Articoli marcati con tag ‘infralogie’

Del momento comunemente chiamato dunque

mercoledì, 28 Gennaio 2009

L’aqua del fiume
senpre la score
in dute l’ore
con un diverso lume.

Ninte xe fermo
né sosta e resta:
trascore lesta
l’ora del zorno infermo.

No’ stâ voltâte indrìo,
senpre camina;
fa senpre matina
dopo la note de Dio.

Godi nel pinsier
che duto e ninte more,
che drento l’ore
ogni to passo xe lisier
.

[Biagio Marin, da Nel silenzio più teso, 1980]

[L’acqua del fiume / sempre scorre / in tutte le ore / con diversa luce. // Niente è fermo / né sosta e resta: / trascorre lesta / l’ora del giorno infermo. // Non voltarti indietro, / cammina sempre: / fa sempre mattino / dopo la notte di Dio. // Godi nel pensiero / che tutto e niente muore, / che dentro le ore / ogni tuo passo è leggero.]

Cristallizz’azioni

giovedì, 1 Gennaio 2009

Come le lettere dei sogni, che quando stiamo per capirle si confondono.

*

Il suono della neve che si posa
era appena dietro l’orizzonte di una spalla
al volgere dell’anno.
Ascolta.
Non c’è pro
ma ascolta lo stesso.
Non serve a niente
non è servito a niente
se non a fare geografia.
Lo so che non serviva
ma ho ascoltato lo stesso.
"Pretendere di vivere"
non è affare esclusivo
di quelli che lo sanno fare.
Anche per questo non c’è nessun pro
solo errori e tentativi
spostamenti progressivi
verso un preciso punto nello spazio.

Chi ci arriva più vicino
riesce solo inutilmente a sentire
che fine fanno i suoni
sotto la neve.

(ri)Partenza

mercoledì, 10 Dicembre 2008

Di nuovo, in attesa del treno.

Voce del verbo: asso chiama sette, e due non chiama tre.

