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Fermata non richiesta (10/?) – Sono stato solido.

venerdì, 26 ottobre 2012

E’ il 6 settembre 2008, e il signor Edoardo ha settantasette anni, la mano destra deformata da sessant’anni sulle macchine e con una voce roca che sa di segatura fine racconta di come gli fanno strano i ragazzi di oggi che a sedici anni “che devono fa’? so’ ragazzi…” li giustificano i genitori, ma lui dice: “eh, uagliuni. Io a sedici anni mi sono aperto la falegnameria per conto mio, dopo la quinta elementare mi sono messo a imparare un mestiere, era il dopoguerra, e noi nel dopoguerra eravamo poveri. Noi non c’avevamo terre, perché in famiglia mia tutti falegnami, artigiani e commercianti, e mio padre nel Quaranta teneva sessantamila lire, che ci potevi comprare tipo otto appartamenti. Dopo la guerra, invece, valevano cento quintali di farina, così papà li liquidò, come si dice, perché non tenevamo niente da mangiare. Ho imparato il mestiere da mio padre e da mio nonno, e a vent’anni mi sono comprata quella macchina laggiù, che costava trecentocinquantamila lire. Io non avevo un soldo, mi ci volle una colletta di quattro famiglie di parenti per mettere insieme la cifra. Poi negli anni ho restituito tutto. Per fortuna è andata bene”.
Eccome, se è andata bene. Ci mostra i pezzi di cui va più orgoglioso, tre stipi a due ante, e sul fronte delle ante pare un sogno: paesi del Molise ritratti in minuti mosaici di legno. Ci incantiamo davanti al più bello di tutti, uno spettacolo di tremilaseicento pezzi di tutte le sfumature del legno esistenti, un paese incastrato su una montagna investito dalla luce del tramonto, sovrastato da un cielo rosso sangue. Ci dice “questo l’abbiamo fatto io e mio figlio, tre mesi di lavoro. Volevo anche farci delle belle nuvole su quel cielo, ma dopo tanti mesi a lavorarci dalla mattina alla sera mi so’ sfasteriato. Ah, ma tanto finché sta qua… prima o poi lo faccio, e ci metto due nuvole qua e qua, che passano in questa direzione e sono colorate dal tramonto”.
Anche ora, che è estate e si lavora poco, un paio d’ore in falegnameria se le fa tutti i giorni, dice, “sennò passo una cattiva giornata. E’ che ho guadagnato bene e la vita alla fine mi è girata bene, ma io sono rimasto sempre lo stesso!”.
Indica gli abiti da lavoro, una camicia porpora rattoppata e chiazzata di segatura e un paio di jeans che usurati è dire poco. “Per avermi visto col vestito, una volta su in chiesa qua a Castelpetroso, il parroco mi è venuto dietro per strada urlando Edua’, finalmente te vedo vestuto!… vedete, signuri’, come se vestirsi fosse solo quello che te metti ‘o juorno d’a festa cummannàta. Ma io non li capisco, a questi”. Siamo ancora davanti agli stipi, e quando riconosco i paesi sulle ante si illumina tutto e parte a raccontare di come lavorare non sia più gratificante come prima, specialmente in Molise: “non è per dire, ma la gente è ignorante e per ignoranza offende. L’altro giorno è venuto uno che ha detto mh, bellino questo, ma non ci vuole niente a pittarne uno uguale. Pittare. Non s’era manco accorto che era di legno, il disegno”. E continua guardando la sua officina: “l’artigianato è finito, lo vedete, i mobili che durano una vita nessuno li vuole più, è un guaio enorme. Nel periodo che m’è andata proprio bene-bene avevo una ventina di dipendenti, però non era gente che gli piaceva il lavoro, era gente che voleva solo i soldi, allora io ci mettevo mesi e anni per insegnare ma il lavoro non usciva mai come dicevo, mai un lavoro come dio comanda. Ho cominciato a mandare via quelli che non mi piaceva come faticavano, gli altri se ne sono andati da soli quando s’è capito che dovevano lavorare come dicevo io. Finché non siamo rimasti solo io e mio figlio. Guardate che la gente non tiene più rispetto per niente, tanto meno per il mestiere. Ma dico io… se non ti piace, ma che cazz’ ‘o viene a ffa’? Perdonate, eh”.
Ci mostra, infine, il pezzo a cui sta lavorando ora, un quadro con Gesù risorto che offre se stesso bambino, e racconta di quanto ci abbia litigato, con quel Gesù, per un occhio che gli aveva dovuto rifare sei volte prima che venisse come lo voleva lui. Prima che ce ne andiamo fa il diavolo a quattro per offrirci il caffè al bar, e racconta ancora: “ho sempre fatto una vita indipendente, ho lavorato con gente di tutt’Italia, ma la mancanza di rispetto che c’hanno qua negli ultimi anni non l’ho mai trovata da nessuna parte. Mi fanno restaurare mobili di metà Ottocento e poi vogliono pagare quattrocento euro tre mesi di lavoro. Io ho sempre fatto una vita indipendente, capite, lo so come lavorano dalle altre parti, ho girato l’Italia sopra e sotto, e quello che a volte fanno qua da altre parti la piglierebbero come un’offesa. Ma che valore tiene il tempo di una persona, dico io, nessuno? A me tre mesi della mia vita non me li ridà indietro nessuno, manco il lavoro pagato il giusto, figuriamoci le maniere di certa gente. Io lo facevo per la famiglia mia, ma ormai è finita qua. Adesso faccio quello che mi pare, il lavoro che dico io solamente”, e dal bar indica verso l’officina che è lì a pochi metri, e dalla quale si scorge la cornice di un portone che sta appoggiata di fianco su un tavolo che non ne ho mai visto uno così grande. “Guardatelo mo’, e se venite alla vernata poi vi faccio vedere che ne facciamo uscire”, mi risponde quando gli dico che mi piacerebbe vederli lavorare, lui e suo figlio.
“L’importante è conservare la testa”, ci fa alla fine. “Io ho avuto abbastanza, e sto bene accuscì”.

– E vabbe’, tenete quest’arte nelle mani, e che vi serve più? Sapete fare delle cose meravigliose!
–  Signuri’, non dite così. La gente tiene in testa un sacco di cose stupide: i titoli, le lauree, e poi ci passano in testa a noi che non abbiamo studiato. A me questo mi pare assurdo, perché se poi andiamo a vedere un laureato tante cose non le sa fare. Ma io non dico che uno è meglio e uno è peggio, è solo che loro sanno fare delle cose e l’artigiano ne sa fare altre. Io so fare quello che so fare, e quello che so fare lo so fare bene. Tutto qua.
– Guardate che io quello che vedo qua l’ho solo nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli, non so se avete presente…
– E non lo so, io all’inizio ero falegname di mobili, porte e portoni, poi a un certo punto mi sono messo a guardare certi mosaici di legno del ‘500 e del ‘600 che stavano sull’enciclopedia dell’arte di mio figlio, che studiava architettura ma poi ha smesso. Mi parevano disegni e non ci potevo pensare che erano fatti di legno… però se erano fatti di legno forse potevo provare anche io, pensavo. Ho provato a ricopiarne qualcuno, e così ho cominciato.
– Ecco, aiutatemi a dire. Avete fatto e fate cose meravigliose.
– Vabbe’, voi non mi capite. Volevo dire che, se gli piace, lo può fare chiunque.
– Se lo dite voi, don Edua’…

Alziamo le mani in segno di resa, e lui si fa una bella risata.

– Comunque tornate a trovarmi, mi fate tanto piacere.
– Prossima volta che passiamo siamo qua.
– Allora salutatemi Pordenone. E’ una bella zona, ci sono stato quattro o cinque volte per dei lavori…
– Davvero? E che lavori avete fatto?
– Ma niente, cose andate esposte in qualche palazzo che non mi ricordo come si chiama.
– …
– Eh, fate quella faccia ma guardate che non scherzo mica, quando dico che ho girato.
– No, è che… vabbe’, lasciate sta’.
– Comunque non vi dimenticate, mo’ che trasite a Pordenone, di dire “saluti da Eduardo il falegname di Castelpetroso!”.
– Sarà fatto.
– Stateve bbuono!
– Pure voi.
– Ce putite juca’ tutto chello che tenite.

(continua)

Fermata non richiesta (9/?) – Separ’azioni

domenica, 15 novembre 2009

"E’ giusto", disse il soprintendente. "Nelle saghe antiche si fa distinzione tra persone ed eventi. Ci sono eroi e uomini da poco. Ci sono grandi eventi e quisquilie. O per dirla meglio, gli uomini da poco e le quisquilie non vengono ammessi nelle saghe antiche, di preferenza. D’altra parte la vita mi ha insegnato a non fare distinzioni tra eroi e uomini da poco; tra grandi eventi e quisquilie. Dal mio punto di vista, uomini e avvenimenti sono tutti più o meno alla pari".

