Articoli marcati con tag ‘infralogie’

(f) ramment’azioni

martedì, 12 maggio 2015

Onora il pare e l’amare.

*

Ciao, occhi grigi. Dove eravamo rimasti? E’ difficile riprendere i discorsi che sono stati: tanto hanno cambiato aspetto il tempo e il suo fluire che credo ormai di dover dare per passato tutto il linguaggio, tutto il dire e l’immaginare che allora erano frutto di quelle precise stagioni, ma che ora hanno mutato ancora una volta forma, sostanza… persino l’odore stesso della voce che li aveva fatti venire al mondo. Lontano dalla carta e dalla forma scritta tutta, quel tempo e quelle parole si sono infilati in altri strati di vita fino ad evolversi chissà come, chissà dove, in chissà quali altri contorni. Cioè, voglio dire, non posso più parlare le parole di allora, così tanto vale riprendere da qui, dal consistente vuoto del vocabolario che ho adesso: meno ricco, forse anche più legnoso o… non lo so, comunque diverso, ma non per questo meno irrequieto.
E così. Occhi grigi, amici, che bello rivedervi, anche solo per telefono. Allora ero per esempio così inutilmente piena di silenzio che non penso di avervi nemmeno mai detto quanto mi piacesse andarmene in giro a camminare e guardare il Fuori insieme a voi (ché eravate tanti, ‘cidenti). Dato che non credo e non ho mai creduto al concetto di lasciar intendere (se lo lasci, cazzarola, come si può afferrarlo, un senso?), non credo di averlo mai lasciato intendere, quel desiderio di vedere insieme, facendo così andare perduta una cosa così, semplice semplice, né brutta né bella, soltanto che c’era, oserei dire di averla pensata addirittura vera. Era così vero che mi piaceva stare insieme a voi, che mi ci sarei potuta prendere a schiaffi, con quel senso, che poi era il tatto, che poi però in quel periodo si era messo ad abitare nel naso. Ma vabbe’.
E forse è per questo che oggi torna a saltarmi addosso – che poi è dentro – il vostro colore. Vi parlavo così tanto, da dentro, che adesso che mi è scoppiata la voce in gola mi è venuto naturale parlarvi a voce alta, così come non penso di aver mai fatto all’epoca – che poi è ancora adesso, due minuti fa, dieci momenti or sono al prossimo giro di lancetta. Mi fa sorridere oggi il pensiero di me che allora mi dibattevo tra ascolto e parola, tra silenzio e decenza, quando in questo frattempo mi sono aperta così tanto da riuscire a vedermi anche dal difuori, mado’, tipo come quella volta che mi avevate visto pure voi e me lo avevate mostrato e io ci ero rimasta di cazzo, proprio, che non ci potevo credere in nessun modo quanto in quel riflesso fossero vicini il didentro e il difuori che io credevo così lontani all’interno dei miei sgualleriàti confini, e invece erano separati solo dalla distanza di una pelle… che, per quanto ciccia potesse essere, alla fine sempre solo una pellicola era.

Era tutto un film, ok, ma il frigorifero ci sta per questo: leviamo ‘sta pellicola, ecco la forchetta, buon appetito, piatto pulito. Mi piacevate, mi avevate messo al mondo una fame, e di quell’appetito siete stati i genitori. L’avete nutrito e così è cresciuto finché non s’è fatto grande e se n’è andato per la sua strada, come una freccia di luce lo avete tirato fra le nuvole con l’arcobaleno che portavate sempre sulle spalle, pronti a scoccare, a scattare, coi piedi e con le dita che avevate fin dentro i nervi ottici. Non siete stati un’illusione, lo so. Del resto siete ancora qui, oggi vi ritrovo, e solo per questo io…

