Articoli marcati con tag ‘infralogie’

Voce del verbo: légami.

martedì, 16 febbraio 2010

Le vigne a braccia aperte, il cielo da neve misto alla lana arancione del sole dell'alba, e i lampioni ancora accesi nel chiarore del primo mattino come stelle di paglia che contornano rotonde e incroci. Nei sogni si intrecciano dita grosse di meccanici con unghie e rughe di metallo, e dita sottili di musica innervate di nylon. A turno stringono, trattengono, afferrano, carezzano da dentro o battono da fuori. Il fondo dell'inverno ha di questi segreti invisibili, che stanno nel fruscio dei polpastrelli sulle corde di una chitarra lontana milioni di anni luce che suona di quei momenti in cui le vibrazioni della carne sono così deliziose da fare male, come il passaggio di una piuma affilata, lama e ala, un attimo di quelli che restano piantati nei nervi fino a farli impazzire fino all'ultima fibra. L'inverno profondo ha i suoi segreti invisibili che si possono anche dire ma mai mostrare, momenti di ghiaccio che offendono i sensi, abbracci senza memoria, gelate che tagliano le ginocchia, duri e senza appello come la gelosia dei bambini, come il sussulto dei muscoli ad ogni più piccolo rumore della nuova casa di cui ancora non hai imparato a riconoscere la voce. Il segreto invisibile dell'inverno è il silenzio che ovatta di botto le orecchie quando la ventola del processore smette di girare, il fruscio del treno che passa cinquecento metri più in là, quella specie di saluto senza voce che si dà con lo sguardo a quel che ci sta intorno prima di andare a dormire. I segreti invisibili dell'inverno sono interstizi, intercapedini che tengono in piedi tutto, onnipresenti al punto che nessuno più li distingue dallo sfondo, come i pronomi. I segreti dell'inverno sono i legami e il loro mutare muto, innocuo e totale.

Linea 36

mercoledì, 7 ottobre 2009

Che cosa accadeva? Non accadeva niente in realtà, tranne che il sole si preparava a sorgere.

*

Metto insieme lettere deserte dal deserto delle lettere, eppure di scriverti non mi è mai passata la voglia, anche dopo tutto questo tempo. Da dietro questi finestrini volevo dirti di quanto ancora mi piace fermarmi a prendere il cappuccino, al mattino presto, ovunque mi capiti di trovarmi. Come ieri a Gaiarine, dove mi sono detta: mi fermo al terzo che incontro, e così mi sono ritrovata in un bar tutto arancione, davanti ad una betoniera di schiuma fumante e due fette di pane di zucca col miele, mentre fuori il sole faceva fatica a diventare giallo risalendo a stento la foschia. Volevo dirti di come questa piccola Italia profonda continui a riempirmi di sorprese, e raccontarti di come ho cominciato a vedere solo adesso tutta un’armata di autobus, per esempio, ai quali prima non avevo mai fatto caso pur avendoli avuti sempre davanti agli occhi, ovunque qui in città. Sì, allora volevo parlarti proprio di questo, delle corriere e dell’esercito di presenze che le abitano, e di come questo popolo che ci vive e ci lavora sopra a volte sembri la proiezione su gomma della ferrovia che ho conosciuto nei luoghi da cui sono venuta: certo, qui si viaggia su – e in – tempi totalmente diversi, ma anche questa dimensione, per quanto parallela, è fatta di tutti gli accenti d’Italia, di sfoghi di pressione e minuti contati, curve, rettilinei e deuteroapprendimento. Mh. Stamattina poi uno dei piccoli, l’ultimo dal quale me lo sarei mai aspettato, mi ha colto di sorpresa correndomi incontro nel piazzale, abbracciandomi e urlando MI MANCHIII!, mentre l’autista artista – il primo, quello che non si scorda mai – salutava dall’alto del suo trono ammortizzato con un sorriso largo così. Pareva niente di che, quando ci stavo sopra, quel piccolo ma efficiente ingranaggio che avevamo messo in essere, e invece ecco che all’improvviso ne valeva la pena, che ne vale sempre la pena. E’ un deserto di tenerezza, quel piazzale, e parla una lingua tutta sua, desertica anch’essa, arida e morbida come il paesaggio dell’Erg. E c’erano stazioni… no, fermate, e orari, e un viaggio che si fa insieme, sul filo di una linea.

