Articoli marcati con tag ‘in somnus’

A occhi chiusi (rivedo)

sabato, 23 Settembre 2006

Qualcuno mi insegni a disegnare.

Sott’acqua (lettera aperta dal Frammento Io a Chimistadifronte, comunemente detto Tu)

giovedì, 21 Settembre 2006

 Che succede? Le parole scorrono veloci, si fanno di nuovo rondini, non le afferro, o se le afferro le pesco dal fondo. Rondini come pesci. Voci con le squame e con le ali.

 E poi: ho vene come arbusti, macchie viola nelle giunture, graffi di rami di biancospino e di quel mandorlo dappertutto, le scarpe infangate da una passeggiata in un canneto assurdo che ho trovato dove non avrebbe dovuto stare. C’è aria di mare su in montagna, e sentore di camini accesi sul Golfo. Mi sposto insieme al vento (o almeno vorrei, la leggerezza è una qualità che non mi appartiene), sfioro persone suoni forme, guardo registro e taccio. ‘Sta tizia in cui abito è un disastro, ma insomma, non è che posso cambiare casa.

 E chi mi sta di fronte mi vede così per quello che sono, visto che non c’è bisogno per forza di raccontarsi per lasciarsi vedere. Raccontarsi serve a farsi intra-vedere, casomai. Allora mi porto appresso quest’aria di vuoto, o di pieno non so, di non-parola, di non-racconto, e di quest’aria scoppio in preda a pensieri troppo semplici perché possano uscire dal troppo largo imbuto della gola. Mi dispiace, qualche volta, di non avere tra le mani qualcosa che valga la pena per Chimistadifronte, perché Chimistadifronte talvolta crede che per passare del tempo insieme ci sia bisogno di. Ed è qui che il cielo si mette a vibrare – o traballare – qua sopra, che la volta stellata si tende come un arco e a me pare che a momenti una freccia grossa come il pino che sta a guardia del Teatro Grande di Pompei mi verrà scoccata dritta sulla testa. E’ per questo fatto che non capisco cosa significano tutti questi  bisogni fra me e te, a parte quello imposto dalla congiunzione, per l’appunto, per la quale io e te stiamo respirando e camminando, ognuno col suo ritmo eppure alla stessa andatura.

 Sono un catino, aperta come un recipiente, me lo dici ogni volta, un calderone di luoghi che spesso si sovrappongono al viso di Chimistadifronte componendo in trasparenza strane visioni di cui non so dire, e nemmeno scrivere. Al limite si potrebbe cantarle, se solo sapessi come fare. Tacerle, alla fine, mi sembra la cosa più sensata, sarà perché è quel che in fin dei conti mi riesce più facile. Non lo so. Non so del resto nemmeno perché mi ritrovi così spesso a pensare al silenzio che abbiamo, che hai, che ho sempre avuto. Si può avere il silenzio? Me la chiedo sempre, ‘sta cosa, vagando per questo paesaggio i cui colori – non ci posso fare niente – sono quelli delle Voci, delle Voci che stanno sempre nel mezzo, nello spazio angusto in altezza ma sterminato in larghezza delle congiunzioni. A gattoni deve camminare il linguaggio in questo paesaggio-paese, ecco perché, ecco perché.

Che tutto ‘sto giro è solo per dire: scusa.
Scusa per tutte quelle volte in cui il mio silenzio ti ha fatto credere che non ti stessi ascoltando, o che non avessi niente da dire. E’ che ho l’udito guasto, e la tua voce mi faceva eco dentro, e da quell’eco qualche volta facevo fatica a distogliere l’intera mia lingua – che senza chiedere il permesso si faceva orecchio, sicché parlare era assorbire la tua voce in pace, e niente di più.

Ma era sempre te che ascoltavo. Credimi. Ti ascoltavo così tanto che annegavo.

Che manc’a farlo apposta è una delle mie specialità, in fondo.

Sul fondo.

(annegare, non ascoltare)

Di cipolle (e altri tondi)

giovedì, 10 Agosto 2006

In alto piena
dentro nuova.
Nun me trovo
e così mi riconosco:
di strati di realtà è ‘sto pensiero a strati
che a strati parla scrive ragiona sogna.
E sogni sono segni, più spesso stagni.
C’è questo canto a quattro dimensioni
che questa voce non sa modulare.

