Articoli marcati con tag ‘in somnus’

Voce del verbo: indìce (sogg. sott. terza pers. sing.).

lunedì, 15 luglio 2013

Hoard
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Catalogue
Preserve
Amass
Index
.

*

Ci sono le nuvole tonde e grigie, e lunghe festuche di luce che le pungono sulla pancia infilandosi sotto il cielo da ovest. C’è il ramo di un roseto sfuggito alla potatura che si protende oltre il giardino in cui è nato, fuori, sulla strada, ondeggiando sulle teste dei passanti e tirando il capo verso l’alto con tutte le sue forze, in cerca della luce che gli serve per quegli ultimi boccioli prima che li trovino il primo gelo o le mani degli uomini.

Ci sono poi le filastrocche

e nello
stesso punto
si trovano

una partenza imminente,
una fame da placare,
piccole mani da stringere,
dolori lontani
che vanno
che tornano
a ritmo di marea.

E poi
contrazioni del senso da sorvegliare,
desideri da ancorare alla bitta,
zucchine, carote e patate da bollire,
nuove consistenze da imparare,
equilibri da trovare,
caffè da bere,

abbracci

da

rincorrere:

madovecazzoandate?

Dopo vengono,
improvvise,
le cadute da accogliere con gioia,
gl’incarti di plastica che diventano fantasmagorie di suoni e colori;
dopo ancora, vertebre che si schiacciano
da distendere con riposo e pazienza,
obiettivi da pulire
obiettività da abbandonare,
procedendo di tre in tre,
perché un-tza-tza è la danza
del linguaggio che frantuma
la pazienza e le distanze
.

C’è poi da nascondersi,
da occultare
e giocare a nascondino;
e tenebre diurne,
orrendi chiarori notturni,
pensieri pesanti
e versi avvelenati
[(…) Non ho vissuto la vita di nessuno,
nemmeno la mia:
chi non ha anima
non ha vita. (…)]
da masticare e inghiottire
uno a uno
che poi si annodano
a una voce che si avvita al suo vuoto
coagulandosi
giù
giù
nell’intestino
in sogni densi
di mani che macellano bambini
dietro un bancone scintillante
sgozzandoli dolcemente
finché non li prende un sonno
impossibile da guardare
e che alla fine incartano
per venderlo a un tanto al chilo.

[I’m a collector and I’ve always been misunderstood.]

Voce del verbo: wibbly wobbly timey wimey

mercoledì, 17 ottobre 2012

Anni di lavoro per portare a casa una frase.

[Uitanubi]

*

Anni, è vero. Anni per cento pagine che potevano stare in tre righe. Anni per imparare a fendere l’aria dell’alba, a contare le gemme dei rami spogli da febbraio a marzo, e a conservare nodi, quelli che fanno venire il cancro insieme a quelli che scoppiano del cervello come ictus. Mi guardi dalle profondità del sangue che ti ha intaccato il linguaggio, e mentre mi guardi io so che stai morendo, sotto gli schiaffi di una bora che non hai mai conosciuto ma ugualmente fredda, ugualmente impietosa, so che stai morendo e non so che appena aprirò gli occhi non ricorderò più neanche di averti sognato. E poi alla fine l’estate se n’è andata ed è arrivata la pioggia, che ha lavato e lasciato le macchinazioni senza ingranaggio, nutrito la terra riarsa dove per errore era finito il diserbante del vicino distratto, sciolto le merde che i gatti avevano seminato sotto il muschio, resuscitato i fiori falciati da un paio di manine curiose.
Nell’aria, nel frattempo, stagna un costante senso di qualcosa di mancato, di mancante, di mancanza. E’ così facile dannarsi l’anima per una pioggia, così facile che è quasi un piacere: di bene in peggio, a volte è meglio. Le tende restano una cortina fastidiosa e guardare fuori e stringere tra le dita la penna – qualsiasi cosa questo voglia dire – i desideri più grande. Ancora, il pensiero di darsi una piccola disciplina  per non lasciar andare alla deriva né l’uno né l’altro. Aggrapparsi al gancio di una virgola, in vista di un autunno probabilmente più silenzioso del solito, e affondare le mani dentro uno spazio, un angolo più che altro, e in esso esprimere un concetto, forse anche un’idea, e provare una nuova strada. Come da bambini, che al posto dello schermo c’era il muro: computer, adesso torna a margine, e forse per non farmi venire il torcicollo dovrò per forza guardarti di meno. Ricominciare, un poco per volta, con una parola e uno scatto al giorno, una boccata d’aria e una canzone ogni sei ore, almeno, anche se il cielo è coperto di grigio a betoniere, e più in là già si vedono i primi cianotici bidoni d’acqua e vento che arrivano senza far rumore.

Anni. Ricominciare senza paura a metterci anni per portare a casa una stazione abbandonata,  per riuscire a disegnare quella sottile corda di pozzo sulla mappa e, nel gomitolo non lineare e non soggettivo di quello che sempre più chiaramente sembra essere questo tempo, tenere traccia di ogni ramificazione, della trama della tela, dei punti scuciti nell’ordito dei giorni e magari a volte scucirne qualcuno di proposito, perché tutto sia mai troppo uguale, nemmeno la calligrafia: si allunga lo svolazzo sopra le t, ed improvvisamente è quella di prima.

Allora niente è ancora successo, e allora è ieri e ancora adesso.

