcuna da portare a casa, ce ne sono di molto belle… una la porto a lei e le chiedo se me la dipinge… queste le porto a lui che per primo mi ha parlato del Tagliamento… questa che sembra una piccola luna piena me la tengo. Però… sono un po’ stanca. Sono stanca, ecco, gli dico al fiume.

Hai pedalato troppo, forse.

Ma non fuori… dentro, dico.

E sarà l’inverno appena passato, allora.

Può essere.

Gli inverni sono sempre lunghi, e freddi, e qualche volta difficili. E voi siete un po’ così.

Già.

Senti, ma sei venuta fin qui solo per dire che sei stanca?

Be’… sì.

E allora?

No, è che devo prendere una decisione. Solo che non ci riesco, e mi sa che è proprio perché sono troppo stanca.

Ah, ho capito. Va be’, fatti un bagno, allora.

Eh?

Fatti un bagno. Lasciala qua.

La stanchezza, non la decisione.

Ah.

Eh. Però resta qua vicino, ché più in là l’acqua è troppo fredda e la corrente troppo forte.

… ma tu sei sicuro che è una buona idea?

Non c’ho la prova scritta, se è questo che vuoi sapere. Però fate così da millenni, voi.

Dici che quattro ore bastano per digerire una pasta e ceci?

Ti vuoi ritrovare a mare, di’ la verità…

Vabbuo’, ho capito.

Meno male.

Grazie.

Prego.

Oh, ma te l’hanno mai detto che sei antipatico?

E’ un complimento, vero?

Va be’, allora io…

Accomodati.

Grazie.

E prego. Poi però levati di torno. Parli troppo, tu. Proprio qua che non ce n’è bisogno.

[OSI, Hello helicopter!, 2003]

Machennesò (sogg. sott.: primavera)

lunedì, 5 giugno 2006

La terza volta che la incontro non è che un attimo. Ed è una cosa che non ho mai visto prima in tutta la mia vita.
 Succede in un primo maggio inondato di un sole che finalmente scotta, scotta, e di nuovo a Sacile. Dove lo stesso sole sembra aver scottato e messo in fuga ogni forma di vita animale. Come intrusi, sudati e troppo vivi arriviamo in un paese che ha il respiro dilatato – se respira – del ritmo delle prime cicale della stagione, che però già sembrano stanche per come friniscono lente, lente, lente…
C’è un piccolo parco verde, in paese, incastrato in una curva della Livenza, che non avevamo mai visto prima. Ci finiamo per caso, pedalando piano e in silenzio, ché la nostra voce e il ticchettìo della catena sulle corone suonano improvvisamente come un fracasso, proprio così, come f e r e c e a e s e o troppo forti, fuori posto, quasi maleducati, nemmeno si stia correndo il rischio di svegliare qualcuno, qualcosa, ma che ne so.
Zitti zitti scivoliamo sulle strade, allora, prendendo vicoli a caso, finché non passiamo un ponte dopo il quale si apre un lago verde, di erbaacquasalici, tutto mischiato, tutto mischiato ché non si capisce dove finisca una cosa e inizi l’altra – e perché poi dovrebbero essere separate, in fin dei conti.
Poi, è un attimo. Faccio un passo verso la riva, dove lo spazio è trafitto da lance di luce che fendono le chiome dei salici, e vedo uno, due, poi dieci, poi una nebulosa di minuscoli batuffoli bianchi che danzano leggeri sull’acqua. Alzo lo sguardo – ché prima mi guardavo i piedi per non incappare in qualche punto fangoso – e tutta l’aria ne è piena, tutta, e qui davanti non scorre più un fiume di acqua verde, bensì di piccoli pollini che vengono giù fitti come neve, come grandine però leggera, come ovatta o che ne so, ma no, ma no, vengono giù come pollini e basta, come solo i pollini di decine e decine di salici che decidono di mettersi a piangere tutti insieme nello stesso momento possono venir giù e basta, e basta.
E cadono, poi, non è che sono così leggeri da restare sospesi per molto, sull’acqua e nell’aria si appoggiano e poi scivolano, e vanno verso il basso, bianchi ma neanche tanto, e ad ondate vanno, e calano, si posano, e fanno il fiume opaco, una striscia opaca in mezzo ad un verde che scintilla di sole in un trionfo di gravità.

E, di nuovo, quella sensazione. Che fa girare la testa, e che spaventa.

Non mi basterebbe tutto il tempo del mondo, mi ascolto dire ancora una volta ad alta voce. No, non mi basterebbe.

aspita, che monotona.

-continua-