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(f) ramment’azioni

martedì, 12 maggio 2015

Onora il pare e l’amare.

*

Ciao, occhi grigi. Dove eravamo rimasti? E’ difficile riprendere i discorsi che sono stati: tanto hanno cambiato aspetto il tempo e il suo fluire che credo ormai di dover dare per passato tutto il linguaggio, tutto il dire e l’immaginare che allora erano frutto di quelle precise stagioni, ma che ora hanno mutato ancora una volta forma, sostanza… persino l’odore stesso della voce che li aveva fatti venire al mondo. Lontano dalla carta e dalla forma scritta tutta, quel tempo e quelle parole si sono infilati in altri strati di vita fino ad evolversi chissà come, chissà dove, in chissà quali altri contorni. Cioè, voglio dire, non posso più parlare le parole di allora, così tanto vale riprendere da qui, dal consistente vuoto del vocabolario che ho adesso: meno ricco, forse anche più legnoso o… non lo so, comunque diverso, ma non per questo meno irrequieto.
E così. Occhi grigi, amici, che bello rivedervi, anche solo per telefono. Allora ero per esempio così inutilmente piena di silenzio che non penso di avervi nemmeno mai detto quanto mi piacesse andarmene in giro a camminare e guardare il Fuori insieme a voi (ché eravate tanti, ‘cidenti). Dato che non credo e non ho mai creduto al concetto di lasciar intendere (se lo lasci, cazzarola, come si può afferrarlo, un senso?), non credo di averlo mai lasciato intendere, quel desiderio di vedere insieme, facendo così andare perduta una cosa così, semplice semplice, né brutta né bella, soltanto che c’era, oserei dire di averla pensata addirittura vera. Era così vero che mi piaceva stare insieme a voi, che mi ci sarei potuta prendere a schiaffi, con quel senso, che poi era il tatto, che poi però in quel periodo si era messo ad abitare nel naso. Ma vabbe’.
E forse è per questo che oggi torna a saltarmi addosso – che poi è dentro – il vostro colore. Vi parlavo così tanto, da dentro, che adesso che mi è scoppiata la voce in gola mi è venuto naturale parlarvi a voce alta, così come non penso di aver mai fatto all’epoca – che poi è ancora adesso, due minuti fa, dieci momenti or sono al prossimo giro di lancetta. Mi fa sorridere oggi il pensiero di me che allora mi dibattevo tra ascolto e parola, tra silenzio e decenza, quando in questo frattempo mi sono aperta così tanto da riuscire a vedermi anche dal difuori, mado’, tipo come quella volta che mi avevate visto pure voi e me lo avevate mostrato e io ci ero rimasta di cazzo, proprio, che non ci potevo credere in nessun modo quanto in quel riflesso fossero vicini il didentro e il difuori che io credevo così lontani all’interno dei miei sgualleriàti confini, e invece erano separati solo dalla distanza di una pelle… che, per quanto ciccia potesse essere, alla fine sempre solo una pellicola era.

Era tutto un film, ok, ma il frigorifero ci sta per questo: leviamo ‘sta pellicola, ecco la forchetta, buon appetito, piatto pulito. Mi piacevate, mi avevate messo al mondo una fame, e di quell’appetito siete stati i genitori. L’avete nutrito e così è cresciuto finché non s’è fatto grande e se n’è andato per la sua strada, come una freccia di luce lo avete tirato fra le nuvole con l’arcobaleno che portavate sempre sulle spalle, pronti a scoccare, a scattare, coi piedi e con le dita che avevate fin dentro i nervi ottici. Non siete stati un’illusione, lo so. Del resto siete ancora qui, oggi vi ritrovo, e solo per questo io…

Infinito presente: welcome to the Hotel California

venerdì, 17 aprile 2009

Some dance to remember, some dance to forget.

*

Dall’altra parte del pozzo, dall’altra parte del mondo i nodi della vita erano stretti come dita che trovano la pelle di qualcuno a lungo cercato, a lungo desiderato fino a essere dimenticato. I nodi della vita erano – e sono ancora – trasparenti, limpidi come lo sguardo vuoto di chi guarda senza vedere e che, mentre tu sei lì che ci anneghi dentro, è rivolto verso di te ma non è te che vede, bensì solo un desiderio… magari antico, magari mai vinto. E ce n’erano altri ancora più stretti, stretti che non si potevano sopportare, come la voce che cantava con un grido la canzone che aveva scritto per te. Certi nodi, poi, erano e sono ancora stretti come quei momenti in cui la gioia colpisce con la violenza delle lacrime, pesanti e lontani come il tonfo delle àncore di ferro sul fondo di sabbia del recipiente del mondo.

Mentre fuori la borragine e le ginestre. Mentre dentro le distanze: Roma, Milano, Pordenone, Londra. A Napoli solo due ancora, ma entro l’anno via anche loro. E sbaglia chi va dicendo che chi resta si sente un fallito, e che quelli che se ne sono andati fanno ‘e masti… è da anni, ormai, che succede il contrario. Chi se ne va abbandona il campo con un boccone amaro di senso di ingiustizia e di vigliaccheria incastrato nella gola, mentre chi resta lo dice a testa alta: "io ci provo". Su questo non si dovrebbero raccontare palle, per lo meno.

