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Quantific’azioni

domenica, 13 aprile 2008

Quanti eravate?

All’inizio ti sentivi l’essere più solo della terra, come l’ultimo esemplare di una specie. Ogni partenza era un mese di lotta sfiancante, un’inquietudine che ti mordeva le viscere, nel bene e nel male una piccola liberazione. La  minuscola epifania mensile di una ventiduenne che litigava, si faceva il sangue amaro – e che altro vuoi fare, a vent’anni? – e per la quale alla fine lo sbuffo di pressione della chiusura delle porte del treno era un mostruoso misto di sollievo e stanchezza.
Macchittelofaffàre?, ti dicevano tutti quanti. E che dovevi rispondere? Non era mica brutto. Se con una persona ci vuoi stare e quella persona non si può muovere da dove sta tu cosa fai, non la vedi mai più? No, scusa, fai il biglietto del treno e vai. Mica si trattava di andare a scava’ ‘e ppatane a mille lire ‘a jurnata, come si dice… e la famiglia? Eh. Bisognava litigare, indurirsi, alla fine scegliere. Stavi crescendo e non lo sapevi. Quello che sapevi era che, anche con quel carattere così molle, se volevi partire non c’era altro modo. Dove li trovavi allora dei genitori (del sud, poi) che a ventidue anni lasciano andare la femminuccia di casa dall’altra parte dell’Italia – del pozzo – solo perché ce vo’ bbene a uno? E quando mai s’è visto? Loro facevano il loro mestiere di genitori strattonando e cercando di accorciare il cordone ombelicale, e tu facevi il tuo di figlia cercando di reciderlo. Solo che allora non era tutto così chiaro. Si litigava e basta, era solo un macomedobbiamofaresennò! contro un no, piccolo, secco senza nemmeno il punto esclamativo.
Non era per quello che si partiva, a quei tempi lì: vacanze, concerti. Il tempo del lavoro doveva ancora venire. E così: chittelofaffare, ne’? Che ne sapevi, del resto, di quello che sarebbe venuto dopo, grazie a quei viaggi? Niente, manco ce lo avevi ancora, un altro motivo oltre quello. Niente, sapevi, di tutta l’Italia che avresti incontrato, delle Voci, del pozzo, e di tutta la gente che viaggiava – pur chiamandolo con un altro nome – per il tuo stesso motivo. Come abbia potuto mai sentirti sola in mezzo a tutta quella carne che si muoveva così, per il pozzo-paese, sfatta da anni di viaggi ma senza alcuna intenzione di smettere tanto che a volte hai pensato questo qui ci finisce i suoi giorni, sul treno – come tu abbia potuto sentirti così, ecco, adesso pare proprio un mistero. Con tutto quello che c’era da fare tra esami e tutto quello che si poteva e doveva fare per mettere insieme i soldi del biglietto una volta al mese e guadagnarsi la possibilità di decidere per sé… dove l’hai trovato anche il tempo di sentirti sola? Eh, no sta preocuparte, putea, i xe i vent’ani, t’hanno detto, sempre sul treno, qualche anno dopo.

Quanti eravamo?, ti chiedevi ogni tanto. C’erano delle volte in cui sembrava di incontrare solo gente spinta a mettersi in cammino da una qualche forma d’amore: per una famiglia, per un luogo, per un lavoro, per una persona chissà dove, per un ammalato, per un morto, per se stessi. In altri momenti, invece, c’erano quelli che se lo dicevano da soli per tutto il viaggio machimmelofaffare, ammé, EH? Arrabbiati, uh, e capaci di distruggere con poche parole anche le storie degli altri intorno. Brutto affare, ‘sti qua, peggio di quelli che straparlano.

Quanti eravate, allora? E non lo sai. Ma tanti che eravate, così stanchi e instancabili, non te l’immaginavi mica. Dopo qualche anno partire era diventato, nonostante tutto, anche una piccola festa. Ormai sapevi la carne sudata che avresti incontrato, e sapevi che in quei vagoni avresti puntualmente ritrovato – chi l’aveva detto? – quella cosa antica che il viaggio era forse per tutti, una volta: O-di-sse-a. Sì, così. Dove l’unica cosa che conta è arrivare a destinazione, ovunque si trovi e per qualsiasi ragione. E, nel frattempo, stringersi intorno a un discorso, uno qualsiasi, e scambiarsi una storia prima di ogni fermata, per far passare il tempo da qui a , ché quelle dieci ore erano lunghe…

Quanti eravate? Cinque anni dopo che la tua lunga partenza verso l’altro capo del pozzo era iniziata, avevi preso nota di ogni cosa con quella piccola, feroce e invisibile costanza che ti è propria. Volevi capire, ricordare, non scordare, conservare, scomporre e ricomporre nella memoria questi viaggi che col tempo avevi iniziato a sentire in qualche modo connessi a quell’altra traccia che ti portavi dentro. Era bizzarro: una viene da una famiglia di ferrovia non viaggiante, e come trova la via del suo destino? Saltando dieci, venti, cinquanta, cento volte su un treno. Avresti potuto rendertene conto anche prima, del resto: di otto anni di università da pendolare, non c’era stato un solo giorno in cui la zòzza ferrovia locale su cui facevi la spola cinque, a volte anche sei giorni alla settimana ti fosse venuta in odio.

Il nonno lo avrebbe trovato perfettamente logico. Soltanto per quel quanti… ecco, lì una bella chiantòzza non te l’avrebbe tolta nessuno.

Voce del verbo: cancello

lunedì, 7 aprile 2008

La risposta è dall’altro lato del cervello.
La risposta è dall’altra parte del cancello
.

[Simone Cristicchi, La risposta, 2007]

*
[ma anche: Fermata non richiesta (8/?)]

Ventidue settembre, è quasi un mese che ci siamo messi a camminare sui binari del nostro tempo e ancora non ci siamo fermati. Questa volta sono da sola, lui aveva da fare ma oggi è una di quelle giornate in cui l’autunno sta solo sul calendario, mentre intorno c’è aria d’estate vecchia e grassa di mele mature. Quand’ero ragazzina in giornate così il nonno mi trascinava fuori di casa con la forza, se era necessario, e mi portava in quel giardino fasciato stretto in mezzo al ferro di ferrovia che era il centro di gravità del nostro minuscolo mondo, dicendo che in questo mese non puoi mai sapere quando arriverà il primo vento freddo a portarti via le giornate in cui si può star fuori, e quindi approfittarne non è solo una cosa intelligente, ma una specie di dovere. E quindi, così: in macchina, e via verso la prossima stazione.

 Dopo lo svincolo per Campobasso si trova facile facile, è anche segnalato con un cartello "SCALO F.S.", e quando smonto dalla macchina il colpo d’occhio per un momento mi fa credere che forse è ancora in uso. Ma è mai possibile che sia più frequentata di quella del centro più vicino, sperduta com’è? La mappa mi dice che il paese cui si riferisce il suo nome non è proprio a due passi. Chissà.
Passato il cancello d’ingresso – spalancato come tutti i luoghi in cui è il tempo ad averla avuta vinta – il grande spiazzo porta ad un piccolo capannone dalle finestre e porte totalmente distrutte. Dentro un vecchio materasso, un mare di cocci di vetro, assi di legno marce, l’edera che si avvia a prendere possesso di tutto. No, di certo non è più in uso.
Eppure è una stazione fortunata rispetto alle altre che abbiamo incontrato, abbastanza simile a quella dove passava la maggior parte della posta della valle: anche qui quattro treni al giorno, linea gialla appena rifatta, l’altoparlante con la voce registrata che annuncia i treni in transito ancora funzionante. E come le altre stazioni – tutte, fino ad ora – ha due enormi pini neri ai lati che le fanno ombra, uno dei due proprio nel giardinetto alle spalle della pensilina coperta sui cui muri ci sono scritte a matita datate ’92, ’90, giù di lì.
Mi ci siedo, sulla testa ho l’intonaco che si sfalda e cade a pezzi. Accanto a me ronza il pannello elettronico con gli orari e le istruzioni di viaggio, fa sorridere il fatto che il suo lavoro sia quello di ricordare al viaggiatore di obliterare i biglietti alle apposite "macchinette gialle" e insieme segnalare che qui di biglietteria non ce n’è nessuna. E’ strano, è vero, lo deve proprio dire. E’ così: ci vuole il biglietto ma non c’è chi possa dartelo, c’è una voce che dice di stare lontani dalla linea gialla, ma i treni che passano sembrano solo brevi folate di vento. Ad ogni transito, il campanello del passaggio a livello che suona in lontananza. Ci provo anche, a portarmi via qualche suono, ma proprio lì le batterie della macchina fotografica mi mettono davanti ad una  scelta: solo scatti o niente. Meglio così. Va bene, allora, faccio un giro e metto il naso dappertutto sotto il sole che ancora scotta, poi all’improvviso nell’aria cresce un enorme silenzio. Sono quasi le tre, le ombre non sono più senza dimensioni come un mese fa, e tuttavia. Torno verso la pensilina, mi metto ad ascoltare, sto seduta e non mi muovo. Perché all’improvviso ho preso a sentirmi così piccola?