*

A vent’anni volevo essere come certi islandesi o svedesi, insomma quella gente di un nord immerso nella stessa luce di certi posti che avevo visitato a occhi chiusi da bambina, capace di mettersi a guardare i granelli di polvere che passano nel cono di luce della lampada sulla scrivania e vedere agitarcisi dentro le visioni notturne dell’umanità intera. Volevo essere come quelli lì, che sapevano il freddo e la voce del ghiaccio, sapevano il tutto e il niente delle stagioni che si contraevano o dilatavano all’infinito, a seconda di come girava il vento.

E invece poi no. Sono nata in un posto caldo dove la luce è dura e non c’è posto per le visioni di nessuno, di giorno come di notte, sicché la fatica più grande per chi ne aveva era cercare di resistere, tenerle in vita, far loro manutenzione, magari tenerle per un po’ sotto chiave, almeno finché non diventavano così grandi da mettere le gambe e così intense da non poterle più trattenere, ed essere costretti a lasciarle andare. Nella luce dove sono nata era – ed è ancora – così: bisognava evitare di lamentarsi se qualcosa ti si agitava dentro, e a quel qualcosa bisognava dare da mangiare di nascosto rubando la verdura cruda dall’orto del nonno fino al giorno in cui il qualcosa stesso ti avrebbe chiesto con la forza della sua propria voce di essere liberato. Il rischio era che la pazienza si trasformasse in un carceriere troppo duro e il qualcosa andasse a morire prima del tempo, ma che ne sapevamo? Si doveva pur trovare il modo di dormire, tra un sogno e l’altro. Bisognava provare. Ma nella luce in cui tutto doveva e poteva essere solo reale, qualcosa era un nome che non giustificava spreco di cura, di sguardo, di voce. Qualcosa non era cosa, e quindi non si poteva impiegare alcuna forma di energia, o di tempo, per cercare di capire, un domani, la forma che avrebbe potuto prendere. Non era certo, quindi non c’era verso. La luce del sud da cui vengo era così: i sogni non erano segni, i segni non avevano niente a che fare con i sogni, e quell’unica vocale che li separa era il più invalicabile dei confini. Cercare di metterli in comunicazione era una sorta di abominio, e se per caso nella luce veniva fuori qualcuno che scopriva che quella vocale poteva essere anche una porta, una membrana morbida e porosa da cui poteva passare di tutto, apriti cielo. In quella luce, tutto quel che non è vero non ha diritto di esistere, e così ecco che l’unico modo per venirne a capo era rimettere insieme quello che avevamo a disposizione in un altro modo, già solo cambiando l’ordine delle cose quello che veniva fuori era diverso da prima, stavamo già immaginando e non lo sapevamo, segno e sogno si confondevano ma ci avremmo messo una vita intera per capirlo, in quel momento la sola cosa che importava era che finalmente c’era qualcosa che era vivo anche se non era reale, ma che ugualmente era vero, era nostro e neanche la luce tagliente del mediterraneo avrebbe potuto sottrarcelo, se solo avessimo avuto la pazienza di aspettare, di aspettare ancora solo un altro poco.

*

E la nonna disse: "Il nostro Björn ha sempre voluto che il piccolo Grìmur avesse da noi qualcosa che nessuno potesse portargli via in qualsiasi momento. (…) La ricchezza è quello che gli altri non possono possono portarti via".

*

– Occhei, ma comunque perché dici noi?
– In che senso?
– No, perché noi è sbagliato. Non c’era nessun noi. Tutto vero sulla questione del qualcosa, per carità, ma una volta che c’avevi ‘sto qualcosa che dici tu era finita, finiva tutto, finiva lì. Bastava provare a parlarne una volta e capivi che qualcosa t’avrebbe rovinato la vita.
– Essì, c’hai ragione.
– Ma tu ti ricordi che piccoli cuòppi di silenzio che eravamo?
– Sì, mamma mia. Quei tremendi maglioni anni novanta e tutte quelle lettere…
– Ci scrivevamo lettere perché non sapevamo che altro fare, come cavolo si maneggiava quel qual-cosa…
– … che non si poteva dire?
– Ecco. Non aveva nessun senso, ma eravamo sempre così… agitate.
– Vero. E di qualsiasi cosa si trattasse, non si riusciva a parlarne. Che due palle.
– Sì, ma chissà perché, poi? E quello era anche ben prima dei vent’anni. A volte penso che sia tutta colpa della Brizzi.
– Ummadonna, sì… noi c’avevamo pure l’aggravante della professoressa che ci aveva messo in testa che chi non ha paura di farsi il culo a tarallo può cambiarle, le cose.
– Già, e così diventava una guerra. Tra quello che c’avevi dentro, quello che non si poteva dire fuori, e quegli altri momenti ancora, in cui qualcosa sembrava possibile.
– Eh, guerra. Non diciamo cazzate, la guerra la facevate casomai tu e quell’altro, che eravate così belli e bravi e ottimisti. Io c’avevo solo il panico.
– Ah, sì, me lo ricordo, quell’anno che bastava dirti una certa frase per farti scoppiare a piangere a comando.
– Però è vero, che non c’era nessun noi. Non ancora.
– Sì. Cioè, mi piangevi come una fontana tra le braccia tipo una volta a settimana, ma io mica sapevo bene perché.
– Be’, ma non aveva tanta importanza, penso. Sapevi che io avevo qualcosa, come era per te. Tu scrivevi sempre, ma io mica sapevo cosa. Funzionava così, non c’era bisogno di sapere molto altro. Poi abbiamo messo via tutto dietro una porta blindata, se non altro per una questione di sopravvivenza. Siamo sempre rimaste separate, finché ognuna di noi non è stata inghiottita dal suo personale delirio. Solo allora…
– … è venuto fuori noi.
– Sai che a volte mi chiedo come abbiamo fatto a venirne a capo.
– Non era questione di venirne a capo. E’ che c’era quest’idea comune che i nodi si dovevano sciogliere. Invece no, bisognava conservarli, ma che ne sapevamo.
– …
– …
– Comunque era proprio il Diaz, che era un posto strano.
– Già. Taricone, Saviano, tutti quei professori che sembravano usciti da un racconto di Tunström… e anche qualche altro, che però è rimasto un po’ più nascosto. A te ti credevano, a raccontarlo?
– Veramente sembrava così poco credibile anche a me, quando ci ripensavo, che credo di aver fatto il collegamento ad alta voce e in presenza di qualcun altro solo una volta.
– Eppure è successo. E c’eravamo anche noi, quella massa amorfa sprofondata dentro quei maglioni troppo larghi, sullo sfondo…
– Già. Facevamo un po’ arredo urbano. Mi sembra giusto, dopo tutto. Eravamo tra quelli che alle occupazioni stavano a sentire bevendo i discorsi intorno perché tanto chi lo sapeva, cosa voleva dire avere un’opinione…
–  … o quelle quando passava il bel rappresentante d’istituto di turno facevano lo sguardo da pesc’ ‘a bbrodo.
– Infatti. Però mai uno che ne parli, di quegli anni. Secondo me c’hanno un po’ di risentimento, col periodo della scuola.
– E perché? Vorresti sentirti dentro un racconto che ti riguarda solo di striscio? Compagni di scuola, così si direbbe, anche se poi uno era in quinta e l’altro in terza. Il problema è che queste cose sono espedienti narrativi così suggestivi e pericolosi…
– … eh, pericolosi soprattutto. Hanno una luce così strana che a maneggiarla si fanno più casini che altro. E conoscendo i personaggi, la tireranno fuori al momento meno opportuno.
– Probabile.
– Vabbe’. E insomma, cos’è successo dopo?
– Ah, sì, be’… niente, che seguendo i binari siamo arrivati a Pesche.

*

E’ passato un anno e mezzo, giusto giusto.
Dice: ma perché, Pesche ha una stazione? Sì, papà. Dove? Se ho guardato bene la cartina, dovrebbe essere subito dopo la curv… ECCOLA!

E dunque ce l’avevamo qua davanti al muso da una vita, ma ti rendi conto? Chi l’aveva mai cecàta? E sì: una casetta rossa accanto a un passaggio a livello, incorniciata di lillà. Mi spieghi chi la vede? Ma c’è la scritta! Eh, si vede che non sappiamo più leggere. Attenta, adesso che giri… ecco! Scendi, scendi!

*

Padri: sempre divisi tra entusiasmo e prudenza, quando ci sono di mezzo i figli, e poco importa se il "figlio" in questione è una donna sposata che ha passato i trenta.

– Ma finiscila. A chi vuoi lo far credere che di tuo, in genere, ti comporti come una signora di trent’anni?