Articol’azioni

martedì, 24 febbraio 2015

E’ inutile che ci prendiamo in giro, dai, ché nel polso della situazione c’è tutta la debolezza di un atto di forza riuscito male. Nel prendere piede c’è il peso di una pianta che non calza, che non calcia, che non cresce e non ramifica. Nella curva a gomito c’è l’evento imprevedibile e per questo imperdibile (non puoi scegliere di evitarlo!), in tre dita di vino la probabilità dell’aceto, nella destrezza il sinistro in potenza, l’indecenza degl’incidenti provocati con l’abilità della mano con cui scrivi – ma non tutti, per carità, va bene: per quanto i sinistri si ritrovino in maggioranza al volante diventando così i principali agenti del pericolo costante, la costanza è al contrario qualcosa cui bisogna ad-destrarsi. Un casino in tutti i sensi di marcia, insomma.
Il ginocchio è invece luogo di contrizione, prostrazione e disperazione, sì, ma solo davanti a quel sadico despota di dio. Perché a guardare i bambini, che in ginocchio imparano l’enormità della gioia del movimento e passano poi sulle rotule la maggior parte del loro tempo esplorando, scoprendo e mettendo insieme il grande e il piccolo, il tutto e il niente – che non esiste, vabbe’ – non si direbbe mica. Che sia nel ginocchio il sesto senso tanto favoleggiato, il gin’occhio, punto di vista privilegiato, piede-stallo dell’equilibrio delle penne e delle matite, finché gli adulti non arrivano ad imporre il limite massimo verso il basso della sedia?

*

At the failing of the day she heard her father always say:  “Remember, it’s only the start”.

Pres(s)enza

lunedì, 26 gennaio 2015

La to vita e in mezo ghe gera le cose.
La to vita e in mezo ghe gera persone

e da par tuto, sempre, parole.

[Ernesto Calzavara, Come se. Infralogie, 1974]

Voce del verbo: wibbly wobbly timey wimey

mercoledì, 17 ottobre 2012

Anni di lavoro per portare a casa una frase.

[Uitanubi]

*

Anni, è vero. Anni per cento pagine che potevano stare in tre righe. Anni per imparare a fendere l’aria dell’alba, a contare le gemme dei rami spogli da febbraio a marzo, e a conservare nodi, quelli che fanno venire il cancro insieme a quelli che scoppiano del cervello come ictus. Mi guardi dalle profondità del sangue che ti ha intaccato il linguaggio, e mentre mi guardi io so che stai morendo, sotto gli schiaffi di una bora che non hai mai conosciuto ma ugualmente fredda, ugualmente impietosa, so che stai morendo e non so che appena aprirò gli occhi non ricorderò più neanche di averti sognato. E poi alla fine l’estate se n’è andata ed è arrivata la pioggia, che ha lavato e lasciato le macchinazioni senza ingranaggio, nutrito la terra riarsa dove per errore era finito il diserbante del vicino distratto, sciolto le merde che i gatti avevano seminato sotto il muschio, resuscitato i fiori falciati da un paio di manine curiose.
Nell’aria, nel frattempo, stagna un costante senso di qualcosa di mancato, di mancante, di mancanza. E’ così facile dannarsi l’anima per una pioggia, così facile che è quasi un piacere: di bene in peggio, a volte è meglio. Le tende restano una cortina fastidiosa e guardare fuori e stringere tra le dita la penna – qualsiasi cosa questo voglia dire – i desideri più grande. Ancora, il pensiero di darsi una piccola disciplina  per non lasciar andare alla deriva né l’uno né l’altro. Aggrapparsi al gancio di una virgola, in vista di un autunno probabilmente più silenzioso del solito, e affondare le mani dentro uno spazio, un angolo più che altro, e in esso esprimere un concetto, forse anche un’idea, e provare una nuova strada. Come da bambini, che al posto dello schermo c’era il muro: computer, adesso torna a margine, e forse per non farmi venire il torcicollo dovrò per forza guardarti di meno. Ricominciare, un poco per volta, con una parola e uno scatto al giorno, una boccata d’aria e una canzone ogni sei ore, almeno, anche se il cielo è coperto di grigio a betoniere, e più in là già si vedono i primi cianotici bidoni d’acqua e vento che arrivano senza far rumore.

Anni. Ricominciare senza paura a metterci anni per portare a casa una stazione abbandonata,  per riuscire a disegnare quella sottile corda di pozzo sulla mappa e, nel gomitolo non lineare e non soggettivo di quello che sempre più chiaramente sembra essere questo tempo, tenere traccia di ogni ramificazione, della trama della tela, dei punti scuciti nell’ordito dei giorni e magari a volte scucirne qualcuno di proposito, perché tutto sia mai troppo uguale, nemmeno la calligrafia: si allunga lo svolazzo sopra le t, ed improvvisamente è quella di prima.