E’ stato tutto ritinteggiato da poco, qui, e così la stazione alla fine sembra nuova nuova solo perché in realtà deve essere stata dichiarata impresenziata da poco… sicuramente da molto meno tempo di quella di Cantalupo. Qualcuno ha avuto l’accortezza di precisare qualcosa a mano su certi sportellini, di non verniciare le sigle che serviranno a quelli che verranno in seguito per la manutenzione, di grattare e pulire la mattonella dell’altitudine,di dare una passata di stucco intorno al caposaldo. Non è ancora dismessa, dunque, ai piani superiori non ci abita più nessuno ma ancora è forte, visibile la cura delle mani che hanno messo tutto a posto prima di andar via. E’ così un bel posto, col bianco delle scritte, degli angoli e delle cornici delle finestre che taglia gli occhi sotto questa luce. E che bel nome che ha. Prima o poi andrò a dare un’occhiata in paese per vedere che faccia ha la gente di un posto con un nome così.
Dritto davanti a me, oltre la recinzione della ferrovia, ci sono alberi stracarichi di frutta, e biancospino che ha messo le bacche e colora di rosso i piedi di questo piccolo paradiso pieno di pere, e mele, e mele, e così tante mele che qualcuno ha addirittura aperto un varco nella recinzione per farne scorta, e chissà quanto tempo fa, lasciandolo probabilmente in eredità a chiunque si trovasse a passare di qui. Cosa che quel qualcuno evidentemente ancora apprezza. E non è un frutteto, ma solo un trionfo della rigogliosa boscaglia selvatica così tipica di queste parti, un cielo verde costellato di nebulose di stelle rosse e pianeti arancioni. Ah, fratello: hai fatto bene, quel varco l’avrei aperto anch’io.
Alle tre meno dieci il campanello del passaggio a livello torna a farsi sentire. Il buffo pannello elettronico segnala al nulla che il prossimo treno farà fermata in stazione. Non me la sento di tornare sotto il sole, capotreno, perdonami e non spaventarti.

Il marciapiede dei transiti è mangiato dal sole e dal tempo, non ha più spigoli ma la linea gialla lo taglia a metà come una riga di trucco troppo evidente su un viso pieno di rughe. La littorina che arriva ha due vagoni è di quelle vecchie, che fa braaaaaaaaam-rrrr-ra-tatatatatatatatatatata rimbombando sui binari vuoti. Il macchinista apre le porte, si affaccia a controllare la coda del treno. Ha il sole in viso, e la sua porta di spalanca di botto proprio davanti alla pensilina sotto la quale siedo: all’inizio non mi vede, poi si fa ombra con la mano sugli occhi e stringe le palpebre per mettermi a fuoco. Alzo la mano e lo saluto, lui fa lo stesso e sorride generosamente di rimando. E’ uno di quegli omoni di ferrovia locale che si riconoscono lontano un chilometro, mi sa di famiglia tanto che sto per dirgli "posso saltare su a fare un giro?", ma poi non lo faccio. Papà glielo avrebbe chiesto senza problemi, credo, ma quanto ho ancora da imparare? Il macchinista, prima di girare la chiave del comando che chiude le porte, mi fa cenno senza parlare: "devi salire, mica?". Rispondo di no, ci salutiamo. Ciao macchinista, alla prossima.

Con l’odore di nafta che la littorina si lascia dietro, all’improvviso mi rendo conto che questo posto sa come quello da cui vengo: le traversine del binario di incrocio e la cornice della passerella tra i binari che si sta sfaldando come cartone sono ancora di legno, quindi oltre al ferro, alla corrente elettrica e al diesel c’era anche quello del castagno di Sardegna catramato e indurito dal sole. Ero all’università quando ho cominciato a sentirmi spaesata in ferrovia, è stato quando le traversine di cemento sono arrivate anche nella mia stazione. Ma allora non lo capivo, sentivo solo che ad ogni grande intervento di manutenzione cambiava qualcosa e io mi sentivo sempre meno a casa. Ci ho messo anni per capirlo, che sul fondo dell’odore della ferrovia c’era questo legno che a un certo punto le stazioni avevano perduto.

Perché continuo a camminare questa ferrovia, perché continuo a venirci, perché mi ostino a voler vedere  e mettere i piedi in questo mondo morto che neanche più somiglia a quello che era?
C’è qualcosa, oltre il cancello di queste stazioni, che è andato perduto, che è stato cancellato dal paesaggio-paese da cui vengo e che sto per lasciare per andare ad abitarne uno nuovo. Mi sa che è questo qualcosa di cancellato dietro il cancello – che sta anche dall’altra parte del cervello, come dice la canzone – che cerco. E che ogni volta lo trovo, puntuale, in ogni stazione a dirmi che sì, ormai posso andare perché di quello che mi tratteneva non è rimasto più molto. Quello che vengo a cercare è il segno tangibile della continuità interrotta tra me e quello che mi stava intorno, gli strappi nella trama della tela in cui sono nata e dentro i quali voglio guardare per poter capire e infine partire serena con la valigia che pesa il giusto, ché qualcosa dovrà essere lasciato indietro. Ecco, questo vengo a fare: a passare cancelli di tempi cancellati, scendo alle fermate che nessuno chiede più e che portano fino all’altra parte del cervello, per sapere cosa portare via con me e cosa no sul treno che mi porterà dall’altra parte del pozzo-paese.

 Questa stazione forse per qualche tempo è stata salvata da quella fabbrica abbandonata laggiù: ghiaia, lavoro, uomini, voci con la polvere nei polmoni. Ma poi anche qui il mondo è andato avanti. All’angolo dell’incrocio che porta qui c’è una croce di quelle che recano gli strumenti della Passione e, ai suoi piedi, spaccata, la targa di marmo che dice che è qui da cinquantasette anni. Mi ci voglio sedere, in mezzo a questo binario di legno, di erba secca, di mele e di fiori, voglio aspettare qui e mi ci voglio disfare. Quando mi rialzerò, così disfatta, dopo la disfatta, sarò forse pronta per andare avanti anch’io.

(continua)

Fermata non richiesta (7/?)

sabato, 22 marzo 2008

E andiamo avanti, allora, in tutto questo grande, immenso niente che continua a succedere. Sotto il sole siamo, ancora, solo ombre piatte che si muovono sull’asfalto.
Alla volta della stazione successiva sotto la nostra sagoma a quattro ruote passa qualche chilometro di strada e di ferrovia: superata Bojano, la via ferrata ci passa da sinistra a destra sotto il cavalcavia che attraversa la cittadina e, poco dopo, un segnale con l’indicazione per San Polo Matese con attraversamento di passaggio a livello attira la nostra attenzione. "Di là!", gli indico, e svolto. Neanche trenta metri dopo l’incrocio, una bella costruzione in divisa rosso pompeiano a ridosso dei binari e del passaggio a livello, appunto. Dall’altra parte della strada solo una casa. Poi sterpaglie, un vecchio gabbiotto da casellante quasi inghiottito dall’edera.

– Ma non mi pare una stazione, però.
– Sì, lo vedo, c’è il numero.
– Una cantoniera, penso.
– Facciamo il giro, vediamo se dall’altro lato c’è la scritta della fermata.

Dalle finestre sfondate si intravede al pianterreno quella che doveva essere una cucina, con le mattonelle a fiori gialli piccoli piccoli, la bocca del forno a legna annerita, foglie secche, pietre, mattoni rotti.

– Guarda il muretto.
– E il giardino.
– Vado a vedere se arrivo alla porta.

Mentre siamo tutti e due, scemi, con il naso per aria a cercare le tracce di una scritta sulla facciata, una voce ci spunta alle spalle:

– Guardate che lì dentro ci sono le vipere. Vi consiglierei di non entrare, eh.