E lui nemmeno lo sa, che ancora coltivo quella specie di dialoghi muti con le Voci udite e lette durante i chilometri accumulati a spasso per il pozzo-paese… dialoghi che somigliano un po’ agli amori dei quindici anni coi cantanti, solo ancora più intimi, ancora più segreti, che ti scavano e ti si attaccano ancora più a fondo, a volte in certe parti di te che prima di incontrarle, le Voci, nemmeno conoscevi. Non lo sa, dico, e allora come fa? Sono tante, a dire il vero, le cose che non ha mai saputo di me, ma così, solo perché ci sono cose che le ragazze non dicono ai loro padri, e punto.

*

Adesso è diverso, però. Adesso ogni tanto posso persino ricordarle ad alta voce, alcune cose. Quando ho tirato fuori la storiella di quel panico durato per tutti gli ultimi tre anni delle superiori, mi ha risposto pensieroso e tranquillo, mentre si rigirava tra le dita una vite da sei etti per il fissaggio dei binari che aveva appena trovato sulla massicciata, ricordandomi che anche in quarta elementare mi era successa una cosa che mi aveva fatto venire un panico a lungo termine, e che il nonno per farmelo scordare ogni tanto mi faceva passare interi pomeriggi sulla linea tra Caserta e Benevento sui mezzi di manutenzione guidati dai suoi amici non ancora in pensione.

– Tipico tuo, insomma.

*

Ormai, da quando il baricentro della mia vita si è spostato sempre più di rispetto al qua di prima, queste passeggiate lungo la linea di ferro e carne che attraversano il pozzo sono diventate una specie di buffo rituale di memoria, un periodico ritorno a casa che ci riunisce e insieme ci fa ancora sentire in qualche modo il polso (debole, per la verità, ma tenace) del mondo da cui veniamo. E allora ci divertiamo così, svoltando improvvisamente sulle statali, inforcando le stradine laterali annunciate da un certo, preciso cartello

e nelle quali il passaggio a livello è una porta, un passaggio di livello verso l’altro piano del paesaggio, quello in cui si affonda coi piedi come radici, come semi nella terra appena arata. Eppure non è un paesaggio da cartolina, quello del pozzo-paese profondo, il più delle volte.
E appunto anche oggi è così: è aprile di un anno e mezzo fa, e dalla statale la stazione somiglia ad un casello, attaccata com’è alle sue sbarre non custodite.

[ – Lo è, infatti. Questa non era una stazione. Era una fermata.
  – Che differenza c’è?
  – Lo vedi che non ci sono scambi?
  – Eh.
  – Quindi non ci si possono fare manovre. Ci si può solo fermare e ripartire, basta. ]

E dico, non ci potevano fare una stazione? No, non era possibile, anche se Pesche era un paese piuttosto grande rispetto ad altri che ce l’avevano. E’ che la statale, la ferrovia, la costa della collina… è il mondo intero che qui fa una curva, non si poteva fare altrimenti: là la galleria, qua la curva, l’unico modo per farci stare una fermata deve essere stato quello di fare un marciapiede davanti al casello e piazzarci sopra la scritta "PESCHE", qui dove i binari si distendono per qualche decina di metri prima che il pianeta si inarchi definitivamente verso Castelpetroso.
Dalla statale, allora, in effetti la fermata è solo una scritta blu su un fondo rosso spellato dall’abbandono che appare e scompare per un momento tra la sterpaglia… ma appena passato il livello, ecco che si vede: una bella banchina lunga, i due altissimi pini neri d’ordinanza in dotazione a tutte le fermate non richieste, l’ex caseggiato dei servizi convertito in cabina ENEL, l’ultimo orario ancora al muro, dentro un tabellino di plastica crepato dal sole che però ha permesso alla carta di sbiadire un po’ più lentamente di tutto quello che c’è intorno. Anno 1988. Non lo tocco: ho paura di sbriciolarlo al più piccolo contatto.

*

E poi, non lo so, succede che a un certo punto me lo perdo: oltre il passaggio a livello anche lui lo sente, il passaggio del paesaggio, si inoltra un po’ nella curva della banchina, verso la linea che buca la collina, mi dà le spalle, comincia a camminare ed ecco, passa di livello, con le mani giunte dietro la schiena e lo sguardo al suolo. Non fa più di qualche decina di metri ma ormai è lontano, a spasso tra un mucchio di viti, molle e giunzioni arrugginite abbandonate a lato della massicciata forse dopo l’ultimo intervento di manutenzione, e mentre se ne rigira una tra le dita si fa ancora più lontano, è sempre lì nella curva ma per la distanza che ho negli occhi adesso non può più essere raggiunto. Per molti mesi dopo questo giorno sognerò di vederlo andare via così, di schiena e in silenzio, proseguendo fino a sparire nel buio della galleria che buca la montagna di carne e il mio stomaco di pietra. Una notte, più profonda delle altre, sentirò persino il buco aprirsi piano, appena sotto il torace, le ossa allargarsi con un dolore quieto, e il vento di ferro e polvere della galleria passarmi sulla carne di pietra viva con un brivido secco e tiepido.
Padre passato, padre lontano, dove andavi nei miei sogni, in quelle notti estive in cui si preparava a partire, calmo, chiassoso e inesorabile come un merci in discesa, il mio destino? Quel giorno c’eri ma non potevi essere raggiunto, in quelle altre notti eri lontano e mi bucavi le viscere sparendo nella galleria ai piedi del Monte Patalecchia ma non ne volevi sapere di lasciarmi. Ma l’ho già provata questa cosa una volta, anzi due – ho detto ad alta voce mentre tu eri dall’altra parte dell’universo e le sbarre si abbassavano tintinnando, e intanto abbiamo aspettato quel piccolo treno che non si sarebbe fermato alla stazione, così, lontanissimi, quel giorno e tutte quelle notti a seguire, tanto che dopo un po’ non sapevo più se era passato o se sarebbe stato futuro, prima o dopo, quella galleria e quel momento in cui, passato il treno con un soffio, te ne saresti andato a piedi nel buio del buco che sapeva di ferro e polvere senza dire niente, senza guardarti indietro, senza nemmeno un cenno della mano. Come il nonno, come tuo padre prima di te. Ed è vero che non ci sono uomini o avvenimenti, qui, non c’è stata distinzione fra quello che era o sarà, e per essere onesti oltre il ciglio di questo pa(e)ssaggio a livello non c’è stato nemmeno un presente, quel giorno, ma solo un corto circuito che mi resta nell’intestino a preparazione, forse, di qualcosa che sarà stato, un domani, presto o tardi, fin da quando ero un cuòppo di silenzio con dentro qualcosa.

*

Picture yourself on a train in a station
with plasticine porters with looking glass ties.
Suddenly someone is there at the turnstile,
the girl with kaleidoscope eyes
.

*

– Oh, che è, ti fa male la pancia?
– … eh?

Il passaggio a livello tintinna, le sbarre si alzano, io me ne sono stata per tutto il tempo incollata lì al muro, sulla massicciata, a guardare il treno passare stringendomi coi pugni la felpa sul ventre, tenendo stretto stretto tra le mani il nodo – perché che bisogna conservarli adesso lo so, e questo perché ho trent’anni anche se non si vede. Da qualche parte, in lontananza, ho anche sentito il fischio che la littorina mi ha lanciato, ma non c’ero, non c’ero, non c’ero, ma dove cazzo ero?

– Eh eh, accorta la prossima volta, il macchinista s’è spaventato quando t’ha visto.
– Sì… sì-sì… è vero, mi dovevo mettere più nascosta.

E c’è un lungo silenzio, screpolato e profumato di lillà. Ne stacca un bel grappolo dal ramo che mi pende sulla testa, e a me sembra che questo sia il niente più pieno di senso che mi sia capitato di vedere da almeno… quanto? Boh. Non lo so quanto, si vede che ero passata di livello anch’io.

– Andiamo, ché ci aspetta per pranzo e poi chi la sente.
– Tu, te la senti.
– Ecco… mo’ sì che si vede, che tieni trent’anni.

Fermata non richiesta: Stazione Madre

venerdì, 21 agosto 2009

Un filo alla volta, riprendere tutti i discorsi.
“Ma era solo un sogno“.
E che c’entra? Ho dato la mia parola.
Gli impegni vanno onorati
in qualsiasi strato della vita decidiamo di prenderli.

*

E’ ora.

Capo-linea

Fermata non richiesta: ∞

venerdì, 21 agosto 2009

La mensa del dopolavoro ferroviario manda, dalle cucine, odore di latrina, ferro, frittura di pesce bruciata. Del resto è venerdì. I giubbotti nel magazzino, quelli arancioni con le bande catarifrangenti, chiazzati di grasso dai polsini in su, intorno alla cintura e sui cappucci, sono appesi ai ganci in una lunga fila sulla parete, saranno una quindicina. Dalla porta si intravede in un angolo una lavatrice, il cui oblò spalancato attende un altro mucchio di giubbotti sudici, accatastati sulla sedia lì accanto. In fondo al primo binario, sul limite del confine della zona passeggeri, oltre la linea gialla che dice che la stazione per i comuni mortali termina in quel punto, c’è una distesa di fiori di tiglio, di future more e aria di stazione. Com’era? Acqua stantìa, ferro, polvere. Sì, era così.