Mi sorprendo a dire io, vuota,
ma è lei, piena, che guardo
– che in-tendo, e intanto trito.

La ricchezza di un momento d’argento
che finisce e si fa oro
nel buio salato
della padella
che scotta e non attacca.

S’cinche

venerdì, 19 Maggio 2006

As I lie in my bed there’s a space in my head

where there used to be colours and sound.

[S. Hogarth, Marbles I, 2004]

La Luna e i falò

martedì, 4 Aprile 2006

Al suo primo giorno di luce, la falce sottile si alza lenta da est. Ce l’ho lì davanti per l’ennesima volta nella mia vita, quella falce che mi rincorre, mi rincorre sempre e da sempre e verso la quale anch’io sto sempre puntata, che uso per orientarmi, cosicché anche stasera punto verso di lei, verso di lei, versodileiversodilei, e stringo forte il volante ché non mi sfugga – vigliacco – quando la strada inizierà a salire, a salire, e invece di andare ad Afragola, a Frattamaggiore, ad Aversa, a Sant’Antimo, a Giugliano, punterà dritta a quel taglio sulla volta celeste, lì, lì, proprio lassù, e allora sì che ci vorrà coraggio per non staccare il piede dall’acceleratore, per non uscire a Casandrino e andare invece dritto, seguire la strada, in salita, in salita, oltre il tramonto, oltre le due colonne di fiamme, una lì e una laggiù, che festeggiano l’inizio della primavera gareggiando festose, festose, festose, certo, vediamo chi tocca per prima le nuvole, dicono i loro leggeri pennacchi di fumo nero, ma in un minuto sono già passati, non si vedono più e intorno al volante (vigliacco, codardo, sta’ fermo, portami dove dico io, non dove vuoi tu) si intrecciano edere verdi di pensieri – sì, sì, verdi, ce li ho sempre verdi i pensieri come ho bianchi i capelli – finché il volante non è una luna piena, gialla, piccola, lucente, che ci sto aggrappata e mi porta verso quell’altra luna, quella che sta sospesa sopra questa terra livida e ammalata di cui non si può parlare e non si parla perché non si fa, so’ luoghi comuni e non ci interessa, nun ve facite vede’ che state a guarda’, e perché pare brutto, non si fa, non si fa anche se, soprattutto anche se. Ma che ci devo fare, stasera ci sono questi falò sulla pianura tra le colline e il mare, tra le cave e il mare, ché dal mare non li vedrà nessuno perché da lì c’hanno ‘o mare che vir’ quant’è bello e non si voltano mai a guardarsi dietro le spalle, mentre qui c’è una puzza che si muore, che si muore, che si muore nel vero senso della parola, perché quando non sono solo l’aria e l’acqua che puzzano ma anche la terra, la terra, se puzza anche la terra allora sì che si muore, si muore veramente. Perché chi non l’ha sentito non lo sa, che quando la terra puzza – chi l’ha mai sentita  la puzza della terra che muore, la puzza della terra morta? – si appassisce e si impazzisce, e fuor di metafora, perché si impazzisce e si appassisce dentro, sotto, sotto la pelle, impazzisce la fibra stessa di cui è fatto quel che siamo, fin dentro l’ultima delle cellule. Ché se muore lei lo stesso succede a noi, a noi che siamo il riflesso suo, di lei, di lei che è avvelenata e genera piante e animali ed esseri umani fragili, ammalati, già morti, già morti da qualche parte, dentro. Ma stasera si vola, sui falò e sulla terra gialla di tufo e sole, con la luna per volante ma anche per direzione, ed è assurdo, lo so, perché è un sogno che ho fatto l’altra notte, dove non c’erano i falò (quelli no, sono veri) ma c’era la falce di luna verso la quale io salivo, viaggiavo, andavo, a piedi ma veloce come in macchina o in treno, su una strada come un’autostrada ma che era l’Asse Mediano, fatta come d’asfalto ma di vetro, di vetro, come se al posto di quella poltiglia di materie minerali inerti impastata di bitume nero ci fossero pezzetti di vetro, trasparenti e impastati con la UHU liquida, per dire, che a guardarsi sotto i piedi i Regi Lagni, i viadotti ferroviari, i casali abbandonati e i campi diventavano piccole macchie dai contorni tutti a punte, frastagliati, eh, frastagliati, fra-sta-glia-ti, ed erano sempre più