Allora niente è ancora successo, e allora è ieri e ancora adesso.

Se vado indietro di qualche anno, trovo questo:

Allora ci sono questi giorni che il primo freddo fa chiudere le finestre, e allora gli odori di DENTRO si aggrappano ai muri, e ci restano, e svegliano voci. E allora inizio ad immaginare viaggi, e appuntamenti con le voci che fanno eco. Allora succede così, ogni tanto, che mi metto in cammino verso un posto, quello di cui parla questa o quella eus e, intanto, qualcosa di bambino che sta dentro si racconta l’incontro che sarà, il momento in cui i cammini si incrociano, e gli odori, gli sguardi del trovarsi sul ciglio di un binario impresenziato, dentro un altro tempo, dentro un altro dove. Insieme, nel mentre che vado, qualcosa qualcosa sogna e qualcosa sa che il sogno non passerà al di qua del velo, e purtuttavia non gli resiste e lo lascia andare fino a destinazione. E poi c’è la meraviglia della corda nel pozzo-paese, di quello che non è che è, e di quello che è pur non essendo. Parlo ad alta voce e ad altra voce, in questi momenti, masticando le parole come in preda ad una febbre. E’ autunno, i primi freddi sono il momento in cui succede, che non voglio più nessuno intorno e allora mi metto al volante e sparisco per un poco. Il caldo dell’estate mi dissecca e mi tramortisce il cuore, che per un po’ si ferma; solo dopo si riprende, si rimette in moto e ricomincia a spezzare parole e sogni, e a farmi parlare da sola. E’ così.
Domani? Mira-Buse, quasi quasi.

 

Dopo tutto

martedì, 24 luglio 2012

Forse è meglio che quella lettera non sia mai arrivata.
Forse è meglio essere andati ad annoiarsi al mare.
Forse è meglio essersi sentiti dire che è ora di re-imparare il silenzio.
Forse è meglio mettersi ad aspettare la pioggia e annotare, nel frattempo, il piccolo, l’infimo e il particolare.
Forse è meglio fare l’elenco di tutte le cose che desidero dirle, quando sarà più grande.
Forse è meglio rimettere in moto la memoria, e ricominciare a studiare.
Forse è meglio continuare a non convincersi di un bel niente, e a lasciare sul muro il segnale “SCAVI APERTI”.
Forse è meglio restare qui, in sereno dispatrio, e tenere duro di testa e di parole, e insistere, insistere, insistere ad abitare l’acqua edificabile delle parole-mondo.
Forse è meglio non andarsene e difendere il diritto di rintanarsi, di non farsi trovare, di essere lasciati in pace.
Forse è meglio provare ancora il desiderio di scrivere, qualunque cosa questo possa significare.

Forse è meglio prendere la Settimana Enigmistica e rimettersi ad unire i puntini.

Ché tanto, morto un tutto, se ne fa un altro.

Sì.

martedì, 8 maggio 2012

Wish I was old
and a little sentimental.

The more you like it, the more it hurts: why stop now?