Se vado indietro di qualche anno, trovo questo:

Allora ci sono questi giorni che il primo freddo fa chiudere le finestre, e allora gli odori di DENTRO si aggrappano ai muri, e ci restano, e svegliano voci. E allora inizio ad immaginare viaggi, e appuntamenti con le voci che fanno eco. Allora succede così, ogni tanto, che mi metto in cammino verso un posto, quello di cui parla questa o quella eus e, intanto, qualcosa di bambino che sta dentro si racconta l’incontro che sarà, il momento in cui i cammini si incrociano, e gli odori, gli sguardi del trovarsi sul ciglio di un binario impresenziato, dentro un altro tempo, dentro un altro dove. Insieme, nel mentre che vado, qualcosa qualcosa sogna e qualcosa sa che il sogno non passerà al di qua del velo, e purtuttavia non gli resiste e lo lascia andare fino a destinazione. E poi c’è la meraviglia della corda nel pozzo-paese, di quello che non è che è, e di quello che è pur non essendo. Parlo ad alta voce e ad altra voce, in questi momenti, masticando le parole come in preda ad una febbre. E’ autunno, i primi freddi sono il momento in cui succede, che non voglio più nessuno intorno e allora mi metto al volante e sparisco per un poco. Il caldo dell’estate mi dissecca e mi tramortisce il cuore, che per un po’ si ferma; solo dopo si riprende, si rimette in moto e ricomincia a spezzare parole e sogni, e a farmi parlare da sola. E’ così.
Domani? Mira-Buse, quasi quasi.

 

Voce del verbo: chiedi il visto – no, il naso – al direttore.

mercoledì, 6 giugno 2012

Allora la vita mi ha messo in questo posto dove la luce è bella, e le giornate calde, così gialle, così abitate. Così, allora ora. Si sta bene qui. Si sta. E’ bene. E bene.

*

In ombra e luce, sorridente in quel modo pieno e da fanciullo che ti appartiene. Dov’era non lo ricordo, ricordo solo che era un sogno di quattro anni fa, che era casa tua, un casolare bianco, modesto, nel mezzo di una piana di campagna, giusto sul ciglio di una strada dove non passavano molti esseri umani. Mi ci avevi portato tu, o almeno mi avevi invitato con un gesto gentile della mano, un largo arco del palmo nell’aria. Ecco, entra. Un’offerta ospitale, a cuore aperto. E poi non so, c’erano parole, lunghe e meditate alcune, altre vivaci e goliardiche, ma tutte piene di quel garbo che hai nella voce, in fondo alla gola, che ti fa ragazzetto quando parli, anche quando partorisci le cose più sconce e imbarazzanti. C’era questo che sentivo, una certa soggezione di te che scrutavi, facendo domande e invitandomi a porle. E poi ricordo musica, e un “perché io?”. Perché tu sei musica, ricordo di aver detto. “Come lo sai?”, hai allora voluto sapere. C’è differenza fra chi la fa e chi la è.
Il sole tramontava, dalle finestre filtrava lo stesso giallo di casa mia, ti ricordo dire “sono molto diverso da me stesso”. E “allora?”. E niente, allora voi che siete musica vi distinguete tutti per un gesto. Lo fate tutti, ad un certo momento, e così vi rivelate. Non potete farne a meno, chi è e non solo fa musica non può evitarlo. Sorridevi come intenerito, dall’alto, dall’altro, e insieme mi inchiodavi alla poltroncina fiorata dove mi avevi fatta sedere con uno sguardo affilato che mi fendeva in due. Hai inclinato poi un po’ il capo in un impercettibile movimento di domanda, inarcando il sopracciglio come interrogativo, a uncino.
E’ quel momento in cui i muscoli del collo si allentano e vi abbandonano, e insieme ad essi mollate gli ormeggi e non siete più voi, niente se non veicolo di ciò che siete, che vi attraversa. Quello è il gesto, a occhi aperti voi non siete più, trasfigurati, e nei vostri occhi c’è qualcosa che non è ombra né luce ma entrambe, e interamente vi possiede. Ecco, è questo. Anche tu sei così.
“Sei sfrontata”. Anche tu, ti ho risposto. “Sì, ma io lo sono per mestiere”. Non dire così, per favore, mi incrini. “La carne, si incrina?”. Sì, si incrina come si incrina il suono, penso. “Mi dispiace, non intendo incrinarti”. Cosa vuoi da me? Perché mi hai fatto entrare? “Per sentire com’è essere visti”. E’ che sei così alto, così distante. “Lo so. Non ho mai potuto farci niente… e sì che avrei voluto”.
Poi hai sorriso a lungo, molto a lungo, e sempre con quella tua strana serenità da bambino (perché nei sogni c’è sempre qualcuno che mi fissa per un pezzo senza dire nulla?). “Vieni qui”, hai detto. Ma non era una richiesta. Mi hai preso i piedi fra le mani, erano minuscoli, e li hai chiusi tra i tuoi palmi, enormi, per scaldarli. E sorridevi, sempre sorridevi. Poi ancora parole che non ricordo, era un qualche lungo discorso, tuo. Ed era sempre tramonto, il sole fermo nell’aria gialla. Ti sei passato una mano fra i capelli, a un certo punto, senza però rimettere in moto il tempo. Poi ti sei voltato e a un tratto eri come in quella foto, con il viso a metà inondato dalla luce che arrivava dalla finestra, gialla, e metà completamente in ombra, buio. Te ne sei accorto, e hai detto “è così che sono. Tagliato a metà da questo naso così importante. Luce, buio, e nel mezzo io”. Ti cercavo, sai. “Lo so. Ma non volevo incrinarti. Lo faccio quando devo, ma anche quando non devo”. Troppo tardi.
Mi hai preso le spalle cingendole con un braccio lungo almeno quattro decenni e migliaia di chilometri, e “prendi la stilografica”, hai detto, “continua con quella”. A far che, continuo? “A guardare”.