Ecco: la stazione di Pordenone ci mette, di suo, i tigli. Aria di stazione e profumo di tigli da giugno ad agosto. Verso settembre, invece, sono i funghi dei Giardini Cattaneo. A gennaio-febbraio è, lo ricordo bene, freddo, nebbia e caffè.

*
Mentre annusiamo l’aria facendo smorfie, finalmente annunciano il nostro treno.

– E poi? Cosa avete fatto dopo?
– Niente. Abbiamo continuato a camminare per tutta l’estate.
– Ma perché, poi?
– All’inizio non lo capivo nemmeno io. Capitavo questi posti in cui non ero mai stata prima, eppure mi ci muovevo dentro come se ci fossi nata e cresciuta. Come succede a volte nei sogni, hai presente.
– Hm, sì.
– E di tutte le cose che non capivo, quella che capivo di meno era come mai non riuscissi a starne lontana. C’erano dei giorni in cui sentivo una specie di… urgenza. Dovevo mettermi a cercare, e poi andare, e trovare. Quando ci riuscivo, mi pareva di aver portato a compimento qualcosa. Ogni volta che potevo aggiungere un punto sulla mappa ero soddisfatta, sorridevo per giorni, contenta come una bambina.
– Be’, sì, lo so. Eri contagiosa. E a dire il vero lo sei ancora.
– Quando succede. Sì, e forse esagero.
– Non lo so, ma credo che in quei momenti ti riesca di far entusiasmare persone alle quali non verrebbe mai in mente di dare un qualsiasi peso a stazioni e ferrovie. Abbandonate, soprattutto.
– Non ci posso fare niente. Mi viene così, e sul momento non mi rendo neanche tanto conto.
– E’ curioso, in effetti, per essere una cosa di cui non conosci nemmeno le ragioni.
– Be’, non è proprio così.
– Cioè.
– E’ successo che poi a un certo punto ho capito.
– Cosa.
– Che non erano sogni, semplicemente.
– Be’, ma se non erano sogni…
– … esatto. Erano ricordi.
– Memoria.
– Già.
– E dunque? Capirci qualcosa un più ti avrà calmata un po’, no?
– Ma quann’ maje.
– …
– Che ti devo dire? Da lì in avanti, è stato ancora peggio.

Ces voix qui m’assiègent: en marge de ma peau.

martedì, 16 giugno 2009

   Vuoi morire e vivere insieme, e pure vuoi tutto ma che sia un niente. Sei sveglia, adesso, perfettamente sveglia, ma le immagini del giorno e quelle della notte hanno esattamente la stessa sostanza. Sogni case. Case piccole, a giochi già chiusi, luoghi densi di fremiti e di forme, odori pungenti, umani intensi. Ieri era questa casa rossa, una cantoniera dell’ANAS o una vecchia stazione molisana, rosso pompeiano, che ti veniva da strusciare la pelle su ogni spigolo, con una specie di istinto da gatto senza pelo. E poi c’era qualcuno – sempre quello – che parlava, parlava, parlava. Era venuto a prenderti da non si sa dove, era notte e pioveva, lui guidava e raccontava, di un qualche teatro, qualcosa che era successa, e ti faceva ridere di cuore mentre dentro pensavi che allora lui è così, proprio così come te l’eri immaginato, forse anche meglio perché per la verità non ti eri immaginata mai niente oltre la sua voce e il suo odore. E ti era venuto da pensare a quell’altro, che invece t’aveva messo tutta quella tristezza perché era stato tutto dentro, e quindi completamente fuori, la tua testa. E così, in macchina, adesso c’era lui che ti parlava come un fiume in piena, che quasi non potevi dire una parola e ti lasciavi annegare dalla sua voce col godimento totale dei bambini… e poi a un certo punto basta, eravate in casa, nella tua casa rossa come il didentro delle labbra, e lui continuava a dire che c’era questo o quello che dovevi leggerlo as-so-lu-ta-men-te, fino a che non aveva preso quel libro rosso come la tua casa, lo aveva aperto sulla scrivania e chiesto a che pagina fosse il passo sulla non-probabilità della serie decimale. Allora vi eravate seduti a leggere insieme, finché non avevi sentito il calore di una mano su una spalla. Le parole si sono interrotte allora per un lungo momento elettrico prima di riprendere il loro corso, la loro corsa dall’imperfetto al presente più prossimo, per poi, alla fine, cadere su un nome. E’ un nome di donna, che non si sa chi sia se non che è sua. Ma intanto le parole hanno ripreso a correre, mentre fuori la pioggia martella i vetri e mentre lui ancora ti parla delle cose belle che dovresti leggere senza mai toglierti il palmo caldo dalla spalla, finché a un certo punto si alza e si allontana dicendo solo vado, sparendo d’improvviso senza nemmeno passare dalla porta. Il punto in cui stava appoggiato il suo palmo si apre allora come una finestra sulla pelle, e senza più la protezione della sua mano non può difendersi dall’arrivo di una freccia di freddo che ti colpisce in pieno, sicché dalla spalla scende verso il resto del dentro lento, vischioso come una colata di olio gelido che ti si rapprende nei muscoli fino ai piedi. Un attimo dopo senti di nuovo bussare alla porta rossa della tua casa rossa, con uno sforzo enorme vai ad aprire e lui è di nuovo lì, zuppo di pioggia. Entra e si siede, augusto ed esausto, su un angolo del letto bianco, ma adesso che è all’asciutto non smette di grondare, perché no, non è solo la pioggia quella che ha addosso, e scoprendo le spalle dalla camicia fradicia si vede che in realtà è la sua stessa pelle che… no, non suda, ma piange, versando lacrime abbondanti neanche fosse interamente ricoperta di occhi disperati. Con i gomiti appoggiati sulle ginocchia adesso lui non parla più, ha il capo chino e guarda a terra con la faccia di uno che ha fatto una fatica immensa e non ha più niente da dire, con le lacrime che ancora scendono dagli occhi invisibili sparsi sulla sua pelle rigandogli la testa, le braccia, le mani, la schiena, le ginocchia. Adesso sei tu a posargli una mano sulla spalla, a proteggere quell’apertura nuda e indifesa come lui aveva fatto con te poco prima, sebbene quel freddo oleoso non ti abbia ancora lasciato.

– Non preoccuparti, tra poco smette.

E’ solo un filo di voce che adesso ti parla, senza alzare la testa.

– Ma cosa… è successo?

ti scappa da dire, e pure d’improvviso ti è chiaro che non avresti dovuto.

– Niente… è quel nome di prima. Adesso non c’è più. Restami dentro ancora un poco, e poi mi ritiro.

– Ma…

– Sì, è vero, c’è il merci che passa tra poco.

– Già. Devo salutarti.

– No. Vengo anch’io.

– Come. Perché?

– Perché non ne posso più di questa pioggia. Questa.

sottolinea indicandosi la schiena. Poi la sua mano si apre, si porta sulla tua che ancora lo protegge, ti preme forte il palmo contro la sua spalla.

– Ancora un poco. Ti prego. Solo un poco. Poi andiamo.

Poi il silenzio si fa lungo, lungo, largo come una vita. Solo dopo un’enormità o due, si fa infine ora.

– Se vuoi venire, dobbiamo andare.

– Sì, lo sento che arriva. Ma devi riprendere i discorsi che hai lasciato. Anche di quello non ne posso più.

– Va bene. Era che avevo freddo.

– Sì, lo so. E’ colpa mia, mi spiace.

– Non importa. Andiamo.

– Sì.

– Dimmi solo una cosa, prima.

– Cosa.

– Quando finirà l’assedio?

– Mai. Per te, intendo. Sì, credo mai.

– Mi sembra equo. Ma prometti che ogni tanto ti girerai dall’altra parte. Ci sono dei momenti in cui anch’io non ne posso più. Di te.

– Perché?

– Perché come compagno di viaggio sei silenzioso, lo dicono tutti ed è vero. Ma sei ingombrante.

– E’ vero. Ma è equo anche questo. Va bene.

– Andiamo, allora.

– Andiamo.