*

Quanti anni ci ho messo a capire che in fondo non c’era niente di sbagliato? Un’adolescenza e mezza vita adulta, grosso modo. Questo è un altro dei tuoi innamoramenti, mi dicevi ogni volta, e sotto la pelle di queste parole la domanda: insomma, ma ti decidi a crescere?
No. La risposta era no, ma io conservavo una relazione troppo importante con te e troppo poco importante con me stessa per non mettere in dubbio la mia visione delle cose. Avrei forse dovuto accorgermi che stavamo già crescendo, allora, ma semplicemente in due direzioni diverse. Tu stavi facendoti la scorza, mentre io stavo abbandonando a piccoli pezzi quella che avevo tentato – senza alcun successo – di costruirmi fino a quel momento. Tu la strada andavi facendotela, io la mia la stavo prendendo. Sono due cose assai diverse. Io ho fatto una scelta morbida, alla fine, quella cioè di restare molle e flessibile e vaga e sognante, mentre tu ne facevi una per certi versi contraria, fatta di chiarezza, praticità e determinazione. Naturalmente, nel mondo e nel tempo in cui viviamo, al tuo tipo di deriva viene di norma assegnata un’etichetta più adulta, quindi da ammirare. E infatti ti ho sempre dato ascolto come a nessun altro, ho sofferto dei tuoi giudizi negativi anche quando me li comunicavi con i sorrisi che non mi hai mai risparmiato, e io ridevo di rimando anche se l’intestino mi strideva di quella strana vergogna che si sente da bambini quando mamma e papà ti sgridano davanti agli altri. La cosa buffa, in quei momenti, era che i genitori e gli altri coincidevano in un unico punto, cioè tu, per cui non c’era via d’uscita. Allora dubitavo. Sempre e solo di me. E non so per quanto ho lottato contro le cose che di me non ti piacevano: solo perché me lo dicevi tu, che non andava bene, allora doveva esserci qualcosa che non andava. Oggettivamente. Per forza. Lei capisce tutto, lei non si sbaglia.

Un’ironia enorme.

Perché era proprio allora che stavo iniziando a crescere, al contrario. Perché, al contrario, la risposta non era no.
Sì. Questa era la vera risposta.
Sì, io mi innamoro. Sì, le mie amicizie sono degli amori. E sì, mi innamoro anche di cose. E diciamo anche che le cose di cui mi innamoro sono le sole che riesco a portare a termine, o a portare avanti nel tempo. Sì, mi innamoro continuamente di cose e persone, anche perché quando non mi innamoro resto indifferente. Perché se non mi innamoro non provo alcun desiderio: di toccare, di ascoltare, di annusare, di abbracciare, di approfondire, di capire.

Quindi era vero, avevi visto giusto anche in questo caso. Quello che non ti è mai riuscito di vedere, però, era che i miei innamoramenti non erano semplici infatuazioni, ma amori veri e propri che sì, a volte facevano il loro corso e, finendo, mi spezzavano il cuore. Tu credevi che mi stessi rifiutando di crescere, quando invece stavo solo imparando il mio modo di essere. Ho detto di sì un po’ a tutto e a tutti, nella mia vita, è vero, e ogni volta mi sono messa in gioco. Ho amato, sempre, e molte volte ho perduto, nella tua ottica, ma per me è sempre stato il contrario. Ogni volta ne è valsa la pena, ogni santissima volta.

E poi: hai sempre creduto che mi innamorassi solo dei miei amici maschi.
Ecco, questa tua piccola malizia è stata sempre la cosa che forse mi ha punto più spesso, negli anni.
Perché non ti sei mai accorta che i nostri modi di essere sono in certi aspetti così diversi che solo la profondità di un sentimento senza nome avrebbe potuto tenerci insieme fino ad oggi. Se ancora oggi riesco a darti ascolto e a volerti bene, è solo perché di quei miei innamoramenti fai parte anche tu. E non potrebbe essere altrimenti.

E infatti sì, è vero. Mi innamoro, mi sono sempre innamorata, e non posso farne a meno. Non c’era niente di sbagliato, niente che andasse cambiato, nonostante gli errori, il dolore, la cecità e tutto il resto.

Sì, insomma. Mille volte sì.

*
Ma era tutto sbagliato, naturalmente. Il mezzo, il tempo, le parole stesse. Tutto c’entra sempre con tutto, e questa era solo la scintilla di una miccia ben più lunga, che finalmente ha trovato la via verso la deflagrazione. Benedetto sia l’errore, sempre ben detto.