E dopo, solo dopo pensare al dopo. Ritrovarsi per salutarsi, per sapere chi sarà il prossimo a partire, ridere per star bene e poi mettere il ricordo in valigia, bere e cantare di terre di confine, in otto ma con una voce sola, come sempre, e con nient’altro che una birra celebrare i morti e i vivi, le vite che sono state – perché lo sappiamo anche noi, che i morti vogliono solo continuare a dormire, chiunque essi siano – quelle che sono e quelle che stanno per essere. Gente di matrimoni e funerali, siamo, di abbracci carnali e di risate grasse. E dopo, senza pensare al dopo, condividere un buon sapore e il profumo della stagione che cambia a notte fonda, per strada, senza colpa né vergogna, gridarsi male parole e storie cretine per ridere, solo per ridere, senza che questo significhi null’altro che ridere, limpidi e semplici come se fossimo rimasti sempre in giro sulle stesse strade, come se non avessimo mai parlato altre lingue oltre quella in cui siamo nati, che pure ritroviamo intatta e nostra proprio quando la vita ci porta nel cuore di altre lingue-mondo sorelle.
E battere il tempo coi palmi delle mani su un tavolo di legno facendo saltellare i bicchieri, e portarlo anche per il gruppo che suona sul palco mentre l’umanità intorno storce il naso e si chiede cosa avranno tanto da sbattersi, quelli là, cos’abbiano da fare tanto chiasso e ridere fino a scomporsi la faccia e a sentirsi male.

Mentre fuori la borragine intimidisce e le ginestre si sguàiano – ma quante sono le voci del verbo fiorire? – abbracciarsi ancora una volta, e due, e dieci ancora, dire e sentirsi dire quantoseibbello, maiotivogliotroppobbene, strunzemme’, mabbella pruàsa ca nun si’ ato, e prendersi le mani, le guance, i nasi, e tirarsi zecchinètti sulle orecchie, schioccarsi baci e mùzzechi, perché così è, così è sempre stato e così sarà ancora, che siamo cinghiali in branco che per giocare si prendono a capàte, mangiano insieme patate e ciliegie, e per farlo potrebbero pure ammazzare. Perché solo questo significa: costruire, con il tempo e la pazienza, un ponte di parole senza lati oscuri… non parole a una sola dimensione, per carità, bensì con tutte le dimensioni a portata di sguardo, per lo meno, ché nulla resti al buio, non detto e non visto, in agguato e pronto a creare quei doppi vincoli che strozzano il linguaggio e la gioia di stare insieme fino a farli morire. Perché il cancro del non detto lo abbiamo già conosciuto, noi. Ora, guariti dagli anni e dalla tenacia delle parole-cose, siamo così, senza più colpa né vergogna, e così restiamo, senza prendere troppo sul serio nulla e senza chiedere altro se non ciò che siamo nel momento in cui siamo insieme: un infinito presente a voce alta, che di tanto in tanto si dà una stretta come un nodo e poi fiorisce – specialmente a primavera, mentre fuori la borragine e le ginestre.

Voce del verbo: dentri(vie)

lunedì, 23 marzo 2009

Si vîf di timp e di un trimâ da simpri
si vîf di lûsj e di un trimâ ch’al cresj

Si vîf di strades bieles, di cualchi puint colât
di timpi ch’al à di vegni di timp che intant si cûsj intor

Si vîf in doi fint a capî il misteri
di une cjareçe o dal corisji daûr

No si cresj avonde mai cence bogns ricuarts
si vîf distes, ma al coste un pouc di plui
Cul timp si nasj si cresj si reste a mieç
cul timp il timp al divente di seconde man
Si vîf di ales lungjes e di moment lisêrs
di plôe di vôe di ridi e di un vaî ch’a no si viout.

[Luigi Maieron, Si Vîf]

[Si vive di tempo e di un tremare eterno / si vive di luce e di un tremare che cresce / Si vive di strade belle e di qualche ponte caduto / di tempo che verrà di tempo che intanto ti si cuce addosso./ Si vive in due fino a capire il mistero / di una carezza o del cercarsi. / Non si cresce mai abbastanza senza buoni ricordi / si vive comunque, ma costa un po’ di più / Col tempo si nasce si cresce si resta a metà / col tempo il tempo diventa di seconda mano / Si vive di ali lunghe e di momenti leggeri / di pioggia di voglia di ridere e di un pianto che non si vede.]

*

– Grazie, grazie, grazie.
– E di che?
– Perché mi spieghi e mi insegni la tua lingua, una parola alla volta.
– Guarda che è anche la tua.
– Eh, mo’ non esagerare.
– No, davvero. E’ che ce l’hai dentri, al di là delle parole che puoi sapere o meno, o che io posso spiegarti o meno.
– …
– Senti, quando uno vuole bene alle voci degli altri e alle loro parole… allora quella lingua la sa, e gli appartiene.

