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Voce del verbo: libera! (le acque)

giovedì, 2 Aprile 2009

La terra gira da una parte e poi dall’altra
sotto il velo del cielo,
come chi di notte non riesce a dormire
perché vuole capire…

Addò t’annascunne – si t’annascunne?
Addò t’annascunne – si  t’annascunne?

C’è una piega sottile nascosta nell’universo
ai margini del mondo,
è una processione di anime dimenticate
che sussurrano tra le costellazioni:

Addò t’annascunne – si t’annascunne?
Addò t’annascunne – si  t’annascunne?

Sarrà ‘sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va….
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega’, ca nun se po’ spiega’…

Vulesse ca ‘stu cielo, stu cielo s’arapesse
pe’ tutt’ ‘a gente ca nun tene niente.

Quando una luna cala, l’altra ricomincia,
ombra, luce, guerra, pace,
quando una luna cresce, l’altra svanisce,
acqua, fuoco, pieno, vuoto.

Addò t’annascunne – si t’annascunne?
Addò t’annascunne – si  t’annascunne?

Sarrà ‘sta musica che vene e se ne va, che vene e se ne va…
Sarrà chistu rummore ca nun può spiega’, ca nun se po’ spiega’…

Vulesse ca stu cielo, stu cielo s’arapesse
pe’ tutt’ ‘a gente ca nun tene niente,
scennesse l’acqua santa pe’ terre addò nun chiove
e frutta, miele, pane e vino nuovo.

Vulesse ca chiuvesse, chiuvesse maccarune,
li prete de la via caso rattato,
‘a muntagna ‘e Somma fosse carne arrustuta,
e tutta l’acqua ‘e mare vino annevato

[Nuova Compagnia di Canto Popolare, Sotto il velo del cielo, 1998]

Voce del verbo: dentri(vie)

lunedì, 23 Marzo 2009

Si vîf di timp e di un trimâ da simpri
si vîf di lûsj e di un trimâ ch’al cresj

Si vîf di strades bieles, di cualchi puint colât
di timpi ch’al à di vegni di timp che intant si cûsj intor

Si vîf in doi fint a capî il misteri
di une cjareçe o dal corisji daûr

No si cresj avonde mai cence bogns ricuarts
si vîf distes, ma al coste un pouc di plui
Cul timp si nasj si cresj si reste a mieç
cul timp il timp al divente di seconde man
Si vîf di ales lungjes e di moment lisêrs
di plôe di vôe di ridi e di un vaî ch’a no si viout.

[Luigi Maieron, Si Vîf]

[Si vive di tempo e di un tremare eterno / si vive di luce e di un tremare che cresce / Si vive di strade belle e di qualche ponte caduto / di tempo che verrà di tempo che intanto ti si cuce addosso./ Si vive in due fino a capire il mistero / di una carezza o del cercarsi. / Non si cresce mai abbastanza senza buoni ricordi / si vive comunque, ma costa un po’ di più / Col tempo si nasce si cresce si resta a metà / col tempo il tempo diventa di seconda mano / Si vive di ali lunghe e di momenti leggeri / di pioggia di voglia di ridere e di un pianto che non si vede.]

*

– Grazie, grazie, grazie.
– E di che?
– Perché mi spieghi e mi insegni la tua lingua, una parola alla volta.
– Guarda che è anche la tua.
– Eh, mo’ non esagerare.
– No, davvero. E’ che ce l’hai dentri, al di là delle parole che puoi sapere o meno, o che io posso spiegarti o meno.
– …
– Senti, quando uno vuole bene alle voci degli altri e alle loro parole… allora quella lingua la sa, e gli appartiene.

Turn’azioni

martedì, 17 Marzo 2009

[Era una volta: Voce del verbo: grida (mi), apri (mi), cambia (mi)]

Anìn a grîs usgnot
jenfri erbe e tjere
dongje il Tiliment.

Anin a pièrdisi tal scûr fra sterps e cîl
cence carnîrs nè bês.
Sîors di libertât
a racuei grignei di vite
e respîrs di ajar net
e a durmî di voe sul jèt
d’arint da l’aghe
cence pore d’inneâsi
marivèe di sanc
lontan da gilugne
e dal lisp dai simiteris.
(…)
Anìn a steles usgnot
cun vôj discois e musiche
tal flât cjalt
da nestre picule poesie.

Sîors di libertât
a racuei grignei di vite
e respîrs di ajar net
e a durmî di voe
sul jèt d’arint da l’aghe
cence pore d’inneâsi
marivèe di sanc
lontan da gilugne
e dal lisp dai simiteris
.