Spiegami una cosa, Federico. Spiegami come si resta innamorati di tutto, come si resta presi e compresi da ogni cosa, ché nulla sia mai troppo lontano, spiegami come si fa a guardare in volto chi ti sta di fronte con quegli occhi affilati e ‘sto sorriso da ragazzetto che hai tu. Spiegami com’è avere nella testa così tanta musica e parole, e riuscire sempre a riderne.
“E’ il naso”. Cioè? “Come posso dire… è ‘sto naso da Dante, o da pugile, a seconda di come lo guardi, che mi taglia a metà e mi tiene in piedi le due parti del viso. E’ su quello che per me si regge tutto. Senza questo naso io non esisterei, e forse nemmeno molte cose intorno a me”. Be’, se è come dici tu, in effetti non avrei mai potuto ascoltare l’Atenaide, per esempio. “Né fare questo sogno”. Non mi hai risposto, comunque. “Non ti ho risposto perché non è vero che si riesce sempre a riderne. Comunque”. Mh, e me l’aspettavo. “Chi credi che sia, io? Quello che disegna l’omino della merda o quello che batte il bastone a terra per dare il tempo all’orchestra?”. Mah, credo che quello che sei tu non si vede. O forse sta veramente nel naso, o in quel gesto della testa che fai quando svanisci in quello che senti. “Forse. O forse è in quello che dipingo”. Ah, quello. L’avevo dimenticato.
E poi mi hai spinto fuori, per strada. Abbiamo camminato a lungo, senza parlare (perché nei sogni c’è sempre qualcuno che mi accompagna per lunghe distanze, senza dire niente?). Mi indicavi i campi al tramonto. Era Toscana, forse Lucca. Le case, ecco, mi ricordo le case. Cosa vedi?, avrei voluto chiedere anche a te, quando fissavi i tuoi passi per chilometri e chilometri. Ancora avevo il tuo braccio intorno alle spalle, e ancora mi sentivo piccolissima.
“Finirà presto”, hai precisato sorridendo, senza mai smettere di sorridere. Spargevi amore per tutto, con quel tuo sorriso  divertito, pieno, bello. “Mi hai incrinato anche tu”. Io. Ma. E come? Io non. “Hai preso la stilografica. E mi hai visto“.

Voce del verbo: nel continuo mi (ri)(con)figuro. [sogg. sott.: I pers. sing.]

martedì, 22 maggio 2012

Somewhere in there there is light
Somewhere in there there is someone who wants to shout.
Somewhere under all that garbage,
Somewhere under all that nonsense,
Somewhere under all that fear,
Somewhere under all that best form of defence,
There’s you.

*

Lascio aperto, se non altro per una questione di luce interiore. Non parlo con nessuno, non parlo di nessuno, ho solo sete di ridondanze e relazioni. Uso matite e non penne, cancello, riscrivo mille volte, cerco costole, colonne vertebrali e metameri, sequenze, immagini uguali che ripetendosi testimoniano di stati diversi nel tempo. Strutture dalle quali emergono storie, poiché le somiglianze sono comunque più antiche delle differenze: tratti di binari abbandonati, strade interrotte, case vuote, terreni lasciati incolti, così sono le parole e le voci di cui tento di seguire le tracce. Di tanto in tanto, nei segni e nei sogni tornano dalle sponde dei miei tempi più remoti volti che mi guardano muti, senza emettere suono ma che non hanno ancora il pallore del passaggio: lineamenti rigidi ma scolpiti nel legno piuttosto che nella roccia, espressioni che non dicono, ferme da mezza vita fa in stato vegetativo. Altre volte arriva una voce nuova a spingermi in un angolo, soltanto parlandomi, sapendo che non mi ritrarrò subito. Sono voci dal sorriso obliquo e un tocco caldo che invece tempo non conosce, io credo sempre che siano una minaccia e invece poi scopro, durante il giorno, che venivano a proteggermi da un male più grande, da un buio più profondo che si nascondeva giusto dietro le spalle dello sguardo che volevo fuggire, appena dentro la tensione del ventre che così disperatamente desideravo liberare, appena sotto il pelo dell’acqua dove mi affannavo per riemergere. Come quella volta che per parlarmi ti sei dovuto chinare su di me, dalla tua infinita altezza fino alla mia minuscola figura in un gesto che è stato un viaggio lungo un cielo intero, una discesa lenta e attesa, che aveva il suo giusto peso.
Occuparsi, trascurare, accorgersi e negligere, attendere e disattendere, sono incessanti le oscillazioni tra quel che facciamo e quel che potremmo, tra quel che sentiamo e quello che ci sfugge, tra quel che scegliamo di dire e di tacere. E’ tutto così chiaro, nelle profondità delle immagini, che tutto quel che resta sono solo giri e rigiri di frittata, altre facce di una stessa cosa che non potrà fare a meno di ripresentarsi – solo, nel tempo, un po’ più cotta, un po’ più indigesta, fino a che non si sia completamente bruciata, ormai del tutto immangiabile.
Allora ti prego, gigante, torna di nuovo a parlarmi dalle tue altezze immense, e scendendo smuovi ancora le nuvole e l’aria intorno: lo spavento si porterà via le spighe e i papaveri, va bene, ma almeno per qualche tempo si potrà respirare di nuovo.

*

Tornato a casa nel pomeriggio, mi distesi stanco morto sopra un duro giaciglio, aspettando il sonno lungamente agognato. Esso non venne; caddi invece in una specie di dormiveglia, nel quale ebbi improvvisamente la sensazione di sprofondare in una forte corrente d’acqua. II suo romorío mi determinò ben presto come un suono musicale, e precisamente l’accordo di mi bemolle maggiore, dissolto in arpeggi continuamente ondeggianti; questi arpeggi si configurarono in forme melodiche sempre piú mosse, ma senza mai uscire dalla triade pura di mi bemolle maggiore, che con la sua continuità pareva prestare una significazione infinita all’elemento in cui io sprofondavo.

No.

lunedì, 9 gennaio 2012

Push, push down the earth
Feel my hand through your glove

Slump in the other door
Skin belongs to both

Point in perfect form
A puncture wound results.

*

Ho sempre troppo sonno per pensare, per pensare a te con tutti i tuoi volti, uno per ogni fetta di tempo in cui ti ho incontrato, e quindi sarà così: io non ti perdono. No. Non ti perdono per essere stato pericoloso e pericolante, per aver ceduto e spezzato, continuamente, le ossa già fin troppo fragili dei sorrisi di chi ti stava accanto. Troppo facile, troppo nobile, troppo spendibile. Non ti perdonerò per essere stato poeta e poi non aver saputo accarezzare le curve che avevi sotto le mani, per essere stato filosofo senza terra sotto i piedi, per aver detto noi delegando sempre io al prossimo (fa comodo quando noi è un altro, in effetti), per aver costretto i tuoi affetti a vivere in bilico, a camminare sul filo senza scampo di una linearità sospesa tra violenza e schizofrenia. Non ti perdonerò per essere stato di vetro ed esserti gettato tra braccia da badile, per aver trasformato il dolore in un abisso di bellezza, per aver mentito, e aver osato di parlare in nome di ragioni che non hai mai abbracciato. Hai lasciato il campo gridando che non era tua la colpa: era vero. Tua non era la colpa, ma la scelta. Anche – e soprattutto – per questo non ti perdonerò.