Voce del verbo: dispatrio, ergo approdo

lunedì, 23 febbraio 2009


(foto sua)

 Allora andiamo. Si dirà poi: svolta verso il fiume, e occhio al ghiaccio. E sì. E’ il fiume che in ogni capoluogo d’Italia c’è una via che ne porta il nome, ma qui siamo appena fuori casa e dunque la musica del suo nome è un’altra, altra, che vale come l’altra. Due nomi per la stessa acqua, mi viene da pensare, mentre la macchinina blu scivola verso il fondo di questa gola di pietra dove il serpente liquido fa nella montagna un angolo stretto, profondo, e mostra le sue corde vocali a cielo aperto verdi, verdi, verdi dentro il sole invernale che le tocca nell’ora in cui la luce muore, bella, senza dolore, allungando le ombre e arrivando dritto negli occhi dei minuscoli umani che la attraversano. E’ una voce, veramente, quella che camminiamo con tanta lentezza, che parla della pazienza dell’acqua e dei suoi frutti, così lenti a crescere ma così carichi di nutrimento, una volta maturi. Intanto non smettiamo di camminare e improvvisamente una parte di me si stacca, esce, si alza fino ai satelliti che disegnano le carte geografiche dei nostri tempi e mi vedo da lontano, da sopra, su due punti diversi della mappa, quello in cui mi trovavo ieri e quello in cui mi trovo ora, che ci sono tornata e ancora non mi sono ripresa dall’ennesimo salto, dall’ennesimo strappo di questi giorni così intensi, così densi e dei quali ancora non mi riesce di capire granché. Ieri ero là e oggi sono qua. Ieri ero là, nell’enorme città di pietra – eterna, dicono, ma che sembra in procinto di collassare su se stessa – e stavo nascosta nell’unico suo angolo dove mi sia mai sentita davvero al sicuro, fra braccia spalancate da solo affetto senza giudizio e occhi che sanno leggermi da vent’anni senza difficoltà. Senza quelle braccia e quegli occhi dove sarei andata a finire, in quel punto della mappa?, mi chiedo. E capisco: se sono riuscita a rimanere in piedi senza scivolare, sopra quell’insidioso selciato di pietra eterna, è stato per il sostegno incondizionato di quelle due paia di braccia e occhi. Allora non è il posto, il punto, ma le persone. Gli umani. Quanti e quanti perché, per ognuno di loro. E portarseli dietro, infine, ovunque ci sia bisogno di andare. Ieri eri là – mi dico dal satellite – e se non fosse stato per quelle braccia chissà dove saresti finita, nella caduta. La verità è che quel luogo di pietra eterna non ti piace, adesso che ne hai fatto esperienza. Prima di passarci del tempo, avevi avuto solo un miraggio oltre il quale si celavano semplicemente quelle due paia di braccia e di occhi così infinitamente preziosi, per te. Ma tu, che sei così noiosamente, disperatamente lenta e ti nutri così avidamente di luce, di spazi enormi e di voci… come ti è mai potuto saltare in mente di poter riuscire a sopravviverci? Be’, mi rispondo, ero completamente smarrita, e lì c’erano loro. Sopravvivere… forse ci sarei anche riuscita. Vivere… ecco, quello sì che forse è fisicamente impossibile, lì, per me.

Poi rialzo lo sguardo verso l’altro punto della mappa, in alto a destra rispetto a quello dov’ero ieri, e improvvisamente rieccomi a terra. Sono scesa dal satellite e sto scattando foto ad un gigante di pietra d’Istria, foto che fra qualche minuto scompariranno per sempre per un qualche buffo capriccio dell’elettronica. Loro due sono un po’ più in là, li sento parlare piano mentre leggono la storia del gigante su un cippo lì vicino, sul ciglio della scarpata che si getta nel fiume con un salto di svariati metri, fitto di alberi. Da lontano li guardo muoversi, passeggiare, osservare, separarsi di qualche passo, stare un pochino in silenzio e poi tornare a parlare. Guardano il verde che sale dal fiume e la luce del sole che scende a grandi colate dagli archi che sostengono il maestoso Solkanski Most. Piano, piano, guardali come vanno piano. Somigliano un po’ al fiume nella cui Voce stiamo trascorrendo quest’ultima ora di luce, anche loro sono esseri umani d’acqua e di demanio, che oltre a prendere sanno anche condividere e ascoltare, e trovare strade, ognuno la propria. Sono generosi di paesaggio e di voci, e Voci a loro volta. Gente di pazienza. Adesso capisco perché quest’altro lato del pozzo-paese mi manca come acqua nella stagione torrida, quando sono lontana, e perché mi ci sento così libera e a casa dentro, quando vi faccio ritorno. C’è qualcosa d’altro, oltre alle persone. Non sono solo le persone, ma tutto. Tutto insieme. Loro e tutto il resto sono una cosa sola, con il tempo e la pazienza dell’acqua il paesaggio può essere ancora paese, dopo tutto, e per chiunque voglia metterci piede. Purché sia con rispetto.

Quando li raggiungo, poi, le parole vengono infine fuori così, leggere, senza sforzo, quando loro domandano: e allora?

