Articoli marcati con tag ‘in somnus’

матрёшка

mercoledì, 26 settembre 2007

I was looking down at you smiling up at me
For once I held you tight, but shadowed hands grabbed at me.
Your head was in the clouds, now those clouds are in your head.

*

Cosa c’è? Che vuoi? Spunti dal nulla ogni volta, nel bel mezzo dei sogni, e sei esattamente il contrario di quello che di te ho potuto vedere e conoscere quando ti ho incontrato. Una volta, mi ricordo, ti ho stretto la mano e ho sentito il tuo odore. Sapevi di tabacco e di legno di pipa, come papà quando ero bambina. Pensavo che non sarei riuscita ad afferrarlo, quell’odore, e rimasi allora nascosta tra chi ti stava intorno senza cercare di parlarti, avendo cura di restare sempre appena oltre il confine del tuo campo visivo. Ascoltavo e mi cacciavo dentro quel profumo di pipa vecchia e mi dicevo: lo perderò.
La volta successiva in cui ti sono passata accanto, anni dopo, l’ho ritrovato intatto, sepolto da qualche parte nella memoria – che in quel preciso momento scoprii essere quella che mi funziona meglio – del naso. E proprio da allora in avanti ho cominciato a prestarle più attenzione e affetto. Ma sempre lontano sei rimasto per me, e io al di là dell’orlo della tua coda dell’occhio.
Ma quando vieni a visitarmi in sogno è tutto il contrario di quel che è stato fino ad oggi. Nel suo lavorìo notturno l’anima, artigiana, ti usa come contenitore per altre cose, altre parole, altri significati. E così spesso vieni fuori così, col tuo sguardo azzurro, le braccia forti e le mani grandi, la pipa e un sorriso in procinto di aprirsi, e là dove in passato sono riuscita a restare in ombra qui non posso nascondermi, nemmeno se ci provo. Nel sogno tu mi vedi. E non solo: mi ri-conosci, talvolta mi segui senza dire una parola per distanze che non so calcolare. Allora tento di liberarmi di te accelerando il passo, prendendo di scatto strade che spero tu non conosca ma, siccome di solito nei miei sogni si va a piedi, mi prende a un certo punto un senso di stanchezza e di inevitabilità che non so dire. E puntualmente mi arrendo: mi fermo e tu mi raggiungi con due passi, mi siedo su un muretto e arrivi con la faccia che dice “ma dove credevi di andare?”. Non mi sei quasi mai gradito, al principio. Devo arrendermi anzi alla tua presenza, accettare di essere nei tuoi occhi. Solo dopo, poi, parli. Parli, e la maggior parte delle volte le cose che dici sono domande. Qualcuno ti ha detto di essere preoccupato per me e tu vieni a vedere se sto bene o, se si tratta di qualcosa che è già stato, a domandare cosa è successo. Di norma, quando arriva il momento delle domande stiamo camminando. Anzi, a dire il vero mi pare di ricordare quasi soltanto interminabili camminate, nei sogni in cui ti fai vedere. Parliamo senza mai smettere di camminare, insisti per accompagnarmi nel posto in cui sto andando, o mi chiedi di seguirti. Percorriamo strade, passiamo portoni, saliamo scale, guardiamo fontane, incontriamo persone, parliamo con loro e poi proseguiamo, e in nessun sogno siamo mai arrivati da qualche parte.
Poi ci sono le volte, più rare, in cui quando arrivi già sai cosa sta succedendo, e ti evito proprio per questo. Ti detesto in quei momenti, non domandi né vieni per camminare, bensì per farmi fermare: in una stanza, su una panchina, su un muretto lungo una strada. Una volta hai guardato a terra per un tempo che mi sembrava non finire mai, poi a un tratto hai cominciato a parlare, a raccontare delle storie che già conoscevo senza mai smettere di fissare la strada, l’erba, il suolo, il pavimento, la massicciata, quello che era. A volte qualcosa si rompeva, poi. Mi aggrappavo da qualche parte, sentivo un enorme buco aprirsi nell’intestino e tu non smettevi di guardare altrove, mentre io morivo per il terrore di sprofondare. Poi non so come finiva che a un certo punto iniziavo a sentirmi al sicuro – la tua voce è la sola cosa che di te conosco veramente – e ti dicevo qualcosa, oppure provavo a dirla ma  tu mi fermavi prima, non so, comunque talvolta era un cenno con la testa come per dire “è inutile che hai paura, non serve”. Allora il sonno mi prendeva per davvero, e nel sogno mi addormentavo.

L’ultima volta, l’altro giorno. Era una di quelle, solite, in cui vieni per domandare. Volevi sapere qualcosa di cui non volevo raccontare. Poi hai sorriso, e hai preso a scherzare. Un paio di cuppìni, qualche gioco di parole, silenzio. Poi hai tirato fuori la mappa e ci hai viaggiato sopra con la punta del dito, a lungo, seguendo alcune linee. C’erano dei punti segnati col pennarello giallo. Il fatto che ce l’avessi tu era perfettamente logico, di domandare come fosse arrivata nelle tue mani non mi è passato nemmeno per la testa. Continuando a camminare, chiedevi.