Un momento dopo siete in cammino, in silenzio, curvi sotto una pioggia battente calda e salata come sudore. Le luci dei lampioni che illuminano la casa rossa si sono allontanate di colpo, adesso che siete in cima alla collina dove la ferrovia fa una curva si vedono bene, anche se piccole e intermittenti.
Poi, dal basso, alla vostra sinistra, nel buio inizia a salire un familiare chiasso di ferro su ferro. E’ una manciata di attimi. Passa il locomotore, iniziano i carri da legname, vuoti. Lui ne lascia passare qualcuno poi ti strattona una manica della maglietta quando decide che è il momento di iniziare a correre. Si aggrappa ad uno dei pali scuri mentre la pioggia smette d’improvviso, ti tende un braccio e con un unico, liquido movimento di muscoli salta su tirandosi appresso anche te, senza fare rumore. A cavalcioni di un palo a testa, con le gambe penzoloni fuori dal carro aperto, siete ormai andati, con l’aria caldissima che in un momento vi asciuga, ai margini del paesaggio nero. Nessuno dei due ha più freddo, il cielo ha smesso di sudare, la pelle ha smesso di piangere.

*

   Durò meno di un paio di minuti. Poi Byron giacque in mezzo al sottobosco calpestato e stroncato, sanguinando lentamente in faccia, udendo gli schianti dei cespugli continuare, cessare, svanire nel silenzio. Poi è solo. Non avverte più alcun dolore particolare, ma quel che è meglio, non avverte più fretta, urgenza, di fare qualcosa o di andare da qualche parte. Semplicemente se ne sta lì disteso in silenzio, a sanguinare, sapendo che fra un po’ verrà il momento di rientrare nel mondo e nel tempo. (…) E’ lì disteso quando sente il fischio del treno a un incrocio distante mezzo miglio.
   Questo lo scuote; questo è il mondo e anche il tempo. Si tira su a sedere, lentamente, esitando. ‘Comunque, non ho niente di rotto’ pensa. ‘Voglio dire, non ha rotto niente di mio’. Sta facendosi tardi: è di nuovo il tempo, adesso, e in esso la distanza, il muoversi. ‘Sì, devo muovermi. Devo andare avanti così riesco a trovare qualcos’altro in cui immischiarmi’. Il treno si avvicina. Già il ritmo della locomotiva, con la salita che comincia a farsi sentire, è diventato più breve e più forte; ben presto vede il fumo. (…) Si avvicina al limitare del sottobosco, dove può vedere i binari. Adesso la locomotiva è in vista, quasi gli viene addosso sotto i ritmici, forti scoppi di fumo nero. Fa un terribile effetto di non moto. Eppure si muove, strisciando terribile verso il culmine della salita. In piedi ora al margine dei cespugli, la guarda avvicinarsi e passargli davanti, faticando lenta, con l’estasiato, infantile rapimento (e forse struggimento) della sua educazione campagnola. La locomotiva passa oltre; i suoi occhi vanno avanti, a guardare i carri che, uno dopo l’altro, avanzano lenti e superano il culmine, quando per la seconda volta in quel pomeriggio vede un uomo materializzarsi come dal nulla, nell’atto di correre
.