– E allora è così… è che quel posto, come tante grandi città, è una grande gabbia d’oro. Così attraente, da lontano, ma poi quando ci vai dentro scopri che in realtà ci sono posti dove puoi andare a tutte le ore, e posti dove invece non ci puoi andare manco a mezzogiorno. E così ti ingoiano, ti abituano a tante cose strane, tipo la mancanza di spazio, e pare che ti anestetizzano. Alla fine, pure se hai tante cose bellissime e piene di storia intorno mentre vai al lavoro, comunque quando ci vivi ti ci abitui e non vai mai a toccarle. Cioè, ma nemmeno a poggiarci un dito sopra ogni tanto, e che cavolo. Potrebbero pure essere sagome di cartone giganti, voglio di’. E poi alla fin fine i posti dove passi la quotidianità si riducono a quei tre-quattro, che sono sempre gli stessi…
– E scusa, ma se fai vita di quartiere, tipo quella di paese, in ogni caso… allora è come stare in un posto relativamente piccolo, solo con un sacco di gente in più negli stessi metri quadrati. Allora mi chiedo…
– … quello che mi sono chiesta anch’io quando ci stavo, penso. Che senso ha?
– Ecco.
– E quindi?
– Ma non lo so, penso che dipende da quello che uno cerca. Io mi sa che sono di animo più… cinghiale, tipo. Aria, spazio, al limite un bosco fitto quando uno ha voglia di sentirsi protetto. Se il paesaggio bela invece di strombazzare e bestemmiare, io sarei tendenzialmente più contenta, ecco.
– Perché, che ha che non va il paesaggio che bela?
– Eh. Là uno mi ha detto "che tristezza!" quando gli ho descritto quello che c’è fuori dalla mia finestra, tanto per farti un esempio. Con un punto esclamativo grosso così.
– Sono antipatici, i punti esclamativi.
– Eh, lo so. So’ presuntuosi.
– Boh, comunque un po’ li capisco. Per stare bene in quel caos un po’ te lo devi anche raccontare, che fuori dalla gabbia è tutto triste. Solo che vorrei vedere come farebbero, quelli nella gabbia, se fuori dalla gabbia non ci fosse un paesaggio che bela e muggisce.
– Eeeeeeeh, se deragliamo sui massimi sistemi poi non la finiamo più, stelle.
– E’ che a me di fare la movida in mezzo ai turisti ‘mbriachi a tutte le ore non mi interessa, che ci devo fare. Mi piace di più se fra un turista ciucco e l’altro ci sono decine di chilometri.
– Mbeh, le persone sono sicuro più simpatiche, così. Per un fatto di concentrazione numerica, proprio.
– Lo stress pro capite per metro quadro si riduce.
– Però, scusa… tu vuoi conoscere un posto standoci solo un mese e mezzo? Mica ci saranno solo turisti ‘mbriachi, in giro…
– Ma no, ce mancass’. Però è pure vero che quando c’hai trent’anni sai già come sei fatto, e quali sono le cose che ti piacciono e quelle che no. E allora, se ti fai raccontare un po’ di vita, così, tanto pe’ parla’, a destra e a manca, anche da chi incontri per caso solo un paio di volte… e poi se ti guardi intorno per bene… be’, almeno una mezza idea te la puoi fare. O per lo meno puoi provare ad immaginartici dentro, a quello che senti e che vedi…
– Mh. E poi ci sono anche tante persone per le quali quello "stress" è sinonimo di vitalità…
– Be’, da un certo punto di vista lo è.
– Io, di mio, là ho visto che c’è vitalità buona e meno buona. A volte trovi quelli simpaticissimi e cordialissimi, e quelli che ti rispondono malissimo perché sono scazzati di per loro… e questi in genere sono un po’ di più.
– Insomma, come dappertutto.
– Esatto. E anche per questo mi chiedo…
– … che senso ha?
– Eh. Il fattore ambientale è schiacciante, alla fine. Devi solo decidere se vuoi stare nel casino oppure no. Dove per "casino" intendo: un casino per andare dal medico quando ne hai bisogno, un casino per andare alla posta, un casino per fare un biglietto del treno, un casino per arrivare in un posto, un casino per trovare un lavoro con le tue sole forze…
– Mmmmh…
– …un casino sui diritti di base, sarebb’a dire.
– Ecco, non lo volevo dire.
– Eh, ma se te lo dice una terrona.
– Scema.
– No, veramente. In questo periodo del cavolo ho imparato una quantità pazzesca di cose… così tante in così poco tempo… non me lo sarei mai aspettato, ve lo giuro.
– Eh, la potenza dei traumi!
– Vero, eh.
– Ci metterò anni per assimilare.
– Essa rumina.
– Essa è lenta.
– Essa è scema. Ma per lo meno ha capito dove vuole vivere, per esempio, cosa che fino a un mese fa le pareva impossibile.
– E sarebbe?
– Qua. Io voglio stare qua. Anche se significa stare relativamente da sola. Ma qua. Se tutto va malissimo, nel peggiore dei modi possibile… io comunque non me ne voglio andare dal Friuli. Qua mi piace. Il mio modo di intendere il tempo è ancora ammesso, in qualche modo. E poi mi piace tutto: i posti, le persone, quello che si mangia e le lingue che si parlano. Sembrano cretinate, queste cose, lo so, ma se ragiono sulle cose che mi fanno stare bene, senza che ci giro intorno, queste cose mi fanno sentire… a casa.
– …
– …
– …
– … oh… che è?
– Cioè… ok, tu vuoi stare qui…
– Eh.
– … ma tu glielo hai chiesto, ai furlani, se ti vogliono?
– … mpf…
– …mpfffff…
– …. MA MI HANNO DATO LA RESIDENZA!