Voce del verbo: gravido (sogg. sott: prima pers. sing.)

martedì, 22 febbraio 2011

  No, non soffro di sovraccarico emotivo, non ardo dal desiderio, semmai tardo, indugio per godermelo, per dilatarlo prima di realizzarlo, amandolo nel frattempo. O ancora t'ardo, pure, ché se potessi ti darei fuoco talmente ti voglio, e nel mentre mi domando se è possibile, di tutto questo sognare, recuperare qualcosa, o de-cuplicare, sì, anche solo un segno, una ferita, ché a furia di sognarsi non si finisca per caso col ferirsi, e segnandosi farsi croci e delizie, diventare punti di gravità e lune piene, al cospetto di presenze di un certo peso e che pure, per quanto attraenti, più di tanto non riescono a tirare a sé, al più si ri-tirano – amando – nel dubbio del ma-cosa-sto-dicendo.
  Gli strati sono stronzi, non c'è niente da fare, è tutta una questione di stridori e arsure (estive e invernali), ri-ferimenti, squarci ripetutamente aperti, inferti sulla pelle delle stelle strappate al cielo, de-siderate, tirate giù dalla forza che ci tiene ancorati alla volta (quale?) celeste (e perché non rossa, non gialla?), piombati nell'aria e dis-tanti dalla terra, numerosi e scollati. Com'è bello questo momento di aumento di forza gravidazionale, in cui vivo e vegeto, umana e pianta, con il peso di essere due e una, doppia persona e doppia natura. Sprigiono, senza sentirlo, una forza che non vedo e non scelgo, ma che sceglie me incessantemente facendomi contenere, rendendomi capace delle fantasie mie e di quelle di un altro-da-me, contenente e contenuto, di nuovo segno di qualcosa che non si segna, senza religione, solo un crocevia di destini che sono venuti al mondo dentro, in-nati, che pure non sanno quando e se mai saranno.
  E mentre non so e non vedo mi faccio tempo, e scopro che non tendo più verso l'interesse, non mi interessa più interessare, essere interessata o interessante. E' lo stato interessante quello in cui invece mi immergo, ma non solo ora, bensì nel tempo, nel tondo della parentesi aperta che sono ora e che non si chiuderà se non a tempo debito (o a credito). Tra le due curve così dis-chiuse, quindi, mi aggancio a costruire legami, parentali e fra parentesi, con l'intenzione interstiziale di restarci. A tessere, senza il benché minimo interesse.

What happens now?

lunedì, 27 settembre 2010

   Quella notte dormì sul divano di casa di sua madre ma entrò nella stanza e lanciò un’occhiata al cadavere una volta sola. Il giorno dopo, di buon’ora, arrivarono quelli delle pompe funebri e se la portarono via. Lui si alzò per accoglierli, consegnare l’assegno e guardarli sparire con la bara di pino giù per le scale. Poi si riassopì sul divano.
   Quando si svegliò gli parve di aver sognato un film che aveva visto poco tempo prima. Ma era tutto diverso. i personaggi erano neri, perciò il film del sogno era come il negativo del film reale. E succedevano anche cose diverse. Il soggetto, l’argomento, era lo stesso, ma lo sviluppo era differente o a un certo punto c’era una svolta inaspettata e diventava tutta un’altra storia. La cosa più terribile di tutte, però, è che nel sogno sapeva che non doveva andare per forza così, percepiva la simmetria con il film, gli sembrava di capire che entrambi partivano dagli stessi postulati, e che se il film che aveva visto era il film vero, l’altro, quello del sogno, poteva essere un commento, una critica ragionata, e non necessariamente un incubo. Ogni critica, in fin dei conti, diventa un incubo, pensò mentre si lavava la faccia nella casa dove non c’era più il cadavere di sua madre
.

[Roberto Bolaño, 2666, 2004]

[colonna sonora]

Mut’azioni

venerdì, 25 giugno 2010

Pensa a tutti quelli che, quando gli vibra la pancia, non hanno le parole per dirlo.

*

Scavare musica e aria in cerca di parole, e sperare che non sia successo di nuovo. E se poi è successo? Allora tornare nel buco, prendersi la responsabilità e sparire. Sparire di pancia, di cuore e di polmoni, sparire con tutte le proprie frattaglie fuori, altrove, anche se poi sparire è solo un’illusione, finché si è vivi, anche dopo la metamorfosi continua, non c’è modo che sia altrimenti, poiché ciò che abbiamo comunicato con la nostra presenza a questo mondo prosegue il suo cammino, lontano da noi, che lo vogliamo o no. E muoversi col ritmo della polvere, con le parole che si posano una alla volta sulla vita finché non la avvolgono, finché non formano una patina sulle cose fino a farle vecchie. Dunque, sì, farsi parolapolvere e posarsi, ché quando lo strato s’è posato, ecco che si vede che quello di cui parlano è invecchiato, o forse solo semplicemente vissuto.