Paesi che passano

sabato, 6 giugno 2009

    I paesi che passano: sono i lembi di campagna, le istantanee di boschi, di acque, di monti, di mura e di tetti, di comignoli e di campanili, i frammenti di mondo che ci lasciamo dietro ogni qual volta un’automobile, un treno, non importa che, ci porta via per l’orbe terracqueo insieme alla nostra smania irrequieta di mutar sito. La velocità ce ne dà, ce ne toglie, ce ridà inesauribile. E’ come se ci si sfogliasse dinanzi rapidamente un vasto albo di paesaggi colorati. L’uno è una chiesetta abbandonata, chiusa, sommersa quasi nelle foglie di un formidabile tiglio che le è al fianco, e par più umile, si direbbe, all’ombra di quella gran protezione; l’altro, un villaggio chiaro che guarda verso il mare con aperte tutte le imposte verdi delle sue finestre, mentre sopra di lui fa il broncio un rudere che nemmen l’edera più vuole, e forse è di mal umore perché si sente pizzicare in basso dalle ortiche; l’altro, una brughera rossigna, deserta, rotta da pozze livide, dove ci si deve sentire soli angosciosamente, come in esilio, a passarci sull’imbrunire… E via… Ad ogni impeto di stantuffo è una fisionomia nuova, un aspetto diverso. Paesi di un istante, paesi appena intravveduti e perduti, ora immobili e silenziosi sotto l’azzurro come nell’abbandono di un pomeriggio domenicale al tempo che la gente è ai vespri, ora tormentati sotto nuvole di tempesta che li popolano dei loro spettri pallidi o violastri, ora sbocciati nell’alba come fiori, ora spossati di sonno, presi dall’afa, dalla canicola, ora trasfigurati nella nebbia, bianchi addormentati in braccio all’inverno, – paesi fugaci, paesi che un battere di palpebre rinchiude e lascia, quanti ne abbiamo veduti passare nelle nostre peregrinazioni e nelle nostre corse! Alcuni rimangono pur nitidi nel ricordo come rimane nitida la visione colta in un lampo; altri, ci pare, li abbiamo veduti come in sogno in tempi immemorabili, altri si sono spenti affatto da ogni memoria, altri ci hanno lasciato nel cuore una infinita nostalgia.
    Signor lettore, ella troverà che al momento attuale ci sono ben altre questioni cui pensare e altre faccende cui attendere, che divagare dietro qualche aiuola di insalata che scappa rigata rigata di fili di telegrafo, o qualche casa cantoniera – sia pure tutta gocciolante di grappoli lilla di serenelle – che dilegua entro una tormenta di fumo. – Bravo! io sono precisamente dello stesso parere. Ma per le cose gravi, istruttive, solenni, pei grandi ed ardui problemi del momento ci sono le persone
ad hoc che hanno ricevuto dalla divina provvidenza l’incarico di illuminare il mondo. – Ce n’è una, almeno, da ogni barbiere, e almeno dieci in ogni caffè all’ora del vermouth. Poiché il signor lettore e poiché io stesso siamo sicuri che avremo sempre, quando vorremo, a nostra disposizione chi ci schiuderà le arche della sapienza, possiamo pure battere un po’ insieme la campagna. E poi, pigliar aria è sempre di attualità. Senza contare che con poca o punto fatica, solo guardando e immaginando, c’è pur modo di fare bellissime riflessioni.
    Questi paesi che passano, – spruzzi di calce nel verde, – sono molecole spicciole di umanità che ci fan cenno. Noi, molecole spicciole, alla nostra volta, siamo loro legati nel gran lutto più che non pensiamo. Indoviniamo quei cenni.
     Lo dicevo a me stesso, uno di questi giorni, mentre un treno mi trascinava traverso un liscio, vasto, dolce lembo d’Italia, primaverilmente fresco, frattanto che mano a mano, sotto i ponti rimbombanti, in tortuosi e rapidi luccichii, si succedevano l’Arda, il Taro, la Secchia, il Panaro, il Reno…
    Il muricciuolo sgretolato, – striscia di ciottoli fra due prati irta di ciuffi d’erba, – mi evocava una lite di confine e le ire di un Capuleto e di un Montecchio di campagna guerreggianti a colpi di carta bollata; il vecchio fico ramoso al disopra dell’orto della Pieve mi rammentava, – una vigilia di sagra, – un passo tardo di prete in meditazione sul suo panegirico pel domani; fuori del borgo, la pergola della trattoria sul limitare del ponte mi rappresentava la siesta, confortata di pipa, di bicchiere e di chiacchiere, del capitano in pensione e del ricevitore del registro a riposo; la panca sotto il platano a capo della stradetta che fra due siepi diverge al camposanto mi diceva la refezione del merciaiolo ambulante seduto a prendere lena, e la fantasia mi popolava i parapetti dei giardini di testoline di fanciulle, e mi faceva sentire la nostalgia del giovinetto contabile, prigioniero del suo sgabuzzino, che improvvisamente ridestava a sogni di libertà, di viaggi, di luoghi nuovi ed ignoti, lo strepito del convoglio ripercosso un attimo dalle lunghe mura dell’opificio rasente la linea.
    E ad una visione seguiva un’altra visione.
    C’è un’arte di «vedere il paesaggio». I luoghi hanno una loro propria fisionomia, e la fisionomia ha un significato, rappresenta quasi un carattere, uno stato d’animo. I salici lungo i fossi soffrono d’ipocondria, certe casupole chiuse sull’orlo dei boschi cospirano e pare meditino un agguato, la terrazza della villa è beata che tutti l’ammirino ad allargare le braccia sul parco, i pioppi del viale si seccano di stare eternamente uno in fila all’altro come collegiali in processione e vorrebbero sbandarsi; lo stagno immoto guarda rassegnato il volo delle nuvole libere, che appena lo toccano di un riflesso dileguano, le cancellate hanno l’aria di schiere di sentinelle colle aste, il villaggio in cima al poggio ha una piccola anima civettuola e festosa, e si lascia volentieri corteggiare dai gelsomini rampicanti e dai vigneti, che salgono ad abbracciarlo; e ci sono i paesaggi appassionati, scenarii di tragedia; i paesaggi raccolti, fatti pel romitaggio di qualche studioso meditabondo; i paesaggi innocenti, le grandi praterie aperte, senza misteri, che si lasciano leggere fino in fondo all’orizzonte; i paesaggi irritanti, malevoli, aggressivi, che non hanno amici, i paesaggi da luna di miele, i paesaggi da rapimento romantico…
    E ciascuno suggerisce un nome. Qual è il loro vero? Non importa. La fantasia gliene adatta uno, ed è quello che conviene. Ecco «l’oratorio di Santa Maria dell’Acqua». Ai suoi piedi si allarga in laguna il gomito del fiume, e l’acqua, gli anni cattivi, deve essere salita ad inondarlo e fu miracolo se non lo travolse. Come si chiama quel paese? Non lo so, ma io lo battezzerei «Biancolano». E’ come un immenso bucato steso sull’erba. E quest’altro? Mettiamo che si chiami «Monastirolo della Torre». E’ facile comprendere il perché. E questo ancora? Regaliamogli il nome di «Borgocivitella». E’ un borgo che si industria, che fa tutto quello che può per parere una piccola città. Ci ha i casotti del dazio, un edificio che deve essere un collegio, un viale, quattro campanili, due carabinieri fermi al passaggio a livello in attesa che s’aprano i cancelli passato il treno. In questo momento la figlia del notaio (è impossibile che non ci sia un notaio a «Borgocivitella» e che il notaio non abbia una figlia) sta studiando (me lo immagino) la sua lezione di pianoforte con grande diletto dei vicini, e nel Caffè della Piazza (è l’immancabile caffè dell’immancabile piazza) il bellimbusto del luogo fa il galante colla graziosa padroncina seduta al banco, e a un tavolino due pacati borghigiani – due luminari di «Borgocivitella» – levano tratto tratto il naso dalla chicchera del caffè e dai giornali del mattino a scambiarsi le loro vedute sulla politica. Il portalettere ha recato questa mattina, alla moglie dello speziale, una lettera del figliuolo che si trova al fronte e durante tutta la giornata se ne parlerà…
    Ed il treno corre verso altri paesi, a rasentare altre vite, vite occulte, ignote che tuttavia continuo a dilettarmi a figurare. Afferro anche, nell’aria smossa, a lembi, il sentore particolare proprio di ciascun luogo. Uno mi avventa alle nari un acuto odore di vernice di ferro, e passa; un altro sa di legnami piallati di fresco, un altro sente di terra lavorata e paglia antica, l’altro di sterpi bruciati, l’altro pute di pellami messi a macerare nella conceria, l’altro mi manda incontro aromi sottili di caffè tostato, l’altro è imbalsamato di catrame.
    E paesi passano, passano… Un gruppo di lavandaie, raccolte intorno ad un’acqua, levano la testa dai battitoi a guardare; il ciclista, sulla strada maestra parallela, ha il capriccio di tentare una gara colla locomotiva… e scompare; un monello da una siepe si diverte a far tanto di naso e a gridare parole incomprensibili ai passeggeri affacciati agli sportelli; un signore – qualche gentiluomo campagnolo – segue attento l’argine di un prato.
    Occorrono altri nomi. La fattoria laggiù, potrebbe chiamarsi «la Bicocchetta». Sembra nata dall’incrocio di una bicocca con un mulino. Ha un curioso aspetto tra il bellicoso e l’agricolo che colpisce. Questo gruppo di fabbriche armate di alti fumaiuoli in eruzione, accecate dal fumo che l’aria spinge in basso, annubilate e annegate in volute di carbone sprigionato in gas avrebbe tutti i diritti di andar conosciuto sotto l’appellativo di «Nubilecchio«». Questo tenimento che tagliamo per mezzo, se non ha nome «Stornelloro» ha torto. Lungo i solchi folti che si perdono all’occhio, dev’essere un trillo solo di stornelli, di canzoni i giorni di mietitura.
    Del resto, avete notato che ogni paesaggio richiama alla mente una musica? Così, come ogni musica s’inquadra in un paesaggio. Balaustrate avviticchiate di rose, siepi di bosso avvivate di linee di statue bianche, gradinate sospese si acque silenziose, tramonto di settembre intorno: musica di Rameau. Filari di cipressi, neri sotto la luna: musica di Chopin. Sfondi luminosi di colline apparite al di là di fughe d’archi di chiostro: musica di Bach. Impeti di cascate tra rovine di rupi, e arcobaleni accesi nelle spume, e frondeggiare tempestoso di rami sui cigli, e teneri velluti d’erbe in fondo agli abissi: musica di Beethoven. Qui, la pace della pianura pingue soprattutto vi anima, al pensiero, di canti villerecci: «Stornelloro» è proprio il nome che conviene al luogo.
    E questo canale, striscia pallida e rettilinea, ove nemmeno l’azzurro riesce a specchiarsi in riflessi nitidi, ricacciato dall’ombra degli argini, per me è il canale «Fil-di-Noia». Ho sempre pensato con un certo senso di compassione e di tristezza all’acqua dei canali. E’ lo stesso senso che mi fanno gli uccelli tenuti in gabbia. Si sente che deve annoiarsi, che deve essere malata di malinconia, la povera acqua, e la sua malinconia la sua noia si effondono anche in chi la guarda. L’hanno tolta alla bella libertà del fiume, dove era così garrula, dove aveva così lieti gorgogli, dove rimbalzava così viva in spume bianche tra i ciottoli e l’hanno costretta – ella, la sempre ribelle – a diventare obbediente agli uomini, epperò si è immusonita e fatta taciturna. Ora va, va, sempre eguale, serrata entro due piatte sponde parallele, rigida e geometrica come la formula in virtù della quale l’ingegnere idraulico l’ha catturata, rassegnata a perpetuo tedio.
    Ma il «Fil-di-Noia» col suo tedio è già lontano.
    Rossa di mattone, entro una nevicata odorosa di fiori di pero, l’osteria della «Piccola Nuova York» mi si affaccia e mi è portata via. E’ un baleno, ma riesco tuttavia a leggere le lettere dell’insegna. Non lontano è un fiume. Ci si deve pescare una buona frittura di pesce. Sicuro, il proprietario deve essere stato in America, dieci o dodici anni a Nuova York. ed ora ha un bel gruzzolo da parte e dinanzi una bella pancia.
    Una villa chiusa, come dimenticata nello squallore di un giardino abbandonato da anni, una residenza che non ha più nessuno e nessuno più vuole, entro un muro di cinta che la isola anche in una maggiore solitudine, e sul muro di cinta, a grandi pennellate, l’annuncio: «Villa da vendere»: è un’altra visione che passa e dilegua. La villa è morta, una famiglia, già tanto opulenta, è forse oggi esule, raminga pel mondo, forse rovinata, forse spenta! I bimbi che giocavano al cerchio tra i suoi viali, che tendevano dal cancello le manine ai passanti, fatti uomini, forse l’hanno perduta una notte in una bisca. I nonni vi accoglievano cari ospiti un tempo!
    Altri paesi ed altri paesi. E quelli che solo si indovinano? Donde viene quel filo di fumo verdognolo che si attorce in fondo al cielo? Che cosa c’è dietro il brusco svolto del viottolo? A che s’accompagna, in basso, il culmine aguzzo del campanile che s’alza, unica vetta bianca, sulla marea del bosco che cancella il resto?
    E le vite, le vite che per qui sono trascorse, da tempi immemorabili! Falangi di antica umanità tormentata popolano i luoghi. Genti cacciate da orde barbariche, lasciano le capanne di mota e di paglia, e fuggono; cavalcate di legati pontifici, di messi imperiali, di podestà armati, di vescovi ferrei, calpestano l’erbe e recano odii e stragi. Bagliori d’incendi, la notte, guizzano sulla pianura. Le epoche seguono alle epoche, generazioni surgono e si spengono, clamori d’uomini succedono ad altri clamori, la vita irrequieta mai non ristà… Il treno segue… E genti e paesi passano… Sono passati
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[Ernesto Ragazzoni, articolo apparso su La Stampa il 25 aprile 1916]

Pa(e)ssaggio

venerdì, 27 marzo 2009

 Ho bisogno di un passaggio a livello. Di un passaggio tra livelli. Di un varco, di una soglia tra qui e lì, tra un prima e un dopo, tra un dentro e un fuori. Quali dentreffuori, di chi? Non importa. Io stessa sono un vuoto da riempire, una soglia da oltre-passare per arrivare a qualcosa d’altro. E’ sempre stato così. Sono un momento aperto in tutte le direzioni, transitorio e transitabile – come ogni essere umano – in cui avvengono differenze. Cambiamenti di stato. Attraverso di me la gente cammina, intorno a me aspetta, chiacchiera, si guarda intorno o si fissa le scarpe.