Quanto basta, dirai tu. Quanto basta per non averne abbastanza, almeno.

Delle forme del dolore: Frammento

domenica, 30 agosto 2009

Delle forme della memoria (2/3)

The day you went away
you had to screw me over,
I guess you didn’t know.
All the stuff you left me with
is way too much to handle,
but I guess you don’t care.

You don’t need to preach,
you don’t have to love me all the time.

Whatever on earth possessed you
to make this bold decision
I guess you don’t need me.
While whispering those words
I cried like a baby
hoping you would care.

You don’t need to preach,
you don’t have to love me all the time.

You don’t have to preach
all the time
.

[The Gathering, Saturnine, 2000]

Delle forme del colore: Rubik

mercoledì, 26 agosto 2009

Delle forme del dolore (1/3)

So there it is in words
precise
and if you read between the lines
you will find nothing there
for that is the discipline I ask
not more, not less.

Not the world as it is
nor ought to be –
Only the precision
the skeleton of truth
I do not dabble in emotion
hint at implications
evoke the ghosts of old forgotten creeds.

All that is for the preacher
the hypnotist, therapist and missionary.
They will come after me
and use the little that I said
to bait more traps
for those who cannot bear
the lonely
skeleton
of truth
.

[Gregory Bateson, 1979]

Retro/azioni

mercoledì, 20 maggio 2009

It’s in my heart, it’s in your soul
You choose to judge,
is that your role?
Don’t analyze or complicate,
you’ll criticize, you can’t relate…

… and now you want some understanding,
what’s my point of view?

Then I’ll just fade away.
(when I hear all your lies I choke)
Then I’ll just fade away.
(suffering from the times you spoke I fade)

Regarding more? Just seems much less.
So cynical, you must confess.
I’m dying here, completely blind.
Your will to live just dampens mine…
 
… and now you want some understanding, what’s my point of view?

Then I’ll just fade away.

[Paradise Lost, Fader, 2001]

Del primo assioma della comunicazione umana

mercoledì, 6 maggio 2009


Non è possibile non comunicare
.

[P. Watzlawick, 1967]

*

E poi arriva il momento di arrendersi, e di vibrare. Di mettersi in risonanza con un grido, con uno sguardo, con un silenzio lungo quattro mesi, con una coppetta di gelato, con il lievito che ingravida una ciotola di farina e acqua, con la risorgiva di un fiume carsico, con un minuscolo intrico di germogli d’edera, con un cellulare che squilla, con una domanda di lavoro in inglese, con il motore di un’utilitaria che fa le bizze, con il ritardo di un treno, con una folata di vento che porta il sentore aspro delle piante pioniere che cercano di farsi strada su un mare di ghiaie antiche, con una pozzanghera fangosa, con una strada interrotta e una appena nata, con il ciao! di un amico lontano, con un rastrello e un giardino da liberare, con un cielo bianco e fermo di scirocco, con un incontro inaspettato in una bella giornata di sole in riva al mare, con un matrimonio imminente, con la propria lingua-mondo-madre, con i fili di discorsi da lungo tempo interrotti che chiedono di essere ripresi, con certe virgole che si disegnano nel cielo a partire dalle otto e un quarto del mattino, con l’inutilità di dire mi dispiace, non volevo, non volevo, ti giuro che non volevo. Con il desiderio di sparire per una stagione intera, perché sì, dopo questo interminabile inverno ne abbiamo tutto il diritto. Perché tanto non c’è verso: pure vestirsi di silenzio fin sopra l’ultimo capello significa qualcosa, e non è possibile che sia diversamente. Sta dentro il nulla più ostinato, forse, il più disperato ti prego, ti scongiuro, lasciami, lasciami andare.

