Articoli marcati con tag ‘idioma o idiozia’

Gravità (chiéna ‘e vacanterìa).

sabato, 19 maggio 2012

Love it or leave it, she with the deadly bite,
quick is the blue tongue, forked as a lightning strike.
Shining with brightness, always on surveillance
the eyes they never close, emblem of vigilance.
Oh, no, no, no.

Said don’t tread on me.

*

Perché la parola scritta pesa così tanto? Le stesse, identiche parole quanto diversamente lasciano il segno a seconda che si scelga di dirle o scriverle?

– Be’, è il motivo per cui anch’io a un certo punto ho smesso di leggere quello che scrivevi.
– Perché?
– Perché ci stavo male. Perché quando uno che ti conosce ti legge, si aspetta un atto comunicativo. Invece per te non è così… l’ho capito col tempo. Scrivere per te è un modo di pensare, di… tessere i pensieri. Quello che metti lì sul blog, paradossalmente, può essere condiviso solo con chi passa di là per caso e non ti conosce, non con le persone con cui condividi o hai condiviso la tua vita.
– Sì, è vero. Ultimamente sto incappando un po’ troppo spesso in questa specie di tranello, e spiegarlo mi è quasi impossibile…
– Già, chi ti sta intorno dovrebbe sapere quanto poco importa il motivo per cui scrivi lì. Per gli altri, intendo. Quelle non sono cose che devi dire a qualcuno di specifico, è più una specie di lavorìo che fai su te stessa…
– Sì. E’ come sognare, ma mentre sono sveglia. Le forme sono quelle della mia vita ma nel tempo si trasformano, anche profondamente, e il significato che prendono a volte non lo conosco nemmeno io. Si cristallizzano, diventano simboli, si rimescolano e diventano qualcosa d’altro.
– E poi se ti capita di rivolgerti a qualcuno che ti sta intorno, in questa specie di forma di scrittura, succedono i casini. Perché loro si aspettano che lì ci sia un messaggio, come quando parlate nel quotidiano… ma tu quando sogni e insieme fai segni perdi ogni forma di tatto, scrivi per te, procedi per immagini, usi pronomi di seconda persona per quelli di prima. E’ un casino!
– Eh, lo so…
– E poi non c’è messaggio.
– No, be’, non è proprio che non c’è messaggio. E’ solo che il messaggio è un filo di pensieri che non voglio perdere, e per certi versi si può anche condividerlo. Però sta un piano che non è quello del quotidiano. E’ qualche altra cosa che non so nemmeno io. O meglio, io ce l’ho ben chiaro qui, solo che non lo so dire.
– E’ per questo che in quel posto solo con chi capita lì per caso puoi alle volte intenderti.
– E sì, perché contesti e dettagli e messaggi di un certo tipo sono necessari solo con le persone con cui hai effettivamente un rapporto. Ma il cammino inverso è pure possibile… a volte gli incontri casuali che quel filo di pensieri che non voglio perdere mi ha portato sono stati incredibili, e nel tempo, poi… vabbe’, ok, l’ho detto già un miliardo di volte.
– Eh, infatti. Ma per esempio, no?, adesso come lo spiegheresti che a questo punto io non sono già più il tu con cui stavi parlando all’inizio di questa chiacchierata, e che solo due frasi di tutto quello che ora ti sta venendo fuori sono state realmente dette da qualcuno?
– Uhm. Non lo spiegherei, come ho sempre non fatto. Oppure puntualizzerei che questa non è una chiacchierata, presumo. Boh.
– E mettici anche che questo non è nemmeno un diario.
– Anche.
– Però quello che dici a volte pesa.
– E lo so. Ma è perché c’è uno strato della mia voce che è soltanto scritto, e su questo non posso farci niente. L’altro problema è che mi viene di parlare soltanto di immagini che si svuotano del loro senso originario, e che mescolandosi ad altre diventano qualcosa che prima non c’era.
– Quindi questo cos’è?
– Sta scritto là sopra: è un posto densamente vuoto.
– Ma capiente.
– Pure troppo.
– E vivo.
– Purtroppo. Per me.

*

So be it
Settle the score
Touch me again for the words that you’ll hear evermore.