Ci voltiamo di scatto tutti e due – e chi l’aveva sentito arrivare, santiddio? – e ci troviamo davanti un signore alto, magro, in canottiera bianca e calzoncini marroni, la pelle lucida e brunita dal sole come cuoio. Ci guarda facendosi scudo dal sole con la mano sopra gli occhi, si vede che è preoccupato di vedere due sconosciuti girare lì intorno. Si giustifica: lui abita di fronte e ci ha fatto servizio, lì dentro, per questo sa che ci sono le vipere. E mi scappa: "ferroviere?", domando. "Sì", dice lui, "casellante qui per ventuno anni". Così dice, scandendo bene ventuno e anni senza legarli insieme. Ah! Il viso di papà si illumina. Quando comincio con le domande (e in che stato è la ferrovia su quella linea, e quando sono state chiuse le stazioni qui e qui e qui) lui nota ancora un po’ di diffidenza sul volto del tizio, e così mi fa un impercettibile occhiolino e mi insegna: guarda. E parte: sono figlio di ferroviere, mio padre casellante a Caserta per quarant’anni, e le stazioni ci piacciono perché. La verità, dice, semplicemente.
E allora, ecco, il signore di cuoio con gli occhi piccoli ci porge la mano, si presenta con nome e cognome, e vuota il sacco: si scusa per aver inventato  la balla delle vipere, è solo che ha sempre paura che i vandali vengano a devastare il casello che lui da anni sta cercando di farsi vendere dalla ferrovia, e i due adulti partono a chiacchierare e si intendono a meraviglia parlando di automazione, cambiamenti e dismissioni, e mentre parlano il signore insiste, "entrate a prendere un caffè, lo faccio preparare da mia moglie", e a un tratto faccio caso al fatto che spesso gli scappa qualche parola in inglese, e quando non sappiamo più cosa rispondere lui gli fa:

– Ecco, visto che il caffè lo abbiamo già preso, al limite potremmo approfittare della sua gentilezza per un bicchiere d’acqua?
– Ma ceeeerto, sure, some water, come with me!

Lo seguiamo in casa dentro una tavernetta buia ma molto fresca, dove l’acqua si mescola alle parole e il signore, ormai tranquillizzato, non la smette più di parlare. La diga di diffidenza ha ceduto, il tizio è ormai un fiume in piena. E ci dice che loro sono della provincia di Foggia, che la stazione di Santa Maria è secondo lui chiusa da trent’anni, che il capostazione si chiamava Marsilli, che aveva a sua volta due figlie capostazione che ormai saranno in pensione. Che questo capostazione era amico di Ennio Morricone, e che quando lui (il tizio di cuoio) aveva diciotto anni Morricone era venuto a trovare questi suoi amici con tutta la famiglia. Che poi all’epoca il tizio di cuoio aveva una Aurelia 24 e non sapeva nemmeno chi fosse Ennio Morricone. Comunque lui aveva lavorato in quel casello per ventuno anni, fino al ’91-’92 che avevano soppresso tutte le stazioni ancora in funzione (San Polo Matese era quella a meno di un chilometro più avanti), e suo figlio aveva fatto domanda di acquisizione perché giusto alle spalle ci stava costruendo un bar ma niente, non glielo davano anche se era su tutti i lati circondato dalle sue proprietà ("e che, mi faccio rubare in casa, secondo loro?"). E poi insomma, che peccato che la linea ferroviaria venga lasciata così a marcire sotto il sole, e perché non ammodernano e velocizzano invece di chiudere, con tutte le buone cose che si potrebbero fare per migliorare i trasporti della regione? Eh, eh, EH?
Eh, bella domanda.
Mentre ringraziamo per l’acqua e i signori (la moglie, una donna piccola sulla sessantina, non proferisce verbo per tutto il tempo) ci accompagnano verso l’auto, il tizio di cuoio si lancia in un’ultima, accorata invettiva contro l’Italia e gli italiani per i quali forse, siccome non sono capaci di tenersi niente, "ci vorrebbe una bella dittatura, o no?". Non sapendo come rispondere, sorvolo con una mezza risata accelerando il passo verso mio padre, ma ancora mi insegue il racconto di un lungo viaggio fatto tre anni prima negli Stati Uniti – "Michigan, Tennessee e un sacco di altri, sa, e mi scusi se a volte parlo inglese, lo faccio per cercare di non dimenticarlo" – per andare a guidare la limousine al matrimonio di una coppia di amici. La conversazione termina che ci sta dicendo che prima dei ventuno anni in ferrovia era un imprentitore: "costruivo case… eh, ho toccato tiverse cose nella mia vita, potento tovrebbero farlo tutti".

Appena ripartiti lo sento tirare un sospiro. La stazione che cercavamo spunta improvvisamente dagli alberi a lato della statale e ci sfila via accanto oltre il muro che la rende inaccessibile da questa parte della strada. Cercando un passaggio che ci porti alle sue spalle, superiamo un passaggio a livello nel mezzo di una pianura che si apre in tutte le direzioni fin sotto le pendici del massiccio del Matese. Scendiamo un attimo, papà, vorrei fare una foto. L’aria è calda e secca, e del sole si sente sulla pelle ogni singolo raggio come uno spillo. Chissà come si chiama questo posto, mi chiedo. Ci voltiamo a guardare i binari, ed è scritto lì: su un muro spellato dal tempo, la prima stazione che incontriamo su questa linea che non è esposta a nord, la più piccola che abbia mai visto in vita mia, e la prima che troviamo senza cercarla. Guarda alla grande montagna che ha di fronte, e me la immagino avvicinarsi, ingrandirsi sempre di più sul finestrino del treno fino a occuparlo del tutto poco prima della fermata. Qui c’era gente, qui qualcuno arrivava, e partiva, e arrivava, e partiva. Pochi, forse, ma comunque qualcuno. Chi erano? Si riparavano all’ombra dei grandi pini gemelli piantati anche qui, come in tutte le altre stazioni della linea, nell’attesa? E i custodi? Mettevano anche loro le loro conserve nel casotto dietro il forno in mattoni che c’è lì in mezzo ai rovi, forno e casotto identici a quelli dove la nonna faceva il pane e mi mandava a prendere i buccàcci per il sugo delle feste?

Ma è ora di rientrare anche oggi, alla fine.

[che poi l’avevamo anche trovata, la strada di accesso all’altra stazione. Transennata. Facendo benzina prima di ripartire ci siamo accontentati di guardarla dalla statale, dall’altro lato del muro. Portava i segni del fuoco, come ci aveva anticipato il tizio di cuoio. Vandali, aveva detto. "E’ solo che è… passato", ha detto dopo lui, passando con aria trasognata al posto di guida.]

(continua)

Fermata non richiesta (6/?)

lunedì, 17 marzo 2008

Venticinque agosto, domenica. Su queste strade dopo mezzogiorno il sole sembra inghiottire ogni cosa, ridurre tutto quel che non si muove con il vento allo stato di ombra, di ricordo. Anche noi, che ce ne andiamo in giro in pantaloncini e canottiera come due pazzi in mezzo a questo mare d’erba che frigge, rabdomanti – lui, più che altro, ché io gli sto soltanto dietro – di stazioni e di parole sotto le quali, appunto, vive il ricordo di noi stessi. Qui, adesso, in questa estate stranissima siamo il ricordo della nostra vita che è stata e che continua mutando forma e riversandosi in altre immagini, altre parole che verranno. Quello che cerchiamo, ombre nel sole, sono parole come: passeggiata, giardino, pomodori, mais, galline, chiave, binari, stazione, bacònca, uva, Ciao (nel senso della Piaggio), pesca, bicicletta, marmotta, diabete, mele, Settimana Enigmistica, treno, Cassino, miele, ciambelle, ricotta, pazienza, grasso (nel senso dei motori), Reggia, giornalino, fiori, violette, rose, pozzo, edera, rondini, coma.

E’ una mappa generosa, questa. Io guido, lui la tiene aperta sul cruscotto e segue con l’indice la linea della ferrovia lungo la quale ho segnato le stazioni con il pennarello. Ci sarebbe da capire come mai su una cartina stradale del ’96 ci siano segnate stazioni dismesse da venti-trent’anni, ma visto che ci è utile, e molto, sono altre le domande che ci ritroviamo a farle.
Intanto però la fermata successiva è facile, si trova subito: portando il nome di San Massimo, ce la ritroviamo esattamente dove immaginavamo, cioè sulla statale lungo la quale corre la ferrovia, in corrispondenza del bivio dove c’è la strada che sale al paese. Non c’è anima viva in giro, lasciamo la macchina all’ombra di un fico enorme che dal giardino di una pompa di benzina si protende sull’asfalto e attraversiamo di corsa. Perché di corsa poi, se la strada, lunghissima e dritta, è deserta? Chissà.

La stazione dà le spalle alla statale, se non fosse per il rosso della sua divisa anche questa sembrerebbe solo solo una vecchia, grande casa abbandonata. C’è un cancello di ferro dal quale si vedono il marciapiede e i binari. Ci guardiamo intorno come due bimbi che stanno per fare una marachella, notiamo che dall’altra parte della strada il benzinaio ci ha visti e ci sta fissando. Probabilmente si chiedono cosa diavolo…
Faccio un cenno di saluto e faccio vedere la macchina fotografica, e dall’altra parte arriva un "ah, vabbuono,  shtàteve accorti però che ‘u treno passa ancora, neh!".
Passiamo il cancello e qui, forse per l’estrema vicinanza alla statale, troviamo un luogo dove non è proprio bello metter piede. La stazione è brutta, sporca, non solo abbandonata, ma proprio negletta e vandalizzata. Qualcuno ci viene, qui, eccome, e si comporta da bestia. Ci restiamo poco e senza troppo entusiasmo. Come l’altra ha tutte le porte murate tranne una e, mentre io sono sul marciapiede ad aspettare il treno che si sente arrivare, non faccio in tempo a voltarmi a guardare la mattonella dell’altitudine che quando lo cerco un secondo dopo lui non c’è più: ha trovato la porta aperta ed è entrato a sbirciare, mi ci gioco la sottana.