[M. Di Gleria]

*

Eravamo marivèe di sanc, lontan da gilugne e dal lisp dai simiteris, e questo è tutto. Eravamo, nemmeno siamo stati. E dopo tanto smarrimento, riempirsi di meraviglia al cospetto di posti sicuri fatti solo d’aria e acqua e terra e parole e luce è ancora possibile. Allora era vero, viene da dire ad alta voce nel mezzo di un letto sconfinato, un mare di costellazioni, di sassi lucenti che arrivano fino all’orizzonte. Questo è un terreno pericoloso, ci si cammina con estrema difficoltà, ogni passo è un pugno sulla pianta dei piedi e non c’è percorso, nessun percorso che sia possibile fare due volte. Ogni volta, ogni passo è l’ultimo in questo preciso punto, e non ce ne sarà un altro. Come quelle ore, come quelle parole. Lo sapevo già mentre accadeva, lo sapevo, me lo sentivo, lo sapevo perché dopo tutto, dopo tutto io so leggere i linguaggi come tu sai leggere i volti. Il tuo vantaggio è nell’immediato – tu sai esattamente cosa accadrà di qui a uno, due, cinque, venti secondi dietro una faccia dopo averlo visto succedere sopra di essa, e quei secondi sai sfruttarli al meglio perché proprio questo è il tuo mestiere – e il mio è su una più lunga distanza: io so cosa succederà alle parole di qui a due settimane, un mese, un anno, e raramente so cosa farmene. Osservo voci e gesti cambiare al mutare degli eventi e non prevedo, ma vedo come sarà. No, non sempre è divertente. O almeno, in certi casi sarebbe più divertente sbagliarsi. E quindi lo sapevo. Ti guardavo cambiare, e lo sentivo. Eppure c’ero, era vero, anche se era tanto tempo fa. E così sei stato, così eravamo: un terreno, una passeggiata pericolosissima. Non ho, non ho mai avuto e non avrò mai riflessi abbastanza pronti per te. E tu, alla velocità della luce sulla quale ti muovi, non riesci nemmeno a vedermi. La verità è che siamo esagerazioni, io da un lato e tu dall’altro dello spettro. Dall’altro capo della gamma ti guardavo e non capivo, e nel frattempo mi ferivi, mi aprivi, mi cambiavi ancora una volta. Non oso e non so immaginare come fosse dal tuo lato del fiume. Mi hai creduto incolore (che non è dato, in natura) per una distanza che era solo apparenza, mentre ogni tuo gesto mi segnava, mi restava, mi viaggiava da capo a piedi andandomisi a stratificare sotto la pelle. Sempre, ogni gesto, anche il più piccolo. Sono fatta così. Dirlo a voce alta non è servito: dopo un attimo ero dimenticata, irrimediabilmente segnata e… passata. Ma ero e sono fatta così, allora come oggi, un corpo molle ad altissima permeabilità, a maggior ragione da mani e occhi che conoscono da tempo le pieghe della mia lentezza. E dunque mi sono dovuta proteggere da te, per la prima volta in vita mia mi sono dovuta proteggere da una voce quando ho sentito che l’affondo s’è fatto troppo doloroso per essere così insensato. Eppure dovevo, avrei dovuto trovarti anche se poi così non è stato. Altrimenti sarebbe stato peggio, sarebbe stato tutto per niente.

E così sei tornato ancora una volta, mentre ti raccontavo senza nominarti alla Voce amica di lunghe passeggiate, caffè e buon cibo e parole. A sua volta, lui tirava fuori dalle tasche il suo, di irrisolto, altrettanto pericoloso del mio. Nel suo caso, anzi, ben più insidioso. C’è poi un tipo di musica, al mondo, che un poco alla volta si tira dietro il battito del muscolo che ci si muove sotto lo sterno finché non l’ha accordato al proprio. Sicché a un certo punto hai le montagne, ENORMI, a destra, il sole in faccia e il solco del fiume – quello della mano, dice lui – a sinistra, e il cuore che ti sembra uscire direttamente dalla canzone che hai nelle orecchie. Allora io lo vorrei tanto sapere, cosa ci rende così. Cosa ci fa così permeabili, tanto che persino il cuore non riesce ad andare esattamente per i fatti propri? Che consistenza abbiamo, noi, io, chiunque sia fatto in questo modo a questo mondo? E guardo lui, che è felice e sembra che i polmoni gli siano improvvisamente diventati più capienti solo per aver visto le montagne, appena al di là del muro delle case del centro. Dalla pancia mi sale un sorriso, che non può vedere perché ha gli occhi immersi nell’intercapedine in cui questi luoghi si sovrappongono tra questo e quell’altro tempo, tutto suo, in cui li ha conosciuti. La luce, gli odori, gli occhi… è vero che è diverso, è sempre tutto diverso. Cambiano le relazioni fra le cose, non le cose stesse. Per me è finita perché dovevo proteggermi. Con te c’era da farsi molto male, per me. Un male contro il quale ero e sono del tutto priva di difese e che pure, vista la mia altissima soglia del dolore, avrei forse anche retto bene. "Se ti dò una caròcchia in testa, così, ti fa male?", "No". "E vedi, questo è il tuo problema: abbassa la soglia del dolore, senti male, proteggiti, urla, di’ AHIA!", "Ma perché, quell’era ‘na carocchia?", "Aaaaaah, MA LO VEDI?".