Assenza

martedì, 18 gennaio 2011

La to presenza assenza
la to desterminada valenza
in dimension diversa
me scaturisse

Desiderante tormento
lenta combustion
de pazienza
senza mai fin
malstar benstar
pienezza d'ogni vòdo

Supplizio de no supplicar
par no dir
e gnente èsser
par èsser
gnente volenza
solo comunicanza
e

In t'un momento
xe sta un svolar de piume de ale
neve de falìve
ne la non aria
             memoria
'na parvenza
assente
segno che no se vede
che xe el tuto
del gnente
xe sta un presente
più del presente
più del passà del futuro
un maùro maurarse
de quel che nato
ancora drento no xe
ma che xe
               andar e star
               in t'un stesso momento
Trasparente del mondo
sostanza
rarefazion
               mancanza
nel giazzo e nell'ardenza
de la to beatitudine
che senza
sentir se sente
senza sperar se spera
mente
che mai no mente
grazia che no xe grazia
preghiera che no xe preghiera
ma libertà vera
de assenza

e

[Ernesto Calzavara, da Analfabeto, 1979]

Si ça s’est passé, c’est plus que parfait.

domenica, 9 novembre 2008

C’étaient les nuages
c’étaient les pages
c’étaient les sages
c’était du sang sur la neige.
Puis c’était la tête
c’était une planète
c’étaient les mouettes
c’était une éternelle devinette
brouillé
mais aussi rouillé
que le temps
qui ne voulait jamais se tourner en moments.

C’était quoi?

Que sais-je?

Quoi que c’était
c’est fini.

Corduroy (come se) – 1

mercoledì, 17 settembre 2008

Stazione di Mestre stazione di Mestre
è in arrivo al binario numero sette
il treno locale per Piove di Sacco Adria
è arrivato al binario numero nove
il treno proveniente da Udine Pordenone Treviso
parte dal binario numero tre
il treno per Portogruaro

Por-to-gru-a-ro

Portogruaro va zo par ‘na riva longa piana
piena de piere e de piante
treno
sbrissa el se ingàmbara
ai primi passi sui sassi ch’el trova
le case va zo de rodolon
fin squasi al mar e là tac
le se ferma par no bagnarse

Le se senta le se sente lontane desperse
pai calighi d’inverno
fra mezo le cane de soturco
co el sol le bogie e le brusa
Portogruaro se slonga se destira se slanguorisse
se impenisse se svoda d’aria
deventa piata come ‘na cordela
bianca de bombaso
se schinsa come un platelminto
ne l’intestin de un can
Portogruaro xe ‘na strica d’aria verde
che se posa leziera
par tera
Sarà vero?
Mi no go mai visto Portogruaro
ma là ‘desso de çerto tuto xe muto
se perde se sfanta
te incanta
Portogruaro gruaro gruaro

[Ernetsto Calzavara, da Analfabeto, 1979]

*

– Ciao, neh.
– Ue’. Ciao.
– Dove te ne vai oggi?
– A Venezia.
– Questo ci mette tanto, fa tutte le fermate.
– Eh, lo so. Ho da leggere.

Sbircia il libro aperto, sorride.

– …
– …
– Che c’è?
– Niente. Aspetto. Leggo.
– Con quella faccia?
– Eh, questa tengo.

Si guarda intorno, a lungo.

– Però è vero che qua tuto se slanguorisse.
– Sarà ‘sto cielo bianco.
– El siroco.
Deventa piata come ‘na cordela bianca de bombaso.
– Madona, come che te vien male.
– Faccio del mio meglio.
– Eh…
– Uffa. Prova tu a dire acàlame ‘e parole p’ ‘e scippacentrelle ‘e chistu munno, e poi vediamo.
Scippaceche?
– Ecco. La scippacentrélla è una caduta, di quelle brutte proprio, che letteralmente ti scippa, ti strappa, le centrélle, cioè i chiodi dalle suole delle scarpe.
– Non ci sarei mai arrivato! Sci-ppa-ce… ‘speta, ma quello che hai detto che cos’era?
– Parole di uno delle mie parti.
– E come fa?
– Aspe’, te la scrivo. Così fai del tuo meglio anche tu, e io ti posso dire "comme te vène brutto!".
– No, vabbe’, ma scherzavo…
– E pur’io scherzo.
– Con quella faccia?
– Sempre questa tengo, non è che me la posso cambiare. To’, eccotela qua.
– Oh!

Legge, per un momento completamente assente.

– Non ci capisco quasi niente… che vuol dire acàlame?
– Significa calami, fai scendere verso di me.
– Nel senso che?
– Nel senso che da noi c’era l’uso di passarsi le cose da un piano all’altro dei palazzi con la corda e il cesto. E veramente si usa ancora.
– La sporta?
– Esatto. Quando uno dice così credo che in testa stia vedendo la mamma o la nonna o la zia che gli fa scendere il cesto dalla finestra o dal balcone.
– Ehi! Ma questa somiglia a…
– Essì.
– Dai!
– Bra’.