– Anche qui?
– Sissì.
– E qui?
– Siiì.
– E qua che c’è?
– Le rotelle dei cavi per tirare su la barra del passaggio a livello, per esempio.
– Ah, ancora! E qua?
– Mele. Un sacco di mele.
– E qua?
– Il deposito senza tetto.
– Qua?
– Ancora non ci siamo arrivati, ci andiamo la settimana prossima.
– Vengo con voi.
– No.
– Perché no?
– Ci vado con papà. Tu non puoi venire.
– Perché?
– Perché non esisti.
– Ma che dici?
– Lo sai, che dico.
– Non esagerare.
– Non lo so se esagero. Però tu non fare finta di non capire.
– Va bene, va bene. Verrò quando non c’è tuo papà.
– Eh, vabbe’, poi vediamo.
– Ti te provi sempre mandarme via.
– Tu me staje semp’ ‘ncuòllo ‘ncuòllo.
– E’ la ferrovia.
– No, è che si’ nu scassambrèll’, ormai te conósso massa ben.

Hai riso forte. Hai tirato fuori dalla tasca un quadernetto con la copertina marrone e hai scritto qualcosa. E si camminava, sempre si camminava come altre volte, e non mi perdevi d’occhio e non rispondevi alle mie domande. Fumavi la pipa e di tanto in tanto ti fermavi a guardare dritto davanti a te. Cosa vedi?, avrei voluto chiederti, ma non l’ho fatto. Non avresti risposto nemmeno a questo, anche se quando parli fai quel gesto di chi è abituato a spiegare, con la mano che da sé va verso l’altro, aprendosi continuamente. To’, sembra che dica, prendi. Come fa quell’altra voce che non ti somiglia in niente, se non forse in questo gesto. E m’è tornato in mente: anche a lui, ricordo, una volta volevo chiedere “cosa vedi?”, mentre parlava guardando dritto davanti a sé. Ma poi non l’ho fatto. Stavi domandandomi di lui, quando mi sono svegliata. Peccato, mi sarebbe piaciuto sapere cosa ti avrei raccontato. Chissà.

Quanto è lunga e fin dove arrivano questa corda, questi binari.

Ancora la luna nel pozzo (frammenti di un discorso tra idiomondi)

martedì, 4 settembre 2007

Mi sembra che mi parli della luna.

*

Sì, è vero. Quando mi capita di discorrerne – più spesso con te, di recente, ma mi succede quasi tutte le volte che ne parlo con qualcuno di altr’ove – ho anch’io la stessa sensazione. Lo sento nel momento stesso in cui lo sto dicendo, quanto lontano e diverso è quello che ti racconto rispetto a quello che puoi aver vissuto, visto, conosciuto tu, nella tua vita. Tu che sei tu, ma a volte insieme a lei mi diventi l’Altro – per eccellenza più che per antonomasia – cui tentare di spiegare, rendere accessibile o quanto meno comprensibile la luna su cui sono nata. Per questo stesso motivo, quando troviamo un punto di contatto dentro una una stazione abbandonata, un pagliòne, una s’cinca, nell’averci ‘ncora posto pa’ i vostri pugnài… per questo stesso motivo, dico, quando troviamo una qualsiasi cosa, pur microscopica, che ci dice che la vita è diversa ma in qualche modo si somiglia anche tra punti tanto lontani della mappa, be’… la meraviglia è sempre grande. Non è stupore, no, ma meraviglia sì. Ed è una meraviglia che sa essere faticosa, anche, e quanta più fatica richiede tanto più generosa sa essere di godimenti, di rimando. Italiani, contadini smemorati, avevamo affettuosamente riso quella volta.
Ma è anche un problema difficile, per me. Devo dirlo e ammetterlo, perché mi costringe a dire io: se parlo di questo, se voglio parlarti di questo, non posso darmi del tu, perché devo darlo già a te e soprattutto perché sarebbe vile. Se ti parlo di lei, non posso usare un altro pronome. Devo tornare dentro io, anche se sono ingrassata dall’ultima volta che l’ho usato e adesso stringe, mamma mia quanto stringe, sega i gomiti, le spalle, le ginocchia, la pancia, e fa respirare corto. Devo solo sperare che il tessuto di cui è fatto ceda un po’, con il tempo, e intanto provare a muovermici dentro. Un po’ alla volta, forse.
Ma comunque, dicevamo: la luna.

 Ti stavo parlando di una domenica pomeriggio d’estate come tante altre, in effetti, ti facevo vedere i posti in cui eravamo stati, si parlava di terremoti – quello della terra mia e tua – di abbandono, di ortiche, di cenere, di tafani, del silenzio che con il tempo si prende le cose e le persone che c’erano, e tuttavia non sono andate via. Di profumo di paglia e di menta, anche, incidentalmente. E ti chiedevo e da te com’è stato?. Per non perdere il filo del discorso, come altre volte, mi stavo persino dimenticando di andare a dormire. La meraviglia potrà anche essere faticosa, eppure continuare a fare di questi scherzi: ti raccontavo della luna, sì, e infatti a un certo punto hai detto ma sai che una stazione abbandonata anch’io? Ah!