Sessanta all’ora? Minuti. Giorni. Anni. Fa.

lunedì, 1 agosto 2011

– … really.
– No, I don't.
– But yes, you do! You talk about it like it was, I don't know… a lost planet. You do really sound like the Doctor telling stories 'bout Gallifrey.

*

E niente, poi succedono due cose insignificanti. Tipo: questo spilungone con gli occhi blu e le orecchie decisamente fuori scala, che parla di sé in terza persona e nella sua lingua madre, che in sogno viene a farti quest'appunto… e che, a ottocentoepassa chilometri dal punto del pozzo-paese in cui ora vivi, un vecchio scooter color mulignana viene dato via per pochi soldi, per fare spazio in garage. Era lì a prendere polvere da anni, ormai. Da quando sei andata via qui non lo usava più nessuno. Lì per lì hai detto "avete fatto benissimo"… poi un paio di giorni dopo ti torna in mente e non riesci a smettere di pensarci per un po'.

Però, pensi ora, proprio quel mezzo, proprio quel motorino, in una fetta di mondo in cui la parola scooter era arrivata solo a macchia di leopardo e anzi, in un tempo di quell'angolo di mondo in cui la parola scooter non era ancora proprio arrivata. No, perché ecco, all'improvviso è tornato tutto, lentamente, come una marea, ma inarrestabile. Una madeleine gigantesca, che stava nascosta dentro una parola, e un'immagine: minchia, lo Zip! Che qualcuno chiamava 'a carcioffola. Le due ruote che sono state il tuo primo vero mezzo di locomozione in quel recesso del pozzo in cui la bici in strada no, proprio no, e che sono state la tua prima vera indipendenza e libertà. Dal '95 a… quando sarà stata l'ultima volta? Un anno fa? Due, non di più. Dal '95 a due anni fa… fanno quattordici anni. Quasi metà della tua esistenza. E così, tutto è tornato indietro: la scuola, i mille modi che vi inventavate per bloccargli entrambe le ruote con una sola catena – perché se ve lo rubavano non se ne poteva mica comprare un altro – e la proprietà condivisa con gli amici di sempre. Perché non era solo tuo, ma anche di tuo fratello, e di K., e di tutti gli amici di strada di quegli anni che se non passavi a prenderli tu non si usciva mica. E no. Era un bene comune. E poi le prime volte dal benzinaio, e il sentirsi un po' grandi nel dire "il pieno, grazie", che era cinquemila lire di super e ci si andava avanti tutta la settimana, e gli interminabili giri d'estate su quel sellino che era una tortura cinese andarci in due ma col casco ancora si poteva, e quindi via, senza volerlo nemmeno fare apposta, a scoprire quello che di bello vi era rimasto tra una cava e l'altra, su quelle colline che erano il mondo intero, a cercare le terrazze più belle a San Leucio, a Puccianiello o sulla panoramica per Casertavecchia, quei punti spettacolari da cui guardare la città fino a Napoli e fino al mare, chiedendosi con Maria che ne sarà di noi, e quella volta con Ketty fino su a Durazzano, da incoscienti, senza dire niente ai genitori, con addosso il brivido della fuga e dell'avventura anche se erano solo quindici chilometri, sfidando tutti i divieti e le proibizioni parentali solo per andarvene a prendere ombra e albicocche in un giardino antico e segreto. E poi i primi amori che volavano a sessanta all'ora come se avessero avuto le ali, e le litigate colla buonanima del portiere del parco della zia perché te lo lasciassero tenere dentro, e le corse al giardino del nonno per lasciarlo al sicuro e poi correre di volata alla stazione a prendere il treno per andare all'università, e i lunghi abbracci degli amici, perché il solo modo per viaggiare in due sul quel coso era diventare l'uno lo zainetto dell'altro, e i primi brividi che ti entravano fin dentro la schiena quando per caso potevi dare un passaggio al ragazzo che ti piaceva, con tutti i peli che ti si drizzavano sulla pelle, e le fughe sulla Collina, o ai Ponti della Valle, e i colori del tufo e gli odori delle stagioni, delle ginestre, delle cave e dell'origano… e poi anche lui, l'amore della vita, quando lo andavi a prendere alla Reggia e ve ne andavate in giro con lui ancora in divisa. Ma quanta, quanta vita c'era in quella profondità del pozzo-paese? E perché ora, improvvisamente, che un altro pezzetto di quella vita se ne va – solo un motorino – ti appaiono come racconti della vita di qualcun altro e insieme indiscutibilmente vicini, ancora incollati al nocciolo stesso di tutto quello che sei oggi? E dunque?