Tre risate si liberano dalla gola del fiume, e insieme alla voce dell’acqua vanno a sbattere su una parete di pietra, poi sull’altra, e infine si perdono nei boschi che le ricoprono. Siamo paesaggio, siamo paese, voci di posti diversi che si parlano ognuna usando il proprio linguaggio e sotto sotto si capiscono anche quando raccontano di cose lontanissime nel tempo e nello spazio, persino con parole in lingua madre che gli altri due non hanno mai sentito prima. Siamo ombre che camminano attraversate da una spaccatura dell’asfalto, da una traccia di pneumatico. A sentirle parlare si intuiscono istinti limpidi, a volte persino feroci, e in trasparenza ferite vecchie poi coltivate come fiori esotici fino a farle germogliare in una loro forma di ricchezza, e sul fondo, protetta con infinita cura e tirata fuori al momento giusto, una voglia di stare bene innocente e mai sopita. Nonostante tutto, nonostante tutti.

– E poi, uagliu’, diciamoci la verità.
– Cosa.
– Non si può vivere in un posto dove non ti puoi mettere quello che cavolo ti pare senza beccare un qualche stronzo che ti prende in giro sulla metro.
– Checcosa?
– E sì. Guarda, odiavo questo anche di Napoli, dove pure succede.
– Ma cosa ti eri messa, scusa?
– Ma niente, un vecchio maglione rosso… ma normale, tinta unita. Neanche tanto anni novanta.
– Ma come, rosso? Ma tu non eri quella che in viaggio mette sempre nero, così anche se si sporca e sei fuori casa si vede meno?
– E infatti, mannaggia a me. L’ultima volta m’ero stufata e mi sono messa quel maglione lì, comodo comodo, che tra l’altro metto sempre. "Anvedi quella che s’è messa, ahò"… e urlava pure, il deficiente, cercava approvazione intorno…
– Oddio, ma perché?
– Ma che ne so, mi pare che quando si sta troppo ammassati gli uni agli altri si sviluppa una qualche forma di violenza istintiva, a livello collettivo. Te l’ho detto, succedeva spesso anche a Napoli. Quando non è per quello che hai addosso, è perché sei grasso o magro, o hai gli occhiali troppo grossi… in certi posti trovano il modo di prenderti in giro anche perché respiri, se vogliono.
– Uh, pensa che titolone: "Donna insultata per maglione anni ’90 in metropolitana prende in odio l’intera capitale".
– "Il disappunto del sindaco: «rovina l’immagine della città, poteva anche mettersi qualcosa di più consono»".
– …
– Picia, comunque io sono tanto contenta che ti hanno dato la residenza, sai.
– Eh, vorrei solo essere un po’ più veloce di comprendonio, ogni tanto. E’ che se non vedo e tocco sembra che non sono capace di imparare niente. Che due palle, a volte. Devo sempre fare geografia, ma in certi momenti diventa faticoso…
– Eh, ma vuoi mettere la soddisfazione…
– …disegnare terre…
– … mondi.
– Ecco, per esempio: da noi si dice che la ggente del nord sono freddi, chiusi e diffidenti. E che solo al sud sappiamo vedere sempre il lato positivo delle cose.
– E allora tu ci disegni a noi tre sulla mappa… ca tabajin tutti sbronzi sui massimi sistemi.
– Vuoi mettere la soddisfazione.
– Uh.

Voce del verbo: facciamola sconta

venerdì, 9 gennaio 2009

Sì, ci può essere il rumore di fondo… ma la voce lo buca, lo bucherà, lo bucherà come la gramigna buca il cemento.

*

Spogliandosi con sorrisi che sono operazioni a cuore aperto, rivoltarsi come un guanto davanti a una pizza fatta in casa, profumata di origano e dolori invecchiati, istinti feroci, di fame e verità taglienti cui è serenamente inutile sottrarsi, e come creature ataviche muoversi su storie già accadute, a noi e a chissà quanti umani prima di noi. Ci ascoltiamo a vicenda e sì che lo sappiamo e insieme quasi non ci si può credere, come doveva essere e com’è andata – e chissà come sarà poi, e sotto tutta la cenere di e se conservare dopo tutto un qualche sogno disperso nel mare dei segni, piccole risposte alla domanda che nessuno ci ha mai posto mentre noi ce la portavamo piantata nelle viscere, nascosta e protetta da qualsiasi sguardo, persino quello del tempo. Sgranare poi gli occhi per la sorpresa di vedersi quasi allo specchio, e poi alzarsi e uscire, all’aria aperta, aperta, aperta, a caricarsi di scintille di Bora bianca ridendo forte, con tutti i pori, e sconfinare, andare a giocare con i nomi belli delle cose piccole di un’altra lingua,  e ancora abbracciarsi e salutarsi con una qualche leggerezza, prendendo in giro questa vita come una pentola che ci ha cotto, prima, e che infine si è aperta come un mare, lasciandoci andare alla deriva. Senza paura, se fosse per noi. Come appena fuori dalla Siberia.

A Sesto al Reghena, verso  le montagne, un granello di spazio profondo ha tagliato in due il cielo con un bagliore acuminato. Ecco, lascia che facciamo a metà – gli ha detto una qualche parte di me. Lascia che facciamo a metà.

Μὴ μοῦ τοὺς κύκλους τάραττε

martedì, 29 luglio 2008

Nel pieno
del vuoto
della vacanza
vaghi
e vaganti.

