Articoli marcati con tag ‘microniente’

Sessanta all’ora? Minuti. Giorni. Anni. Fa.

lunedì, 1 agosto 2011

– … really.
– No, I don't.
– But yes, you do! You talk about it like it was, I don't know… a lost planet. You do really sound like the Doctor telling stories 'bout Gallifrey.

*

E niente, poi succedono due cose insignificanti. Tipo: questo spilungone con gli occhi blu e le orecchie decisamente fuori scala, che parla di sé in terza persona e nella sua lingua madre, che in sogno viene a farti quest'appunto… e che, a ottocentoepassa chilometri dal punto del pozzo-paese in cui ora vivi, un vecchio scooter color mulignana viene dato via per pochi soldi, per fare spazio in garage. Era lì a prendere polvere da anni, ormai. Da quando sei andata via qui non lo usava più nessuno. Lì per lì hai detto "avete fatto benissimo"… poi un paio di giorni dopo ti torna in mente e non riesci a smettere di pensarci per un po'.

Però, pensi ora, proprio quel mezzo, proprio quel motorino, in una fetta di mondo in cui la parola scooter era arrivata solo a macchia di leopardo e anzi, in un tempo di quell'angolo di mondo in cui la parola scooter non era ancora proprio arrivata. No, perché ecco, all'improvviso è tornato tutto, lentamente, come una marea, ma inarrestabile. Una madeleine gigantesca, che stava nascosta dentro una parola, e un'immagine: minchia, lo Zip! Che qualcuno chiamava 'a carcioffola. Le due ruote che sono state il tuo primo vero mezzo di locomozione in quel recesso del pozzo in cui la bici in strada no, proprio no, e che sono state la tua prima vera indipendenza e libertà. Dal '95 a… quando sarà stata l'ultima volta? Un anno fa? Due, non di più. Dal '95 a due anni fa… fanno quattordici anni. Quasi metà della tua esistenza. E così, tutto è tornato indietro: la scuola, i mille modi che vi inventavate per bloccargli entrambe le ruote con una sola catena – perché se ve lo rubavano non se ne poteva mica comprare un altro – e la proprietà condivisa con gli amici di sempre. Perché non era solo tuo, ma anche di tuo fratello, e di K., e di tutti gli amici di strada di quegli anni che se non passavi a prenderli tu non si usciva mica. E no. Era un bene comune. E poi le prime volte dal benzinaio, e il sentirsi un po' grandi nel dire "il pieno, grazie", che era cinquemila lire di super e ci si andava avanti tutta la settimana, e gli interminabili giri d'estate su quel sellino che era una tortura cinese andarci in due ma col casco ancora si poteva, e quindi via, senza volerlo nemmeno fare apposta, a scoprire quello che di bello vi era rimasto tra una cava e l'altra, su quelle colline che erano il mondo intero, a cercare le terrazze più belle a San Leucio, a Puccianiello o sulla panoramica per Casertavecchia, quei punti spettacolari da cui guardare la città fino a Napoli e fino al mare, chiedendosi con Maria che ne sarà di noi, e quella volta con Ketty fino su a Durazzano, da incoscienti, senza dire niente ai genitori, con addosso il brivido della fuga e dell'avventura anche se erano solo quindici chilometri, sfidando tutti i divieti e le proibizioni parentali solo per andarvene a prendere ombra e albicocche in un giardino antico e segreto. E poi i primi amori che volavano a sessanta all'ora come se avessero avuto le ali, e le litigate colla buonanima del portiere del parco della zia perché te lo lasciassero tenere dentro, e le corse al giardino del nonno per lasciarlo al sicuro e poi correre di volata alla stazione a prendere il treno per andare all'università, e i lunghi abbracci degli amici, perché il solo modo per viaggiare in due sul quel coso era diventare l'uno lo zainetto dell'altro, e i primi brividi che ti entravano fin dentro la schiena quando per caso potevi dare un passaggio al ragazzo che ti piaceva, con tutti i peli che ti si drizzavano sulla pelle, e le fughe sulla Collina, o ai Ponti della Valle, e i colori del tufo e gli odori delle stagioni, delle ginestre, delle cave e dell'origano… e poi anche lui, l'amore della vita, quando lo andavi a prendere alla Reggia e ve ne andavate in giro con lui ancora in divisa. Ma quanta, quanta vita c'era in quella profondità del pozzo-paese? E perché ora, improvvisamente, che un altro pezzetto di quella vita se ne va – solo un motorino – ti appaiono come racconti della vita di qualcun altro e insieme indiscutibilmente vicini, ancora incollati al nocciolo stesso di tutto quello che sei oggi? E dunque?