E niente. E' che oggi sono qui, in questo punto del pozzo-paese così lontano, diverso eppure un po' uguale a quello in cui sono nata e cresciuta. Sono qui, dopo tutti quegli anni trascorsi in sella a quel motorino sognando di andare via, e c'è questo strano senso. Di scollamento. E oggi c'è questo piccolo essere umano tutto nuovo, venuto da me e da quel ragazzo che allora viaggiava con me su quel sellino, e… cosa saprà, lei, di tutto questo? A quel mondo farà probabilmente visita solo di tanto in tanto, e i luoghi che saranno cari alla sua memoria di adulta come quelli lo sono per me apparterranno probabilmente a quest'altro lato della mia traversata del pozzo-paese. Ma come sarà? Lei non saprà di tufo e ginestre, né dei luoghi che ho vissuto e amato nonostante tutto, con forze e intestino, perché così è laggiù, si ama e si odia ogni cosa senza sconti, perché la terra, la madre da cui si nasce non si può scegliere, e non a tutti va di culo, e allora si vive tutto, tutto e senza mezzi termini. Questa piccola non saprà né vedrà granché dell'adolescenza dolorosa e straordinaria della sua mamma, e chissà se io saprò mai portarle testimonianza di quel mondo così vivo e vivido dentro di me, pieno di odori e musica buona, e voci e presenze che non ci sono più, pur vivendo ancora nei recessi più remoti del mio linguaggio.
Cosa sarà di tutto questo, nel futuro che verrà? E' davvero successo, tutto quello che è successo? Abbiamo davvero volato a sessanta all'ora nel tempo e nello spazio, sognando un altrove che ci stesse meno stretto, e poi siamo davvero andati via, uno dopo l'altro, mentre il mondo che abbiamo così intensamente vissuto cambiava, andava avanti lasciando frettolosamente il posto ad altro, e di ciò che ci apparteneva non è rimasto granché fuori, ma solo dentro, nelle gambe con le quali abbiamo aizàto in cuòllo? Sono davvero accaduti la scuola, gli amori, i libri, le morti, le voci e quel paesaggio, proprio quello? E se sì, come faremo a mostrare ai nostri figli il nostro mondo, che è anche il loro perché da quello siamo venuti noi e quelli prima di noi? Come lo racconterò, lontano com'è nel tempo e nello spazio, quel mondo rumoroso e colorato che in qualche modo vorrei farle conoscere, se non altro per dirle un domani ecco, esiste una cosa che si chiama scelta, e perché e percome. Ma cosa le racconterò? Questa è la scuola dove tua mamma ha studiato, questo è l'acquedotto dove ha trascorso intere estati ad ascoltare le cave brillare, le cave da cui è venuta la pietra che è servita per fare il cemento che ha fatto andare il mondo avanti, e dal pizzo di quel colle guardava allargarsi i buchi delle discariche, e arrivare i gabbiani, pensando che forse non era ancora il caso di andarsene, che bisognava prendersi il tempo di capire e provare a fare qualcosa, prima, e da lì la mamma e zia Maria e zia Emma discorrevano dell'amore, la vita e le vacche senza arrivare mai a una ceppa di niente, e lì facevano i calzoni buonissimi, e sotto quel portone la tua mamma ha dato il primo bacio, e lassù, all'altro estremo della cinta di colline, verso Capua, lassù, sulla cima dove c'è quel palo che arrugginisce, la tua mamma ha incontrato per la prima volta il suo futuro e solo allora ha capito che era arrivato il momento di togliere le tende, e poi lì è cresciuta con suo nonno, il tuo bisnonno, che era una persona spettacolare anche se parlava pochissimo, e se n'è andato troppo presto ma per fortuna ha fatto appena in tempo a insegnare alla mamma certe cose che non avrebbe potuto imparare da nessun altro al mondo.
E tutto questo non c'è più. Qualcosa, andando via, s'è rotto, s'è interrotto e non potrà mai più essere riparato.

Vuoi tornare –  a volte ti domandi nei momenti in cui questo strappo nella tela del tempo e dello spazio si fa più doloroso. Forse tornare ti aiuterebbe a sanare questa specie di ferita non condivisibile di non-condivisione che ti porti dietro, che ti porti dentro? E no. Perché il mondo è andato avanti prima di tutto per te, cancellando molti dei punti per te più importanti di quel paesaggio che era memoria, continuità e… casa. Tornando a casa non troveresti – come non la trovi già da tempo – quella che hai chiamato casa, né le presenze che l'hanno resa tale. Tutto di quel paesaggio è cambiato, e invecchiato, certo, ma ogni anno sembra che a invecchiare sia il volto di un estraneo, un estraneo sempre più straniato, straniante e stranito. Un estraneo diverso, ogni anno che passa, mentre le città crescono e il cemento continua a colare, a far andare il mondo avanti.

Alla fine mi è semplicemente dispiaciuto che sia andata via, 'a carcioffola, senza averle nemmeno potuto dire ciao. Fare un ultimo giro a sessanta all'ora sulle colline. Mi rendo conto solo ora che, dopo aver passato mezza esistenza a cercare di tagliarla fuori dalle foto di tutti i posti in cui mi ha portato, ora vorrei averne almeno un'immagine decente. E invece no: una delle uniche due che mi ritrovo è per sbaglio, in una delle tante stazioni impresenziate che mi ha aiutato a scovare. Come anche l'altra, capitata per caso con Emma accanto quella volta che eravamo salite a San Leucio per fare le foto per la ricerca scolastica. Insomma, qualcosa. Almeno per dirle grazie. Anche se, dopo tutto.
 

What happens now?

lunedì, 27 settembre 2010

   Quella notte dormì sul divano di casa di sua madre ma entrò nella stanza e lanciò un’occhiata al cadavere una volta sola. Il giorno dopo, di buon’ora, arrivarono quelli delle pompe funebri e se la portarono via. Lui si alzò per accoglierli, consegnare l’assegno e guardarli sparire con la bara di pino giù per le scale. Poi si riassopì sul divano.
   Quando si svegliò gli parve di aver sognato un film che aveva visto poco tempo prima. Ma era tutto diverso. i personaggi erano neri, perciò il film del sogno era come il negativo del film reale. E succedevano anche cose diverse. Il soggetto, l’argomento, era lo stesso, ma lo sviluppo era differente o a un certo punto c’era una svolta inaspettata e diventava tutta un’altra storia. La cosa più terribile di tutte, però, è che nel sogno sapeva che non doveva andare per forza così, percepiva la simmetria con il film, gli sembrava di capire che entrambi partivano dagli stessi postulati, e che se il film che aveva visto era il film vero, l’altro, quello del sogno, poteva essere un commento, una critica ragionata, e non necessariamente un incubo. Ogni critica, in fin dei conti, diventa un incubo, pensò mentre si lavava la faccia nella casa dove non c’era più il cadavere di sua madre
.

[Roberto Bolaño, 2666, 2004]

[colonna sonora]

Teròna, just keep going.

giovedì, 1 aprile 2010

Ma ‘ndove xe che ti sìe finìa?