piccoli perché intanto continuavo a salire verso la ferita, il taglio, la lama, la falce sospesa nel cielo dove qualcuno mi aspettava per il ricorrere dell’ennesimo primo giorno di luna crescente, che noi lo si onorava sempre, sempre, sempre, e non ce n’era mai uno che passasse senza almeno un sorriso, uno sguardo, una parola che tra noi la portasse alla luce, la falce nel cielo, e nel sogno andavo far questo, ecco, a onorarlo di nuovo dopo tanto tempo, che lì c’era chi mi aspettava, un nome e un paio di mani, credo, non ricordo altro, e quel nome e quelle mani dalle dita sottili stavano oltre il tramonto e le discariche, oltre la terra morta e l’Asse Mediano, e il sogno l’ho fatto che era luna nuova e poi stasera che ho preso la macchina per andare dove dovevo andare sono uscita dal garage e me la sono trovata davanti, la falce, la ferita, il taglio nel cielo, ed ecco, ecco, davanti, sul parabrezza c’avevo anche il sogno dell’altra notte, e la salita del garage non finiva davanti al solito cancello, no, tirava dritto, su, in alto verso la falce, come ogni strada che stasera prendo è sempre lì che punta, dritta verso quell’orlo sottile di luce. Sono uscita dal garage e me lo sono trovato davanti, il sogno dell’altra notte, allora, eh, e adesso non ci posso fare niente, la terra e l’aria bruciano e tutte le strade che incontro, se ho il coraggio di mantenere la rotta, è lì che portano, lì, verso la falce sottile e chiara, e allora io è lì che punto, non mi interessa, me ne frego, stasera ci vado, ecco, perché ho trasformato il volante in una luna e adesso è lei che mi porta là, oltre i falò, oltre i falò e oltre il silenzio, oltre Grumo Nevano e la Perimetrale di Melito, oltre Mugnano, Calvizzano, Arzano, Marano e Chiaiano, perché i nomi sono nomi, che diamine, cantano, prima li canti e poi li capisci, hanno il profumo della loro latitudine e il sapore della loro longitudine anche sotto casa, anche dietro l’angolo, anche dove la terra muore e la sola religione è quella del cemento, del muro, della scatola dove stipare esseri umani come formiche ma che non hanno l’intelligenza di branco delle formiche, e allora che si deve fare, che si deve fare se non ricominciare, ricominciare dal pensiero, dal pensiero che per esempio i falò sembrano sparsi a casaccio su questi nomi che cantano la loro latitudine e longitudine e invece non è vero, non sono sparsi, io so dove sono, so quali sono i punti esatti di questa terra in cui quei falò bruciano, sotto la luna e sopra il tufo, e saprei indicarlo esattamente, dove sono, sulla mappa e sulla terra, potrei prendere qualcuno per mano e guidarlo fino ai piedi di ognuno dei falò che sono accesi stasera e che si accenderanno nei prossimi tempi, perché anche questo so, dove, come e quando si accenderanno ancora, perché anche la follia degli esseri umani si morde la coda come gli anni e le stagioni, e qui tutti gli anni è sempre lo stesso, sempre lo stesso, che torna la primavera e la terra brucia, brucia nel silenzio dei nomi di questa terra di mezzo dove non succede mai niente e al primo giorno di luna crescente le colonne di fiamme si mischiano a sogni e ricordi, e allora che si fa?, niente, niente si fa, perché per ognuno di quei falò si fanno cento e più funerali, che sembra quasi che siano pire d’altri tempi, strade di fumo che portano fin sulla soglia della casa della luna tutto, tutto, il nero che insozza il cielo, la diossina e i nomi delle terre e delle persone che per quei falò muoiono, e allora che devo fare, sto salendo e ormai per non cadere mi aggrappo, mi aggrappo e basta, e intanto le ruote prendono la rampa che sale e non fa niente se per andare dove devo andare ci metterò un po’ più di tempo, no, davvero, non fa niente, non fa niente, non fa proprio niente, stasera faccio il giro lungo, e non fa proprio niente. Se per andare a Trieste certe volte passo per Grado, o se per andare in Molise certe volte scavalco il Matese… be’, veramente, questa volta non farà la benché minima differenza.