Voce del verbo: libera! (le acque)

giovedì, 2 aprile 2009

La terra gira da una parte e poi dall’altra
sotto il velo del cielo,
come chi di notte non riesce a dormire
perché vuole capire…

Addò t’annascunne – si t’annascunne?
Addò t’annascunne – si  t’annascunne?

C’è una piega sottile nascosta nell’universo
ai margini del mondo,
è una processione di anime dimenticate
che sussurrano tra le costellazioni:

Addò t’annascunne – si t’annascunne?
Addò t’annascunne – si  t’annascunne?

Sarrà ‘sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va….
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega’, ca nun se po’ spiega’…

Vulesse ca ‘stu cielo, stu cielo s’arapesse
pe’ tutt’ ‘a gente ca nun tene niente.

Quando una luna cala, l’altra ricomincia,
ombra, luce, guerra, pace,
quando una luna cresce, l’altra svanisce,
acqua, fuoco, pieno, vuoto.

Addò t’annascunne – si t’annascunne?
Addò t’annascunne – si  t’annascunne?

Sarrà ‘sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va…
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega’, ca nun se po’ spiega’…

Vulesse ca stu cielo, stu cielo s’arapesse
pe’ tutt’ ‘a gente ca nun tene niente,
scennesse l’acqua santa pe’ terre addò nun chiove
e frutta, miele, pane e vino nuovo.

Vulesse ca chiuvesse, chiuvesse maccarune,
li prete de la via caso rattato,
‘a muntagna ‘e Somma fosse carne arrustuta,
e tutta l’acqua ‘e mare vino annevato

[Nuova Compagnia di Canto Popolare, Sotto il velo del cielo, 1998]

Turn’azioni

martedì, 17 marzo 2009

[Era una volta: Voce del verbo: grida (mi), apri (mi), cambia (mi)]

Anìn a grîs usgnot
jenfri erbe e tjere
dongje il Tiliment.

Anin a pièrdisi tal scûr fra sterps e cîl
cence carnîrs nè bês.
Sîors di libertât
a racuei grignei di vite
e respîrs di ajar net
e a durmî di voe sul jèt
d’arint da l’aghe
cence pore d’inneâsi
marivèe di sanc
lontan da gilugne
e dal lisp dai simiteris.
(…)
Anìn a steles usgnot
cun vôj discois e musiche
tal flât cjalt
da nestre picule poesie.

Sîors di libertât
a racuei grignei di vite
e respîrs di ajar net
e a durmî di voe
sul jèt d’arint da l’aghe
cence pore d’inneâsi
marivèe di sanc
lontan da gilugne
e dal lisp dai simiteris
.

[M. Di Gleria]