*



[Ernesto Calzavara, da Le ave parole, 1984]

*
 
   No, niente. E’ che nel frattempo, di stazione in stazione, cercavo la mia. E così sono andata a stare da un’altra parte. Sto invecchiando: ho voluto con tutte le mie forze un pezzetto di terra con cui fare una mente, accanto al letto. Come il nonno. E allora…
Adesso la mia porta si apre su una strada non finita, e la finestra davanti alla mia scrivania dà sul cartello che segnala il punto, no, la linea, il taglio nella tela del paesaggio oltre il quale la strada non può più andare, finisce, e c’è l’asfalto tranciato di netto che forma il gradino di una scala che per salirla o scenderla – transitivo è bello – basta un solo passo. Se scendi c’è un infinito di terra, intero, senza tagli o strade in mezzo. Se sali ci sono le case, una zona tranquilla, giardini belli, il vicino anziano che fa dieci chilometri a piedi al giorno. Finisce la strada, inizia il campo, enorme, l’ultimo vuoto che resta in questo larghissimo rettangolo di case, che buffamente non può penetrarlo ma soltanto fare da orlo all’immane testimonianza dell’immane testardaggine di un contadino che no, proprio non vuole vendere. Durerà ancora per poco, lo so, ma intanto questa enormità vuota di cemento è piena di girini dentro stagni pieni di avena sterile e lepri e gatti e cimici e sassi e zanzare e macaoni. Finisce l’asfalto, comincia il resto. All’altro capo di questa enormità, in fondo allo specchio, c’è il tronco di strada gemello di questo, cui un giorno dovrà congiungersi: l’assedio dura ormai da anni, è un punto scucito nella trama efficiente del piano regolatore, ma già so che questo cartello prima o poi se ne andrà, che lo scalino sull’enormità di terra morbida e grassa verrà cancellato e il taglio ricucito, e così mi attrezzo per serbarne memoria allo spuntare del primo cielo limpido.
Abito, mi sembra, per qualche tempo ancora su una soglia, alla sera la mia è l’ultima finestra illuminata prima del salto nel buio della terra nuda, l’ultima luce prima dell’altra parte. Per qualche tempo ancora questo mi sembrerà un casello, a guardia di un minuscolo passaggio di livello nel paesaggio di questo minuscolo circondario. L’ultima casa, dice in effetti il vicinato: ah, piacere, allora siete voi siete quelli dell’ultima casa? Sì, siamo quelli che stanno alla fine, o all’inizio, tanto è uguale, comunque lì, vede, dove poi un giorno si mischieranno da capo tutte le direzioni, e chissà cosa succederà. Noi siamo quelli che abitano sulla soglia dello spazio in cui il paesaggio presto o tardi cambierà.

No. Mi no me la voglio sparagnar, la vista del fora par vadar solo drento. No.
Strade che no se sa dove finisse ghe n’è ancora.
Dapartuto.

*

Ma dove vivo io il cemento è diventato come il mais nell’Unità d’Italia: un’accumulazione primaria di territorio… per la quale non ci chiediamo neanche se esistono delle alternative.

*
– Perché non sei venuta a salutarmi?
– Perché è successo di nuovo. Mi avrebbe fatto male.
– Ma io non voglio mica farti del male. Non ho mai voluto fare male a nessuno, io.
– Lo so, ma non puoi. Sei una Voce, succede e basta, è il tuo mestiere. E’ come il mais nell’Unità d’Italia: uno non si chiede nemmeno se ci sono delle alternative.
– Ecco. Ma no va mica ben.
– Be’, sì. Perdonami, sarà per un’altra volta.
– Aspetterai che diventi vecchio?
– No, dai. Mi farò semplicemente coraggio.
– Come quell’altra volta. Brava.
– Eh.
– E allora?
– E allora che?
– Com’è andata stavolta?
– Ma niente. Ti ho odiato, di nuovo.
– Perché?
– Due motivi. Uno: sapevo che dopo, cioè adesso, saresti venuto a rompermi le palle. Due: per il cemento, e la differenza tra abitare e risiedere.
– Eh… cosa.
– Niente. Su queste cose avevo già iniziato a rimuginare, a masticarle. Giorni prima, già un nel po’ prima di ieri.
– E…?
– E chitemmuort’, vabbuo’? Arrivo, e trovo ‘n’ata vota che tu l’hai già detto. Prima, meglio e comunque in un modo che mi fa mettere a fuoco quello che cercavo di dire.
– Ussignùr. E che c’è di male? E’ tanto brutto?
– E sì, cazzarola, sì! Non ce la faccio più, arrivi sempre prima tu… ma non è perché arrivi prima… è perché così non ci arrivo mai da sola. Mi fai imbestialire, perché io sono lì che ci lavoro giorno e notte per mesi, e poi voilà, arrivi tu e finisce, tu hai già segnato la strada. Così non riesco mai a sapere se ci sarei arrivata o meno!
– Mariavergine…
– Certe volte penso che farei bene a non venire più a cercarti. Se so che sei da qualche parte che posso raggiungere, girare al largo. Smetterla, anche con questa storia che mi hai aperto il cuore.
– Seh. Sono così tanti anni che lo ripeti senza dirlo. Questo vuol dire che non me lo dirai mai.
– Può darsi.
– E non ti vergogni?
– No. Qui posso non vergognarmi della verità, come quando sto con le mani e le braccia affondate nella terra, che posso sporcarmi senza sentirmi in colpa.
– Uh, che pensiero da nonna, questo.
– Lo diceva mio nonno, infatti.
– Va bene, sì, mi hai odiato anche questa volta. E quindi?

*

E quindi è successo che ho deciso di restare qui. Faccio cose da abitante, ecco. Mi lascio assaggiare dalle mosche, bruciare dal sole, attraversare dai lombrichi, che mi ingurgitano e poi mi cacano via, fertile e rinnovata. Sì, sto facendomi terra. E poi bevo acqua di rubinetto e dalle fontane pubbliche, passo interi pomeriggi a cercare di fotografare fiori di una piccolezza estrema, predìco l’arrivo dei papaveri e nessuno mi crede. I residenti mi guardano un po’ male perché sono l’ultima arrivata, ma chissenefotte.