"Il treno. Regionale. Delleore. Docici. E ventitré. Per. Venezia. Santalucia. E’inpartenza. Dalbinario.Tre. Ferma in tutte le stazioni".

– Eccolo. Vabbuo’, fuma di meno che ti fa male. Ci vediamo.
– Eh. Oh, ‘desso ti fa la poesia al contrario.
– E stasera nel verso giusto, non ti preoccupare.
– Statti bbuona, va’…
– ODDIO!
– Perché, come si dice?
– No, le parole vanno anche bene, è la pronuncia che non… prossima volta, dai, sennò perdo il treno. Màstegala, intanto.
– Va ben. Com’è la e di saglienno?
– Aperta. Sagliènno. E toglici un po’ di o alla fine. Ciao!
– Sani!

Voce del verbo: trapianto (di midollo) (casertano)

sabato, 13 settembre 2008

Ariént’ ‘u friddo
ancora pienzo a ciert’igghiurnàte ‘e sole.
‘O ssaccio ca nun me capisce
quann’ ‘o ddico,
manco fosse n’ata lengua.
Ma n’ata vota:
nunn’ ‘e bboglio
tienatélle
e agge pace.

[Dentro il freddo/ripenso a certe giornate di sole./Lo so che non mi comprendi/quando lo dico,/nemmeno fosse un’altra lingua./Ma di nuovo:/non le voglio/tienitele/e sta’ tranquillo.]

Voce del verbo: (ti) liquido

giovedì, 10 luglio 2008

Il mondo è immenso, immerso, sommerso, deserto, un concerto. Siamo sott’acqua di voci e di odori, dici. Tu i pesci, non si sa come, in qualche mo(n)do li capisci, che odorano l’acqua su cui poggiano e che respirano, lo capisci com’è vivere coi polmoni pieni d’acqua, e il naso e le orecchie, specialmente in quei giorni in cui la luce è calda e l’aria fresca, che nuoti in macchina, a piedi, al mercato, in bici, in biblioteca, sul treno. Ti escono dalla bocca parole, bolle che ti scappano a volte anche dalle mani, ti salgono dentro e poi ti sfuggono fuori e non le puoi riprendere più, alzi gli occhi e sono già in alto che corrono verso una superficie dove non puoi arrivare a meno di un’ordinaria asfissia, del tempo e dello spazio.
E’ tutto cambiato adesso, nuotare prende un mare di energie, a volte le correnti di certe pareti bianche ti trascinano via allo stesso modo di una mappa, e l’impenetrabilità di certe altre ti costringe a studiarle, a tastarle centimetro per centimetro, a capa sotto e ‘e smerzo, finché a un certo punto:

non
me
lo
fai
proprio
piantare
questo
cazzo
di
chiodo
eh
?

Allora nuoti a testa bassa comm’a nu ciuccio ‘nfrustecuto fino ai pastelli, ti arrabbi che ti viene il sangue agli occhi e metti a lavorare la vescica natatoria finché non trovi, feroce, la profondità dove vuoi posare la vista. La prova: non usi più inchiostro ma solo pietra grigia, per scippare la carta, e un pezzo di bianco per correggere il tiro.

E’ tutto diverso, adesso. Tipo che qua (dove?) non è più che xe acqua e tera, acqua e tera. Ma: acqua e fèro, acqua e fèro, acqua che xe fero, fero che xe acqua.

Fèro de binario e de pedale, fèro che xe carne, carne che xe acqua, e acqua che vista da questo fondo di boccia, lassù, in alto dove non ce n’è più, xe – o al manco te par – aria.

Emigrante, automunita, aspirante immobile.

lunedì, 21 gennaio 2008


Lo vuoi sentire un pezzo veramente ignorante
?