martedì, 9 Dicembre 2008

Figlia:   Papà, perché le cose finiscono sempre in disordine?
Padre:   Come? Le cose? Il disordine?
F.   Be’, la gente è sempre lì a mettere le cose a posto, ma nessuno si preoccupa di metterle in disordine. Sembra proprio che le cose si mettano in disordine da sole. E poi bisogna rimetterle a posto.
P.   E le tue cose finiscono in disordine anche se tu non le tocchi?
F.   No… se nessuno le tocca, no. Ma se qualcuno le tocca, allora si mettono in disordine, e se non sono io è ancora peggio.
P.   Già… ecco perché non voglio che tu tocchi le cose che sono sulla mia scrivania, perché il disordine diventa anche peggiore se le mie cose le tocca qualcuno che non sia io.
F.   Ma perché le persone mettono sempre in disordine le cose degli altri, papà?
P.   Be’, un momento, non è così semplice. Prima di tutto, che cosa vuol dire disordine?
F.   Vuol dire… che non riesco a trovare le cose, e così tutto sembra in disordine. Cioè, quando niente è al suo posto…
P.   D’accordo, ma sei sicura di dare a ‘disordine’ il significato che gli darebbe una qualunque altra persona?
F.   Ma sì, papà, sono sicura… perché io non sono una persona molto ordinata, e se lo dico io che le cose sono disordine, sono sicura che chiunque altro sarebbe d’accordo.
P.   Va bene… ma pensi che quando tu dici ‘a posto’ tu intenda la stessa cosa che intenderebbero gli altri? Se la mamma mette a posto le tue cose, sai dove ritrovarle?
F.   Mah… a volte, perché, vedi, io so dove mette le cose quando fa ordine…
P.   Sì, anch’io cerco di impedirle di fare ordine sulla mia scrivania. Sono convinto che la mamma e io non intendiamo la stessa cosa per ‘ordinato’.
F.   Papà, e tu e io intendiamo la stessa cosa per ‘ordinato’?
P.   Non credo, cara… non credo proprio.
F.   Ma, papà, non è strano… tutti vogliono dire la stessa cosa quando dicono ‘disordinato’, ma pensano a cose diverse quando dicono ‘ordinato’? Però ‘ordinato’ è il contrario di ‘disordinato’, non è vero?
P.   Qui si entra nel difficile. Ricominciano daccapo. Tu hai detto: "perché le cose finiscono sempre in disordine?". Ora abbiamo fatto qualche passo avanti, e cambiamo la domanda così: "perché le cose finiscono in uno stato che Cathy chiama ‘non ordinato’?". Capisci perché voglio cambiare la domanda in questo modo?
F.   Be’, credo di sì… perché se ‘ordinato’ vuol dire per me una cosa speciale, allora certi ‘ordini’ delle altre persone mi sembreranno disordini… anche se siamo d’accordo sulla maggior parte di quello che chiamiamo disordini…
P.   Proprio così. Ora esaminiamo quello che tu chiami ordinato. Dov’è la tua scatola di colori quanto è in un posto ordinato?
F.   Qui, da questa parte dello scaffale.
P.   Bene… e se fosse in qualche altro posto?
F.   No, allora non sarebbe in ordine.
P.   E se fosse qui, dall’altra parte dello scaffale? Così?
F.   No, quello non è il suo posto, e comunque dovrebbe stare diritta e non tutta storta come la metti tu.
P.   Ah, nel posto giusto e diritta.
F.   Sì.
P.   Be’, allora ci sono pochissimi posti che sono ‘ordinati’ per la tua scatola di colori…
F.   Solo un posto…
P.   No… pochissimi posti, perché se la muovo un pochino, così, è ancora in ordine.
F.   Va bene… ma propri pochissimi posti.
P.   D’accordo… pochissimi posti. E allora il tuo orsetto, e la bambola, e il mago di Oz, e il tuo maglione e le scarpe? E’ vero per ogni cosa, no? – che ci sono pochissimi posti che per quella cosa sono ‘ordinati’.
F.   Sì, papà… ma il mago di Oz potrebbe stare in un punto qualsiasi dello scaffale. E sai cosa, papà? Mi secca molto quando i miei libri si confondono coi tuoi e i libri della mamma.
P.   Sì, lo so. (pausa)
F.   Papà, non hai finito. Perché le mie cose finiscono sempre nel modo che io dico che non è ordinato?
P.   Ma io ho finito… è solo perché ci sono più modi che tu chiami ‘disordinati’ che modi che tu chiami ‘ordinati’.
F.   Ma questa non è una ragione…
P.   Ma sì, lo è. Ed è la vera, unica e importantissima ragione.
F.   Papà, smettila!
P.   Ma non ti sto prendendo in giro. La ragione è questa, e tutta la scienza è appesa a questa ragione. Prendiamo un altro esempio. Se io metto un po’ di sabbia in fondo a questa tazzina, e sopra ci verso un po’ di zucchero, e poi giro con un cucchiaino, la sabbia e lo zucchero si mescolano, no?
F.   Sì, papà… ma ti sembra giusto adesso metterti a parlare di ‘mescolare’, quando abbiamo cominciato con ‘disordinare’?
P.   Ma credo proprio di sì… perché si può pensare che ci sia qualcuno che pensa che sia più ordinato avere tutta la sabbia sopra e tutto lo zucchero sotto. E se vuoi dirò che sono io a pensarla così.
F.   Uhm…