*

Ieri ho attraversato il passaggio, sono andata oltre il segnale di FINE DEL MONDO: è lì che abitano i papaveri che fra poco verranno, e siccome lì non c’è cemento né asfalto a sostenere le suole delle scarpe nessuno ci va mai, e così nessuno sa che fra poco il grande campo al centro di questo piccolo circo massimo di case si colorerà del rosso più bello che l’Italia conosca sui suoi prati. Inizierà prima disegnando costellazioni mai viste prima, e poi alla grande mente del mondo cascherà il secchio, sembrerà un incidente – sembra sempre un incidente per quanto è improvvisa – questa colata di rosso che per tanti giorni cambierà la luce, dell’alba, di tutte le ore del giorno e della sera, fino al tramonto, dopo il quale andrà in quiete fino al mattino successivo. Faccio cose da abitante, dicevo, e vado a vedere cosa c’è oltre il cemento e vado a vedere cosa si vede da lì, del centro dell’altro piano del paesaggio, quello senza cemento, solo per capire com’è. E poi sto qui, sto qui e non mi sposto. Faccio la pianta e la terra, prendo le misure della luce del sole e non vado da nessuna parte: quando c’è il sole sto al sole, e quando arriva l’ombra sto al fresco. Una coppia di passeri mi sta alla larga ma mi studia. Sento il frullare dei loro piccoli voli prima alle mie spalle, poi a destra, poi laggiù (dove?) in fondo, poi sulla grondaia che ho appena sopra la testa. Guardo le nuvole passare, ascolto le voci dei vicini e il rumore che fa quando alzano e abbassano le zanzariere. Da lontano, il treno in corsa e il vento che fa danzare, morbido, il campo coperto di coda di volpe.

E’ vero, per la miseria: fare l’abitante è un ca-si-no.

*

– Ecco. Tu te ne vai in giro a pisciare sulle rotonde, io a farneticare ad alta voce nei campi.
– Continui a parlare da sola, quando sei in giro?
– E sì. Non me ne accorgo neanche, a volte, non lo faccio apposta.
– Sì, lo so. A me capita nelle stazioni.
– S’è alzato il vento.
– Sì. Sai dove sono stasera?
– No. Dove?
– Non te lo dico, scoprilo da sola.
– Senti…
– Cosa.
– Perché continua a succedere? Voglio dire, perché la tua voce non mi lascia in pace?
– Non lo so. Dovresti chiedermelo, un giorno o l’altro.
– Mi risponderesti?
– Non saprei. Io non sono mica io.
– Eh.
– Ma poi perché? Perché non vieni mai, quando ci troviamo a un passo di distanza?
– Non…
– No, lo sai.
– …
– …
– Eh, vabbuo’, occhei, sì: mi vergogno.

(continua)

Fermata non richiesta: Stazione Madre

venerdì, 21 agosto 2009

Un filo alla volta, riprendere tutti i discorsi.
“Ma era solo un sogno“.
E che c’entra? Ho dato la mia parola.
Gli impegni vanno onorati
in qualsiasi strato della vita decidiamo di prenderli.

*

E’ ora.

Capo-linea

Ces voix qui m’assiègent: en marge de ma peau.

martedì, 16 giugno 2009

   Vuoi morire e vivere insieme, e pure vuoi tutto ma che sia un niente. Sei sveglia, adesso, perfettamente sveglia, ma le immagini del giorno e quelle della notte hanno esattamente la stessa sostanza. Sogni case. Case piccole, a giochi già chiusi, luoghi densi di fremiti e di forme, odori pungenti, umani intensi. Ieri era questa casa rossa, una cantoniera dell’ANAS o una vecchia stazione molisana, rosso pompeiano, che ti veniva da strusciare la pelle su ogni spigolo, con una specie di istinto da gatto senza pelo. E poi c’era qualcuno – sempre quello – che parlava, parlava, parlava. Era venuto a prenderti da non si sa dove, era notte e pioveva, lui guidava e raccontava, di un qualche teatro, qualcosa che era successa, e ti faceva ridere di cuore mentre dentro pensavi che allora lui è così, proprio così come te l’eri immaginato, forse anche meglio perché per la verità non ti eri immaginata mai niente oltre la sua voce e il suo odore. E ti era venuto da pensare a quell’altro, che invece t’aveva messo tutta quella tristezza perché era stato tutto dentro, e quindi completamente fuori, la tua testa. E così, in macchina, adesso c’era lui che ti parlava come un fiume in piena, che quasi non potevi dire una parola e ti lasciavi annegare dalla sua voce col godimento totale dei bambini… e poi a un certo punto basta, eravate in casa, nella tua casa rossa come il didentro delle labbra, e lui continuava a dire che c’era questo o quello che dovevi leggerlo as-so-lu-ta-men-te, fino a che non aveva preso quel libro rosso come la tua casa, lo aveva aperto sulla scrivania e chiesto a che pagina fosse il passo sulla non-probabilità della serie decimale. Allora vi eravate seduti a leggere insieme, finché non avevi sentito il calore di una mano su una spalla. Le parole si sono interrotte allora per un lungo momento elettrico prima di riprendere il loro corso, la loro corsa dall’imperfetto al presente più prossimo, per poi, alla fine, cadere su un nome. E’ un nome di donna, che non si sa chi sia se non che è sua. Ma intanto le parole hanno ripreso a correre, mentre fuori la pioggia martella i vetri e mentre lui ancora ti parla delle cose belle che dovresti leggere senza mai toglierti il palmo caldo dalla spalla, finché a un certo punto si alza e si allontana dicendo solo vado, sparendo d’improvviso senza nemmeno passare dalla porta. Il punto in cui stava appoggiato il suo palmo si apre allora come una finestra sulla pelle, e senza più la protezione della sua mano non può difendersi dall’arrivo di una freccia di freddo che ti colpisce in pieno, sicché dalla spalla scende verso il resto del dentro lento, vischioso come una colata di olio gelido che ti si rapprende nei muscoli fino ai piedi. Un attimo dopo senti di nuovo bussare alla porta rossa della tua casa rossa, con uno sforzo enorme vai ad aprire e lui è di nuovo lì, zuppo di pioggia. Entra e si siede, augusto ed esausto, su un angolo del letto bianco, ma adesso che è all’asciutto non smette di grondare, perché no, non è solo la pioggia quella che ha addosso, e scoprendo le spalle dalla camicia fradicia si vede che in realtà è la sua stessa pelle che… no, non suda, ma piange, versando lacrime abbondanti neanche fosse interamente ricoperta di occhi disperati. Con i gomiti appoggiati sulle ginocchia adesso lui non parla più, ha il capo chino e guarda a terra con la faccia di uno che ha fatto una fatica immensa e non ha più niente da dire, con le lacrime che ancora scendono dagli occhi invisibili sparsi sulla sua pelle rigandogli la testa, le braccia, le mani, la schiena, le ginocchia. Adesso sei tu a posargli una mano sulla spalla, a proteggere quell’apertura nuda e indifesa come lui aveva fatto con te poco prima, sebbene quel freddo oleoso non ti abbia ancora lasciato.