*

 Avevate una vita che non era male: treni, libri, sole, voci, musica. Lavoro, e pomeriggi domenicali di caffè e chitarre sul balcone appena l’aria si intiepidiva quel tanto che bastava, in primavera. Una vita di luci e ombre, pacifica, artigianale e a suo modo colorata. Di fame, di sete, e – per stanchezza – sonno alla sera. Vi muovevate con e per affetto, intorno alle ossa la carne c’era e si sentiva, i muscoli erano vivi e il cibo era rustico, il legno solcato e pieno di nodi ma solido.
Su tutto questo eri carta da parato, tu (tu chi? Io?). Circondata di musicanti, falegnami e meccanici nati, persone che aggiustano, occhi che vedono. Da loro hai imparato la tua direzione, da loro cui non somigli in niente, da loro con cui non avevi nulla da spartire a parte il pane, su una tavola rotonda dell’anima in cui vi nutrivate a vicenda di mani, di frequenze, di visioni. Potendo, avresti passato metà del tuo tempo a sostenerli, questi com-pagni, e l’altra metà l’avresti tenuta per te. Ti sarebbe sembrato equo. Avevate questa vita, no, in cui gli spigoli delle regole erano smussati talvolta dal buon senso e non ancora dalla cazzìmma. C’era questa vita, c’era e ora che ne fai scatole si vede, chiunque passa di qua fa: ma allora è vero che te ne vai. Sono cinque anni che te ne vai, in effetti, ma ora di nuovo c’è che se vére.
 C’era questa vita niente male in cui eri carta da parato e ora che te ne stacchi si vede, compare il muro sotto di te, sotto la tua presenza che è stata. Bianco. Lo vedi persino tu stessa, lo strappo, che credevi di essere sempre stata invisibile o poco meno che trasparente. Ma allora c’ero ti dici, e solo ora vedi tutto quello che eri riuscita a stipare in quel foglio di spazio tra te e la parete: non le cinquantatré scatole, no, quelle sono solo il resto di quello che nei pacchi non ci sta perché non ci può stare.

 Queste luci e queste voci, allora, chissà dove finiranno. Quei gesti minimi di loro quando sono lì e sono musica, gli istanti quasi imprendibili in cui i muscoli del collo si allentano, la testa si abbandona e ad occhi chiusi verso il cielo d’un tratto non sono altro che quello che sentono – dentro e fuori dissolti nel suono che loro, artigiani, fanno – e quelle parole che si vedono e non si dicono, quell’andare di concerto in cui si sa dove mettere i piedi per non calpestare i morti, i tuoi e quelli di chi ti sta accanto, ecco, tutte queste cose chissà dove finiranno. E questa vita da parato non ti stava neanche male, anzi, ti calzava come quel vecchio paio di scarpe da ginnastica sformate che ormai ti sembrano uscite dalla fabbrica apposta per i tuoi, di piedi. Così bene, ci stavi, serena e nascosta, ché sapevi sempre dove mettere i piedi per non essere vista: nessuno si ricordava mai ma dove ti ho visto sebbene occasionalmente contribuissi a rendere piacevole un ambiente. Così.

 C’era questa vita e l’hai lasciata. Il Nuovo, inclemente, ti tira fuori da te. Ci andrai a sbattere e ti ricorderai di avere un corpo e un’ombra, e di dover stare attenta a quello che dici e a quello che sei, soprattutto per non fare del male.

Insomma, praticamente da parato mi passi a cummo’.

Ma noialtri… semo sicuri? Are we sure?

venerdì, 21 settembre 2007

Prima veni lu cantu
e dopo lu lamentu
.

*

Dunque.
Io mi vergogno. Anzi: me metto scuòrno. Questo è il fatto.
Mi guardo intorno e me metto scuòrno (perché qui la vergogna è così, dura, violenta come una mazzata, e la si mette) del posto da cui vengo, della lingua che parlo. Non è vero che non è colpa di nessuno. Se non è colpa di nessuno vuol dire che siamo stati tutti, è inutile che ci prendiamo in giro. E qui, in queste terre di mezzo del pozzo-paese in cui nessuno di su – ma neanche chill’affianco – sa di quello che succede giù e viceversa, non c’è più nemmeno lo sguardo delle bestie e degli alieni a dirci: ma voi… seo sicuri? Sio sicuri? Are you sure?

 Le bestie muoiono e gli alieni sbarcano altrove… ovunque, ma non qui. Se qualcuno oggi ci guarda, lo fa da lontano, nessuno più viene a vedere come sono fatte queste strade e queste case e la luce di queste latitudini. Nessuno viene a sentire l’aria, nessuno ad ascoltare ‘a voce r’e cristiane ‘e ccà. Nessuno più entra in questa casa, in questa terra, chiede permesso, si accomoda e si guarda intorno: non ci sono più ospiti a metterci in difficoltà, a farci sentire osservati. Quei pochi che ci sono, sono muti, ciechi e sordi almeno quanto noi.
I giornali e la tv non ci mettono più soggezione ormai, si può sempre far finta non guardarli, di non leggerli, di non sapere. Ma gli occhi degli altri… quando c’è un altro che ti parla, un altro che ti chiede di spiegargli ma cossa xe sta roba… come gli si può sfuggire? Ti costringe a cercare le parole, foss’anche per restituire un cenno ostile, per trovare una giustificazione che non esiste. E intanto magari a tenerti il morso dello scuorno nascosto dint’ ‘e stentìni, ché tanto lo sai quello che sta succedendo, e ne sai anche il perché.