*

Eravamo marivèe di sanc, lontan da gilugne e dal lisp dai simiteris, e questo è tutto. Eravamo, nemmeno siamo stati. E dopo tanto smarrimento, riempirsi di meraviglia al cospetto di posti sicuri fatti solo d’aria e acqua e terra e parole e luce è ancora possibile. Allora era vero, viene da dire ad alta voce nel mezzo di un letto sconfinato, un mare di costellazioni, di sassi lucenti che arrivano fino all’orizzonte. Questo è un terreno pericoloso, ci si cammina con estrema difficoltà, ogni passo è un pugno sulla pianta dei piedi e non c’è percorso, nessun percorso che sia possibile fare due volte. Ogni volta, ogni passo è l’ultimo in questo preciso punto, e non ce ne sarà un altro. Come quelle ore, come quelle parole. Lo sapevo già mentre accadeva, lo sapevo, me lo sentivo, lo sapevo perché dopo tutto, dopo tutto io so leggere i linguaggi come tu sai leggere i volti. Il tuo vantaggio è nell’immediato – tu sai esattamente cosa accadrà di qui a uno, due, cinque, venti secondi dietro una faccia dopo averlo visto succedere sopra di essa, e quei secondi sai sfruttarli al meglio perché proprio questo è il tuo mestiere – e il mio è su una più lunga distanza: io so cosa succederà alle parole di qui a due settimane, un mese, un anno, e raramente so cosa farmene. Osservo voci e gesti cambiare al mutare degli eventi e non prevedo, ma vedo come sarà. No, non sempre è divertente. O almeno, in certi casi sarebbe più divertente sbagliarsi. E quindi lo sapevo. Ti guardavo cambiare, e lo sentivo. Eppure c’ero, era vero, anche se era tanto tempo fa. E così sei stato, così eravamo: un terreno, una passeggiata pericolosissima. Non ho, non ho mai avuto e non avrò mai riflessi abbastanza pronti per te. E tu, alla velocità della luce sulla quale ti muovi, non riesci nemmeno a vedermi. La verità è che siamo esagerazioni, io da un lato e tu dall’altro dello spettro. Dall’altro capo della gamma ti guardavo e non capivo, e nel frattempo mi ferivi, mi aprivi, mi cambiavi ancora una volta. Non oso e non so immaginare come fosse dal tuo lato del fiume. Mi hai creduto incolore (che non è dato, in natura) per una distanza che era solo apparenza, mentre ogni tuo gesto mi segnava, mi restava, mi viaggiava da capo a piedi andandomisi a stratificare sotto la pelle. Sempre, ogni gesto, anche il più piccolo. Sono fatta così. Dirlo a voce alta non è servito: dopo un attimo ero dimenticata, irrimediabilmente segnata e… passata. Ma ero e sono fatta così, allora come oggi, un corpo molle ad altissima permeabilità, a maggior ragione da mani e occhi che conoscono da tempo le pieghe della mia lentezza. E dunque mi sono dovuta proteggere da te, per la prima volta in vita mia mi sono dovuta proteggere da una voce quando ho sentito che l’affondo s’è fatto troppo doloroso per essere così insensato. Eppure dovevo, avrei dovuto trovarti anche se poi così non è stato. Altrimenti sarebbe stato peggio, sarebbe stato tutto per niente.

E così sei tornato ancora una volta, mentre ti raccontavo senza nominarti alla Voce amica di lunghe passeggiate, caffè e buon cibo e parole. A sua volta, lui tirava fuori dalle tasche il suo, di irrisolto, altrettanto pericoloso del mio. Nel suo caso, anzi, ben più insidioso. C’è poi un tipo di musica, al mondo, che un poco alla volta si tira dietro il battito del muscolo che ci si muove sotto lo sterno finché non l’ha accordato al proprio. Sicché a un certo punto hai le montagne, ENORMI, a destra, il sole in faccia e il solco del fiume – quello della mano, dice lui – a sinistra, e il cuore che ti sembra uscire direttamente dalla canzone che hai nelle orecchie. Allora io lo vorrei tanto sapere, cosa ci rende così. Cosa ci fa così permeabili, tanto che persino il cuore non riesce ad andare esattamente per i fatti propri? Che consistenza abbiamo, noi, io, chiunque sia fatto in questo modo a questo mondo? E guardo lui, che è felice e sembra che i polmoni gli siano improvvisamente diventati più capienti solo per aver visto le montagne, appena al di là del muro delle case del centro. Dalla pancia mi sale un sorriso, che non può vedere perché ha gli occhi immersi nell’intercapedine in cui questi luoghi si sovrappongono tra questo e quell’altro tempo, tutto suo, in cui li ha conosciuti. La luce, gli odori, gli occhi… è vero che è diverso, è sempre tutto diverso. Cambiano le relazioni fra le cose, non le cose stesse. Per me è finita perché dovevo proteggermi. Con te c’era da farsi molto male, per me. Un male contro il quale ero e sono del tutto priva di difese e che pure, vista la mia altissima soglia del dolore, avrei forse anche retto bene. "Se ti dò una caròcchia in testa, così, ti fa male?", "No". "E vedi, questo è il tuo problema: abbassa la soglia del dolore, senti male, proteggiti, urla, di’ AHIA!", "Ma perché, quell’era ‘na carocchia?", "Aaaaaah, MA LO VEDI?".

