Articoli marcati con tag ‘la parola del giorno’

Articol’azioni

martedì, 24 febbraio 2015

E’ inutile che ci prendiamo in giro, dai, ché nel polso della situazione c’è tutta la debolezza di un atto di forza riuscito male. Nel prendere piede c’è il peso di una pianta che non calza, che non calcia, che non cresce e non ramifica. Nella curva a gomito c’è l’evento imprevedibile e per questo imperdibile (non puoi scegliere di evitarlo!), in tre dita di vino la probabilità dell’aceto, nella destrezza il sinistro in potenza, l’indecenza degl’incidenti provocati con l’abilità della mano con cui scrivi – ma non tutti, per carità, va bene: per quanto i sinistri si ritrovino in maggioranza al volante diventando così i principali agenti del pericolo costante, la costanza è al contrario qualcosa cui bisogna ad-destrarsi. Un casino in tutti i sensi di marcia, insomma.
Il ginocchio è invece luogo di contrizione, prostrazione e disperazione, sì, ma solo davanti a quel sadico despota di dio. Perché a guardare i bambini, che in ginocchio imparano l’enormità della gioia del movimento e passano poi sulle rotule la maggior parte del loro tempo esplorando, scoprendo e mettendo insieme il grande e il piccolo, il tutto e il niente – che non esiste, vabbe’ – non si direbbe mica. Che sia nel ginocchio il sesto senso tanto favoleggiato, il gin’occhio, punto di vista privilegiato, piede-stallo dell’equilibrio delle penne e delle matite, finché gli adulti non arrivano ad imporre il limite massimo verso il basso della sedia?

*

At the failing of the day she heard her father always say:  “Remember, it’s only the start”.

τελος

martedì, 30 settembre 2008

Fine : prov. fins, fis; fr. e sp. fin; port. fim : = lat. FINEM per FIND-NEM o FID-NEM, dalla radice FIND o FID, che ha senso di dividere, fendere, onde varrebbe il punto della fenditura, la divisione, l’orlo, l’estremità (v. Fendere). – Punto che segna il termine nello spazio e nel tempo; punto di là dal quale si cessa; e più largamente Parte estrema, ultima; Esito, Meta.

[Deriv.: Finàle; Finìbile; Finìre; Fìno; Affìne]

Borìn

giovedì, 13 marzo 2008

Dice: qua c’è aria da borìn, stamattina.

Dico: uh, mi spieghi ben benino com’è l’aria da borìn? Mi manca del tutto…

Dice: borìn è quello che fuori dalla Venezia Giulia è già considerato un ventaccio. Ma che ne sanno, gli altri 🙂 Non fa mai danni, non supera gli 80 km/h, è piacevole, tiene il cielo pulito, è benevolo, tiene i capelli in ordine e lontano dagli occhi e, soprattutto, caccia via tutti i pensieri tristi.

[così.]

Geografia

lunedì, 28 gennaio 2008

Il paesaggio che riveli ad ogni respiro è disperso
colline che si disfano sul palmo della mano destra
torrenti che contraddici con la sinistra un cielo perso
nubi di fango salmastro che ruotano come una giostra
nulla di decifrabile di schiarito nella tua voce.

Ma tramandando a te stessa l’esilio così ereditato
un paesaggio e la sua morte sul punto di infrangersi in esso
perché ne accogli il deflusso lo assecondi con le tue mani?
si profilano tutto attorno orli di separazione
l’addio si sparse in rottami in luoghi stremati dal nome
.

[Toti Scialoja, da Le costellazioni (esametri 1992-1996)]

Svegliarsi ridendo (due di uno): ri-generazioni

giovedì, 14 giugno 2007

(sms)


Domanda: quand’è che un mammifero bipede di sesso femminile viene definito
tandem?

(miseria ladra, meno male che ero seduta)
(non ho più l’età per reggere queste cose, mi sa)

Estroversoflessi (pensieri sul referendum)

venerdì, 10 giugno 2005

[re-fe-rèn-dum] ~ sostantivo maschile invariabile, che indica la consultazione diretta del popolo, che viene chiamato a pronunciarsi mediante votazione, in termini di approvazione o di rigetto, su una specifica legge o su un atto normativo.

*Dalla locuzione latina convocātio ad referēndum, convocazione per riferire.

Sono lontana ottocento e più chilometri da casa e, non essendo ancora stata giuridicamente accolta come cittadina del luogo in cui mi trovo, non potrò recarmi alle urne. Leggo in questi giorni su vari quotidiani di molte persone che hanno questo stesso problema, e mi domando quando le infinite possibilità di internèt verranno anche in questo Paese utilizzate per mettere in piedi un sistema di civilissimo voto a distanza (che per altro toglierebbe alla Pigrizia il novanta per cento delle motivazioni tramite le quali irretire le chiappe degli Italiani in queste occasioni). Chi risiede in una città, infatti, non può votare in un’altra, a meno di non essere ricoverato in ospedale, arruolato o in carcere. Non avendo io (ancora) commesso atti che meritino la detenzione e non essendo io più in età da arruolamento, forse faccio in tempo a mettermi in regola anche da qui se scendo un attimo e mi butto sotto il primo bus dell’ATVO che passa – pensavo. Ma poi il caro amico – per altro temporaneamente rientrato da terre lontane proprio in risposta alla convocātio di cui sopra – è intervenuto in soccorso della mia coscienza corrosa dal rimpianto per l’impossibilità di andare a votare. Oggi, infatti, al telefono:

Lui: "Ma fammi capi’… allora tu non puoi andare a vota’?".
Io: "No, te l’ho detto. Per questo, questo e quest’altro motivo…".
Lui: "Eh… capisco. Va be’, ti voglio bene lo stesso. Però se non si raggiunge il quorum ti sfracànto di mazzate, va bene?".
Io: "Occhèi. Mi sembra giusto".