E infatti è lì: mi mostra, meravigliato e tutto contento, quel che resta del pannello dei contatti di un posto telefonico. "Fai una foto", mi fa, "così poi ti spiego come funziona. Intanto da qui è meglio che ce ne andiamo". In effetti.
Sgattaioliamo via sotto il sole sempre più caldo. Sono le due.

Mi viene un dubbio:

– Proseguiamo o…?
– Dipende. Che c’è dopo?
– Bojano.
– Sì, ma quella è in funzione.
– Ok, salta Bojano. Dopo?
– San Polo Matese. Direi che possiamo arrivare fin lì, per oggi.
– Aggiudicata.
– Però che stupidi, potevamo portare almeno un po’ d’acqua*, cu ‘stu calore che ci sta.

(continua)

[*è un po’ la Regola del Terminale: se all’inizio della storia c’è dell’acqua che vi serve, prima della fine quell’acqua vi arriverà sicuramente in qualche situazione quanto meno bizzarra, o vi verrà offerta da un qualche personaggio quanto meno singolare]

Fermata non richiesta (5/?)

venerdì, 14 marzo 2008

Illegali e clandestini appena oltre i limiti del tempo e della geografia.

[G. Tunström, Il ladro della Bibbia, 1986]

*

E poi, insomma, in tutto ‘sto niente s’è fatto settembre. Anche se è ancora estate e ancora siccità, è che ci siamo a messi a camminare sulla mappa e non ci siamo fermati più. Anche senza muoverci. Tipo quel giorno, no, che:

Spari di fucile, lontani. Le pigne che si sbriciolano sotto le suole. Che silenzio che c’è. Poco fa stavo accucciata sotto uno dei pini a leggere quando il treno è passato: il macchinista mi ha vista solo all’ultimo minuto, a metà della curva, ha fatto in tempo a suonare solo per un attimo, solo un fì gli è uscito. Ho alzato la mano, ma era già lontano. Devo cercare di farmi vedere di meno, non vorrei che. E’ stranissimo, comunque, star qui ora che da decenni nessuno di quelli che passano su questi binari si aspetta che ci sia qualcuno. Anche la prima volta, quando abbiamo aspettato il treno, il macchinista si è spaventato, mi sono sentita trasparente, un fantasma. Eravamo lì e non dovevamo esserci, quello sguardo parlava chiaro, anche se siamo veri come erano vere le facce che aspettavano il treno qui venti, trent’anni fa. Già, perché poi chi lo sa da quant’è? Non abbiamo ancora trovato qualcuno che sapesse dirci fino a quando questa è stata una fermata. Lui dice che devono essere almeno trent’anni: quando ha visto il meccanismo per tirare su le sbarre del passaggio a livello (quello coi cavi d’acciaio) ha cercato di ricordare che età avesse nel periodo in cui li hanno sostituiti con quelli elettrici, a occhio e croce.
Un altro sparo di fucile. Cicale. Oggi si sono fatti vedere anche i nuovi custodi del posto. Due gattini e una bella gatta adulta che ci ha un po’ il fare da capostazione. E così ecco cos’era quel mìu che si sentiva qui intorno un mese fa. E poi: le uniche more che si sono viste in questa stagione nel circondario alla fine sono qui, appena all’interno del cancelletto d’ingresso a quel che era il giardinetto della stazione. L’altro giorno, liberandolo da un po’ di sterpaglia, mi sono accorta della S impressa sulla sommità del paletto dei cardini. Chissà chi l’ha fatta fare, e quando.

Ora la strada per arrivare qui è libera, il cancello e il muretto esterno un po’ meno invisibili. Ad un tratto abbiamo iniziato, senza rendercene conto, a prenderci un po’ cura di questo posto e la nostra presenza si è fatta visibile. Non so decidermi se sia un bene oppure no. Poco male: l’estate è quasi finita, ormai, il vento d’ottobre che si alzerà puntuale dal mare si spingerà ancora una volta fin qui e darà una pulita anche a questo marciapiede ingombrandolo gusci di noci, bacche di biancospino e resti di tegole del tetto. Umani, qui? Ma quando mai.

(continua)

Fermata non richiesta – (4/?)

venerdì, 14 marzo 2008

No, veramente è successo proprio niente, alla fine, solo che certi niente ci mettono più tempo di altri, a smettere di succedere. Così è stato per quel niente di ferro, di secco e di rotaia in cui ci siamo trovati impigliati quando a un certo punto i fili del tempo si sono tesi annodandosi tutti nella stessa matassa, e noi ci siamo messi a seguirli. Non che volessimo arrivare da qualche parte, eh. Era solo un fatto di… famiglia. Storia di famiglia, diciamo.
Perché succede così. Ogni volta che trovo una stazione, o un posto che mi sembra avere a che fare con quella sottile doppia linea di ferro, sassi e legno (una volta, mo’ il legno è diventato cemento), torno a prendere lui  prima di addentrarmici, specie se è abbandonato. Lui conosce i segni, sa leggere la ferrovia meglio di me, come è giusto: siamo scesi e cresciuti in questo mondo per mezzo della stessa guida, solo che per me è arrivata più tardi e se n’è andata prima, sicché ora tocca a lui continuare per quel che è possibile. Forse persino senza saperlo è lui che adesso tiene insieme per me i frammenti di questo sangue pieno di ruggine che ci ritroviamo, e che senza queste lunghe passeggiate sotto il sole forse non sarei nemmeno in grado di capire.
 Del resto sa tutto quel che c’è da sapere, lui, che è cresciuto tra binari ancora più belli e vivi di quelli che sono toccati a me: personale non viaggiante in servizio era lui, mentre io ero a sei anni ero già personale non viaggiante in pensione. Il tempo visto dagli orologi fa un po’ sorridere, certe volte. E lui, poi. Quante cose sa, quante cose ricorda ogni volta soprattutto nelle stazioni abbandonate, che da più tempo sono abbandonate e meglio sa leggerle!
 Per l’entusiasmo che gli prende quando gli dico della stazione non riesco a tenerlo nemmeno quel tanto che basterebbe per tornarci a piedi, no, vuole andare subito, subito, si siede al volante che ancora mi sto disinfettando i graffi dei rovi e mi aspetta col motore già acceso. Poi a un certo punto mi dà uno sguardo impaziente dal finestrino e farfuglia qualcosa, mentre lo raggiungo lo vedo scendere in fretta, andare sul retro del cortile e tornarne con due cesoie enormi, con il manico lunghissimo.

– Ma dov… dove le tenevi?
– Di là, eh, mi servono per potare, lo sai che a settembre là dietro dalla montagna scendono dei cespugli che non si capisce più niente…
– Azz’. E mo’?
– E mo’ ci servono.
– Eh?
– Eh.

Quasi tutta la stradina d’accesso, mi fa decespugliare appresso a lui ripetendo continuamente "così, così, fai dall’altra parte la stessa cosa che faccio io di qua, eh, così, a posto, là, là, là". "Così poi ci torniamo più facile, e nessuno si fa male". Ecco. Io pensavo che era pazzo e invece stava solo facendo il suo doppio lavoro di papà e di creatura. E una volta aperta la strada in effetti è tutto più facile, arriviamo persino a poterci portare la macchina. "To’, fino al parcheggio della stazione!", fa. Ride.
Gli mostro il cancelletto di ferro e gli vado dietro, e ancora una volta mi sorprende come cominci a muoversi sicuro come nel cortile di casa, e dopo un poco anch’io con lui. Si guarda intorno, vede cose, ne cerca altre, indovina cosa è questo e cosa è quello, mi spiega gli ingranaggi, le rotelle, i cavi, dà una scotoliàta alla porta di ferro che non si apre, ci resta un po’ male, si rammarica di tanto abbandono. Quante cose ci potrebbero fare su una linea così, pensa ad alta voce, e si vede che nel suo sguardo così assorto il suo mondo gli riappare in filigrana sovrapponendosi a quello su cui cammina, agli odori e ai rumori che sente. Stiamo per tornare verso casa – il pensiero della ‘gnora che ci aspetta con una chiangolètta pe’ ‘mpasta’ sotto il tavolo pronta all’uso è difficile da far passare in secondo piano – quando un tintinnìo familiare ci pietrifica entrambi sul marciapiede.