Avevi ragione. Sono fatta a strati e per me niente è mai veramente passato. Irrisolto, al limite, quand’è passato senza essere passato bene. Mi resta qui, tra uno strato e l’altro, e non mi è possibile tirarlo via senza che caschi l’intero mio edificio. Così è per tutto quello che mi tocca, in un modo qualsiasi. E lui, che si crede pessimista, dice: irrisolto non è perso. E’ vero. A me risolverti, risolvere la tua voce del resto è costato, ancora, l’essere cambiata una volta per tutte. A occhi non solo aperti, ma spalancati. Le Voci sono spietate, su questo non c’è alcun dubbio: il grande, il piccolo… te lo fanno misurare tutto.

Ho abbassato la mia soglia del dolore, allora, a partire da te. Quella volta che hai detto "che tristezza", denigrando la più degna delle fatiche umane e tutte le lingue diverse dalla tua messe insieme… è stato lì che ho sentito ogni cellula parlarmi nella mia, di marilenghe: ennò, vafammocc’, chisto nun sta scritto a nisciuna parte ca me l’aggia tene’. Un calcio nel mezzo delle costole, di punta, non sarebbe stato altrettanto insopportabile.

Da quel momento eri risolto. Diverso, da quel momento tutto era cambiato e nulla più era come prima. L’ultimo tratto del gioco: uniti tutti i puntini, quasi non riuscivo a credere alla figura che ora avevo davanti agli occhi. Risolvendoti, è vero, ti ho perso, infine e finalmente. E così sono tornata a casa, con i capelli un po’ più lunghi e un po’ più bianchi, e una sfumatura del rispetto che ancora non avevo conosciuto in tasca. Quanto pesava, quella tasca. E quanto sa essere leggero, il dolore, anche se ben al di sopra della soglia, dopo una passeggiata così pericolosa e così preziosa dentro uno strato di vita mai visto prima con i propri occhi.

Eravamo marivèe di sanc, lontan da gilugne e dal lisp dai simiteris, e questo è tutto.

Il processo è (in)finito.

Si va a grilli e a stelle, stasera.

Delle cose valorose

mercoledì, 11 febbraio 2009

[Variazione su tema di Erri de Luca.
Lo so che non si fa.
]

*

Considero valore i mezzi pubblici.

Considero valore il ferro che somiglia alle carne degli uomini: binari, biciclette, scalpello, cacciavite e pinza.

Considero valore la scelta di vivere in un posto dove solo in superficie non c’è niente da fare, la cui ricchezza è invisibile e sta in una profondità da conquistare centimetro per centimetro, sorriso per sorriso, una parola alla volta, anno dopo anno.

Considero valore l’acqua, chi la rispetta e chi come essa sa muoversi in tutte le dimensioni del reale, tempo compreso.

Considero valore il diritto di sbagliare strada, quello di scendere ad una fermata che non era quella prevista dal percorso e arrivare a destinazione a piedi, e nel frattempo perdere definitivamente direzione e trovarne una nuova, così, perché distratti da una pianta dietro un cancello.

Considero valore i toast della stazione di Treviso, che se arrivi al momento giusto ti tocca aspettare che la signora finisca di grigliare le verdure per averlo, ma dopo sei contento anche se per quel profumo hai perso il treno.

Considero valore un giubbotto caldo sformato dagli anni, le traversine di castagno di Sardegna che resistono fieramente al tempo anche dove la manutenzione non esiste, il saper tornare e ritornare nello stesso luogo, a lungo, per vedere come cambia la luce con le stagioni.

Considero valore le pozzanghere, finestre aperte sotto i piedi, e il desiderio di conservarne traccia.

Considero valore il rispetto per il cibo e le voci degli altri, e il non rifiutarsi mai di assaggiarlo e ascoltarle. O assaggiarle e ascoltarlo. E’ uguale.