Ma oggi qui non c’è più niente – uomini, bestie o alieni – per cui dover trovare le parole. Uomini e uomini hanno smesso di parlarsi, figuriamoci se possono provarci con altri esseri viventi. Così restiamo senza idioma, idioti che non sanno più parlare, né fra loro né con gli altri da loro. E con questa idiozia talvolta ce ne andiamo via da qui, dove le cose sprofondano così velocemente da non riuscire più a capire se questo è ancora il posto in cui siamo nati e cresciuti, per entrare in altre geografie, sempre più spaesati, con lo scuorno dint’a panza e la speranza che il finale non sia lo stesso per tutti. E zitti andiamo, zitti camminiamo, e questo scuorno che non se ne va mai diventa la forza segreta di questi piedi e questi  occhi che trovano strade che sono strati ed entrano altrove, chiedono permesso, si accomodano e si guardano intorno. Ma ovèro site sicuri?, si sorprendono a dire prima o poi in un mondo così diverso da quello da cui sono partiti. Ah! Ma allora…

… e poi tornano. Torniamo. Anzi, poi torno. Torno e mi guardo intorno, e mi viene da chiedere: ma perché? Pecché? Uagliù, ma simm’ sicuri?

E’ una specie di scossa, breve, dolorosa come l’ago di una puntura fatta da una  mano pesante.

Facciamo corto circuito nel nostro stesso paesaggio? Ommadonna. Siamo diventati noi gli alieni. L’ultimo sguardo altro che ci resta è davvero il nostro, quello di chi se n’è andato in un altro blu ad imparare la propria direzione da gente che non gli somiglia, gente per la quale ha dovuto faticare, qualche volta anche soffrire per rompere il silenzio dello scuorno e cercare le parole per spiegarsi, per spiegare cosa succede in quell’altro punto del pozzo? Sembra quasi assurdo. Che sorpresa, del resto, quel giorno in cui abbiamo scoperto che a Capua e a Trieste il letto ha lo stesso nome, ah! Altro corto circuito: la corda del pozzo per far venir su il paese la si stava tirando tutti insieme, alieni e altri che si erano ritrovati ad andare a dormire nella stessa parola, e da lì a viaggiare insieme dentro molte altre finché il silenzio dello scuorno non ha cominciato a… parlare.

Prima il canto, e poi il lamento? No, talvolta può succedere anche l’esatto contrario. E se deve essere la vergogna a guidare me, aliena, agli altri che diventano voci… allora lo scuòrno me lo tengo. Se mi vergogno forse vuol dire che qui non è ancora finita.

Altri e alieni, alieni e altri. La differenza è solo la terra che hanno sotto i piedi. Gli altri ne condividono una, l’alieno no. Ma quanto si fa porosa la membrana di significato che li divide se dopo essere stato tra gli altri l’alieno torna a casa sua e gli viene da dire: ma siamo sicuri?

Deve essere per questo che, in metà di questo paese-pozzo, dentro il pronome che dice noi ci sono andati ad abitare anche gli altri.

Ancora la luna nel pozzo (frammenti di un discorso tra idiomondi)

martedì, 4 settembre 2007

Mi sembra che mi parli della luna.

*

Sì, è vero. Quando mi capita di discorrerne – più spesso con te, di recente, ma mi succede quasi tutte le volte che ne parlo con qualcuno di altr’ove – ho anch’io la stessa sensazione. Lo sento nel momento stesso in cui lo sto dicendo, quanto lontano e diverso è quello che ti racconto rispetto a quello che puoi aver vissuto, visto, conosciuto tu, nella tua vita. Tu che sei tu, ma a volte insieme a lei mi diventi l’Altro – per eccellenza più che per antonomasia – cui tentare di spiegare, rendere accessibile o quanto meno comprensibile la luna su cui sono nata. Per questo stesso motivo, quando troviamo un punto di contatto dentro una una stazione abbandonata, un pagliòne, una s’cinca, nell’averci ‘ncora posto pa’ i vostri pugnài… per questo stesso motivo, dico, quando troviamo una qualsiasi cosa, pur microscopica, che ci dice che la vita è diversa ma in qualche modo si somiglia anche tra punti tanto lontani della mappa, be’… la meraviglia è sempre grande. Non è stupore, no, ma meraviglia sì. Ed è una meraviglia che sa essere faticosa, anche, e quanta più fatica richiede tanto più generosa sa essere di godimenti, di rimando. Italiani, contadini smemorati, avevamo affettuosamente riso quella volta.
Ma è anche un problema difficile, per me. Devo dirlo e ammetterlo, perché mi costringe a dire io: se parlo di questo, se voglio parlarti di questo, non posso darmi del tu, perché devo darlo già a te e soprattutto perché sarebbe vile. Se ti parlo di lei, non posso usare un altro pronome. Devo tornare dentro io, anche se sono ingrassata dall’ultima volta che l’ho usato e adesso stringe, mamma mia quanto stringe, sega i gomiti, le spalle, le ginocchia, la pancia, e fa respirare corto. Devo solo sperare che il tessuto di cui è fatto ceda un po’, con il tempo, e intanto provare a muovermici dentro. Un po’ alla volta, forse.
Ma comunque, dicevamo: la luna.