– Lo aspettiamo?
– E certo.

La stazioncina è in curva, per cui sappiamo che non lo vedremo arrivare fino all’ultimo secondo. Indoviniamo la direzione solo perché il tutùm-tutùm non cresce piano piano da lontano ma si sente d’improvviso, vicino: sappiamo che sotto il monte lì a est c’è una galleria, quindi ci arriverà da sinistra. Senza nemmeno parlarci ci spostiamo insieme un po’ più indietro, dietro la linea gialla che qui non è mai esistita, e un po’ più a destra.
Ed eccola che sbuca, la trenina a due vagoni, e da uno dei suoi occhioni di vetro si vede il macchinista che fa un salto, suona, fì-fì, e noi per tranquillizzarlo alziamo la mano e salutiamo, e facciamo vedere che non siamo scemi e mica ci muoviamo, e allora anche lui alza la mano tutto carico ‘e meraviglia, e sorride, e sparisce in un soffio d’aria calda che sa di nafta e che scuote i cespugli di ginestre pieni di baccelli rinsecchiti dalla siccità. Che poi sembravano morti da centinaia d’anni, ‘sti baccelli, e invece all’improvviso si mettono a fare tac, tac-tac-tac, tac, e – uh! – si aprono in due ali che con un colpo secco fanno schizzare via decine di semini neri in tutte le direzioni.

– Hai visto!
– EH!
– Ecco com’è che arrivano dappertutto!
– ‘zzarola!
– Eh!
– Dopo pranzo torniamo, vero?
– Ci mancherebbe altro.

*

E io, poi, che mi sorprendevo di come questa mappa e queste stazioni fossero riuscite ad arrivare persino fin dentro i sogni. Come avrebbe potuto essere altrimenti?
Ci siamo messi in cammino lungo i binari di quest’estate assetata così, per il puro piacere di farlo, tastando ed esplorando una linea ferroviaria che non esiste più, una ricchezza che cade a pezzi ma ancora visibile tra le pieghe verdi del silenzio che è proprio di queste montagne. Ci muoviamo come ombre – anche se è passato del tempo ancora succede, è ancora estate – con i ricordi di famiglia sotto la superficie di una curiosità che emerge inaspettatamente intatta ogni volta in questo presente progressivo facendoci parlare ad alta voce, bimbi, un figlio e una nipote di ferroviere, tutti presi e compresi dal momento, dalle cose che troviamo in mezzo ai rovi tra una stazione e l’altra. Nell’ultima tappa di questa giornata ci siamo ritrovati a bere un sorso d’acqua metallica da una fontana che sta per essere inghiottita dall’edera, e a sfogliare registri della corrispondenza dei primi anni ’60 induriti dalla polvere, in una stanza dalle porte spalancate e i vetri sfondati che ne aveva il pavimento coperto – sia di registri che di polvere – e nella quale i nomi dei destinatari e quelli dei paesi, letti ad alta voce, sono rimbalzati sulle pareti grigie vibrando leggeri; e infine davanti a un vecchio deposito dal tetto sfondato da decenni di intemperie, seduti con le gambe penzoloni  ad ammucchiare le pietruzze della massicciata sopra il paracolpi di un binario morto. "Sediamoci, va’, mi pare il posto adatto per aspettare". A furia di camminare e raccontare, ci siamo ritrovati a diversi chilometri da casa. Quasi buio. La ‘gnora sta venendo a prenderci.

– Vedi, questo lo hanno fatto piantando una traversina dei binari direttamente sul muro.

E mi racconta ancora di come gli uomini della ferrovia avvitavano i binari alle traversine (in due, con una grossa chiave a T alta come un bimbo di sei anni, che giravano A MANO), o come piantavano le puntazze della messa a terra (sempre in due, mazze alla mano, puntavano questi pali alti due metri del terreno a martellate facendo un tintinnìo che spaccava i denti se ci stavi troppo vicino). E poi c’è nel deposito diroccato quello scivolo per scaricare le merci dai vagoni che io senza di lui avrei scambiato per una scala. A terra, tutt’intorno a noi, lo spiazzo tra la stazione e il deposito è disseminato di bulloni, molle per viti che pesano mezzo chilo, tutta roba sostituita in quello che lui pensa essere stato l’ultimo intervento di manutenzione prima che la stazione fosse chiusa e dichiarata impresenziata. Non abbiamo saputo resistere e abbiamo raccolto di tutto. Guardiamo i nostri trofei, le mani sporche di ruggine e terra. A me piace in particolare l’enorme vite che ho deciso di portarmi a casa: penso che ha assicurato un pezzo di binario e una traversina alla terra, e alle vibrazioni che ha sopportato. Ha una filettatura splendida, una spirale che l’ha piantata al suolo tenendo insieme tutto quel che c’era da tenere. E così tutte le altre viti come questa, per migliaia e migliaia di chilometri in questo paese. E prima che il pensiero vada a piantarsi da qualche parte, un clacson che strombazza allegro ci dice che è ora di rientrare.

Come scorre veloce il tempo… due stazioni, ed è già sera.

(continua)

Poesia nostalgica

lunedì, 7 gennaio 2008

DELLE LOCOMOTIVE CHE VOGLIONO ANDARE AL PASCOLO

(ovverosia: delle oscure cause di tanti disastri ferroviari)

Dal muro in fondo al prato, in mezzo al fieno
una forma si muove e si distacca,
ed è una vacca
che avanza il muso per guardare il treno,
il diretto che passa all’11 ore;
perché (sappia il lettore
di questa commovente poësia),
in fondo al prato c’è la ferrovia.

La vacca guarda: uno dei gran diletti
dei bravi ruminanti,
(e possono osservarlo tutti quanti),
è di fermarsi in estasi davanti
ai treni in corsa, specie se diretti.
Ma un po’ per uno: se ci sono vacche
che fan l’occhietto alle locomotive,
(anime sensitive,
e non automi o rapide baracche)
ci sono pur delle locomotive,
che guardano le vacche.

Le guardano coi grandi occhi di vetro
dei loro due fanali,
ed è con infinita nostalgia
ch’esse si lascian dietro
oltre i fuggenti pali
del telegrafo, a vol, la prateria,
i campi, dove ci si può sdraiare
tanto tranquillamente, e contemplare
– lungi obliando le stazioni fosche –
il vol delle farfalle e delle mosche!
«Oh! – sospiran le macchine (e nel mentre,
con il fuoco nel ventre,
tirano via rotando e strepitando)
quando – ripeton – quando
potremo essere libere anche noi;
goderci la cuccagna
di vivere in campagna,
tra le famiglie placide de’ buoi?
Oh, potere campar senza gran stento
di un po’ di fieno e un po’ di sentimento
come certi poeti!
Poter far nulla, all’ombra dei querceti!
Non più mangiar carbone e sputar fumo,
per l’uso ed il consumo
di gnomi irrequïeti
sorti dall’umo, e spinti verso l’umo.
Oh gioia, starsi con le ruote all’aria
in grembo all’erbe tenere,
vicino a qualche fonte solitaria
che piglia il fresco sotto il capelvenere!
«Ma quando s’è locomotive occorre
– fatalità! – essere sempre altrove,
sempre lasciarsi imporre
la volontà tiranna degli orari
ferroviarii,
compreso quando piove
e fanno i peggio tempi de’ lunarii!
Bisogna sempre aver la testa a segno,
anzi ai segnali,
e prendersi l’impegno
d’essere puntüali,
perché c’è sempre, in questo od in quel posto,
da non mancare una coïncidenza.
Se non si può… pazienza!
Ma intanto, avanti, avanti ad ogni costo!».

E le locomotive vanno, vanno
senza riposo; eppure,
nelle latebre oscure
de’ lor cilindri a triplice espansione,
conservan sempre una speranza, ed hanno
sempre un’illusïone.
Che proprio mai debba spuntare il sole
del giorno avventurato
che potran rotolarsi in un bel prato,
vigilate da buoni contadini,
a fare capriole
insieme ad una lor giovine prole
di saltellanti locomotivini?

*

Nota dell’autore:

Così, fantasticando
questi lor sogni tàngheri
avvien che, a quando a quando,
qualche macchina sia
presa da acuti accessi di follia
ed è allora che va fuori dei gangheri,
e, quello che è peggio, dei binarii,
causando così de’ gravissimi e spiacevolissimi
accidenti ferroviarii.

[Ernesto Ragazzoni, da Buchi nella sabbia e pagine invisibili]

Fermata non richiesta (3/?)

giovedì, 6 dicembre 2007

Oh, vabbuo’, undici anni dopo mo’ che ci penso non è che succede poi chissà cosa.