E niente. E' che oggi sono qui, in questo punto del pozzo-paese così lontano, diverso eppure un po' uguale a quello in cui sono nata e cresciuta. Sono qui, dopo tutti quegli anni trascorsi in sella a quel motorino sognando di andare via, e c'è questo strano senso. Di scollamento. E oggi c'è questo piccolo essere umano tutto nuovo, venuto da me e da quel ragazzo che allora viaggiava con me su quel sellino, e… cosa saprà, lei, di tutto questo? A quel mondo farà probabilmente visita solo di tanto in tanto, e i luoghi che saranno cari alla sua memoria di adulta come quelli lo sono per me apparterranno probabilmente a quest'altro lato della mia traversata del pozzo-paese. Ma come sarà? Lei non saprà di tufo e ginestre, né dei luoghi che ho vissuto e amato nonostante tutto, con forze e intestino, perché così è laggiù, si ama e si odia ogni cosa senza sconti, perché la terra, la madre da cui si nasce non si può scegliere, e non a tutti va di culo, e allora si vive tutto, tutto e senza mezzi termini. Questa piccola non saprà né vedrà granché dell'adolescenza dolorosa e straordinaria della sua mamma, e chissà se io saprò mai portarle testimonianza di quel mondo così vivo e vivido dentro di me, pieno di odori e musica buona, e voci e presenze che non ci sono più, pur vivendo ancora nei recessi più remoti del mio linguaggio.
Cosa sarà di tutto questo, nel futuro che verrà? E' davvero successo, tutto quello che è successo? Abbiamo davvero volato a sessanta all'ora nel tempo e nello spazio, sognando un altrove che ci stesse meno stretto, e poi siamo davvero andati via, uno dopo l'altro, mentre il mondo che abbiamo così intensamente vissuto cambiava, andava avanti lasciando frettolosamente il posto ad altro, e di ciò che ci apparteneva non è rimasto granché fuori, ma solo dentro, nelle gambe con le quali abbiamo aizàto in cuòllo? Sono davvero accaduti la scuola, gli amori, i libri, le morti, le voci e quel paesaggio, proprio quello? E se sì, come faremo a mostrare ai nostri figli il nostro mondo, che è anche il loro perché da quello siamo venuti noi e quelli prima di noi? Come lo racconterò, lontano com'è nel tempo e nello spazio, quel mondo rumoroso e colorato che in qualche modo vorrei farle conoscere, se non altro per dirle un domani ecco, esiste una cosa che si chiama scelta, e perché e percome. Ma cosa le racconterò? Questa è la scuola dove tua mamma ha studiato, questo è l'acquedotto dove ha trascorso intere estati ad ascoltare le cave brillare, le cave da cui è venuta la pietra che è servita per fare il cemento che ha fatto andare il mondo avanti, e dal pizzo di quel colle guardava allargarsi i buchi delle discariche, e arrivare i gabbiani, pensando che forse non era ancora il caso di andarsene, che bisognava prendersi il tempo di capire e provare a fare qualcosa, prima, e da lì la mamma e zia Maria e zia Emma discorrevano dell'amore, la vita e le vacche senza arrivare mai a una ceppa di niente, e lì facevano i calzoni buonissimi, e sotto quel portone la tua mamma ha dato il primo bacio, e lassù, all'altro estremo della cinta di colline, verso Capua, lassù, sulla cima dove c'è quel palo che arrugginisce, la tua mamma ha incontrato per la prima volta il suo futuro e solo allora ha capito che era arrivato il momento di togliere le tende, e poi lì è cresciuta con suo nonno, il tuo bisnonno, che era una persona spettacolare anche se parlava pochissimo, e se n'è andato troppo presto ma per fortuna ha fatto appena in tempo a insegnare alla mamma certe cose che non avrebbe potuto imparare da nessun altro al mondo.
E tutto questo non c'è più. Qualcosa, andando via, s'è rotto, s'è interrotto e non potrà mai più essere riparato.