 Ti stavo parlando di una domenica pomeriggio d’estate come tante altre, in effetti, ti facevo vedere i posti in cui eravamo stati, si parlava di terremoti – quello della terra mia e tua – di abbandono, di ortiche, di cenere, di tafani, del silenzio che con il tempo si prende le cose e le persone che c’erano, e tuttavia non sono andate via. Di profumo di paglia e di menta, anche, incidentalmente. E ti chiedevo e da te com’è stato?. Per non perdere il filo del discorso, come altre volte, mi stavo persino dimenticando di andare a dormire. La meraviglia potrà anche essere faticosa, eppure continuare a fare di questi scherzi: ti raccontavo della luna, sì, e infatti a un certo punto hai detto ma sai che una stazione abbandonata anch’io? Ah!

E’ successo che in treno, giorni fa, ho fatto un sogno. Tiravo la corda di un pozzo, una corda spessa quanto il mio avambraccio e intorno alla quale non riuscivo nemmeno a chiudere le mani. Tiravo, ma non si muoveva niente, quel che c’era all’altro capo era troppo pesante. Poi, una voce dietro di me: era lui, che non vedo da tanto tempo, l’amico del minimo, dell’infimo e del particolare, come gli piaceva dire allora, che aveva amato farsi raccontare – per anni! – questa terra che non avrebbe avuto modo di conoscere altrimenti. Ha ripetuto una cosa che ha detto una volta, e poi mi ha aiutato a tirare. "Cosa stiamo tirando su, Ma’?", gli ho chiesto. "E’ il paese!", ha detto. "Eh? Ma cosa è il paese?". "Il pozzo! E tira!". "Ma’, ma sei impazzito?". "Eh! Scema, ma tu non sei di giù?". "Ma…", "e secondo te che significa? Tira!". "Ma pesa come la luna, diosanto…". "Embe’, è la luna!". "Ma che staje a ddìcere?", "eh, ma quanto parli! E tira!". E ho tirato. Così tanto che lo sforzo mi ha svegliata. Ero sudata, i muscoli tutti contratti, dalla faccia ai piedi, il Perlesvaus stretto tra le mani, schiacciato sulla pancia. Mi ero addormentata studiando, ché Lancelot si era appena calato nelle cisterne sotto il castello della Prova. Accidenti.

Due giorni dopo ero altrove, in un altro dove, altr’ove. Giù. A sud dove, dopo la generosa pioggia di su, avevo trovato l’estate mediterranea di Dino Campana, vasta, ardente, notturna, assetata. Ma una notte mi sono ritrovata davanti allo stesso pozzo. E siete arrivate voi, che pure mi avete aiutato a tirare. Pioveva, anche. Vi ho detto allora di aver sognato che questo paese è un pozzo. Voi avete sorriso e avete detto "bella scoperta… noi di su, tu di giù…". "Ah. E come si fa, allora, scusate?". "Come abbiamo fatto fin’ora, no?". Ho fatto una faccia che non so, comunque si doveva vedere che non avevo capito perché avete poi detto, insieme: "con la corda!". E poi hai aggiunto: "bisogna attaccarla al treno, ora che parti, però". "Perché?". "Perché così la tiriamo su senza farci male, forse". "Ma sono ottocento chilometri!". "Eh, va ben, ce la facciamo. Basta che non dimentichi il quaderno a casa". Accidenti di nuovo, stavolta alle urla dei pavoni del vicino: voi e il pozzo siete rimaste lì, insieme a quel che c’era sul fondo, e io mi sono svegliata.