Di pesi e misure

giovedì, 3 luglio 2008

– Ah, l’hai provata anche tu, allora, quella cosa della meditazione?
– Sì sì.
– E fammi capi’, per quanto tempo poi?
– Il primo incontro, poi basta.
– Azz’.
– Eh.
– Motivo?
– No, è che… alla fine della sessione di meditazione ho visto che sì, effettivamente mi sentivo davvero più sereno e tranquillo…
– … e quindi?
– E quindi dopo mi sono chiesto: ma a me mi interessa veramente di stare più sereno e tranquillo?
– Eh.
– Ovvio: no.
– Lo sapevo.
– Comunque, insomma, per me non valeva l’impegno di una serata alla settimana, tutto qua. Mi interessa restare sveglio, casomai. Che ci devo fare.
– Atti’, ti ho mai detto che ti voglio bene?
– Svariate decine di volte, negli ultimi vent’anni.
– Eh, ma mo’ un po’ di più.
– Mh, che culo.

Voce del verbo: apro(sessia)

martedì, 20 maggio 2008

E’ un attimo rimasto sulla carta. C’era questo pomeriggio brutto, di pioggia appena finita e di fresco, di umori cattivi e silenzi violenti, che tu eri due stanze più in là a litigare al telefono con la tua ragazza e io di qua con quattro pastelli e la finestra spalancata sul sole che tramontava su questo pezzo di Friuli, che dopo un’ora di porte chiuse mi ero dimenticata di te e parlavo e cantavo come quando intorno non c’è nessuno. Eri vicino e non ti sentivo, non ti sentivo più, la mano ricopiava la finestra e non sentivo più nemmeno lo scarabocchio, dov’ero un anno fa, stavo pensando, mi pare, e mi vedevo dentro una canzone piccola, di treni e di sola andata. La paura che mi hai fatto, nel sogno appena iniziato, bastardo come un gatto: manchi di attenzione per i contorni, però.

Stronzo. Uno già non sa disegnare.

Senza parole (ma con dolore)

lunedì, 17 marzo 2008

Vicenza, si passeggia allegri in una giornata brumosa, di umido e foschia. Nel gruppo cammino insieme a due care amiche, le mie personali àncore in due luoghi del Veneto, Mestre e Bassano del Grappa, che altrimenti sarebbero niente più che un binario isolato dove aspettare le coincidenze ferroviarie la prima e un nome vuoto sulle etichette di certe bottiglie il secondo. Grazie a loro, di questi posti conosco l’aria, la parlata, il paesaggio-paese. A un certo punto una mi fa:

– Allora, quand’è che scoppia la rivoluzione, da voi?
– Eh?
– No, nel senso che… come ti devo dire… è che a vederla da fuori, così… non si capisce… come mai…
– Ah, la storia della monnezza, dici?
– Sì. No, perché… ciò, perché, com’è che si è arrivati a questo? Com’è che la gente non… ?
– Eh, la gente. C’è un problema dall’alto e dal basso, vedi, è che quello che succede è dovuto a…

E comincio una tiritera senza fine.
La solita tiritera, per dirla tutta.
Mi ascolto parlare, e mi chiedo quante volte ancora ci verranno fatte, a noi terroni, queste domande, e fino a quando avremo la forza di rispondere, e rispondere, e rispondere. E anche se parlarne agli amici schietti fortunatamente non è un peso, ciò non toglie che comunque possa costare un qualche sforzo. Quando ho finito, mi guardano con gli occhi sbarrati.

Mestre mi fa:

– Ma come! Rifiuti tossici illegali! Cioè, ma non è possibile! E’ davvero tutto così palese? Ma se è tutto così alla luce del sole, allora perché la gente non fa niente? Cioè, ma perché non destituirle, le istituzioni, se è colpa loro…
– Eh, perché sono appunto istituzioni. Da noi molte cariche istituzionali sono coperte da criminali, che poi non è sempre facile riuscire a sradicare dal territorio. Ci sono giochi di potere ma soprattutto economici che arrivano molto in alto a volte…
– Sì, ma il governo! La gente! Anche la gente! Io andrei fin nell’ufficio di quello lì e lo porterei via…
– Eh, e poi? Che fai, lo ammazzi?
– No! Lo consegnerei alla giustizia!
– La quale poi metterebbe in galera te per aver sequestrato lui.
– Ma è un criminale!
– Sì, ma non è ancora dimostrato. Innocente fino a prova contraria, lui, per la legge, colto in flagranza di reato tu.
– Ma…
– Ma niente. E poi se mettono in galera lui, devono mettere in galera anche chi ha fatto affari con lui. Il che significa che ci finirebbe, in galera, anche un bel po’ di gente di qui, lo sai? Gente grossa, con cui fa affari anche il governo, tipo.
– Eh, adesso xe colpa nostra…
– No, non è colpa vostra, Ste’. Questo è il piano su cui stanno cercando di metterla su certi giornali, un’altra bella contrapposizione senza senso tra nord e sud. Io ti sto solo spiegando perché nessuno fa niente, soprattutto ai piani alti.
– Comunque io cercherei di mettere in piedi un’insurrezione popolare…

Bassano del Grappa, poi:

– Quello che io non capisco, poi, è perché la gente protesta contro gli inceneritori…
– Eh, quelli protestano perché vogliono in sostanza due cose: che gli vengano bonificati i siti contaminati sopra i quali hanno dovuto vivere fino a ora, e poi perché gli inceneritori siano fatti per bene e perché quello che ci viene bruciato dentro sia solo quello che può essere bruciato dagli impianti, cosa che da noi nessuno può assicurare…
– Però non è possibile che non succede niente, che quelli stanno ancora lì, ma davvero a nessuno è mai venuto in mente di andare con una spranga a togliere di mezzo i responsabili, visto che si sanno anche i nomi?