Di bianco e sangue (ovvero: capelli un po’ così)

venerdì, 17 Febbraio 2006

Quando qualcosa si conclude e un nuovo ciclo sta per inziare, arriva un momento in cui non si è dentro e non si è fuori, e non è prima né dopo, quello che si è concluso non ci ha ancora abbandonati e quel che verrà ancora non si vede. La soglia, la luna nuova, il nuovo giorno che comincia nell’ora più buia, quando nel sonno si scioglie la stanchezza di quello appena trascorso, rinnovando le energie in vista del prossimo. Succede tutto, in quel momento, ché stasi e movimento non possono essere distinti l’una dall’altro, e insieme accadono, succedono senza succedersi. Sono.
Fosse per me, non parlerei d’altro per tutta la vita. Solo di quel momento, anche se non so come si fa, anche se una vita non mi basterebbe, come non mi basterebbe tutto il tempo del mondo per vedere tutto quello che c’è da vedere su questa terra. E nonostante questo, bisogna arrendersi allo squilibrio delle proporzioni. Fosse per me non parlerei d’altro, se non dell’acqua e dei suoi movimenti segreti, e poi di tempo e rivolgimenti. E del momento del nesso, della soglia, del mentre e del ventre, del varco, della porta e dei suoi intorni, destro e sinistro – e delle ginestre, le piante che nella flora delle mie parti ne sono il corrispettivo naturale. Ci sono momenti in cui non mi pare esista altro di cui valga la pena parlare. Come questa sera, per esempio. Ma il raffreddore dice che non è il caso. Non adesso, almeno. Resto allora sulla soglia, con il naso bloccato e gli occhi che sembrano la cascata del Torrione della reggia di Caserta, guardando la serata scivolare, tipicamente quanto inesorabilmente, verso lo status un po’ così.
Le serate sulla soglia, le serate un po’ così, almeno per quanto mi riguarda, silenziose e distratte, sono insieme frenetiche e languide, ché insieme mi sono care e detestabili. Oggi è finito, domani non arriva e io non riesco a decidere se fare questo o quello. Eppure qualcosa ribolle, non so cos’è, ma.
Così: ma e punto. Ma.
Andrebbe bene anche: e.
Una congiunzione e un punto, forse, potrebbero bastare per dipingere una serata un po’ così.
E allora non si fa niente, e si resta in ascolto.