P.   D’accordo… prendiamo un altro esempio. Al cinema a volte vedrai che c’è un mucchio di lettere dell’alfabeto, tutte sparpagliate sullo schermo, tutte alla rinfusa, e qualcuna anche capovolta. E poi qualcosa comincia a scuoterle, e le lettere cominciano a muoversi, e queste scosse continuano e le lettere vanno tutte insieme a comporre il titolo del film.
F.   Sì, sì, l’ho visto, il titolo era A Capri.
P.   Non importa qual era il titolo. Il punto è che tu hai visto qualcosa che veniva scosso e agitato, ma invece di finire in un disordine più grande di prima, le lettere si componevano in bell’ordine, tutte in fila nel modo giusto, e formavano parole… cioè costruivano qualcosa che moltissima gente sarebbe d’accordo nel giudicare sensato.
F.   Sì, papà, ma vedi…
P.   No, non vedo niente; quello che voglio dire è che nel mondo reale le cose non vanno mai a quel modo. Quello succede solo al cinema.
F.   Ma, papà…
P.   Cioè, ti dico che è solo al cinema che si possono scuotere le cose e far loro acquistare più ordine e significato di quanto ne avessero prima…
F.   Ma, papà…
P.   Aspetta che finisca, questa volta… e al cinema ottengono quell’effetto facendo andare tutto all’indietro. Mettono le lettere tutte in fila, che facciano A Capri, poi mettono in moto la macchina da ripresa e cominciano a scuotere la tavola.
F.   Ma, papà… lo sapevo e volevo proprio dirlo io a te… e poi quando proiettano il film lo fanno all’indietro, così sembra che siano accaduta in avanti, invece veramente hanno scosso le lettere all’indietro. E devono filmarle capovolte… perché fanno così, papà?
P.   Oddio!
F.   Perché devono mettere la macchina capovolta, papà?
P.   No, non voglio rispondere ora a questa domanda, perché ora siamo in mezzo al problema del disordine.
F.   D’accordo, ma non dimenticare, papà, che un’altra volta dovrai rispondere alla mia domanda sulla macchina da presa. Non dimenticartene! Non te ne dimenticherai, vero papà? Perché io potrei non ricordarmene. Ti prego, papà.
P.   D’accordo, ma un’altra volta. Ora, dov’eravamo rimasti? Ah, sì, che le cose non avvengono mai all’indietro. E stavo cercando di dirti perché è un buon motivo che le cose avvengano in un certo modo, se possiamo mostrare che quel modo ha più modi di realizzarsi che non un altro modo.
F.   Papà, stai cominciando a dire cose assurde.
P.   Non sto dicendo cose assurde. Ricominciamo daccapo.
F.   Sì.
P.   Bene. E ci sono milioni e milioni di modi di sparpagliare sei lettere sul tavolo. Sei d’accordo?
F.   Sì, penso di sì. Potrebbero essere anche capovolte?
P.   Sì… proprio come hanno fatto in quel film. Ma ci potrebbero essere milioni e milioni e milioni di disordini come quello, no? E solo un A Capri.
F.   Va bene… sì. Ma papà, con le stesse lettere si potrebbe scrivere Aprica.
P.   Lascia perdere, quelli del film non vogliono che sia scritto Aprica. Vogliono solo A Capri.
F.   Perché Vogliono così?
P.   Al diavolo quelli del film!
F.   Ma sei stato tu a parlarne, papà.
P.   Sì… ma era solo per cercare di dirti perché le cose vanno a finire in quel modo che ha più maniere di realizzarsi. E adesso è ora di andare a letto.
F.   Ma, papà, non hai ancora finito di dirmi perché le cose accadono in quel modo… il modo che ha più modi.
P.   D’accordo, ma non mettere altra carne al fuoco… ce n’è già abbastanza. Comunque sono stufo di A Capri, prendiamo un altro esempio. Giocare a testa o croce.
F.   Papà, stai parlando del problema di prima? "Perché le cose finiscono sempre in disordine?".
P.   Sì.
F.   Allora, papà, quello che stai cercando di dire vale per le monete, e per A Capri, e per lo zucchero e per la sabbia, e per la mia scatola di colori, e per le monete?
P.   Sì… è così.
F.   Ah… stavo solo pensando, ecco.
P.   Vediamo se stavolta riesco a dirlo. Torniamo alla sabbia e allo zucchero, e supponiamo che qualcuno dica che quando la sabbia sta in basso, tutto è a ‘posto’ e ‘ordinato’.
F.   Papà, bisogna proprio che qualcuno dica una cosa del genere, prima che tu possa andare avanti e dire come le cose finiscono in disordine quando le tocchiamo?
P.   Sì, ecco il punto. Loro dicono quello che sperano accada, e io dico che non accadrà perché ci sono tante altre cose che potrebbero accadere. E io so che è più probabile che accada una delle tante cose che una delle poche. Dato che ci sono infiniti modi disordinati le cose andranno sempre verso il disordine e la confusione.
F.   Ma papà, perché non hai detto questo fin dall’inizio? Questo lo avrei capito benissimo.
P.   Già, credo proprio di sì. Comunque è ora di andare a nanna.
F.   Papà, perché i grandi fanno le guerre, invece di fare solo la lotta come fanno i bambini?
P.   No… a nanna. Basta. Parleremo un’altra volta delle guerre.