Da allora, quel pozzo non mi lascia. Oppure sono io che sono rimasta lì anche se mi sono svegliata, non lo so. Guardavo una mappa l’altro giorno e ancora ci pensavo: un pozzo, forse, e non uno stivale? La sensazione, in effetti, talvolta è quella di venire dal fondo, dal profondo. Dalla luna. Poi leggo da lui uno sguardo da una finestra aperta a Sud, sui certi boschi dal nome famoso che ha scoperto essere una grande foresta, e non il massiccio brullo ed arido che ci hanno fatto credere in anni e anni di telegiornali, e in questa meraviglia mi pare emerga in trasparenza qualcosa di essenziale. E allora si vede che la luna c’è. Esiste. E anzi, non è una sola, ma tante. Io stessa, prima di metterci piede, cosa sapevo di quello che c’era qui, quassù?

In quelle due sere, per esempio, che intorno a un tavolo si condividevano cose, memorie grandi e piccole, associazioni d’idee e parole a casaccio che costruivano piccoli mondi condivisi… ero lì che ascoltavo, bevevo le vostre come frammenti di un mondo mai visto mentre dietro gli occhi si mettevano accanto ai frammenti del mondo mio, fatto di ferro e storie vecchie (non antiche, soltanto vecchie) e abbandono, e prevaricazione e monnezza, e pensavo: mi muovo non fra due regioni, ma tra mondi diversi. Quando mi trovo nell’uno puntualmente l’altro mi sembra, negli occhi di chi mi sta di fronte, così lontano da provare una qualche difficoltà nel pensarli all’interno di uno stesso confine. Eppure ci stanno e che meraviglia è anche questo, ché si incontrano in così tanti punti se uno sovrappone le mappe. Insomma, questa striscia di terra lunga lunga, distesa, anzi, no, profonda sul mare… come funziona? Così il sogno: è un pozzo. Se è un pozzo io sono nata a tre quarti, non proprio sul fondo ma comunque lontana dall’orlo, e vado su e giù con questa corda di binari, faccio la spola tra le lune di sopra e quelle di sotto, forse. E da ogni capo della corda trovo occhi che ignorano cosa c’è dall’altro lato. Se è un pozzo, forse ha due uscite da cui passano bagliori, voci confuse, poco altro. Nessuno di sopra sembra voler sapere quello che c’è lì sotto, quelli di laggiù non domandano mai cosa c’è lassù. In genere, ci si accontenta di qualche cartolina catodica sbiadita, e a chi viaggia lungo la corda resta solo una meraviglia che non si spegne mai, e quella voglia di raccontare e ascoltare prima o poi sempre spezzate da uno sguardo che si volge altrove, da un ma comunque che cambia argomento. Perché succede questo? E perché si deve tirare, perché si deve viaggiarla, quella corda? Perché non sappiamo cosa succede in questo pozzo che ci ospita, dal fondo all’orlo? E il punto qual è? La corda? La luna?

Penso al mio minuscolo caso, allora. Alla biciclettina di lassù, e alle stazioni e ai paesi abbandonati dove si cammina tra cenere e mosche di laggiù. E alle voci per le quali dire di questa e quell’altra parte non è inutile, ché non è una questione di utilità ma di memoria, e la memoria è una cosa che non è mai solo mia o tua o sua – come la terra. C’è, esiste, e di qualunque memoria si tratti dice qualcosa che non parla solo di chi la sta dicendo. E non c’è bisogno di spogliarla, non c’è bisogno di privarla dei suoi toponimi per renderla condivisibile, anche se si tratta della Luna. Non è quello il punto.