E’ successo che in treno, giorni fa, ho fatto un sogno. Tiravo la corda di un pozzo, una corda spessa quanto il mio avambraccio e intorno alla quale non riuscivo nemmeno a chiudere le mani. Tiravo, ma non si muoveva niente, quel che c’era all’altro capo era troppo pesante. Poi, una voce dietro di me: era lui, che non vedo da tanto tempo, l’amico del minimo, dell’infimo e del particolare, come gli piaceva dire allora, che aveva amato farsi raccontare – per anni! – questa terra che non avrebbe avuto modo di conoscere altrimenti. Ha ripetuto una cosa che ha detto una volta, e poi mi ha aiutato a tirare. "Cosa stiamo tirando su, Ma’?", gli ho chiesto. "E’ il paese!", ha detto. "Eh? Ma cosa è il paese?". "Il pozzo! E tira!". "Ma’, ma sei impazzito?". "Eh! Scema, ma tu non sei di giù?". "Ma…", "e secondo te che significa? Tira!". "Ma pesa come la luna, diosanto…". "Embe’, è la luna!". "Ma che staje a ddìcere?", "eh, ma quanto parli! E tira!". E ho tirato. Così tanto che lo sforzo mi ha svegliata. Ero sudata, i muscoli tutti contratti, dalla faccia ai piedi, il Perlesvaus stretto tra le mani, schiacciato sulla pancia. Mi ero addormentata studiando, ché Lancelot si era appena calato nelle cisterne sotto il castello della Prova. Accidenti.

Due giorni dopo ero altrove, in un altro dove, altr’ove. Giù. A sud dove, dopo la generosa pioggia di su, avevo trovato l’estate mediterranea di Dino Campana, vasta, ardente, notturna, assetata. Ma una notte mi sono ritrovata davanti allo stesso pozzo. E siete arrivate voi, che pure mi avete aiutato a tirare. Pioveva, anche. Vi ho detto allora di aver sognato che questo paese è un pozzo. Voi avete sorriso e avete detto "bella scoperta… noi di su, tu di giù…". "Ah. E come si fa, allora, scusate?". "Come abbiamo fatto fin’ora, no?". Ho fatto una faccia che non so, comunque si doveva vedere che non avevo capito perché avete poi detto, insieme: "con la corda!". E poi hai aggiunto: "bisogna attaccarla al treno, ora che parti, però". "Perché?". "Perché così la tiriamo su senza farci male, forse". "Ma sono ottocento chilometri!". "Eh, va ben, ce la facciamo. Basta che non dimentichi il quaderno a casa". Accidenti di nuovo, stavolta alle urla dei pavoni del vicino: voi e il pozzo siete rimaste lì, insieme a quel che c’era sul fondo, e io mi sono svegliata.

Da allora, quel pozzo non mi lascia. Oppure sono io che sono rimasta lì anche se mi sono svegliata, non lo so. Guardavo una mappa l’altro giorno e ancora ci pensavo: un pozzo, forse, e non uno stivale? La sensazione, in effetti, talvolta è quella di venire dal fondo, dal profondo. Dalla luna. Poi leggo da lui uno sguardo da una finestra aperta a Sud, sui certi boschi dal nome famoso che ha scoperto essere una grande foresta, e non il massiccio brullo ed arido che ci hanno fatto credere in anni e anni di telegiornali, e in questa meraviglia mi pare emerga in trasparenza qualcosa di essenziale. E allora si vede che la luna c’è. Esiste. E anzi, non è una sola, ma tante. Io stessa, prima di metterci piede, cosa sapevo di quello che c’era qui, quassù?

In quelle due sere, per esempio, che intorno a un tavolo si condividevano cose, memorie grandi e piccole, associazioni d’idee e parole a casaccio che costruivano piccoli mondi condivisi… ero lì che ascoltavo, bevevo le vostre come frammenti di un mondo mai visto mentre dietro gli occhi si mettevano accanto ai frammenti del mondo mio, fatto di ferro e storie vecchie (non antiche, soltanto vecchie) e abbandono, e prevaricazione e monnezza, e pensavo: mi muovo non fra due regioni, ma tra mondi diversi. Quando mi trovo nell’uno puntualmente l’altro mi sembra, negli occhi di chi mi sta di fronte, così lontano da provare una qualche difficoltà nel pensarli all’interno di uno stesso confine. Eppure ci stanno e che meraviglia è anche questo, ché si incontrano in così tanti punti se uno sovrappone le mappe. Insomma, questa striscia di terra lunga lunga, distesa, anzi, no, profonda sul mare… come funziona? Così il sogno: è un pozzo. Se è un pozzo io sono nata a tre quarti, non proprio sul fondo ma comunque lontana dall’orlo, e vado su e giù con questa corda di binari, faccio la spola tra le lune di sopra e quelle di sotto, forse. E da ogni capo della corda trovo occhi che ignorano cosa c’è dall’altro lato. Se è un pozzo, forse ha due uscite da cui passano bagliori, voci confuse, poco altro. Nessuno di sopra sembra voler sapere quello che c’è lì sotto, quelli di laggiù non domandano mai cosa c’è lassù. In genere, ci si accontenta di qualche cartolina catodica sbiadita, e a chi viaggia lungo la corda resta solo una meraviglia che non si spegne mai, e quella voglia di raccontare e ascoltare prima o poi sempre spezzate da uno sguardo che si volge altrove, da un ma comunque che cambia argomento. Perché succede questo? E perché si deve tirare, perché si deve viaggiarla, quella corda? Perché non sappiamo cosa succede in questo pozzo che ci ospita, dal fondo all’orlo? E il punto qual è? La corda? La luna?