Spengo il pc, faccio una doccia, vado in cucina. Metto sul fuoco il bollitore con un po’ d’acqua, mi siedo sul tavolo. La cucina è la stanza più grande, in questa casa. In fondo, nell’angolo accanto alla porta finestra, c’è il ficus benjamin zingaro che d’estate sta sul balcone e d’inverno mia madre sposta in casa per evitare che le gelate notturne gli brucino le foglie. E’ una pianta rigogliosa dalle fitte fronde verde smeraldo, in salute, alta quasi due metri e con un bel tronchetto di legno chiaro chiaro… ha tanti anni, ormai, fu il primo regalo che feci a mia madre mettendo da parte qualche spicciolo, da bambina. Avevo otto o nove anni, e quando la comprai era un rametto che spuntava dalla terra, tutto fiero delle sue dieci foglioline. Compreso il suo vaso, allora era alto quanto me. In quasi vent’anni è diventato il guardiano della cucina, e di questa casa.
Mi piace guardarlo, nelle sere un po’ così che poi diventano notti, quando tutte le voci del giorno si sono spente da un po’ e il solo rumore che si sente è il soffio del metano che brucia sotto il piccolo bollitore, finché i pensieri si spengono del tutto, diventano verdi e iniziano a metter radici. Allora penso che fra poco, sì, sentirò anche il rumore che fa mentre esiste, mentre vive… ma poi ecco, da qualche parte nella sua chioma si stacca una foglia secca, nel silenzio notturno (che poi è il sommesso ronzare del frigorifero) fa un rumore secco che rompe l’incantesimo dell’attesa con un breve crepitio. Io non ho sentito proprio niente, i pensieri tornano veloci ai loro colori consueti e il ficus torna alla sua esistenza verde e forte – al di fuori delle frequenze umane – che spande silenzio e calma. Così mi diceva il nonno, quando ero piccola: negli alberi e le piante il tempo si sedimenta, e diventa una forza che non vuole modificare il mondo né fare del male. Negli uomini, invece, il tempo brucia e così li fa luminosi, inquieti e diversi da quello che erano un attimo prima, in ogni momento. Chissà cosa aveva in testa, quando rispondeva così alle domande che gli facevo sulle piante che coltivava nel suo orto. Chissà.
L’acqua bolle. Mi sorprendo, d’improvviso, a sentirmi vecchia. E non è per i vent’anni del guardiano della cucina. Meglio ancora: invecchiata, più che vecchia. E’ normale sentirsi così alla fine di un ciclo, credo. Invecchiata, e un po’ stanca.
Guardo la tazza fumante sul tavolo. Intorno a me ci sono tazzine da caffè e posate tutte diverse le une dalle altre, testimoni di decenni diversi, e l’odore di quello che s’è mangiato a cena. Ci sono anche pensieri, che corrono all’amico che domani ha l’esame, a quanto importante sia stato questo quattordici febbraio per le persone che abitano qui, al profumo di soddisfazione che di questa giornata ancora persiste, attaccato alle pareti. E c’è anche quell’altro, di pensiero, che da anni non mi abbandona mai.
Nel cuore di una notte un po’ così, sulla soglia tra un questo che sta per andarsene e un quello che sta per arrivare ci si sente vecchi – fin sulla lingua, ma ancor di più fin dentro l’immaginazione.

Dal ficus si stacca un’altra foglia. Viene da lontano, lui, da luoghi caldi in cui non c’è necessità di perderle tutte quando arriva una data stagione. Il suo ricambio è quindi costante, al ritmo di poche alla volta si rinnova per tutto l’anno. Stanno di nuovo per farsi verdi, i neuroni, quando alle spalle mi distrae un fruscìo di stoffa. Deve essersi accorta della luce accesa.

– "Ma che ore sono… tutto a posto?"
– "Mh-mh. Non riuscivo a dormire. Tisana"
– "Sì, ma cerca di non far mattina"
– "No no, tra poco vado a letto"

Resta lì, dietro di me che sto seduta, forse si stropiccia gli occhi, che ne so, poi sento una carezza, lieve, sulla testa.

– "Uh, ma quanti capelli bianchi che hai messo…"
– "Mh-mh… visto?"
– "Eh. Sempre con la coda o la testa fasciata, non me ne ero resa conto. Sono molti di più dall’anno scorso…"
– "E sì…"

Sospira, malinconica: di questa storia dei capelli bianchi le dispiace. E’ un marchio della sua famiglia, e quindi anche della nostra. Se non li tingesse, i suoi sarebbero quasi completamente d’argento, e non ha passato da molto i cinquanta. A lei sono spuntati a venticinque anni, io a diciassette anni avevo già la mia prima ciocca. Lei se ne sente colpevole, e io non sono mai riuscita a ficcarle in testa che non mi danno alcun pensiero, anzi. Mi piacciono, in qualche modo. Perché mi piace che qualcosa di lei navighi nel mio sangue e perché sono un segno che mi risparmia la fatica di dire qualcosa che sarebbe troppo complicato spiegare a parole, e che invece sta lì, si vede e basta, e io non ho bisogno di dire niente. Ci sono giorni in cui questi precoci capelli bianchi sono una benedizione, altroché, roba che mi viene quasi da ringraziarla per avermeli passati. E lo faccio, in effetti, tutte le volte che qualche amico mi dice – proprio come ha appena fatto lei – "uh, ma quanti capelli bianchi che hai messo", e io sorridendo rispondo: "eh… è mia madre".