Avevi ragione. Sono fatta a strati e per me niente è mai veramente passato. Irrisolto, al limite, quand’è passato senza essere passato bene. Mi resta qui, tra uno strato e l’altro, e non mi è possibile tirarlo via senza che caschi l’intero mio edificio. Così è per tutto quello che mi tocca, in un modo qualsiasi. E lui, che si crede pessimista, dice: irrisolto non è perso. E’ vero. A me risolverti, risolvere la tua voce del resto è costato, ancora, l’essere cambiata una volta per tutte. A occhi non solo aperti, ma spalancati. Le Voci sono spietate, su questo non c’è alcun dubbio: il grande, il piccolo… te lo fanno misurare tutto.

Ho abbassato la mia soglia del dolore, allora, a partire da te. Quella volta che hai detto "che tristezza", denigrando la più degna delle fatiche umane e tutte le lingue diverse dalla tua messe insieme… è stato lì che ho sentito ogni cellula parlarmi nella mia, di marilenghe: ennò, vafammocc’, chisto nun sta scritto a nisciuna parte ca me l’aggia tene’. Un calcio nel mezzo delle costole, di punta, non sarebbe stato altrettanto insopportabile.

Da quel momento eri risolto. Diverso, da quel momento tutto era cambiato e nulla più era come prima. L’ultimo tratto del gioco: uniti tutti i puntini, quasi non riuscivo a credere alla figura che ora avevo davanti agli occhi. Risolvendoti, è vero, ti ho perso, infine e finalmente. E così sono tornata a casa, con i capelli un po’ più lunghi e un po’ più bianchi, e una sfumatura del rispetto che ancora non avevo conosciuto in tasca. Quanto pesava, quella tasca. E quanto sa essere leggero, il dolore, anche se ben al di sopra della soglia, dopo una passeggiata così pericolosa e così preziosa dentro uno strato di vita mai visto prima con i propri occhi.

Eravamo marivèe di sanc, lontan da gilugne e dal lisp dai simiteris, e questo è tutto.

Il processo è (in)finito.

Si va a grilli e a stelle, stasera.

Delle cose valorose

mercoledì, 11 Febbraio 2009

[Variazione su tema di Erri de Luca.
Lo so che non si fa.
]

*

Considero valore i mezzi pubblici.

Considero valore il ferro che somiglia alle carne degli uomini: binari, biciclette, scalpello, cacciavite e pinza.

Considero valore la scelta di vivere in un posto dove solo in superficie non c’è niente da fare, la cui ricchezza è invisibile e sta in una profondità da conquistare centimetro per centimetro, sorriso per sorriso, una parola alla volta, anno dopo anno.

Considero valore l’acqua, chi la rispetta e chi come essa sa muoversi in tutte le dimensioni del reale, tempo compreso.

Considero valore il diritto di sbagliare strada, quello di scendere ad una fermata che non era quella prevista dal percorso e arrivare a destinazione a piedi, e nel frattempo perdere definitivamente direzione e trovarne una nuova, così, perché distratti da una pianta dietro un cancello.

Considero valore i toast della stazione di Treviso, che se arrivi al momento giusto ti tocca aspettare che la signora finisca di grigliare le verdure per averlo, ma dopo sei contento anche se per quel profumo hai perso il treno.

Considero valore un giubbotto caldo sformato dagli anni, le traversine di castagno di Sardegna che resistono fieramente al tempo anche dove la manutenzione non esiste, il saper tornare e ritornare nello stesso luogo, a lungo, per vedere come cambia la luce con le stagioni.

Considero valore le pozzanghere, finestre aperte sotto i piedi, e il desiderio di conservarne traccia.

Considero valore il rispetto per il cibo e le voci degli altri, e il non rifiutarsi mai di assaggiarlo e ascoltarle. O assaggiarle e ascoltarlo. E’ uguale.