Penso al mio minuscolo caso, allora. Alla biciclettina di lassù, e alle stazioni e ai paesi abbandonati dove si cammina tra cenere e mosche di laggiù. E alle voci per le quali dire di questa e quell’altra parte non è inutile, ché non è una questione di utilità ma di memoria, e la memoria è una cosa che non è mai solo mia o tua o sua – come la terra. C’è, esiste, e di qualunque memoria si tratti dice qualcosa che non parla solo di chi la sta dicendo. E non c’è bisogno di spogliarla, non c’è bisogno di privarla dei suoi toponimi per renderla condivisibile, anche se si tratta della Luna. Non è quello il punto.

Per cui ecco, sì, spesso mi sorprendo a parlare della luna e a sentirla luna, la terra di cui ti sto raccontando, nel momento stesso in cui te la dico, e in quel preciso istante spesso mi faccio una domanda: perché devo sapere tutte queste cose? Perché devo sapere i solai sfondati delle case distrutte dai terremoti, e come camminarci dentro senza creare pericolo e per andarmici a nascondere ancora, ancora e ancora? Perché tra le tracce di quelli che sono stati mi sento a volte più al sicuro che in mezzo a quelle delle persone che si vedono e si toccano? Perché devo conoscere l’odore del ferro di ferrovia e saper dire quando il treno sta per arrivare dal rumore che fa l’elettricità nel cavi dell’alta tensione, perché devo sapere l’intonaco a pezzi, le finestre murate, i cancelli arrugginiti e spalancati dai rovi, perché devo sapere come si aprono i baccelli dei semi delle ginestre? Perché, quando altrove i ragazzi della mia età erano impegnati a studiare la Storia, per esempio, io ero impegnata con quest’altra storia senza la dignità dell’iniziale capitale che se non c’era mio nonno ad aiutarmi a unire i puntini con l’altra mentre raccoglievamo i puparuliélli verdi mica mi rendevo conto, io, di quanto poteva essere importante?
Mi hanno detto una volta: ti porti dietro tutt’un bagaglio di cose che non servono a niente. E io, che già di mio barcollo facile anche quando non ricevo spinte, allora ho pensato: ommadonna, che figura ‘e mmerda. E ho smesso di parlarne fuori, semplicemente, sebbene quel bagaglio per me fosse la sola cosa di cui valesse la pena parlare. Anche se bagaglio fa peso. Anche se c’era stato qualcuno a cui quel bagaglio era parso un… pozzo di meraviglie. Le ironie della vita, eh, specie quando poi capita di incrociare, ad anni di distanza, altre voci che fanno dimmi, dimmi proprio quando sembrava che finalmente se ne fosse andata via, quell’inutile abitudine a dire – soprattutto intorno a un tavolo – che mi aveva passato il nonno.  Il che è un’altra bizzarra ironia della vita: fuori da quello che in famiglia chiamavamo ‘u ciardìno di lui si diceva è gentile, ma nun parla maje. Roba vecchia, insomma. Vecchia e dimenticata come gli anziani di questo tempo senza memoria. Tanto che poi dopo, riguardando alla trama di eventi e pensieri che si stavano tessendo nel tempo, m’è venuto da pensare: e come si dice, mo’, ‘sto sogno della luna nel pozzo? Si dice che se lo dici non ti credono perché è inutile. Non credono che hai sognato ma si sognano che te lo sei inventato.