Non ho bisogno di girarmi per sapere che è ancora lì, anche lei sulla soglia. Mi raggiunge, di tanto in tanto, nelle notti un po’ così in cui il mio passo non è abbastanza leggero o il suo sonno non abbastanza pesante. Tiro indietro la testa finché a sostenerla non incontro il tepore del suo ventre, che è quello che mi ha messo al mondo.
Il ventre. Il mentre. La soglia. E’ tutto qui che succede. Qui, sulla soglia. Ho sonno e non riesco a dormire, questa giornata non si è ancora conclusa ma non è ancora domani.
Qui succede tutto, qui si gioca tutto, e proprio per questo è un posto che può diventare pericoloso, se ci si attarda troppo. Lei, che lo sa, quando se ne accorge mi raggiunge. Per non lasciarmi sola. Per darmi una spintarella. Ogni volta ci prova, tenta di portarmi via.

– "La tisana è finita. Andiamo a dormire, che dici?"
– "Mh-mh"

Tre passi, e sono in camera mia. Con uno sbadiglio ci salutiamo.

– " ‘notte"
– " ‘notte, ma’ ".

Non me li tingerò mai, i capelli.

Punto d’appoggio (ovvero: disincanto di un musico trentenne)

lunedì, 30 Gennaio 2006

Raga’, ma dico io… che ci frega delle donne, quando esiste l’assolo di "Superstitious"?

Speedway

martedì, 19 Luglio 2005

I get so nervous I’m shaking,

gets so I got no pride at all.

Gets so bad but I just keep coming back for more,

I guess I just get off on that… stuff.



I’m thinking about taking some time,

I’m thinking about… leaving soon.


I got some things I can’t tell anyone

I got some things I just can’t say.

They’re the kind of things no one knows about,

I just need somebody to talk… to me.



I’m thinking about leaving tomorrow,

I’m thinking about being on my own,

I think I been wasting my time,

I’m thinking about… getting out.


(…)




I’m just trying to get myself some gravity,

you’re just trying to get me to stay.

Sometimes I sit here looking down upon Los Angeles,

sometimes I’m floating… away.



[Adam Duritz, Speedway, 1999]

Notturno Urbano

venerdì, 24 Giugno 2005

Non riesco a dormire. Intorno alle tre mi si aprono gli occhi e, visto che alle tre e mezzo il sonno non torna, decido di alzarmi. Quando succede, ogni tanto, faccio presto ad innervosirmi… lo spettro dell’insonnia mi fa rabbrividire, e sì che stanotte il caldo è veramente soffocante, come da copione per questo periodo. Tuttavia a questo caldo sono abituata, e ancor di più mi stizzisce il fatto di avvertire una profonda stanchezza: ero andata a dormire, infatti, un po’ prima del solito proprio perché questa sera la giornata a Napoli, lo studio e il caldo si erano fatti sentire in maniera più forte del consueto. Il che non fa che inasprire ancor di più l’umore, perché detesto il modo in cui questi periodi di inattività fisica – a volte anche relativamente brevi – pesano sul corpo, anche più di intere giornate dedicate a spaccar legna o a girare l’orto. Sembra, però, anche questa una stanchezza naturale, in qualche modo, forse segno di qualcosa che sta per esaurirsi, e che alla fine del suo corso vitale procede più lentamente e si stanca prima, come succede ad ogni cosa quando invecchia.