  Poi c’è il treno, che passa – e una volta che è passato l’attesa è finita, andate in pace dall’altra parte: della strada, della giornata. Nel frattempo prima è diventato adesso, lì e qui si sono scambiati il posto. Per un attimo ho accolto e raccolto i passi, le voci e i gesti di chi c’era: movimenti orizzontali, di passi e di ferro, e verticali, di sbarre e voci. Passato il treno, io non ci sono più, anche se dopo il vostro passaggio non sono più la stessa di prima. Il vento che insegue il treno, i volti volanti di quelli che sonnecchiano accanto al finestrino, il coro dei motori delle auto oltre le sbarre che si riaccendono una dopo l’altra con un ritmo sempre uguale che non è mai lo stesso, le parole che arrivano dalla strada, e sullo sfondo di queste il campanello di attesa: mi cambiano ogni volta. Sono una casellante dalla memoria strana, buona e cattiva insieme.  Avrei voluto essere una persona diversa, una volta, pulita e libera. Invece sono un momento, solo un momento. Trasparente e opaco allo stesso tempo. Una soglia che si apre e si chiude quando lo dice l’orario ufficiale. La mia casa è una V di binari come non ce ne sono uguali in nessun altro angolo del paese a forma di pozzo in cui sono nata, e vivo nell’angolo tra i due fasci di binari che la formano, tra due passaggi a livello, due linee ferroviarie e due metà di una città di cemento e monnezza. E più il tempo passa, meno la mia presenza è visibile. Ero, sono stata, sono e sarò sempre qui. Abito questo nodo di strati, di piani, di direzioni, e non posso abitare altrove. Mi ci sono volute una vita e due morti per capirlo.

 Ora di questa soglia ho le chiavi, e non potrei più andarmene nemmeno se lo desiderassi: da un tempo remoto ho ereditato un cancello, un cappello, di paglia, un linguaggio assurdo e pesante, un sonno che i treni non riescono a spezzare, sogni e segni che sono uno. Tutto mi si confonde, intorno e dentro, le persone che sfrecciano, i treni che aspettano, le sbarre che sonnecchiano. Vado, torno, vengo, arrivo, parto, sottopasso, pedalami. Ma non desidero più lasciare questo luogo, anche se non mi dà appigli a cui tenermi se non gli scambi che apro e chiudo, e quel doppio filamento come di DNA su cui scorrono il tempo, le memorie, i chilometri, gli odori e le voci lontane anni luce che mi passano a mezzo metro dal naso ogni giorno della mia vita.

(ri)Partenza

mercoledì, 10 dicembre 2008

Di nuovo, in attesa del treno.

Madre, pasta.

venerdì, 26 settembre 2008

Non c’erano virgolette, stavolta.

 Siamo arrivati in un giorno d’estate, col sole che brucia persino sulle punte delle dita. L’asfalto incrocia i binari e lì finisce: dopo, solo un’immensa piana di campi gialli già falciati, stoppa abbacinante quasi bianca, che pizzica gli occhi. Due ci guardano sul ciglio della massicciata, ci fanno segno: cercate qualcosa?
Indichiamo le colline alla nostra sinistra: di là. Vogliamo andare di là.
E dice uno dei due: allora voi adesso tornate indietro, prendete la sterrata che sale dopo la stazione e ci arrivate.
Grazie, ma veramente noi cerchiamo solamente la ferrovia. La stazione.
La ferrovia.
Essì.
Allora fate così, arrivate a quel casello, lo vedete?, e fatevi caricare dal prossimo macchinista che passa. Diteglielo, però, dove dovete scendere.
Ah, bene. Grazziassai!

Ci allontaniamo nell’aria e nella terra polverosa senza sudare, no, c’è solo la schiena che brucia in questa enorme padella infuocata senza riparo. Mi indica il casello bianco, pare la Grecia – o Sperlonga, dai. Non c’è marciapiede, ci sbracciamo quando passa uno strano merci, una littorina dell’Alifana che traina un rimorchio per il trasporto della legna vuoto, messo così pare un trattore con il carro vuoto che cammina sui binari.
Ci fate montare?, dobbiamo arrivare là.
Ma ci dovete andare con la macchina, giovani, da qua s’arriva solo alla stazione. E indica in basso, sulla piana.
E lo sappiamo, e là che dobbiamo andare.
Ah, e allora perché indicate il paese?
C’avete ragione, è che la stazione e il paese si chiamano tale e quale.
No, veramente la stazione dopo il nome dice scalo. Comunque saglìte.
Grazie.

Attenzione ai piedi, mi dice.
M’abbraccio al palo, nun te preoccupa’.

Il treno attraversa la distesa secca della pianura biancagialla senza fare rumore, senza fare fumo, anche se la littorina sarebbe un diesel. Ma dico, sai che questo posto me lo ricordavo diverso?
Be’, vediamo fin dove ci porta.

Quando le colline si avvicinano non so che succede, cominciano le prime case e spariscono i colori, il paesaggio diventa un rullo in bianco e nero sovraesposto che scorre, scorre, scorre.
Ma le figure si muovono, eh, mi fa lui indicando le persone per le strade e alle finestre.
Ma come siamo vicini alle case, però…

A un certo punto non metto più a fuoco, il treno mi fa scorrere di lato alle cose ma gli oggetti e le facce mi sfuggono, mi sfuggono, mi sfuggono senza più contorni precisi nel bianco della pellicola, finché

Guarda! Guarda lì dentro, c’è un forno.

E’ una vecchia cascina diroccata, senza tetto e senza più infissi, pure lei bianca, di pietra e di farina si direbbe. C’è uno, sulla soglia senza porta, con in mano una pala di legno enorme, grembiule e mani bianche. Alzo la mano per salutarlo e mi torna indietro un sorriso sdentato, con un gesto della mano mi invita a guardare verso il muro esterno con uno sguardo tipo: vuoi?
E ci sono questi pani, in effetti, lunghi e grandi, allineati contro il muro come su una rastrelliera gli attrezzi agricoli, hai presente, e questi pani sono dorati, mostruosamente grandi e dorati, con gli spacchi diagonali della cottura che fanno tutti i pani arrotolati, e il loro è l’unico colore che si vede tutt’intorno.
E mi ricordo, dico, adesso mi ricordo! Fattene dare uno!, gli grido, e lui allunga la mano fuori dal carrello tenendosi ad un palo, e il fornaio con un gesto veloce carica sulla pala un tozzo che tiene lì vicino e glielo allunga a sua volta. Assaggiate, intanto, dice, e il treno è passato, siamo passati noi ed è passato anche lui, che lo vediamo allontanarsi alla deriva coi suoi pezzi dorati e la sua casa bianca. Ci saluta con la mano bianca, pure.
Quando mi volto verso di lui sta già masticando, e mi investe un profumo di cenere e mollica calda, ancora umida di forno.
Passa qua, per favore… com’è?
Mngfwff.
Oh. Questo, lo sai, è il primo ricordo della mia vita.
Pane?
Questo pane. Di crìscito.

E poi ho pianto.

Voce del verbo: aspetta(tiva)

sabato, 23 agosto 2008

Io sono Settequaranta
signore di demanio
protettore di sale d’aspetto abbandonate
.

*

C’è qualcosa nei tuoi colori che mi rattrista. La pelle pallida, gli occhi appena emersi da chissà quale fondo di lago, la faccia polacca che il più delle volte non so capire, e oltre a quelli il profumo di tabacco che quella volta, nascosta dietro la tua spalla destra, pensavo: lo perdo, questo lo perdo – e invece senza saperlo me lo sono piantato, intatto, in quel naso affamato che mi ritrovo. E’ un languore feroce quello che mi fai venire, peggio di una separazione acchissaquando, solo che non è quando te ne vai che mi prende, ma non appena arrivi.