Vuoi tornare –  a volte ti domandi nei momenti in cui questo strappo nella tela del tempo e dello spazio si fa più doloroso. Forse tornare ti aiuterebbe a sanare questa specie di ferita non condivisibile di non-condivisione che ti porti dietro, che ti porti dentro? E no. Perché il mondo è andato avanti prima di tutto per te, cancellando molti dei punti per te più importanti di quel paesaggio che era memoria, continuità e… casa. Tornando a casa non troveresti – come non la trovi già da tempo – quella che hai chiamato casa, né le presenze che l'hanno resa tale. Tutto di quel paesaggio è cambiato, e invecchiato, certo, ma ogni anno sembra che a invecchiare sia il volto di un estraneo, un estraneo sempre più straniato, straniante e stranito. Un estraneo diverso, ogni anno che passa, mentre le città crescono e il cemento continua a colare, a far andare il mondo avanti.

Alla fine mi è semplicemente dispiaciuto che sia andata via, 'a carcioffola, senza averle nemmeno potuto dire ciao. Fare un ultimo giro a sessanta all'ora sulle colline. Mi rendo conto solo ora che, dopo aver passato mezza esistenza a cercare di tagliarla fuori dalle foto di tutti i posti in cui mi ha portato, ora vorrei averne almeno un'immagine decente. E invece no: una delle uniche due che mi ritrovo è per sbaglio, in una delle tante stazioni impresenziate che mi ha aiutato a scovare. Come anche l'altra, capitata per caso con Emma accanto quella volta che eravamo salite a San Leucio per fare le foto per la ricerca scolastica. Insomma, qualcosa. Almeno per dirle grazie. Anche se, dopo tutto.
 

Per qualche strana ragione

sabato, 20 novembre 2010

credevi che alcune cose della vita a te non sarebbero mai toccate;
non avresti mai pensato che un giorno avresti potuto sentire la mancanza di tua madre;
ti tocca passeggiare sui binari di questo Paese, contare chilometri e stazioni che c'erano o che presto non saranno più, e suscitare più di una perplessità negli altri per questo;
resti indietro con le parole e le cose da fare, fuori e dentro, ma ormai non sempre questo ti sembra sbagliato;
non potevi immaginare quanto sonno e sogni potessero diventare preziosi;
andare e tornare sono segni che non hanno mutato il loro senso, in questi anni, pur avendo acquistato dimensioni diverse a seconda del verso in cui vengono camminati;
senti la mancanza di persone che non hai mai visto, di tanto in tanto, proprio come quando eri bambina;
la pioggia, quando dura settimane, ti fa ancora sentire la mancanza del luogo in cui sei nata e cresciuta;
non riesci ancora a capacitarti della bellezza del luogo in cui abiti, e del modo in cui lo abiti;
ancora ti chiedi, spesso anche in un'altra lingua: perché no?

Voce del verbo: légami.

martedì, 16 febbraio 2010

Le vigne a braccia aperte, il cielo da neve misto alla lana arancione del sole dell'alba, e i lampioni ancora accesi nel chiarore del primo mattino come stelle di paglia che contornano rotonde e incroci. Nei sogni si intrecciano dita grosse di meccanici con unghie e rughe di metallo, e dita sottili di musica innervate di nylon. A turno stringono, trattengono, afferrano, carezzano da dentro o battono da fuori. Il fondo dell'inverno ha di questi segreti invisibili, che stanno nel fruscio dei polpastrelli sulle corde di una chitarra lontana milioni di anni luce che suona di quei momenti in cui le vibrazioni della carne sono così deliziose da fare male, come il passaggio di una piuma affilata, lama e ala, un attimo di quelli che restano piantati nei nervi fino a farli impazzire fino all'ultima fibra. L'inverno profondo ha i suoi segreti invisibili che si possono anche dire ma mai mostrare, momenti di ghiaccio che offendono i sensi, abbracci senza memoria, gelate che tagliano le ginocchia, duri e senza appello come la gelosia dei bambini, come il sussulto dei muscoli ad ogni più piccolo rumore della nuova casa di cui ancora non hai imparato a riconoscere la voce. Il segreto invisibile dell'inverno è il silenzio che ovatta di botto le orecchie quando la ventola del processore smette di girare, il fruscio del treno che passa cinquecento metri più in là, quella specie di saluto senza voce che si dà con lo sguardo a quel che ci sta intorno prima di andare a dormire. I segreti invisibili dell'inverno sono interstizi, intercapedini che tengono in piedi tutto, onnipresenti al punto che nessuno più li distingue dallo sfondo, come i pronomi. I segreti dell'inverno sono i legami e il loro mutare muto, innocuo e totale.