E ad un tratto, d’improvviso, mi mancano le parole. Non so. Più. Cosa. Dire. Loro.
Resto in silenzio, con la sensazione di avere un buco che mi allarga sotto i piedi: di corrette informazione e percezione del reale per loro, di senso della democrazia per me, che mi ricordo anche del momento e del luogo precisi in cui me lo sono perso per strada. Enorme, per tutte e tre, è la voragine dov’è finito il senso di quello che è giusto e quello che non lo è, insieme ai diritti, quelli che potremmo e dovremmo avere e non abbiamo. Unitamente ai doveri.

Dopo tante tiritere, davanti a due altri da me e alla loro adulta innocenza, mi sono venute meno le parole per le quali pensavo che avrei sempre avuto fiato. E forte, mai come questa volta, la sensazione di vivere lungo un pozzo, e venire dalla Luna.

Fermata non richiesta – (4/?)

venerdì, 14 marzo 2008

No, veramente è successo proprio niente, alla fine, solo che certi niente ci mettono più tempo di altri, a smettere di succedere. Così è stato per quel niente di ferro, di secco e di rotaia in cui ci siamo trovati impigliati quando a un certo punto i fili del tempo si sono tesi annodandosi tutti nella stessa matassa, e noi ci siamo messi a seguirli. Non che volessimo arrivare da qualche parte, eh. Era solo un fatto di… famiglia. Storia di famiglia, diciamo.
Perché succede così. Ogni volta che trovo una stazione, o un posto che mi sembra avere a che fare con quella sottile doppia linea di ferro, sassi e legno (una volta, mo’ il legno è diventato cemento), torno a prendere lui  prima di addentrarmici, specie se è abbandonato. Lui conosce i segni, sa leggere la ferrovia meglio di me, come è giusto: siamo scesi e cresciuti in questo mondo per mezzo della stessa guida, solo che per me è arrivata più tardi e se n’è andata prima, sicché ora tocca a lui continuare per quel che è possibile. Forse persino senza saperlo è lui che adesso tiene insieme per me i frammenti di questo sangue pieno di ruggine che ci ritroviamo, e che senza queste lunghe passeggiate sotto il sole forse non sarei nemmeno in grado di capire.
 Del resto sa tutto quel che c’è da sapere, lui, che è cresciuto tra binari ancora più belli e vivi di quelli che sono toccati a me: personale non viaggiante in servizio era lui, mentre io ero a sei anni ero già personale non viaggiante in pensione. Il tempo visto dagli orologi fa un po’ sorridere, certe volte. E lui, poi. Quante cose sa, quante cose ricorda ogni volta soprattutto nelle stazioni abbandonate, che da più tempo sono abbandonate e meglio sa leggerle!
 Per l’entusiasmo che gli prende quando gli dico della stazione non riesco a tenerlo nemmeno quel tanto che basterebbe per tornarci a piedi, no, vuole andare subito, subito, si siede al volante che ancora mi sto disinfettando i graffi dei rovi e mi aspetta col motore già acceso. Poi a un certo punto mi dà uno sguardo impaziente dal finestrino e farfuglia qualcosa, mentre lo raggiungo lo vedo scendere in fretta, andare sul retro del cortile e tornarne con due cesoie enormi, con il manico lunghissimo.

– Ma dov… dove le tenevi?
– Di là, eh, mi servono per potare, lo sai che a settembre là dietro dalla montagna scendono dei cespugli che non si capisce più niente…
– Azz’. E mo’?
– E mo’ ci servono.
– Eh?
– Eh.

Quasi tutta la stradina d’accesso, mi fa decespugliare appresso a lui ripetendo continuamente "così, così, fai dall’altra parte la stessa cosa che faccio io di qua, eh, così, a posto, là, là, là". "Così poi ci torniamo più facile, e nessuno si fa male". Ecco. Io pensavo che era pazzo e invece stava solo facendo il suo doppio lavoro di papà e di creatura. E una volta aperta la strada in effetti è tutto più facile, arriviamo persino a poterci portare la macchina. "To’, fino al parcheggio della stazione!", fa. Ride.
Gli mostro il cancelletto di ferro e gli vado dietro, e ancora una volta mi sorprende come cominci a muoversi sicuro come nel cortile di casa, e dopo un poco anch’io con lui. Si guarda intorno, vede cose, ne cerca altre, indovina cosa è questo e cosa è quello, mi spiega gli ingranaggi, le rotelle, i cavi, dà una scotoliàta alla porta di ferro che non si apre, ci resta un po’ male, si rammarica di tanto abbandono. Quante cose ci potrebbero fare su una linea così, pensa ad alta voce, e si vede che nel suo sguardo così assorto il suo mondo gli riappare in filigrana sovrapponendosi a quello su cui cammina, agli odori e ai rumori che sente. Stiamo per tornare verso casa – il pensiero della ‘gnora che ci aspetta con una chiangolètta pe’ ‘mpasta’ sotto il tavolo pronta all’uso è difficile da far passare in secondo piano – quando un tintinnìo familiare ci pietrifica entrambi sul marciapiede.