*

Aspetto qui. C’è questa sala fatta apposta, che visito ogni volta che avverto il bisogno di sentire il tempo che scorre, tempo che scorre e basta. In un modo o nell’altro, talvolta ho bisogno di sedermi da qualche parte e vedere cosa succede, indipendentemente dal fatto che debba poi mettermi in marcia o meno. E siccome è nelle stazioni che ho imparato questa cosa che credo si chiami aspettare, da quando ho trovato questa stanza che un qualche capostazione ha voluto conservare così com’era quando si usava ancora sedersi accanto a qualcun altro su queste lunghe panche senza che necessariamente ci fosse un bracciolo, o una roba qualsiasi a separare e delimitare lo spazio che spetta a ciascun corpo, ciascun paio di chiappe – da quando l’ho trovata, dicevo, ci vengo ogni tanto a lasciare che il tempo si metta a scorrere tra le mille cose da fare. Come adesso, che sono una bambina, e aspetto. Quando sono tornata bambina non lo so, ma è certo che lo sono perché sto qui a guardarmi le gambette che penzolano dalla panca e non arrivano a terra e anzi, sono così lontane da terra che qualcuno deve avermici issata, quassù. Non ho neanche niente da leggere, e a dire il vero non so nemmeno se ho già imparato, a leggere. Sto sul fondo della saletta, a un capo di questo tavolone col piano di marmo ghiacciato anche se siamo in piena estate, e guardo i treni e le persone che passano appena fuori dalla membrana della porta che dà sul binario uno, direzione Gemona, e sono invisibile al di qua di questa porta aperta oltre la quale nessuno sbircia, e che nessuno attraversa. Sono io ma bambina, aspetto una data ma non è un appuntamento, ho tutto il tempo del mondo. Sto qui, passa il tempo, i viaggiatori, i macchinisti, sto qui e non so nemmeno se so leggere oppure no.

*

Aspetto qui, sono bambina, guardo fuori, è un sogno che riemerge un poco alla volta. Ho sulla mano, nella piega fra due dita, una vescica da scopa che sta diventando callo, e sul tavolo ci sono sparsi tutti i libri da cui non vedo l’ora di separarmi. La luce fuori è limpida e fresca, stanotte deve aver piovuto molto e io non so leggere, no, questo adesso lo so, e sono bloccata qui, se tentassi di scendere da questa panca da sola finirei con lo spaccarmi qualche dente. No, dico, ma chi mi ci ha messa qui?
Poi la luce che viene dalla porta si oscura e per un attimo è buio.

– Sono stato io.
– Perché?
– Perché con quelle gambe lì non puoi andare da nessuna parte, per una volta.
– E allora?
– Allora per una volta non mi pianti in asso.
– Non mi piace tanto, stare con te. Mi fai venire male alla pancia, certe volte.
– Si vede che sei innamorata.
– Si vede che è meglio che stai zitto.
– Comunque non ti inquietare, a nessuno piace stare coi morti.
– Ma tu non sei…
– Mh, può darsi.

Sempre a fumare la pipa, stai. Sei un uomo di pazienza. E quel cappello, sempre lo stesso. Guardi fuori, sui binari, dall’altra parte del mondo.

– Ti piace qui, vero?
– Be’, sì.
– E’ per questo che ti ci ho portata. Per lo meno possiamo parlare in un posto che ti piace.
– Che ho fatto, stavolta?
– Hai visto il mio nome scritto sul cippo dei tuoi caduti, vero?
– Hhhhh…
– Non ti angustiare, di questo periodo dell’anno è normale. Pensa se invece di me incontravi lui.
– Be’. A lui le stazioni non stavano tanto simpatiche, se è per questo.
– Già, è vero, queste sono roba tua. Quali erano i posti suoi?
– I campi di volo. E il pizzo di una collina.
– Ah. E quando sarà il momento ce la farai?
– Sì.
– Sicura?
– E’ già da un po’ che ce la faccio.
– Mh. Ma guardati.
– Cosa.
– La tua prima ruga.
– Dove?
– Qua, sul labbro superiore.
– Ah. E’ normale, penso.
– In effetti. Cèa, ti ga pure i cavei bianchi.
– Appunto.
– Allora era ora.
– Eh.
– ‘Scolta.
– Dime.
– Me non mi dispiace, di stare coi tuoi morti. Lasseme là.
– Ma…
– Coi morti si parla in certi casi più volentieri che coi vivi, anche se può non sembrare.
– Mbe’, questo è vero.
– In certi casi.

*

Restiamo così: io che non posso andare da nessuna parte, tu che guardi fuori, dove si intrecciano passi. Arriva, tranquillo, il suono della campanella del passaggio a livello, con l’incedere quieto delle cose che si ripetono uguali da secoli, nei secoli.

– Amen.
– Eh?
– Ho sentito quello che stavi pensando.
– Ellamado’.
– Capita.
– …
– Senti.
– Cosa.
– Qui ormai non entra più nessuno, te ne rendi conto?
– Eh…
– Non siamo solo ai margini, di ‘sta rete di ferro e carne. Siamo ancora più lontani.
– Lo so. E’ da un bel po’ che è così.
– Ma che hai combinato?
– Niente. Basta non fare niente, e succede da sé.
– Cosa?
– Che in questi posti non ci entra più nessuno, che si resta da soli sui binari.
– Ed è bello?
– Non lo so, se è bello, è solo che a me piace così. Quando era affollata, questa saletta, a un certo punto si soffocava. Ma non era nemmeno questo, a dire il vero.
– Cioè?
– Hai presente quando sei in treno e in un vagone ti capita che c’è qualcuno che strepita, sbraita, fa casino e dà fastidio un po’ a tutti?
– Come no.
– Ecco, e nessuno gli dice niente perché non ha voglia di litigare e pensa "magari smonta alla prossima"…
– Sì.
– … e magari invece non smonta mai e anzi, a furia di spintarelle e gomitate finisce che arriva fin nella cabina del macchinista.
– Azz’.
– Ecco, quando si affolla c’è questo rischio. Quello, quello non mi piaceva.
– Eh, ma non puoi chiudere una sala d’aspetto per questo.
– Lo so, lo so, mica dico questo. Qua è demanio, mica è mio.
– Brava. E allora?
– Allora, niente, sto solo dicendo che per via di ‘sto carattere di merda che mi ritrovo mi piace di più adesso. Mi piacciono di più i treni e le stazioni dove ognuno se ne va tranquillo dove gli pare, negli orari e col passo che gli vengono più naturali. E poi non è vero che non ci viene proprio più nessuno…
– Be’, anche quello non lo puoi mica fermare, viaggiatori ce ne sono ancora e ce ne saranno sempre. E pure discreti.
– Eh. E poi ci sono quelli come te, che vengono e parlano per tutti perché non sono veri.
– Ma bojacan! Perché dici sempre che non sono vero?
– Perché non lo sei.
– Può darsi. Però a volte ho l’impressione persino di ricordarmi la tua faccia.
– Non è possibile. La sola volta che ti ho parlato l’ho fatto per bocca di qualcun altro, tant’era lo scuorno.
– Codarda.
– Tieni ragione da vendere, uaglio’.

*

– E adesso?
– Adesso cosa?
– Che si fa?
– E, e che ne so. Non so leggere e non ho le gambe per scendere da ‘sta panca.
– Guarda che io non ti metto giù, sai.
– Non avevo dubbi. Eh… e se speta, allora.
– Se speta, mh.
– E cossa te speti tu ti?
– Boh. Niente, credo.
– Niente proprio?
– Niente. Tanto solo qua può succedere.
– Cosa?
– Che uno può mettersi a spetar niente.
– E anche a spetarse, niente.
– Anche.
– Tuti i dise che i no se speta niente, e poi son li a spetar calcossa.
– Eh.
– Tipo che ti te move.
– No, non penso. Nessuno aspetta che un altro si muova e basta. In genere uno si aspetta che un altro si muova verso di lui.
– Mh, quindi no va ben moverse e basta.
– E no.
– Mh. Treni?
– No, viaggiatori. Il treno è solo un mezzo.
– E quelli che vogliono guidarlo, il mezzo?
– Se non sono macchinisti? Brutta roba.
– I fa sconquassi.
– Avòja. Dico: ma lasciarsi portare dal treno, qualche volta?
– E star tutti insieme nel vagone, magari anche.
– Sì, ma tranquilli.
– Lo sai che anche questo succede solo qua, vero?
– Sì, sì. E un po’ mi dispiace.
– Te dispiase d’insognar, miga?
– Ma no. Si sogna così bene, ognuno il suo, nei vagoni. Quando non c’è uno che vuole mettersi al comando dei sogni e del viaggio del treno intero.
– Dodé-scadén.
– Tutùm-tutùm.
– Pare un cuore che batte, il tuo.
– Il tuo fa rumore di ferro cinquanta.
– E’ che io ci stavo sopra, e tu lo guardavi passare.
– Personale viaggiante e non.
– Eh.
– Eh.
– …
– …
– E nelle sale d’aspetto?
– Niente. So’ n’altra cosa, quelle. Si sta come gente che aspetta un treno in una fermata che è stata soppressa, e però non lo sa.
– Coi culi attaccati a quelli degli altri.
– E si guarda fuori.
– E i se conta robe.
– O si sta zitti, fumando la pipa.
– Come viene?
– Come viene.
– E se speta.

*

– ‘Scolta… dove ci rivediamo prossima volta?
– In zona tua, penso.
– Eh, ma dove?
– Dove il treno… com’era? Sbrissa? Se ingàmbara?
– … ai primi passi sui sassi ch’el trova!
– Ecco.
– Lì?
– Lì, .