[oh, per lo meno vuol dire che sogniamo tutti insieme, il che alla fine se ci pensi non è poi tanto male…]

E dunque va da sé che uno cresce e si arrovella sulla necessità o meno di dire le cose, e che senso c’ha, che io ti dico questa cosa, questa pianta, questa persona, queste parole e il mondo che c’è dentro? Ultimamente tentavo, tornavo sui miei passi, facevo pasticci, in genere la corda strideva facendo male ai denti. Alcuni di questi pasticci sono usciti fuori argine, sono esondati fuori dalla rete e là fuori sono diventati nodi, voci – noci da far spertusàre al pàppicio, volendo – legami. Hanno creato differenze, nel contatto con altre voci hanno modificato il mondo fuori di qui, il mio e quello di chi avevo di fronte generando a loro volta cose, tempo, parole ed eventi nuovi che prima non c’erano, che io lo desiderassi o meno. Anzi, soprattutto quando toccare, spostare, modificare qualcosa era l’ultima delle mie intenzioni. Ma succede, talvolta anche solo a causa della nostra semplice presenza a questo mondo. Nel bene e nel male. L’ho già detto, lo so. E poi siete arrivati voi, e le parole sono esplose. Scoppiate. Bam.

 Per cui ecco, ti parlo della luna, Altro che non sei altro, è vero, e per questo è così faticoso a volte per me parlarne. E’ pesante da tirar su, ma poi che bello quando a furia di tirare si vede che stiamo entrambi cercando di tirare fuori la luna, e ognuno la sua. E sono tutte lune che esistono, sono dietro l’angolo, subito sotto l’orlo del pozzo, a volte sono abbandonate, e sono nostre. Non mie o tue solo perché ci siamo nate, ma di tutti, di chiunque voglia venirci a ficcarsela negli occhi, a metterci i piedi sopra. A volte stanno in alto e a volte in fondo a un pozzo. Del resto che ne sapevo delle frasche e del terrano coi ovi, io?

Ma lontane, poi… quanto lontane possono mai essere? In alcuni casi molto, in altri non distano tra loro più di un paiòn. E allora sì che tirare la corda fino a farsi scoppiare le tempie vale la pena, e anzi… non pare più una pena, ma una fatica di quelle durante le quali viene da cantare e in cui si va avanti per frammenti di un discorso che parla d’altro, sempre dell’Altro. A te, di te, e non di me. Sarebb’a dire: chi se ne fotte, troviamoci un tavolo e sì che te la racconto, ‘sta storia.

E chissà se siete riuscite a tirarla su, poi.

Lampi(ridi)

lunedì, 20 agosto 2007

Eh, quanto piove.
Dove siete?
Siamo qui.
Qui dove?
Ricomincia a tirare.
Vado.
E vai.
Torno presto.
Sì, che non vorresti andare lo sappiamo.
Ma i pensieri.
Mysli kak slëzy.
Non farli scappare. Stringi.
Allora vado.
Vai.
Questo paese è un pozzo. Ieri l’ho sognato.
Eh, bella scoperta.
Tienila stretta quando vai giù, così per quando arrivi l’abbiamo tirata su.
Ci sono ottocento chilometri di corda?
Di corda e di parole.
Allora forse ce la facciamo.
Forse. Forza!

La luna nel pozzo

domenica, 19 agosto 2007

Fa freddo, è sera. In alto, Giove tramonta dietro il Sasso.
Tiro una corda dura, grossa, bagnata e sfilacciata, con tutta la forza che ho. Mi fanno male le braccia, lo sforzo mi pulsa nelle tempie e mi soffoca ma la corda quasi non si muove. Mi si riempiono i palmi di minuscole spine di canapa.

Una voce alle mie spalle, improvvisa. Non ho sentito arrivare nessuno.

– Forza, ricomincia a tirare. Ti dò una mano.
– Ah! Ma…
– Non ti girare. Tira.
– Ma come… da dov… da dove arrivi? Da dove sei venuto?
– Ero qui.
– Qui? Qui dove? E poi… perché? Cosa…?
– Sono venuto perché tu mi hai chiamato.

(co) Incidenze

venerdì, 8 giugno 2007

Only those who accept
will find that acceptance in return.
We have been trimmed down like hedges
and told just to sit, and wilt, and spit at each other from a distance
with constant resistance… from you.
Gonna need a home: you’d expect the same now, wouldn’t you… wouldn’t you?

[Dredg, Bug Eyes, 2006]

Perché insieme ai segni si svegliano anche i sogni, poi, eh.

E allora sogno, torno a sognare, continuo a fare sogni. Sogno acque e fuochi, sogno voci cui attacco un volto che forse è, forse non è, forse vedrò, forse non vedrò mai. Parole e dia-loghi sconfinano nel sonno, nella veglia, si intrufolano in quella foresta di luci e bagliori che cresce ai margini della mente, di notte. E’ pieno di confusione, qui. Carte di radionavigazione, tazzine da caffè con il fondo marrone e asciutto, il biglietto di un concerto di tanto tempo fa, fracasso di lavori in corso dall’altra parte della strada che durano da un anno e più (aspetta, ma quello è a sud, sì, va be’, ma che fa?). Ora è il soffio della fiamma ossidrica, ora il potente tintinnio di una mazza da cinque chili sui tondini del cemento armato, ora bordate di flex che sagomano piastrelle facendo scintille. E non accenna a diminuire, questa confusione immobile, dentro e fuori si distinguono a fatica come a volte succede tra cinguettii e suonerie, rifiuti ed esseri umani, io e tu, qua e . Ma così mi sta bene, come te lo devo dire? Anche quando il sogno è che la barca prende fuoco, e poi si alza il vento, e all’improvviso c’è freddo nelle orecchie e il silenzio si fa liquido perché sei (sono?) affondata. Va bene. Così va bene, capisci? Perché non devi smettere – mai – di sentire. Sentire. Sentire. Sentire. Freddo, caldo, gioia, paura, rabbia, quel che è.