Considero valore le stazioni dove c’è una voce che annuncia i treni di cui si può ancora distinguere l’umore, le manovre dei merci sui binari lontani da quelli dei passeggeri, e i verificatori che ne ascoltano il canto segreto risvegliandolo a colpi di martello come sapienti musicisti.

Considero valore il saper dare un senso ai disastri della vita, non odiare i capelli bianchi, l’essere convinti del fatto che, finché non si tratta delle analisi, ogni cosa in un modo o nell’altro si risolve.

Considero valore la volontà di fare il meglio possibile con quello che si ha a disposizione, anche se è niente, quando arriva il momento.

Considero valore il sudore: quello di una giornata pesante, del caldo dell’estate, della passione, dei viaggi lunghi un paese intero. Italia o Russia, non fa differenza.

Considero valore sapere come si ringrazia e si saluta nella lingua di là dal confine, qualsiasi esso sia – politico, fisico, immaginario come la linea numerata che taglia in due una piazza o vero come un orlo di monti celesti all’orizzonte.

Considero valore il coraggio di dire, di dirsi: avevo creduto di non aver vissuto pienamente. Ma mi sbagliavo.

La mia razza era fatta di personale non viaggiante: questi sono fra i pochi valori che ho veramente conosciuto.

Di cose leggere e vaganti

lunedì, 2 Febbraio 2009

(corto circuito per via di un’immagine vista altrove)

Per l’aria mattutina corse un filo di vento. Un grappolo di bolle si staccò dalla superficie dell’acqua, e volava volava via leggero. Era l’alba e le bolle si coloravano di rosa. I bambini le vedevano passare alte sopra il loro capo e gridavano: – Oooo…
Le bolle volavano seguendo gli invisibili binari delle correnti d’aria sulla città, imboccavano le vie all’altezza dei tetti, sempre salvandosi dallo sfiorare spigoli e grondaie. Ora la compattezza del grappolo s’era dissolta: le bolle una prima una poi erano volate per conto loro, e tenendo ognuna una rotta diversa per altitudine e speditezza e tracciato, vagavano a mezz’aria. S’erano, si sarebbe detto, moltiplicate; anzi: era così davvero, perché il fiume continuava a traboccare di schiuma come un bricco di latte al fuoco. E il vento, il vento levava in alto bave e gale e cumuli che s’allungavano in ghirlande iridate (i raggi del sole obliquo, scavalcati i tetti, avevano ormai preso possesso della città e del fiume), e invadevano il cielo sopra i fili e le antenne. Ómbre scure d’operai correvano alle fabbriche sui ciclomotori scoppiettanti e lo sciame verderosazzurro librato su di loro li seguiva come se ognuno di loro si tirasse dietro un grappolo di palloncini legati al manubrio con un lungo filo. Fu da un tram che se ne accorsero: – Che guardino! Ehi, che guardino! Cos’è che c’è là in cima? – II tramviere fermò e scese: scesero tutti i passeggeri e si misero a guardare in cielo, si fermavano le bici e i ciclomotori e le auto e i giornalai e i fornai e tutti i passanti mattinieri e tra loro Marcovaldo che stava andando a lavorare, e tutti si misero a naso in su seguendo il volo delle bolle di sapone. – Non sarà una roba atomica? – chiese una vecchia, e la paura corse nella gente, e chi vedeva una bolla scendergli addosso scappava gridando: – È radioattiva!
Ma le bolle continuavano il loro sfarfallio, iridate e fragili e leggere, che bastava un soffio, e piff! non c’eran più; e presto nella gente l’allarme si spense così come s’era acceso. – Macché radioattive! È sapone! Bolle di sapone come quelle dei bambini! – e una frenetica allegria s’impadronì di loro. – Guarda quella! E quella! E quella! – perché ne vedevano volare delle enormi, di dimensioni incredibili, e allo sfiorarsi tra loro queste bolle si fondevano, diventavano doppie e triple, e il cielo i tetti i grattacieli attraverso queste cupole trasparenti apparivano di forme e colori che non s’erano mai visti
.

[Italo Calvino, da Marcovaldo, ovvero le stagioni in città, 1966]

Del momento comunemente chiamato dunque

mercoledì, 28 Gennaio 2009

L’aqua del fiume
senpre la score
in dute l’ore
con un diverso lume.

Ninte xe fermo
né sosta e resta:
trascore lesta
l’ora del zorno infermo.

No’ stâ voltâte indrìo,
senpre camina;
fa senpre matina
dopo la note de Dio.

Godi nel pinsier
che duto e ninte more,
che drento l’ore
ogni to passo xe lisier
.