Linea 36

mercoledì, 7 ottobre 2009

Che cosa accadeva? Non accadeva niente in realtà, tranne che il sole si preparava a sorgere.

*

Metto insieme lettere deserte dal deserto delle lettere, eppure di scriverti non mi è mai passata la voglia, anche dopo tutto questo tempo. Da dietro questi finestrini volevo dirti di quanto ancora mi piace fermarmi a prendere il cappuccino, al mattino presto, ovunque mi capiti di trovarmi. Come ieri a Gaiarine, dove mi sono detta: mi fermo al terzo che incontro, e così mi sono ritrovata in un bar tutto arancione, davanti ad una betoniera di schiuma fumante e due fette di pane di zucca col miele, mentre fuori il sole faceva fatica a diventare giallo risalendo a stento la foschia. Volevo dirti di come questa piccola Italia profonda continui a riempirmi di sorprese, e raccontarti di come ho cominciato a vedere solo adesso tutta un’armata di autobus, per esempio, ai quali prima non avevo mai fatto caso pur avendoli avuti sempre davanti agli occhi, ovunque qui in città. Sì, allora volevo parlarti proprio di questo, delle corriere e dell’esercito di presenze che le abitano, e di come questo popolo che ci vive e ci lavora sopra a volte sembri la proiezione su gomma della ferrovia che ho conosciuto nei luoghi da cui sono venuta: certo, qui si viaggia su – e in – tempi totalmente diversi, ma anche questa dimensione, per quanto parallela, è fatta di tutti gli accenti d’Italia, di sfoghi di pressione e minuti contati, curve, rettilinei e deuteroapprendimento. Mh. Stamattina poi uno dei piccoli, l’ultimo dal quale me lo sarei mai aspettato, mi ha colto di sorpresa correndomi incontro nel piazzale, abbracciandomi e urlando MI MANCHIII!, mentre l’autista artista – il primo, quello che non si scorda mai – salutava dall’alto del suo trono ammortizzato con un sorriso largo così. Pareva niente di che, quando ci stavo sopra, quel piccolo ma efficiente ingranaggio che avevamo messo in essere, e invece ecco che all’improvviso ne valeva la pena, che ne vale sempre la pena. E’ un deserto di tenerezza, quel piazzale, e parla una lingua tutta sua, desertica anch’essa, arida e morbida come il paesaggio dell’Erg. E c’erano stazioni… no, fermate, e orari, e un viaggio che si fa insieme, sul filo di una linea.

Quanto basta, dirai tu. Quanto basta per non averne abbastanza, almeno.

Il posto delle Voci (reprise)

giovedì, 30 luglio 2009

– Dici sempre le stesse cose.
– Lo so.
– E dunque.
– Be’. Me ne fotto.

*

C’è gente incastrata dappertutto.

Segnali

giovedì, 7 maggio 2009

– AAAAAAA, E’ ARRIVATA LA PRIMAVEEEEEEEEEEEEEEEEERAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!

disse, passando di lì, il fratello del ragazzo del negozio di autoricambi che stava montandomi il portabici sul tettuccio della macchina.

Friuli d’aprile

lunedì, 27 aprile 2009

Mondo umido
di rane, di lombrichi
e di lumache.

Del tempo (im)potente

martedì, 10 marzo 2009

[su certi piccoli aerei di certe compagnie, i posti della fila 16 sono quelli in corrispondenza delle uscite di sicurezza alari, e i passeggeri che vengono assegnati a questi posti ricevono prima degli altri le istruzioni sulle procedure d’emergenza in modo che sappiano come aprire i finestrini in caso di necessità]

– … e questo è tutto quello che riguarda la procedura d’emergenza. Grazie per l’attenzione.

Fa per andarsene, poi torna indietro. Sento un colpetto sulla spalla mentre armeggio con la cintura di sicurezza.