[…dare al fegato un motivo per contorcersi e non perdere la sua elasticità.]

(uh, che bella canzone, quella…)

Solo così il viaggio può continuare, di voce in voce. Una Voce. Un’altra. E un’altra. E un’altra ancora. Come libri. No, come uscite dell’autostrada. No, più lento ancora: come case disseminate su una pianura silenziosa che arriva fino all’orizzonte. A tenerle insieme, solo strette stradine bianche lunghe chilometri e chilometri. Ogni volta che ne incontri (incontro?) una, ti domando (a chi?) dove porterà, come finirà, se finirà. Più che come case, anzi, spesso si presentano come porte, o come strade da percorrere. Quei chilometri che tengono insieme le case sulla mappa, ecco. Molte sono state brevissime. Presso alcune hai lasciato una parte di te e ad esse fai ritorno appena puoi. Il più delle volte erano vicoli ciechi, o tornavano al punto da cui erano partite. Ce ne sono state di pericolose, pure… a senso unico. Sulle dita di una mano conti quelle che stai ancora percorrendo, quelle lunghe – che più sono lunghe e più ti piacciono – lunghissime, che arrivano all’altro capo del mondo e ritorno. Eppure, comunque sia, qualsiasi distanza del viaggio esse coprano, qualcosa resta. Sempre. Non sai come, ma succede. Si seminano da sole – si possono seminare, le strade? – e poi, quando non ci sono più e la stagione è mutata, germogliano, crescono e poi fioriscono. E te ne vai in giro così, ridicola, con questo corpo smagliato come una carta geografica cespugliosa e legnosa che ti è cresciuta addosso che nemmeno il vischio sulle querce, e che non è possibile districare né separare da te senza farti del male in qualche modo. La tua voce, la loro… ma che differenza fa? Se la tua voce si nutre di voci e se loro da te trovano un posto dove stare… ma che importa, alla fine, la differenza?
Che ci sia, la differenza, ecco, quello è fondamentale. Ma quanto importa – davvero – quel che è vero e ciò che dall’incontro fra me e quelchevvéro è nato in questo momento e prima non c’era? Cosa vuol dire esattamente saper inventare?

[La differenza tra due informazioni ne genera una terza, diversa e distinta dalle prime due, la cui forma e manifestazione finale dipende dall’interfaccia attraverso la quale avviene la combinazione.]

(Eh? Chi ha parlato?)

Oggi mi pare infine che tutta la questione non fosse poi così importante, in fondo. Io, tu, egli, noi, voi, essi… ma che differenza fa? A che servono i pronomi? Non ricordo chi diceva che i pronomi dicono le distanze. Va bene, ok. Ma poi? Dicono quel che è vero e quello che non lo è? Raccontano qualcosa, oltre a indicare il punto, la distanza dalla quale ti sto parlando o ascoltando?

Per me (te?)… no.
E allora?
No, dico: e allora?

L’Inconnu sur la terre

lunedì, 26 febbraio 2007

Mi riservo di dire. Dico con riserva. Uso le parole di riserva. La riserva di parole è in riserva. O sono io, che dovrei andare a fare rifornimento al distributore? Dove si fa rifornimento di parole? Non so come lo sento, ‘sto motore. Non è che s’inceppa. No, è che certi giorni fa: scinne e fattéll’a ppère. O va, o non va. Mi lascia sulla soglia. Davanti un fuori pieno di silenzio e di sole, dietro un dentro pieno di carta e parole. Siccome un po’ di sole in certe ore del giorno arriva anche fin sulla porta, succede che spesso non mi muovo da lì. Allungo un braccio dentro, arrivo a prendere carta e penna o un libro, mi siedo sotto lo stipite e ci resto. Col sole addosso, sulla testa e sulle parole. Altri giorni invece le mollo lì, prendo un treno e me ne vado da qualche parte a guardare quello che capita, e per un po’ non mi faccio trovare, persa nell’onda di piena della luce tra le undici e le due.
 Scendo a una fermata a caso, in mezzo a una pianura marrone, molle, dove le scarpe affondano rompendo una crosta sottile prima di trovare la morbida pancia umida del mondo. Ci sono, ci sono. Ho un peso da posare sulla linea dell’orizzonte, che bello, non su una sedia, su un tavolo, su un pavimento, su un letto. La geometria non tiene, qua in mezzo. Non c’è niente di dritto in questo posto, sentirsi accolti è facile, è ovvio, va bene, e no anzi: è così e basta. Non c’è niente di dritto qui, e per questo si sta proprio bene. Ma di cosa mi stavo preoccupando, non so. Se il mondo è ancora così morbido si può ancora fare. Fare cosa? Boh. Qualsiasi cosa sia, su questa terracarne si può ancora fare. Tipo: dire. Rispondere a una domanda quando te la fanno. Ecco, se sotto le suole si rompe la crosta, se basta il peso – questo peso, non quel numero sull’affare bianco che sta nell’angolo accanto alla doccia – per arrivare alla carne umida e morbida della terra che però ti sostiene senza farti sprofondare, allora sì, se arriva una domanda si può anche rispondere senza che ne venga fuori nulla di brutto, nulla di male. Si può fare, si può ancora fare. Il peso, questo peso è una benedizione. Vuoi vedere che affondo anche se mi tolgo le scarpe? Non ci credi? Guarda. Una, due, ecco. Anche i calzini, via. Ecco. Fa solletico sotto i piedi, pizzica la terra che si rompe. Mi lascia entrare lo stesso. Vedi?
Una volta ho camminato nella terra con una persona che senza le scarpe non affondava. Era così leggera  che senza le scarpe la terra non la lasciava entrare. E siccome eravamo lì apposta per quello, ci restò male. Forse non le piaccio, pensò. Però dai, adesso cammino nelle tue impronte, disse con un sorriso, come quando leggi una storia scritta da qualcun altro. Ma la sua gioia era ormai spezzata. E anche la mia.
Ma era così tanto tempo fa. Una o due persone fa, almeno. Nessuna sorpresa.