Succede che il ventiquattro agosto sei lì in giro, verso mezzogiorno, sotto un sole che ti fa i pensieri di lava, vestita come staresti vestita nel chiuso di casa tua quando si muore di caldo, co’ quei pantaloncini corti grigi,  vecchi, larghi, coi buchi di quando quella volta hai preso fogli e stoffa con un punto di spillatrice, e una canottiera gialla colle stelline che in realtà sarebbe un pigiama ma la usi lo stesso perché non ti viene in mente nient’altro di così "fresco" da metterti addosso, tanto che fa caldo. Ci puoi andare tranquillamente in giro così, il ventiquattro agosto, qui, ché tanto non c’è nessuno in giro (a quest’ora chi lavora la terra sta al riparo dal sole, mica è scemo), puoi uscire dalle placche d’asfalto che solitamente delimitano il mondo e attraversare i campi seguando le direzioni che ti pare e andare a vedere tutto quello che ci sta oltre il ciglio delle strade. Pare sempre di attraversare la superficie dello specchio, tanto diverso è lo spazio senza linee da seguire, con le discese e le salite che non c’è niente che ti dice qual è il modo più breve o logico di farle. Ecco, le salite e le discese si fanno. Allora pigli i piedi, li metti dentro un paio di scarpe vecchie – che sono sempre quelle a cui toccano ‘ste passeggiate, e che forse quindi sono quelle che si divertono di più… simpatica, la vecchiaia delle scarpe – e la testa sotto il cappellino da pescatore, e vai. Ti fai la discesa, tutta, giù-giù fino in paese, passi la chiesa, il bar, il vivaio delle trote del ristorante di fronte, la piazzetta, il lavatoio pubblico di pietra che il pianale a quest’ora è della temperatura giusta per friggerci le uova, il laghetto, l’incrocio, il mulino che non c’è più. Finisce l’acqua, qua, e cominciano i campi al di qua della ferrovia. C’avevamo la stazione, noi. Sì, sicuro. Chissà dov’era. Sarà quella casa accanto al passaggio a livello, che mo’ è bianca e ci abitano e pare quasi solo una casa costruita in un posto un po’ strano. L’avrà riscattata qualcuno che ci lavorava.

E che vuoi fare di ventiquattro agosto sotto il sole di quasi mezzogiorno? Qua cominciano i campi, attraversi lo specchio e pieghi a sinistra tagliando per un mare di terra dissodata e secca, secca, secca che si spacca e si sbriciola sotto le suole, ma non affondi proprio perché è secca, secca come la sete che hanno le piante ché qua non ci piove da tre mesi, e cammini facile facile senza fatica, primo perché la terra tiene e secondo perché non c’è nessuno, e dove non c’è nessuno non ti irrigidisci e cammini come meglio ti riesce, e vai leggera anche tu che sei chiàtta, e cammini così liscia e spedita che quasi ti pare di essere appunto una barca e non solo un ingombro. E sì che ne fai di strada, anche se di strade non ce ne sono, e nemmeno sentieri, niente tracce, proprio niente, anzi la traccia la fai tu e ogni tanto ti giri a guardarla, poi alzi gli occhi da terra e fai un giro su te stessa e senti quella cosa che solo qua ti succede, che puoi andare e non ti sparano a pallini in aria come quell’altra volta in quell’altro posto che sta a manco cento chilometri da qua ma è un altro mondo. Qua non hai paura, un po’ perché ti sanno tutti, un po’ perché qua prima di sparare almeno chiedono. Del resto, sei al di qua dello specchio, mo’. E vai. E dove vai? Al ponte di mattoni della ferrovia. Là vuoi andare, a vedere passare qualche treno di quelli che si sentono da lassù, dal balcone di casa, a mezzogiorno e un quarto, e mezza, all’una meno un quarto. Sai a memoria quando passano, hai in testa il tuo orario del treni-che-passano-ma-non-fermano da dieci anni e ogni tanto li vieni a sentire da vicino perché è bello e perché ti dà la stessa pace che ti dava dormire in quella stanza che c’aveva la finestra a tre metri tre dai binari.
 Al ponte, passando per i campi, ci arrivi in… boh, non hai l’orologio ma ci vuole poco. Rimetti piede sulla strada e ti pare di tornare visbile, ma visibile a chi, ché non c’è anima viva in giro? Nemmno gli uccelli si sentono adesso, solo da lontano arriva ogni tanto il miumìu di un qualche gattino. Ti siedi sul ciglio della strada e aspetti, le campane suonano le undici e tre quarti, la pelle frigge, e intorno non c’è nessuno. Tira una brezza calda e secca, manco il mondo fosse sotto il getto di un enorme phon. Che estate. Due giorni fa, di là, in quell’altro punto del pozzo, pioveva, l’erba del giardino era morbida e verde mentre qua è bassa e appiattita, i fili si sono compattati al suolo in un intrico secco che se fai per tirarne un filo viene via una matassa intera, se non si spezza. Solo alle graminacee riesce di alzarsi dal suolo a ciocche, a piccole chiome dove va meglio, per il resto è tutto rovi e acacie, e querce che boccheggiano in una per loro inusuale tinta verde spento, quasi giallo. Secco, tutto secco. Madonna che caldo. Stai seduta sul ciglio della salita che viene da sotto il ponte di mattoni, sul muro che la costeggia. I cardi dovrebbero averci il fiore in questo periodo e invece non ce l’hanno, sono già secchi e ti pungono la schiena. Basta, ti alzi, ja’, si vede che oggi non è cosa.
 Ti alzi in piedi e ti guardi di nuovo in giro, anche se ‘st’angolo di strada lo potresti girare anche senza aprire gli occhi. Alle tue spalle c’è quel piccolo sentierino asfaltato che si perde tra la sterpaglia e che non sei mai andata a vedere dove finisce, e laggiù in fondo quella vecchia casa rossopompeiano abbandonata con le finestre e le porte murate che si vede dalla strada principale. Così tanti anni che ci passi davanti in auto che avevi smesso di vederla. Col sole così a picco, il rosso dei muri si stacca dal verde e dal giallo del paesaggio come un tizzone solitario nella cenere del camino al mattino. Così tanto tempo che ci passi sotto che non le avevi più prestato attenzione: l’ultima volta che avevi pensato qualcosa di quella casa doveva essere stato qualcosa del tipo "mh". E mo’ invece guarda un po’… quanto sembra vicina ai binari vista da qui e non dalla strada.

 Rosso pompeiano. Scema. Non avevi visto abbastanza stazioni per poterla riconoscere, finché l’hai guardata. Solo grandi, quelle che avevi visto tu, mica lo sapevi quanto belle, quanto piccole e quanto rosse potessero essere quelle di certi posti d’Appennino da linea non elettrificata. Sta’ a vedere che.

 Il sentiero è invaso di rovi e sterpi, bassi, che a piegarli con le scarpe si rimedia qualche graffio sui polpacci ma si riesce a passare. Man mano che mi avvicino compaiono sui muri le chiazze dell’intonaco caduto, gli archi di pietra delle finestre che da lontano parevano quadrate, e sul lato sinistro del sentiero, che intanto si avvicina sempre di più alla linea dei binari, emerge da sotto l’intrico dei rametti secchi un muretto basso di mattoni, gli stessi di cui è fatto il parapetto protettivo sopra il ponte, gli stessi del muretto di casa dei nonni, gli stessi della recinzione del giardino dei ferrovieri, gli stessi del muretto che costeggia ancora oggi il primo tratto di Via Ferrarecce. Mi viene da ridere. Che scema, non ci posso credere. Smetto di seguire il sentiero, a un certo punto, e inizio a costeggiare il muretto sgretolato in molti punti, coi mattoni più in alto ormai venuti via. Dopo un poco la sterpaglia si abbassa, e infine si dirada. Mi guardo indietro, avrò fatto poche decine di metri ma ci ho messo un’eternità. No, il campanile batte le dodici e un quarto, davanti a me si apre uno spiazzo asfaltato chissà quanto tempo fa, e la non-casa non sembra più così piccola come dal punto di vista da cui fino ad oggi l’avevo sempre non-guardata, ma adesso non mi frega più. Sulla sinistra, dal muretto che arriva da quella che doveva essere la carrozzabile che portava qui, c’è un bel cancelletto di ferro battuto, tutto ossidato, spalancato, e intrecciato, come a dare il benvenuto, rovi carichi di more, la prime che vedo quest’anno tra l’altro: in giro fino ad ora secco, tutto secco, secche anche le more ridotte a grappoli di pallini neri duri come il cemento. Ma qui no, qui i rami sono spessi e più antipatici di quelli che ho trovato sul sentiero, e quando faccio per passare mi sfregiano le braccia e si agganciano saldamente ai pantaloncini, alla maglietta ai capelli, e mannaggia, e levati, ahia, e mi vuoi far passare, cazzoahiaeLLASCIAMIHODDETTO! E mi lasciano, sì: buchi dappertutto. Un ramo più stronzo degli altri mi lascia persino, senza che me accorga, tutto il suo arsenale sulla fibbia della macchina fotografica come souvenir, ché la prossima volta che la metterò al collo, alla stazione di San Massimo, mi ricorderò nitidamente di questo momento.
Dopo i rovi, però, le ostilità cessano. A destra ho il muro della non-casa, a sinistra un mare di vitalba verde da cui emerge una vecchia rete da paglione arrugginita e a pezzi, e poi altri mattoncini di ferrovia e il profilo di quello che sembra un giardinetto uguale a quello che stava davanti alla casa dei nonni, con quattro aiuole quadrate disposte a crociera e la fontanella al centro. Benedittiddio, è proprio tale e quale. Mi viene da ridere e prendo un respiro, e all’improvviso sento le spalle alleggerirsi del peso del sole che infine svanisce, portato via da una carezza fresca. Alzo gli occhi e mi rendo conto di trovarmi sotto un pino nero enorme, enorme, che impegnata com’ero coi rovi arrivando non lo avevo mica visto. A terra è pieno di pigne e aghi che ha perso forse l’anno prima, ma non li vedo bene e mi tolgo gli occhiali. E vedo… il marciapiede… i binari… la massicciata… un altro pino nero, gemello di questo, dall’altra parte della… non-casa… che da quest’altro lato… ha un caposaldo al muro… una mattonella di pietra che segnala l’altitudine… e le porte, ci sono da questo lato, non le finestre. Ci sono tegole rotte dappertutto, cadute dal tetto, forse. Alzo gli occhi verso l’alto, allora, e la vedo