– Scusa…
– Sì?
– Scusami… quanti anni hai?
– Prego?
– Quanti anni hai? No, perché c’è un limite d’età per quelli che possono stare seduti ai finestrini di sicurezza, forse devo farti spostare…
– Trenta.
– Eh?
– Trenta.
– Perdona, scusa, forse non ho capito bene, il rumore dei motori… puoi ripetere?
– Ho TRENT’ANNI!
– OMMADONNA!
– …
– No, cioè, scusa… è che… sembri più giovane… PERSINO DI ME! Complimenti, mamma mia…
– Eeeh…
– Ah, a proposito, solo una cosa: in questo posto le borse non si possono tenere sotto il sedile, devi metterla nella cappelliera.
– Ok, va bene, la sposto subito.
– Attenzione alla tes
– AHIA!
– Uh, che botta! Tutto bene?
– Sì sì, grazie… eh, per forza una si porta più giovane, se c’ha la coordinazione di una bambina di cinque anni…
– Ah ah ah…
– Siamo a posto?
– Sì, grazie. Comunque mi scusi, signora.

Cristallizz’azioni

giovedì, 1 gennaio 2009

Come le lettere dei sogni, che quando stiamo per capirle si confondono.

*

Il suono della neve che si posa
era appena dietro l’orizzonte di una spalla
al volgere dell’anno.
Ascolta.
Non c’è pro
ma ascolta lo stesso.
Non serve a niente
non è servito a niente
se non a fare geografia.
Lo so che non serviva
ma ho ascoltato lo stesso.
"Pretendere di vivere"
non è affare esclusivo
di quelli che lo sanno fare.
Anche per questo non c’è nessun pro
solo errori e tentativi
spostamenti progressivi
verso un preciso punto nello spazio.

Chi ci arriva più vicino
riesce solo inutilmente a sentire
che fine fanno i suoni
sotto la neve.

L’autore in loco

lunedì, 24 novembre 2008

Quante cose volevo dire.

Non è vero. Non volevi dire niente. Potendo, anzi, avresti detto: volevo solo raccontare una storia, adesso posso andare a casa? E basta. Tre anni di treno, di aereo e di biblioteche rubate a tutto il resto. Niente volevi dire, e niente c’era da dire. Cosa mai c’è da dire, ogni volta, su qualcosa di scritto? Niente. E’ compiuto, s’è compiuto, adesso ce ne possiamo andare. Una cosa scritta si legge, al limite. Dirne… come si fa? Non si fa, secondo te. Non si dovrebbe fare. E così volevi che finisse, che finisse nel più breve tempo possibile nella speranza di non rovinarlo troppo, di non rovinarlo oltre.

Sarà vero?

Avevi cercato conferme che non erano mai arrivate. Ti sembrava, a quel punto, di essere stata portata al patibolo con il compito di difendere l’indifendibile davanti al mondo intero. Al momento di salire tremante sulla pedana, poi, il boia ti ha falciato senza pietà con una carezza da padre, forte e benevola insieme: hai saputo far bene, sono contento di te. Che sia stato un gesto vero o cerimonioso, la sostanza è rimasta nel gesto stesso, e nella meraviglia che ti ha lasciato. In quel gesto di voce e di stima tua madre ha scoperto che quell’assenza di tre anni era stata un viaggio necessario e non una fuga, e tuo padre ha potuto finalmente smettere di parlare poiché il silenzio non doveva più essere riempito.

Ecco il perché.

Sicché questo era il senso. Era così che ci si sente. I nervi impazziti ma controllati per forza di cose, e l’urgenza di finire, l’evidenza dell’inutilità del parlarne davanti ad un pubblico, in un luogo pubblico. E poi quella  leggerezza, andando via. Non come di peso lasciato cadere, ma come di tempo lasciato finire.

E’ finita.

E così era questo: un niente. Quel giorno che non arrivava mai è arrivato, quel momento che oltre il quale non riuscivi a vedere è passato, e non è successo niente. Niente. Uno si tiene una parola nuova nella testa per tre anni, poi a un certo punto la scrive su un foglio e viene fuori che aveva anche un senso. Tutto qui. E poi passa, come tutto.

*

Boia, devo dirti soltanto una cosa: grazie. Grazie per avermi fatto morire così.

Adesso posso andare a casa?