 Oggi la terra è umida e molle, esattamente come allora. E il sole pure, alto, e caldo. La luce, che a ondate si rovescia sulla pianura dove niente è dritto, non ci tiene a sottolineare nessuno spigolo, stamattina, ma solo a far luccicare il didentro di ogni recipiente che mi si apre sotto i piedi, e a fare più intensi gli odori, che al sole sanno più forte, più forte… più forte sa la terra secca e quella bagnata, e l’albero spoglio più in là lancia fin qui il sentore della corteccia, mentre io stessa spando quello della lana calda del maglione, della pelle, dei capelli. Non ci sono parole qui fuori. Di quelle che mi porto dietro, nessuna si trova qui. Qui ci sono solo luce e terra. Luce e terra. Terra, terra, terra. Terra sui pantaloni dalle ginocchia in giù. Nemmeno un filo d’erba. Le scarpe con dentro i calzini, tenute con due dita di una mano, mentre l’altra è libera. Il giaccone, appallottolato laggiù, lontano lontano, dove finisce (o inizia… insomma, sulla soglia) il campo. Vado dove voglio. Dove vado? Di qua, poi di qua. A ogni passo si apre la terra, ancora, e ancora, non so se è bello o fa male, non lo so e non smetto, non posso smettere, vado dove voglio e sono un aratro, vado dove voglio, vadodovevoglio e mi chiedo: chedirezioneprend… e muore senza manco il punto interrogativo, la domanda, ché qua è solo tutto marrone, una enorme distesa marrone e la direzione me la sono persa, m’è caduta da qualche parte, forse l’ho lasciata in stazione, non so, ma tanto a che serve, ché qua è così grande che vado dove voglio, qua, qua e poi qua, e poi là, e la terra si rompe e mi lascia passare, e il sole si fa così caldo che pesa, nemmeno c’avessi due mani di luce che mi spingono verso il basso posate sulle spalle.
 Ma c’era quella storia. Il ragazzino, sconosciuto, che amava la luce crudele, accecante dei giorni d’estate, che nel bianco di quella luce saltava a piedi uniti sulla sabbia per separare l’ombra dai suoi piedi. I piedi ricadevano sulla terra e l’ombra nera si riattaccava ai piedi, e lui la guardava ridendo. Ommadonna, come ho fatto a dimenticarla? Cammino, un passo dopo l’altro ed ecco, adesso lo faccio anch’io, sì, che unisco i piedi e hop-là, hop-là, hoooop-là, hop-laaaaaà, e uh, la terra profuma ancora più forte, perché sotto i piedi si aprono recipienti ancora più grandi, e – hop-laaaà! – anch’io profumo più forte, e cosa sono allora, hop, cosa sono stamattina, laaaaà, cosa sono stamattina, un coniglio, un pesce, un sasso, cosa, cosasono, e cosa sei tu, e guarda l’ombra che si stacca, perché sì, che si stacca, è vero, e chi l’avrebbe mai detto che dopo tanti chilometri ti saresti messa a saltare sulla terra a piedi scalzi, così, senza parole, senza se e senza ma, che ti sarebbero volate via di mano le scarpe, libere, via, via libere anche loro, che ne hanno fatti di chilometri anche loro e pure nel vomito sono passate, e ora stanno là, libere, per una volta non appaiate, una di qua e l’altra di là ma sempre compagne, come dicono nel dialetto qui vicino, che sono vecie compagne, dopo un volo che le ha scollate anche loro dalla loro ombra, per una volta, per un momento, mentre tu fai i tuoi esperimenti di gravità e ti senti leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante, leggera e pesante fino a non. Poterne. Più.