– Lo aspettiamo?
– E certo.

La stazioncina è in curva, per cui sappiamo che non lo vedremo arrivare fino all’ultimo secondo. Indoviniamo la direzione solo perché il tutùm-tutùm non cresce piano piano da lontano ma si sente d’improvviso, vicino: sappiamo che sotto il monte lì a est c’è una galleria, quindi ci arriverà da sinistra. Senza nemmeno parlarci ci spostiamo insieme un po’ più indietro, dietro la linea gialla che qui non è mai esistita, e un po’ più a destra.
Ed eccola che sbuca, la trenina a due vagoni, e da uno dei suoi occhioni di vetro si vede il macchinista che fa un salto, suona, fì-fì, e noi per tranquillizzarlo alziamo la mano e salutiamo, e facciamo vedere che non siamo scemi e mica ci muoviamo, e allora anche lui alza la mano tutto carico ‘e meraviglia, e sorride, e sparisce in un soffio d’aria calda che sa di nafta e che scuote i cespugli di ginestre pieni di baccelli rinsecchiti dalla siccità. Che poi sembravano morti da centinaia d’anni, ‘sti baccelli, e invece all’improvviso si mettono a fare tac, tac-tac-tac, tac, e – uh! – si aprono in due ali che con un colpo secco fanno schizzare via decine di semini neri in tutte le direzioni.

– Hai visto!
– EH!
– Ecco com’è che arrivano dappertutto!
– ‘zzarola!
– Eh!
– Dopo pranzo torniamo, vero?
– Ci mancherebbe altro.

*

E io, poi, che mi sorprendevo di come questa mappa e queste stazioni fossero riuscite ad arrivare persino fin dentro i sogni. Come avrebbe potuto essere altrimenti?
Ci siamo messi in cammino lungo i binari di quest’estate assetata così, per il puro piacere di farlo, tastando ed esplorando una linea ferroviaria che non esiste più, una ricchezza che cade a pezzi ma ancora visibile tra le pieghe verdi del silenzio che è proprio di queste montagne. Ci muoviamo come ombre – anche se è passato del tempo ancora succede, è ancora estate – con i ricordi di famiglia sotto la superficie di una curiosità che emerge inaspettatamente intatta ogni volta in questo presente progressivo facendoci parlare ad alta voce, bimbi, un figlio e una nipote di ferroviere, tutti presi e compresi dal momento, dalle cose che troviamo in mezzo ai rovi tra una stazione e l’altra. Nell’ultima tappa di questa giornata ci siamo ritrovati a bere un sorso d’acqua metallica da una fontana che sta per essere inghiottita dall’edera, e a sfogliare registri della corrispondenza dei primi anni ’60 induriti dalla polvere, in una stanza dalle porte spalancate e i vetri sfondati che ne aveva il pavimento coperto – sia di registri che di polvere – e nella quale i nomi dei destinatari e quelli dei paesi, letti ad alta voce, sono rimbalzati sulle pareti grigie vibrando leggeri; e infine davanti a un vecchio deposito dal tetto sfondato da decenni di intemperie, seduti con le gambe penzoloni  ad ammucchiare le pietruzze della massicciata sopra il paracolpi di un binario morto. "Sediamoci, va’, mi pare il posto adatto per aspettare". A furia di camminare e raccontare, ci siamo ritrovati a diversi chilometri da casa. Quasi buio. La ‘gnora sta venendo a prenderci.

– Vedi, questo lo hanno fatto piantando una traversina dei binari direttamente sul muro.

E mi racconta ancora di come gli uomini della ferrovia avvitavano i binari alle traversine (in due, con una grossa chiave a T alta come un bimbo di sei anni, che giravano A MANO), o come piantavano le puntazze della messa a terra (sempre in due, mazze alla mano, puntavano questi pali alti due metri del terreno a martellate facendo un tintinnìo che spaccava i denti se ci stavi troppo vicino). E poi c’è nel deposito diroccato quello scivolo per scaricare le merci dai vagoni che io senza di lui avrei scambiato per una scala. A terra, tutt’intorno a noi, lo spiazzo tra la stazione e il deposito è disseminato di bulloni, molle per viti che pesano mezzo chilo, tutta roba sostituita in quello che lui pensa essere stato l’ultimo intervento di manutenzione prima che la stazione fosse chiusa e dichiarata impresenziata. Non abbiamo saputo resistere e abbiamo raccolto di tutto. Guardiamo i nostri trofei, le mani sporche di ruggine e terra. A me piace in particolare l’enorme vite che ho deciso di portarmi a casa: penso che ha assicurato un pezzo di binario e una traversina alla terra, e alle vibrazioni che ha sopportato. Ha una filettatura splendida, una spirale che l’ha piantata al suolo tenendo insieme tutto quel che c’era da tenere. E così tutte le altre viti come questa, per migliaia e migliaia di chilometri in questo paese. E prima che il pensiero vada a piantarsi da qualche parte, un clacson che strombazza allegro ci dice che è ora di rientrare.

Come scorre veloce il tempo… due stazioni, ed è già sera.

(continua)