[Gregory Bateson, Metaloghi, in Verso un’ecologia della mente, 1972]

Fiss’azioni

mercoledì, 3 Dicembre 2008

They are not gone, they are not gone, they are only sleeping
in graves, in ways, in clay, underneath the floor.

Building walls, overalls, getting bored, I got faulty wiring
Brick it up now, brick it up now, but keep the bones
.

[S. Wilson, Strip the soul, 2002]

L’autore in loco

lunedì, 24 Novembre 2008

Quante cose volevo dire.

Non è vero. Non volevi dire niente. Potendo, anzi, avresti detto: volevo solo raccontare una storia, adesso posso andare a casa? E basta. Tre anni di treno, di aereo e di biblioteche rubate a tutto il resto. Niente volevi dire, e niente c’era da dire. Cosa mai c’è da dire, ogni volta, su qualcosa di scritto? Niente. E’ compiuto, s’è compiuto, adesso ce ne possiamo andare. Una cosa scritta si legge, al limite. Dirne… come si fa? Non si fa, secondo te. Non si dovrebbe fare. E così volevi che finisse, che finisse nel più breve tempo possibile nella speranza di non rovinarlo troppo, di non rovinarlo oltre.

Sarà vero?

Avevi cercato conferme che non erano mai arrivate. Ti sembrava, a quel punto, di essere stata portata al patibolo con il compito di difendere l’indifendibile davanti al mondo intero. Al momento di salire tremante sulla pedana, poi, il boia ti ha falciato senza pietà con una carezza da padre, forte e benevola insieme: hai saputo far bene, sono contento di te. Che sia stato un gesto vero o cerimonioso, la sostanza è rimasta nel gesto stesso, e nella meraviglia che ti ha lasciato. In quel gesto di voce e di stima tua madre ha scoperto che quell’assenza di tre anni era stata un viaggio necessario e non una fuga, e tuo padre ha potuto finalmente smettere di parlare poiché il silenzio non doveva più essere riempito.

Ecco il perché.

Sicché questo era il senso. Era così che ci si sente. I nervi impazziti ma controllati per forza di cose, e l’urgenza di finire, l’evidenza dell’inutilità del parlarne davanti ad un pubblico, in un luogo pubblico. E poi quella  leggerezza, andando via. Non come di peso lasciato cadere, ma come di tempo lasciato finire.

E’ finita.

E così era questo: un niente. Quel giorno che non arrivava mai è arrivato, quel momento che oltre il quale non riuscivi a vedere è passato, e non è successo niente. Niente. Uno si tiene una parola nuova nella testa per tre anni, poi a un certo punto la scrive su un foglio e viene fuori che aveva anche un senso. Tutto qui. E poi passa, come tutto.

*

Boia, devo dirti soltanto una cosa: grazie. Grazie per avermi fatto morire così.

Adesso posso andare a casa?

IX. KARMA

lunedì, 3 Novembre 2008

     Rilassati,
     respira profondamente
3   e stai
     karma
     ché arriva
6   il controllore.

[Federico Maria Sardelli, Proèsie II, 2008]

τελος

martedì, 30 Settembre 2008

Fine : prov. fins, fis; fr. e sp. fin; port. fim : = lat. FINEM per FIND-NEM o FID-NEM, dalla radice FIND o FID, che ha senso di dividere, fendere, onde varrebbe il punto della fenditura, la divisione, l’orlo, l’estremità (v. Fendere). – Punto che segna il termine nello spazio e nel tempo; punto di là dal quale si cessa; e più largamente Parte estrema, ultima; Esito, Meta.

[Deriv.: Finàle; Finìbile; Finìre; Fìno; Affìne]

Voce del verbo: circuito (corto)

domenica, 21 Settembre 2008

Avresti bisogno che qualcuno ti dettasse
quello che hai in testa.

Dei nomi della neve

martedì, 17 Giugno 2008

Quando il bel tempo corrisponde alla mia disponibilità, allora amo andare con i miei ricordi per sentieri e strade forestali; osservo, anche, o ascolto, i segnali che la natura comunica con l’evolversi delle stagioni e degli anni. Ma è quando mi accompagno con gli amici o con personaggi della mia terra che il camminare è più assorto e riflessivo. Questi compagni di cammino non sono più fisicamente presenti, il loro corpo è rimasto in luoghi lontani: su montagne, o nella steppa, insepolto; o in cimiteri di paese con una semplice croce, o di città con lapidi e fiori. E’ con loro che mi accompagno e ragiono, ricordando. Qualcuno che non crede, o che crede, può guardare con benevola indulgenza a questo mio modo di esistere. Non me ne importa: ho anch’io molti dubbi ma mi piace, a volte, ignorarli.

(…)

Lassù la montagna è silenziosa e deserta. Lungo la mulattiera che gli austriaci costruirono per giungere nei pressi dell’Ortigara, dove un giorno raccolsi la punta ferrata del Bergstock che è qui sulla libreria, ora non passa più nessuno. La neve che in questi giorni è caduta abbondante ha cancellato i sentieri dei pastori, le aie dei carbonai, le trincee della Grande Guerra, le avventure dei cacciatori. E sotto quella neve vivono i miei ricordi.

[da Sentieri sotto la neve, 1998]

*

Grazie di essere stato, vecio, e di essere stato parola.

Poiché ormai la neve della nostra storia di famiglia ha il tuo nome, Sergente.