Mi alzo, allora, tiro su la persiana e dalla mia stanza fugge via veloce il caldo, facendo posto ad una secchiata di aria spessa, pesante, umida ma fresca, che mi richiama fuori, fuori, fuori. Sul balcone, almeno. Tiro su un’altra persiana, allora, e la notte per un attimo mi sembra un sogno fatto di porte che si aprono, ma l’immagine sul balcone mi scivola sui piedi nudi, e il contatto con la temperatura del pavimento freschissimo se la porta via, chissà dove.
Intorno, l’aria è immobile. Fresca, ma immobile. Le sagome delle case sembrano stampate sullo sfondo nero delle pendici del Tifata. D’un tratto, metto involontariamente a fuoco il secondo piano del paesaggio, e mi accorgo di una rada foresta di gru piantate qua e là un po’ ovunque, che disturba la vista in tutte le direzioni. E’ vero, già, da qualche mese a questa parte i lavori per il completamento dell’area Urban 2 procedono a ritmo serrato, e ormai i cantieri non si contano più. L’Urban 2, l’ex area industriale della mia città ora smantellata, inizia a poche centinaia di metri da casa mia, ed è la zona dove tra non molto verranno trasferiti il Policlinico universitario, molte sedi di uffici regionali e comunali, e che si prepara ad accogliere anche un’infinità di esercizi commerciali e di nuovi abitanti, per i quali è stato stato costruito nei dintorni in non più di un paio d’anni un numero di condomini a sei-sette piani non facilmente quantificabile così, a occhio. Ci sarebbe quasi da esserne felici, considerate le possibilità lavorative che questo luogo attualmente offre, ma c’è qualcosa d’altro che fa pensare che le risorse di quest’area non saranno messe a disposizione dei cittadini in maniera equa. Ma questa è un’altra storia, e per il momento sono le gru ad attirare la mia attenzione, gru a riposo che vegliano su cantieri sempre aperti, dove anche a quest’ora tutto quel che può continua a restare attivo. Cerco di immaginare ciò che questo quartiere – da sempre uno dei più tranquilli dei dintorni – diventerà di qui a un anno, e quello che vedo mi mette addosso una profonda inquietudine, come ogni volta che ci penso. Anche qui qualcosa sta per esaurirsi, anche qui un capitolo sta per concludersi, anche qui le profonde trasformazioni che hanno sfinito questa terra stanno per essere portate a compimento. E lo sento. Sento che è ora di andarsene. Siamo diventati un tumore per la nostra terra. Nell’unica regione d’Italia in cui la crescita non è a zero, ci moltiplichiamo secondo ritmi che non hanno più nulla di sano, più come cellule impazzite dentro un corpo malato che come una numerosa prole. E non abbiamo nemmeno la swarm intelligence di certe specie del regno animale, noi. No, nemmeno quella. C’è una logica di branco in questo popolo, questo è certo, ma non è intelligente. Se così non fosse, la nostra presenza non farebbe tanto male a questa terra, ed essa non sarebbe costretta ad infliggerne a noi, pur di liberarsi dal dolore che le arrechiamo.

E tendo lo sguardo, l’udito alla notte che avanza.
L’aria è così satura di umidità che i lampioni proiettano sulle strade deserte coni di luce gialla dai contorni definiti, mentre da un’ora non s’è ancora sentita passare una sola auto e gli unici suoni udibili sono la lontana voce di mio fratello – che qualche stanza più in là tiene durante il sonno una delle sue solite conferenze stampa – e il placido ronzare dell’elettricità nei muri delle case. E’ un rumore che normalmente detesto, eppure in questo momento mi sembra qualcosa di prezioso in confronto a quello che ci attende, come prezioso mi sembra il profumo dei fiori della grande magnolia sotto la quale ho giocato per tutta la mia infanzia… ora solo un’enorme sagoma indistinta che si erge nel buio con coraggio e tenacia nel mare di asfalto e cemento che la circonda, e che ancora cerca, ogni anno, di alleviare i nostri polmoni dai miasmi notturni che provengono dalle discariche dei dintorni. E stavolta, in questa notte di totale assenza di vento, è lei ad averla vinta. Dalle vecchie cave di tufo abbandonate e coperte di incolta boscaglia a cinquanta metri da qui, ancora, arriva un piccolo gruppo di lucciole, che sosta nel giardino sotto il mio balcone come a voler consolare il grande albero per la perdita delle stelle cancellate dalle luci cittadine. Dopo tutto, qui c’è ancora qualcosa che funziona.

Arriva una coppia di merli a zampettare qua e là nel giardino, e fischiando allegramente rompe il silenzio di questa notte immobile. Si fa viola il cielo a est. E’ giorno.