– Non preoccuparti, tra poco smette.

E’ solo un filo di voce che adesso ti parla, senza alzare la testa.

– Ma cosa… è successo?

ti scappa da dire, e pure d’improvviso ti è chiaro che non avresti dovuto.

– Niente… è quel nome di prima. Adesso non c’è più. Restami dentro ancora un poco, e poi mi ritiro.

– Ma…

– Sì, è vero, c’è il merci che passa tra poco.

– Già. Devo salutarti.

– No. Vengo anch’io.

– Come. Perché?

– Perché non ne posso più di questa pioggia. Questa.

sottolinea indicandosi la schiena. Poi la sua mano si apre, si porta sulla tua che ancora lo protegge, ti preme forte il palmo contro la sua spalla.

– Ancora un poco. Ti prego. Solo un poco. Poi andiamo.

Poi il silenzio si fa lungo, lungo, largo come una vita. Solo dopo un’enormità o due, si fa infine ora.

– Se vuoi venire, dobbiamo andare.

– Sì, lo sento che arriva. Ma devi riprendere i discorsi che hai lasciato. Anche di quello non ne posso più.

– Va bene. Era che avevo freddo.

– Sì, lo so. E’ colpa mia, mi spiace.

– Non importa. Andiamo.

– Sì.

– Dimmi solo una cosa, prima.

– Cosa.

– Quando finirà l’assedio?

– Mai. Per te, intendo. Sì, credo mai.

– Mi sembra equo. Ma prometti che ogni tanto ti girerai dall’altra parte. Ci sono dei momenti in cui anch’io non ne posso più. Di te.

– Perché?

– Perché come compagno di viaggio sei silenzioso, lo dicono tutti ed è vero. Ma sei ingombrante.

– E’ vero. Ma è equo anche questo. Va bene.

– Andiamo, allora.

– Andiamo.

Un momento dopo siete in cammino, in silenzio, curvi sotto una pioggia battente calda e salata come sudore. Le luci dei lampioni che illuminano la casa rossa si sono allontanate di colpo, adesso che siete in cima alla collina dove la ferrovia fa una curva si vedono bene, anche se piccole e intermittenti.
Poi, dal basso, alla vostra sinistra, nel buio inizia a salire un familiare chiasso di ferro su ferro. E’ una manciata di attimi. Passa il locomotore, iniziano i carri da legname, vuoti. Lui ne lascia passare qualcuno poi ti strattona una manica della maglietta quando decide che è il momento di iniziare a correre. Si aggrappa ad uno dei pali scuri mentre la pioggia smette d’improvviso, ti tende un braccio e con un unico, liquido movimento di muscoli salta su tirandosi appresso anche te, senza fare rumore. A cavalcioni di un palo a testa, con le gambe penzoloni fuori dal carro aperto, siete ormai andati, con l’aria caldissima che in un momento vi asciuga, ai margini del paesaggio nero. Nessuno dei due ha più freddo, il cielo ha smesso di sudare, la pelle ha smesso di piangere.

*

   Durò meno di un paio di minuti. Poi Byron giacque in mezzo al sottobosco calpestato e stroncato, sanguinando lentamente in faccia, udendo gli schianti dei cespugli continuare, cessare, svanire nel silenzio. Poi è solo. Non avverte più alcun dolore particolare, ma quel che è meglio, non avverte più fretta, urgenza, di fare qualcosa o di andare da qualche parte. Semplicemente se ne sta lì disteso in silenzio, a sanguinare, sapendo che fra un po’ verrà il momento di rientrare nel mondo e nel tempo. (…) E’ lì disteso quando sente il fischio del treno a un incrocio distante mezzo miglio.
   Questo lo scuote; questo è il mondo e anche il tempo. Si tira su a sedere, lentamente, esitando. ‘Comunque, non ho niente di rotto’ pensa. ‘Voglio dire, non ha rotto niente di mio’. Sta facendosi tardi: è di nuovo il tempo, adesso, e in esso la distanza, il muoversi. ‘Sì, devo muovermi. Devo andare avanti così riesco a trovare qualcos’altro in cui immischiarmi’. Il treno si avvicina. Già il ritmo della locomotiva, con la salita che comincia a farsi sentire, è diventato più breve e più forte; ben presto vede il fumo. (…) Si avvicina al limitare del sottobosco, dove può vedere i binari. Adesso la locomotiva è in vista, quasi gli viene addosso sotto i ritmici, forti scoppi di fumo nero. Fa un terribile effetto di non moto. Eppure si muove, strisciando terribile verso il culmine della salita. In piedi ora al margine dei cespugli, la guarda avvicinarsi e passargli davanti, faticando lenta, con l’estasiato, infantile rapimento (e forse struggimento) della sua educazione campagnola. La locomotiva passa oltre; i suoi occhi vanno avanti, a guardare i carri che, uno dopo l’altro, avanzano lenti e superano il culmine, quando per la seconda volta in quel pomeriggio vede un uomo materializzarsi come dal nulla, nell’atto di correre
.