E riprendersi di tanto in tanto un pronome, quello più terrificante, e dire:

Ma allora cos’era, stanotte?

Ci sono di questi momenti, in cui l’anima – sveglia – vaga mentre il corpo, stanco, vorrebbe riposare. Ma non c’è verso, tutto viene trascinato via. Volevo parlare, ma di cosa? Del verso? Anche. Dell’esperienza della soglia. Dell’essere soglia, dell’attraversare la soglia, dell’essere attraversata in quanto soglia, e dell’essere un verso del senso perso, che in quanto verso gli è negata anche la direzione.

Cosa vuoi che io desideri, quindi?

Ti guardo entrarmi addosso, ma quello che desidero non entra, non c’entra. Io voglio essere discussa, ché discutibile lo sono sempre stata. Voglio procedere ed essere processata, voglio accedere e accadere, essere accaduta, accessa e accessibile senza divieti, voglio decedere e decadere, essere decaduta senza per forza dovermi rialzare, deceduta senza essere derestituita, al massimo potrei accettare di essere destituita, non essendo io né reggente né in carica, tutt’al più carica, sebbene senza peso, e sicuramente senza spesa. Se una parola si attacca ai muri di casa tua, e ci resta. Allora è vero che il senso c’era, anche se non aveva direzione, anche se era perso, in volo sopra il tessuto di luci della città che ci scorreva sotto mentre tutto quello che volevo dire non sapeva da che parte esplodere. Quella volta che ho preso il treno per Nettuno – Nettuno! –  e mi sono addormentata sul blu dei tuoi occhi che mi aspettavano da qualche parte nel cosmo… dov’ero, quella volta?

Dove vuoi che io torni, allora?

Ho camminato fino all’aria dei miei boschi perché questo era il momento: al confine con l’estate, con ancora il piumone sul letto, i capelli appena tagliati, i baccelli sulle ginestre gonfi e pelosi, pronti a esplodere nel vento, come me quella volta. Allora sono andata nel cuore del bosco a vedere l’albero morto da sempre, ancora coperto dai vermi che lo hanno svestito della corteccia. C’era la terra alla quale ho chiesto aprimi, ti prego, perché mi mostrasse le forme dei suoi sensi e dei suoi significati, perché mi ricoprisse di formiche e mi desse i colori del suo corpo sì da poterli portare via con me all’altro capo del pozzo che nessuno più ha desiderio di scendere o risalire, e mi ricoprisse infine di lumache, di ghiande e dei ricordi della vecchia che non c’è più e nel cui letto avrei dormito quella sera. Aprimi, ti prego, perché mi desse la forza, come le lucciole, di continuare a sfavillare anche nella pancia dei predatori quando sono ormai prese, prigioniere di una sacca gastrica che pure non riesce a spegnerle. E ancora aprimi, ti prego, perché mi nascondesse il cielo lasciandomelo immaginare, portandomi al sonno al ritmo lento e nervoso dello sfregare della penna sul foglio, che dipana le linee senza regolarità della soglia del sogno dentro il quale c’è quell’alba che ho visto infinite volte, ma solo con i polpastrelli, perché io le parole per dire quella vibrazione non le ho mai, mai, mai avute.

*

Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male e gente veramente cattiva?

Come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono
?

It was anything but hear the voice

domenica, 23 maggio 2010

He’s keeping busy, yeah, he’s bleeding stones,
with his machinations and his palindromes
it was anything but hear the voice,
anything but hear the voice… it was anything but hear the voice that says that we’re all basically alone.

Poor Professor Pynchon, had only good intentions when he
put his Bunsen burners all away
and turning to a playground in a Petri dish
where single cells would swing their fists at anything that looks like easy prey.

In this nature show that rages every day
it was then he heard his intuition say
We were all basically alone
.

(…)

And despite what all his studies had shown
that what’s mistaken for closeness is just a case of mitosis,
sure fatal doses of malcontent through osmosis,
and why do some show no mercy while others are painfully shy?
Tell me doctor, can you quantify
the reason why?

[Andrew Bird, 2007]