  .   A   IA  D L     S

Stava qua da sempre, ma l’avevo persa solo perché la non-guardavo più. L’avevo spinta oltre il confine della coda dell’occhio, e non l’avevo vista più. Del resto dalla strada non ci passavo davanti, ma dietro. Qui è davanti, e qui dalla strada non si vede, e non si vede nemmeno quanto è vicina ai binari. Da un altro punto forse anche sì, ma da là la stazione non si vede.

Insomma, la stazione. Con le porte come quelle delle case, tutte murate tranne una che è di ferro ed è chiusa. E due piccole aiuole in pietra all’ingresso centrale, una presa in usucapione da un sorbo degli uccellatori, e l’altra nella quale sembra sopravvivere l’originario inquilino.

C’era gente, qui, che andava e veniva. Mi siedo sul marciapiede, mi tolgo le scarpe, allungo le gambe e appoggio i talloni sui binari. Scottano. Aspetto che il treno passi, come al solito, ma stavolta è diverso. Lo aspetto in una stazione. In una fermata, non più richiesta.

Che estate. Di secco, di silenzio, di ferro e di rotaia.

No, veramente non è successo niente, alla fine. Undici anni dopo la prima volta che gliene parlano, uno ritrova una stazione. Certe volte non ci vuole proprio niente a pensare: che avventura.

(continua)

Fermata non richiesta (2/?)

venerdì, 2 novembre 2007

… subodoro un padre impiegato nelle ferrovie borboniche.
Eh, spiace ma si sbaglia.

*

E’ stata una delle prime cose che mi avevano detto – undici, quasi dodici anni fa – di questo posto: eh, ma noi ci avevamo anche la stazione. E si capiva bene perché, anche se a sedici anni non avevo visto ancora abbastanza stazioni per capire a fondo questo dettaglio che ogni vecchio, a chiedere in giro qualcosa di qui e della gente che ci abita, non mancava mai di infilare nel groviglio che gli saltava fuori dalla memoria. In genere arrivava dopo la storia di una famiglia, dopo l’elenco dei nomi e dei mestieri di tutti quelli che riuscivano a ricordare, e dopo l’e poi se ne sono andati di rito distribuito in lassi di tempo che nel ricordo misuravano a ondate lunghe decenni: prima dopo la guerra, poi di nuovo negli anni sessanta, settanta, la mazzata finale negli ottanta. Comm’e ‘na marea, disse una volta un contadino reduce da una guerra contro un cancro in cui ci aveva lasciato lo stomaco. Se ne so’ juti tutti quanti… eh, ma c’avevano la stazione, una volta, che mi credevo.
Ma le mie stazioni erano poche, troppo poche. Caserta, Cassino, Roma, Milano. Basta. Le più lontane erano i rami dispersi della famiglia. Caserta era un fatto a parte, era casa. Solo Cassino, dove il nonno mi portava ogni tanto a far la spesa al mercato di casa sua, invece che di sonno spezzato, acqua stantìa e saluti che mi parevano sempre troppo lunghi, solo Cassino sapeva di buono, di ciambelle all’anice e di voci che non sempre capivo. E comunque erano davvero troppo poche per capire cosa intendessero dire realmente ‘sti vecchi.  E’ che la ferrovia che conoscevo io, allora, non era ancora quella dei viaggi. Sono nipote di ferroviere, mica  figlia. Quell’altra ferrovia sarebbe arrivata più avanti, con la maggiore età, il diploma, eventualmente con l’università, e così era un po’ per tutti i ragazzi (ma soprattutto per le ragazze) delle mie parti. La ferrovia che conoscevo io era proprio un’altra cosa.

 Aveva i piedi a terra, ecco. E poi sui treni non ci si stava sopra, ma affianco, annant’, arèto, più spesso asott’. E quando passavano, bisognava stare anche più fermi del solito: va’ sott’ ‘o muro!, nun te mòvere!, pianta i piedi!, accort’ ‘o risucchio!, queste le parole di quando si stava in mezzo ai binari e sui cavi si sentiva il sibilo metallico della corrente del treno in arrivo.
Personale non viaggiante, ci chiamavamo. E dico noi anche se il mio nome, nell’organico del compartimento ferroviario di Napoli e Campania, non c’è mai stato. Ma è da lì che vengo, ero lì, da zero a diciannove anni. Ero lì, in un odore perenne di ferro, ruggine e ghiaia di massicciata su cui cuocevano l’erba, i rovi e le lucertole d’estate e dove andavamo a togliere le zoccole morte d’inverno. Da novembre in poi tengono cchiù famme e se fanno cchiù fésse, dicevano su al casello. Era una ferrovia tutta spostata, qua, dove sui binari si stava e non si andava, dove i treni passavano e non si prendevano, anche se il suo centro di gravità era uguale a quello di chi stava sui treni.

– Dove va questo?
A Napoli.
– E questo?
A Salerno.
– E quello là?
Foggia.
– E quello delle dodici e dieci?
Benevento.
– E quello dopo?
Napoli.
– Di nuovo?
.
– E mo’?
C’è quello pe’ Roma.

E sopra c’erano un sacco di persone. Ma tante, proprio. Le vedevo dal salotto da casa dei nonni, mi sfilavano a pochi metri dalla faccia ché il loro finestrino era alto esattamente quanto la finestra da cui stavo affacciata… le salutavo, qualche volta, e poi cacciavo la faccia dietro la tenda se incrociavo il loro sguardo. E a volte il tizio in cabina salutava il nonno al casello con la mano o suonando un fischio. E sui treni c’era la posta, anche, che quando andavamo al deposito capitavamo talvolta nei momenti in cui la smistavano. Un sacco su questo treno, tre su quell’altro, e le raccomandate, e pacchi e fogli di elenchi fitti fitti da tutte le parti. Dal primo binario spesso si vedeva scendere dalla carrozza di testa qualcuno che arrivava di corsa alla porta del deposito postale: c’è posta per me?, diceva sbrigativo a voce alta, e quelli no, oppure , e gli posavano davanti ‘sti sacchi marroni con una striscia colorata lungo il fianco e cose scritte sopra, a volte pieni e a volte sgonfi, che sapevano di secco, stoffa e polvere. Juta, avrei imparato dopo. Che a me poi sembrava strano perché quando mia madre chiedeva al postino se c’era posta per noi le davano una, due, o quando erano tante al massimo tre buste. A questi invece sacchi interi. Me li immaginavo con un esercito di parenti lontani e infinite bollette da pagare, poveri.