Considero valore le stazioni dove c’è una voce che annuncia i treni di cui si può ancora distinguere l’umore, le manovre dei merci sui binari lontani da quelli dei passeggeri, e i verificatori che ne ascoltano il canto segreto risvegliandolo a colpi di martello come sapienti musicisti.

Considero valore il saper dare un senso ai disastri della vita, non odiare i capelli bianchi, l’essere convinti del fatto che, finché non si tratta delle analisi, ogni cosa in un modo o nell’altro si risolve.

Considero valore la volontà di fare il meglio possibile con quello che si ha a disposizione, anche se è niente, quando arriva il momento.

Considero valore il sudore: quello di una giornata pesante, del caldo dell’estate, della passione, dei viaggi lunghi un paese intero. Italia o Russia, non fa differenza.

Considero valore sapere come si ringrazia e si saluta nella lingua di là dal confine, qualsiasi esso sia – politico, fisico, immaginario come la linea numerata che taglia in due una piazza o vero come un orlo di monti celesti all’orizzonte.

Considero valore il coraggio di dire, di dirsi: avevo creduto di non aver vissuto pienamente. Ma mi sbagliavo.

La mia razza era fatta di personale non viaggiante: questi sono fra i pochi valori che ho veramente conosciuto.

Di cose leggere e vaganti

lunedì, 2 febbraio 2009

(corto circuito per via di un’immagine vista altrove)

Per l’aria mattutina corse un filo di vento. Un grappolo di bolle si staccò dalla superficie dell’acqua, e volava volava via leggero. Era l’alba e le bolle si coloravano di rosa. I bambini le vedevano passare alte sopra il loro capo e gridavano: – Oooo…
Le bolle volavano seguendo gli invisibili binari delle correnti d’aria sulla città, imboccavano le vie all’altezza dei tetti, sempre salvandosi dallo sfiorare spigoli e grondaie. Ora la compattezza del grappolo s’era dissolta: le bolle una prima una poi erano volate per conto loro, e tenendo ognuna una rotta diversa per altitudine e speditezza e tracciato, vagavano a mezz’aria. S’erano, si sarebbe detto, moltiplicate; anzi: era così davvero, perché il fiume continuava a traboccare di schiuma come un bricco di latte al fuoco. E il vento, il vento levava in alto bave e gale e cumuli che s’allungavano in ghirlande iridate (i raggi del sole obliquo, scavalcati i tetti, avevano ormai preso possesso della città e del fiume), e invadevano il cielo sopra i fili e le antenne. Ómbre scure d’operai correvano alle fabbriche sui ciclomotori scoppiettanti e lo sciame verderosazzurro librato su di loro li seguiva come se ognuno di loro si tirasse dietro un grappolo di palloncini legati al manubrio con un lungo filo. Fu da un tram che se ne accorsero: – Che guardino! Ehi, che guardino! Cos’è che c’è là in cima? – II tramviere fermò e scese: scesero tutti i passeggeri e si misero a guardare in cielo, si fermavano le bici e i ciclomotori e le auto e i giornalai e i fornai e tutti i passanti mattinieri e tra loro Marcovaldo che stava andando a lavorare, e tutti si misero a naso in su seguendo il volo delle bolle di sapone. – Non sarà una roba atomica? – chiese una vecchia, e la paura corse nella gente, e chi vedeva una bolla scendergli addosso scappava gridando: – È radioattiva!
Ma le bolle continuavano il loro sfarfallio, iridate e fragili e leggere, che bastava un soffio, e piff! non c’eran più; e presto nella gente l’allarme si spense così come s’era acceso. – Macché radioattive! È sapone! Bolle di sapone come quelle dei bambini! – e una frenetica allegria s’impadronì di loro. – Guarda quella! E quella! E quella! – perché ne vedevano volare delle enormi, di dimensioni incredibili, e allo sfiorarsi tra loro queste bolle si fondevano, diventavano doppie e triple, e il cielo i tetti i grattacieli attraverso queste cupole trasparenti apparivano di forme e colori che non s’erano mai visti
.

[Italo Calvino, da Marcovaldo, ovvero le stagioni in città, 1966]