Per cui ecco, sì, spesso mi sorprendo a parlare della luna e a sentirla luna, la terra di cui ti sto raccontando, nel momento stesso in cui te la dico, e in quel preciso istante spesso mi faccio una domanda: perché devo sapere tutte queste cose? Perché devo sapere i solai sfondati delle case distrutte dai terremoti, e come camminarci dentro senza creare pericolo e per andarmici a nascondere ancora, ancora e ancora? Perché tra le tracce di quelli che sono stati mi sento a volte più al sicuro che in mezzo a quelle delle persone che si vedono e si toccano? Perché devo conoscere l’odore del ferro di ferrovia e saper dire quando il treno sta per arrivare dal rumore che fa l’elettricità nel cavi dell’alta tensione, perché devo sapere l’intonaco a pezzi, le finestre murate, i cancelli arrugginiti e spalancati dai rovi, perché devo sapere come si aprono i baccelli dei semi delle ginestre? Perché, quando altrove i ragazzi della mia età erano impegnati a studiare la Storia, per esempio, io ero impegnata con quest’altra storia senza la dignità dell’iniziale capitale che se non c’era mio nonno ad aiutarmi a unire i puntini con l’altra mentre raccoglievamo i puparuliélli verdi mica mi rendevo conto, io, di quanto poteva essere importante?
Mi hanno detto una volta: ti porti dietro tutt’un bagaglio di cose che non servono a niente. E io, che già di mio barcollo facile anche quando non ricevo spinte, allora ho pensato: ommadonna, che figura ‘e mmerda. E ho smesso di parlarne fuori, semplicemente, sebbene quel bagaglio per me fosse la sola cosa di cui valesse la pena parlare. Anche se bagaglio fa peso. Anche se c’era stato qualcuno a cui quel bagaglio era parso un… pozzo di meraviglie. Le ironie della vita, eh, specie quando poi capita di incrociare, ad anni di distanza, altre voci che fanno dimmi, dimmi proprio quando sembrava che finalmente se ne fosse andata via, quell’inutile abitudine a dire – soprattutto intorno a un tavolo – che mi aveva passato il nonno.  Il che è un’altra bizzarra ironia della vita: fuori da quello che in famiglia chiamavamo ‘u ciardìno di lui si diceva è gentile, ma nun parla maje. Roba vecchia, insomma. Vecchia e dimenticata come gli anziani di questo tempo senza memoria. Tanto che poi dopo, riguardando alla trama di eventi e pensieri che si stavano tessendo nel tempo, m’è venuto da pensare: e come si dice, mo’, ‘sto sogno della luna nel pozzo? Si dice che se lo dici non ti credono perché è inutile. Non credono che hai sognato ma si sognano che te lo sei inventato.

[oh, per lo meno vuol dire che sogniamo tutti insieme, il che alla fine se ci pensi non è poi tanto male…]

E dunque va da sé che uno cresce e si arrovella sulla necessità o meno di dire le cose, e che senso c’ha, che io ti dico questa cosa, questa pianta, questa persona, queste parole e il mondo che c’è dentro? Ultimamente tentavo, tornavo sui miei passi, facevo pasticci, in genere la corda strideva facendo male ai denti. Alcuni di questi pasticci sono usciti fuori argine, sono esondati fuori dalla rete e là fuori sono diventati nodi, voci – noci da far spertusàre al pàppicio, volendo – legami. Hanno creato differenze, nel contatto con altre voci hanno modificato il mondo fuori di qui, il mio e quello di chi avevo di fronte generando a loro volta cose, tempo, parole ed eventi nuovi che prima non c’erano, che io lo desiderassi o meno. Anzi, soprattutto quando toccare, spostare, modificare qualcosa era l’ultima delle mie intenzioni. Ma succede, talvolta anche solo a causa della nostra semplice presenza a questo mondo. Nel bene e nel male. L’ho già detto, lo so. E poi siete arrivati voi, e le parole sono esplose. Scoppiate. Bam.

 Per cui ecco, ti parlo della luna, Altro che non sei altro, è vero, e per questo è così faticoso a volte per me parlarne. E’ pesante da tirar su, ma poi che bello quando a furia di tirare si vede che stiamo entrambi cercando di tirare fuori la luna, e ognuno la sua. E sono tutte lune che esistono, sono dietro l’angolo, subito sotto l’orlo del pozzo, a volte sono abbandonate, e sono nostre. Non mie o tue solo perché ci siamo nate, ma di tutti, di chiunque voglia venirci a ficcarsela negli occhi, a metterci i piedi sopra. A volte stanno in alto e a volte in fondo a un pozzo. Del resto che ne sapevo delle frasche e del terrano coi ovi, io?

Ma lontane, poi… quanto lontane possono mai essere? In alcuni casi molto, in altri non distano tra loro più di un paiòn. E allora sì che tirare la corda fino a farsi scoppiare le tempie vale la pena, e anzi… non pare più una pena, ma una fatica di quelle durante le quali viene da cantare e in cui si va avanti per frammenti di un discorso che parla d’altro, sempre dell’Altro. A te, di te, e non di me. Sarebb’a dire: chi se ne fotte, troviamoci un tavolo e sì che te la racconto, ‘sta storia.

E chissà se siete riuscite a tirarla su, poi.

(pre) Posizioni

martedì, 3 luglio 2007

Cos’è un gatto, cos’è il mondo, cos’è un tetto, cos’è il resto?

E il testo, nel momento in cui lo arresto? Un pretesto? Forse pro-testo.

Mi piacerebbe qualcosa che stia in mezzo. Tra un de-testo e un con-testo.