*

Ti ha svegliata la curva che la strada ferrata fa subito prima di entrare in stazione. Non ti ha visto nessuno, ma dalle ginocchia in giù sei marrone, e intorno a te c’è odore di terra bagnata, di te e di sole. E radici dentro le scarpe, che un po’ ti dispiace di dover lavare via una volta arrivata a casa. Ma che ne sapevi tu? No, è vero, ammettilo. Che ne sapevi. Non lo conoscevi, questo.

E da che parte del finestrino stavi?
Neanche questo lo sai.
(torna alla riserva, va’)

Shanahy

martedì, 5 dicembre 2006

E’ venuta avanti
con lo sguardo distaccato
dei creatori di sogni.

Parietaria (insonnia)

martedì, 21 novembre 2006

Il sonno non arriva.
Non arriva.
E non arriva.
Allora ascolto.
Le pareti.

Il ronzio della lavatrice del vicino. Che risciacqua.
L’acqua nel termosifone. Che goc-cio-la. Goc-cio-la.
L’elettricità, ovunque. Che le copre, le ricopre, ma da sotto.
Z-z-z-z-z-z.
Sz, sz, sz, sz, sz, sz, sz.
Ssssssss-z. Ssssss-z.
Zzzzzzzz.

Ovunque.
Ovunque.
Ovunque.

E di nuovo, tra queste altre, di pareti…

[ I am folded… and unfolded… and unfolding, I am]

… ma no, no. E’ ovunque.

[But here there’s no silence…]

Ovunque.

[… silence…]

Ovunque.

[…there’s no silence…]

Ovunque.

[…silence…]

Ovunque.
Ovunque.
Ovunque.

Ovunque.

Ovunque.

Ovunque.

Ovunque.

Ovunque.

Ovunque.

[…best thing is
keep singing.
]

Ovunque.

[Because tonight there will be no sleep… tonight it comes for me.
Please, help them understand… I’ve become the voices in the fan.

… goodbye.]

Ovunque.

κιανοσις

mercoledì, 18 ottobre 2006

  Sulla soglia dell’alba mi è spuntata improvvisamente accanto, alla fermata di Piazza Vittoria. Non l’ho sentita arrivare: guardavo il cielo di ghiaccio, bluastro, limpido, livido.
Ue’, ciao, mi fa, girata di tre quarti alla mia sinistra. Ciao, ragazza. Le sorrido, forse, non mi ricordo bene. E’ ancora in luna piena, lei, ha lo stesso pancione e lo stesso viso dell’altra volta. Si gira verso il mare e verso di me, e allora lo vedo: un fagottino piccolo piccolo, grande non più di una spanna, dalla pelle dello stesso colore del cielo, avvolto in un uno spesso, soffice, caldo panno di lana bianca. Lo tiene in braccio come se. E’ così piccolo che non sembra quasi vero.
 Qualcosa d’un tratto mi si schianta nello stomaco. E’ il suo nome, il suono del suo nome che va in pezzi. So da dove viene, questo fagottino, e so dove sta andando. Conosco il suo nome. La giovane Lunapiena non lo conosce, ma per lei fa lo stesso. Mi sorride dolcemente, lei, mentre si volta verso il solito chiassoso tram che arriva dalla curva del Chiatamone. Oooh, finalmente, sospira, ‘stu tram… non passava da tre settimane, eccheddiamine.

Allora ciao, noi andiamo, mi dice continuando a sorridere.
Certo, sì, rispondo.
[macheccazzodirispostaè, certo, sì ? Vai con lei! MUOVITI!]
Adesso glielo dico, penso, mo’ lo chiamo. Con il suo nome. Così si fermano. E invece no, resto immobile. Non riesco a respirare. E’ per via del cielo. E’ il cielo che non mi fa respirare.
Il cielo, io, il fagottino muto, nessuno di noi tre respira, forse anch’io sto diventando del loro stesso colore mentre lei, il suo pancione e il suo viso da dietro il vetro del finestrino dicono: no. Stai lì, tu.
Ma non respiro, santiddio. Aspetta un secondo. Fammi respirare. Fammi…
No. Ciao.
Ciao. Ciao…

Apro gli occhi.
E i polmoni. Che si inondano d’aria come un barattolo sottovuoto appena svitato il tappo.
Mi sento la faccia rigida.
Ciao, dice il soffitto bianco. Ciao.

No. Sì, ora passa, piccola. Ora passa. Oh, ma te lo ricordi quel giorno? Eh eh… sì, ma piano, ché se ci sentono…!

sabato, 23 settembre 2006

(…)

Wendy
Darling
in the kitchen
with your dreams

Will you fly
again
Take to the sky
again

Undo the hooks
once and for all
Banish the tic tic tic tok tok tok
again

Will you be
Yourself for me?
Cause I can take it
I can stand
anything.

(…)


At times like these
any fool can see
any fool can see
your love inside me.


[Marillion, Neverland, 2004]