Se le cose non dovessero andare come devono, concorderemo più avanti le modalità con le quali mi verrà sfasciato il cranio, con buona pace di entrambi.
Meno male che ci sono gli amici, va’.

Se però mi trovassi nel luogo in cui risiedo sulla carta, tuttavia, personalmente voterei per il voto. Prima di tutto perché è maleducato ed incivile non rispondere quando si viene chiamati per nome e cognome.
E poi perché se a casa mia non venisse richiesta la mia opinione su questioni tanto importanti, be’… ci resterei veramente, ma veramente male. Su questo – volendo sorvolare su ogni contingenza e persino sui contraddittori e limitanti (per certe libertà  individuali) articoli della legge in discussione che mi piacerebbe vedere abrogati – poggia il mio rammarico. Resta una macchia, sul curriculum di cittadino. In ogni caso.

Vedete un po’ voi.

Germe

mercoledì, 4 maggio 2005

 (gèr-me) ~ sostantivo maschile, che in biologia indica lo stadio iniziale di sviluppo dell’embrione, o anche l’insieme di cellule a funzione riproduttiva. Figurativamente sta per principio, causa prima, e in ambito letterario Manzoni lo usò per germoglio. In fisica, infine, è il corpuscolo o la carica elettrica intorno a cui si raccolgono le molecole di un vapore o di un liquido nella fase iniziale di una condensazione o una solidificazione.

* dal latino gērme(n) [corradicale di gēnus, genere], che sta per gêrb-men, ovvero la cosa concepita. Sua reale scaturigine sarebbe la radice GRABH- [ > inglese grab], analogo di GARBH-, prendere (sanscrito grbh-nati), da cui proverrebbe il senso di comprendere, contenere, concepire, alla quale poi si ricondurrebbero anche il sanscrito gharbhas (analogo allo zendo garewa), feto, l’antico alto tedesco chalb (moderno kalb) e, risalendo, il got. kalbôn, vitello, e l’antico slavo zrebe, che sta per grebe, cucciolo d’animale (che si potrebbe confrontare con grembo). Un’altra frangia di linguisti, però, lo riconduce direttamente alla stessa radice di genô, produco (cfr.: gente), alla cui origine starebbe gēn-men > gēs-men > GĒR-MEN (dove -MEN sarebbe suffisso puro).

(Deriv.: germàno, germinàle, germinàre, germòglio)

Musica

martedì, 5 aprile 2005

Ictus:     Partenza.     Viaggio.     Ritorno.

Iatus:     Sto partendo.     Sto viaggiando.    Sto tornando.

Uno di quei giorni in cui Vita e Linguaggio sembrano – veramente – uno spartito.

Ictus

domenica, 3 aprile 2005

 (ìc-tus) ~ sostantivo maschile che indica l’arsi di un piede o di un metro, in quanto distinta da una presunta intensità d’accento. In musica è l’accento della battuta, cioè il tempo forte, mentre in linguistica è sinonimo di accento intensivo. In medicina è poi sinonimo di apoplessia. Propriamente è voce dotta latina, che letteralmente sta per colpo (in senso proprio e figurato), originariamente participio passato del verbo ìcere, battere, senza chiare corrispondenze.

[Chiedo venia per le imprecisioni degli accenti. Vorrei tanto sapere perché l’editor di testo di Splinder non permette più di importare simboli se non dalla mappa caratteri che è tra gli strumenti del programma stesso…]

Partenza

giovedì, 17 marzo 2005

(par-tèn-za) ~ Sostantivo femminile con significato di fase iniziale di un moto progressivo di allontanamento, per lo più associato nell’uso comune a un’idea definita di svolgimento o di destinazione.
* Sostantivo participiale modellato sul participio presente del verbo partire (par-tì-re), che trova corrispondenza nel provenzale, francese, catalano e spagnolo partir.
Dal latino partīri, voce dotta – a sua volta da părs, parte – con il significato originario di dividere, separare, da cui il passaggio al significato di separarsi, muoversi da un luogo, allontanarsi (se-partīri), analogamente al tedesco trennen (staccare, disgiungere, e quindi separarsi, andar via). Poiché il significato di muovere per andar lontano passa attraverso quello di dividersi, allontanarsi.

A presto, quindi. Sempre se sopravviverò alla sua ira, nel momento in cui si accorgerà che le Alpenliebetm che si porta dietro saranno state accuratamente riposte in un qualsiasi cestino dell’immondizia di una qualsiasi delle aree di servizio in cui ci fermeremo…