Per cui ecco, quando i vecchi di qui chiudevano il discorso con eh, ma noi c’avevamo la stazione, quello che capivo era: persone, ferro, posta. Come a casa mia, qui c’era del ferro caldo come quello dove ci andavamo a sedere un po’ dopo che era passato il treno io e mio fratello, per scaldarci le chiappe e le mani quanto stavamo fuori a giocare in autunno e da sopra le colline iniziavano a scendere a sorpresa i primi venti freddi. Era una porta, da cui passavano questi odori, queste cose che erano parole, e queste parole che erano cose. ‘A ggente, ‘o ffierro, ‘e llettere, parole piene che cominciavano con una doppia. Si vede che erano cose che per portarle ci voleva un treno, o su cui i treni potessero andare.
Quello che non capivo, però, era che quella porta dava su un corridoio lunghissimo sul quale si affacciavano a loro volta altre porte, un numero di porte tale che non avrei saputo immaginarlo. Almeno non ancora. Non mi era proprio chiarissimo allora il senso del verbo andare se il soggetto era un treno, i nomi delle destinazioni che sentivo tutti i giorni, per quando familiari, non differivano poi tanto dal Kilimangiaro dello zio d’Africa.
 E quindi questi vecchi di Molise mi piacevano, e d’istinto mi veniva da pensare che sarebbero piaciuti anche al nonno se avesse avuto il tempo di venire a conoscerli. Si sono mancati per pochi mesi, lui e queste facce che non dimenticano di aver avuto una fermata del treno sotto casa. La stazione. Per chi restava a terra e il treno non lo prendeva averci la stazione doveva essere come sapere di essere nel mondo, uniti, collegati a qualcosa d’altro, essere un punto segnato sulle mappe, per quanto piccolo. Ci siamo, siamo qui, e qui ci arriva la posta e ci arrivano le persone, anche se poi alla fine se ne sono andati tutti. Aje ritt’ liévete ‘a lloc’, dicono.

– E dove stava?
Abbàscio… giù, a’a via r’a statale…

Parlavano al passato, loro, e quindi anch’io. C’era, non c’è più. Così sembrava. A volte ci pensavo, scendendo a piedi dal paese fino ai binari a fondovalle mi guardavo intorno e mi domandavo dove si potesse trovare esattamente. L’avranno demolita, conclusi alla fine, oppure è quella casa dietro gli alberi che sta accanto al passaggio a livello e chi ci lavorava ha fatto domanda, l’ha riscattata e adesso ci abita. Ma che posizione strana, però, parrebbe più una cantoniera. E a un certo punto non ci abbiamo pensato più. E poi undici anni dopo, un giorno.

(continua)

Voce del verbo : andava

mercoledì, 26 settembre 2007

Ventidue agosto. Piove di nuovo quassù, mentre giù non si vede acqua da tre mesi.
Dal finestrino arrivano pensieri a caso. Tutùm-tutùm. Del tipo: che bella doveva essere, la reggia di Carditello, tutùm-tutùm. Oppure: come si misura, tutùm-tutùm, di cosa è fatta questa distanza tra cose e parole?  E se pure non si può misurarla, tutùm-tutùm, si potrebbe mica abitarla? Sarebbe bello se si potesse farla spazio. Nella distanza non ci sta niente, nello spazio… uh, tutùm-tutùm, hai voglia. Mh.

Poi ci sono i pensieri tra parentesi [resiste nella testa di chi (non) resta], e le fermate non richieste. Che sono diverse, però, da quelle ho visto in un altro punto del pozzo-paese.

A Mestre già il primo cambio di treno (non previsto), e venticinque minuti di ritardo. A Padova diventa mezz’ora. Dio, la concidenza. Poco dopo Padova c’è un gatto in mezzo a un campo arato: spaventato dal treno, fugge e sparisce come una scheggia nel mais del campo vicino.

Un’insegna indica:

così, con la freccia in rosso come quella di una frasca e i caratteri da far west. Quadra, perdio, tutto quadra. Ma mo’ quasi quasi scendo e la seguo, quella freccia.

Il mais dopo Monselice è secco e già raccolto ma non ancora falciato, e fa grandi distese d’oro. Alla stazione di Rovigo una nonna seduta su una panchina indica i treni al nipotino nel passeggino. Alla stazione di Ferrara un nonno in cazunciélli rossi fa lo stesso con il bimbo che porta sul seggiolino posteriore della bici, e dal deposito guardano i convogli passare.

Corto circuito.

Anch’io, nonno ferrarese, anch’io. Anche a me mio nonno mi portava in bici (quando i sediolini per i bimbi però erano davanti, non dietro) al deposito della stazione a guardare i treni. Fuori c’erano quelli nuovi che passavano e dentro quelli vecchi che aspettavano. Cosa aspettavano? Non lo so, però mi ricordo che quei treni lì erano femmine, e a sentirne parlare poi dopo a me veniva da chiamarle trene, perché mi avevoano spiegato che locomotori e locomotive non erano la stessa cosa, come io non ero la stessa cosa di mio fratello, per esempio. Ah, così era? Ma i treni che passavano alla stazione erano tutti maschi, però. "Eh", dicevano loro, "ma prima erano femmine. Fai conto che queste so’ le mamme, va’…".
Mi ricordo certi anni in cui in deposito gli amici del nonno erano sempre nervosi, davano pacche alle trene nere, stavano con la schiena appoggiata sul numero che era il loro nome e parlavano con parole che non capivo. Sapevano di bruciato e di grasso d’officina, questi signori che mi prendevano sempre in braccio con un sorriso anche quando in famiglia mi avevano dato ad intendere che ormai ero troppo grande per stare sempre in braccio. Per questo forse mi piaceva, il deposito: perché lì dentro i treni erano un po’ diversi dagli altri e gli amici del nonno avevano grandi mani marroni che mi prendevano in braccio, mi tiravano su come una piuma e mi facevano sedere a cavalcioni sui magneti del muso mentre loro chiacchieravano. Mi piacevano un po’ meno i pizzicotti, condanna di tutte le bimbe con le schiocche, che quelle manone davano forse senza rendersi conto della loro forza. Ahiaaaah!, mi scappava a volte, e loro ridevano e poi riprendevano i loro discorsi durante i quali mi era stato insegnato a non far domande. Non si interrompono i grandi quando parlano, è maleducazione. Se volevo sapere qualcosa, potevo chiedere dopo. Ma intanto… 

… intanto lassù, anche se col nonno sempre vicino, prima di tutto ero più in alto di loro.  Di poco, va be’, ma era quel tanto che bastava per poter guardare lontano lontano (verso l’uscita del deposito, diciamo) e perché la tièlla del magnete diventasse il volante per guidar via la ottettrentacinque verso… che ne so, a me mi piaceva l’Africa, che non avevo la minima idea di dove fosse ma sapevo che era il paese dove c’erano uomini e animali incredibili e posti dai nomi stranissimi

["Ki-li-man-gia-rooooh? E che eeeè?"]

e che era dove abitava lo zio che dopo la guerra se n’era andato più lontano di tutti. Così sul magnete mi facevo capotreno

[ Nooo, si dice ma-cchi-ni-sta! ]

e partivo per l’Africa, e tornavo solo quando i discorsi dei grandi finivano e un paio di manone marroni venivano a tirarmi giù dal mio posto di guida. "Ue’, te si’ fatta ‘e mmane comm’a mme", diceva allora  puntualmente qualcuno. Le guardavo ed era vero, erano marroni. E io: "è l’Africa! Là tutti so’ scuri!".  "Ma ‘o vvir’ che pure nuje simme tutti scuri?", incalzava allora un altro. "Eh, e siete africani, allora!". Mamma mia, quanto forte ridevano. Tanto forte che a volte mettevano paura. Poi mi facevano lavare le mani con una roba gialla e pastosa che sapevano loro e che puzzava di copertone, intanto il nonno li salutava e a me toccava un altro giro di pizzicotti. Fino alla prossima volta, che non vedevo l’ora che arrivasse per fare un altro giro in Africa sulla ottettrentacinque. Che una volta, mi avevano detto, andava.

– E dove andava?
Eh, dove ci stava bisogno di portare robba e ggente.
– Ah. E mo’…?
E mo’ la fai andare tu, ‘o bbi’.

Ma che mondo era, quello?
Ci sono cresciuta dentro dandolo per scontato finché il cardine su cui ruotava non ha perduto il suo asse. Da quel momento in poi quel mondo si è sfaldato fino a scomparire, per me, e il tentativo di seguirne le tracce da grande è stato una fatica immensa, e molte… mai neanche ritrovate. Le facce e i nomi del deposito, per esempio. Mi restano queste sagome scure, il loro odore e… pezzi. Di loro posso mettere a fuoco solo le mani, il ruvido dei palmi, il dolore dei pizzicotti sulle schiòcche, il suono di alcune voci. Il resto è andato, e molto è andato prima che riuscissi ad afferrarlo. ‘Sto mondo inghiotte ogni cosa che stia nel passato più in là della linea dei dieci anni. Dove sono finite tutte quelle persone, quelle cose, quelle voci? E se a uno un giorno gli gira di domandarsi da dove viene?

‘rangève, dicono quassù.

Nonno di Ferrara, sbrigati allora a spiegargli quello che sai – qualsiasi cosa tu sappia. Ché nessuno dei tuoi si ritrovi mai a dover dire "eh, troppo presto, troppo presto". Gli dovesse mai venir voglia, pure a lui, resterebbe ciava’.

Per il resto, sì, poi dopo ci arrangiamo noi. E tanto, c’amma fa’?