[Biagio Marin, da Nel silenzio più teso, 1980]

[L’acqua del fiume / sempre scorre / in tutte le ore / con diversa luce. // Niente è fermo / né sosta e resta: / trascorre lesta / l’ora del giorno infermo. // Non voltarti indietro, / cammina sempre: / fa sempre mattino / dopo la notte di Dio. // Godi nel pensiero / che tutto e niente muore, / che dentro le ore / ogni tuo passo è leggero.]

ἥκω

domenica, 11 Gennaio 2009

Voce del verbo: asso chiama sette, e due non chiama tre.

martedì, 9 Dicembre 2008

Figlia:   Papà, perché le cose finiscono sempre in disordine?
Padre:   Come? Le cose? Il disordine?
F.   Be’, la gente è sempre lì a mettere le cose a posto, ma nessuno si preoccupa di metterle in disordine. Sembra proprio che le cose si mettano in disordine da sole. E poi bisogna rimetterle a posto.
P.   E le tue cose finiscono in disordine anche se tu non le tocchi?
F.   No… se nessuno le tocca, no. Ma se qualcuno le tocca, allora si mettono in disordine, e se non sono io è ancora peggio.
P.   Già… ecco perché non voglio che tu tocchi le cose che sono sulla mia scrivania, perché il disordine diventa anche peggiore se le mie cose le tocca qualcuno che non sia io.
F.   Ma perché le persone mettono sempre in disordine le cose degli altri, papà?
P.   Be’, un momento, non è così semplice. Prima di tutto, che cosa vuol dire disordine?
F.   Vuol dire… che non riesco a trovare le cose, e così tutto sembra in disordine. Cioè, quando niente è al suo posto…
P.   D’accordo, ma sei sicura di dare a ‘disordine’ il significato che gli darebbe una qualunque altra persona?
F.   Ma sì, papà, sono sicura… perché io non sono una persona molto ordinata, e se lo dico io che le cose sono disordine, sono sicura che chiunque altro sarebbe d’accordo.
P.   Va bene… ma pensi che quando tu dici ‘a posto’ tu intenda la stessa cosa che intenderebbero gli altri? Se la mamma mette a posto le tue cose, sai dove ritrovarle?
F.   Mah… a volte, perché, vedi, io so dove mette le cose quando fa ordine…
P.   Sì, anch’io cerco di impedirle di fare ordine sulla mia scrivania. Sono convinto che la mamma e io non intendiamo la stessa cosa per ‘ordinato’.
F.   Papà, e tu e io intendiamo la stessa cosa per ‘ordinato’?
P.   Non credo, cara… non credo proprio.
F.   Ma, papà, non è strano… tutti vogliono dire la stessa cosa quando dicono ‘disordinato’, ma pensano a cose diverse quando dicono ‘ordinato’? Però ‘ordinato’ è il contrario di ‘disordinato’, non è vero?
P.   Qui si entra nel difficile. Ricominciano daccapo. Tu hai detto: "perché le cose finiscono sempre in disordine?". Ora abbiamo fatto qualche passo avanti, e cambiamo la domanda così: "perché le cose finiscono in uno stato che Cathy chiama ‘non ordinato’?". Capisci perché voglio cambiare la domanda in questo modo?
F.   Be’, credo di sì… perché se ‘ordinato’ vuol dire per me una cosa speciale, allora certi ‘ordini’ delle altre persone mi sembreranno disordini… anche se siamo d’accordo sulla maggior parte di quello che chiamiamo disordini…
P.   Proprio così. Ora esaminiamo quello che tu chiami ordinato. Dov’è la tua scatola di colori quanto è in un posto ordinato?
F.   Qui, da questa parte dello scaffale.
P.   Bene… e se fosse in qualche altro posto?
F.   No, allora non sarebbe in ordine.
P.   E se fosse qui, dall’altra parte dello scaffale? Così?
F.   No, quello non è il suo posto, e comunque dovrebbe stare diritta e non tutta storta come la metti tu.
P.   Ah, nel posto giusto e diritta.
F.   Sì.
P.   Be’, allora ci sono pochissimi posti che sono ‘ordinati’ per la tua scatola di colori…
F.   Solo un posto…
P.   No… pochissimi posti, perché se la muovo un pochino, così, è ancora in ordine.
F.   Va bene… ma propri pochissimi posti.
P.   D’accordo… pochissimi posti. E allora il tuo orsetto, e la bambola, e il mago di Oz, e il tuo maglione e le scarpe? E’ vero per ogni cosa, no? – che ci sono pochissimi posti che per quella cosa sono ‘ordinati’.
F.   Sì, papà… ma il mago di Oz potrebbe stare in un punto qualsiasi dello scaffale. E sai cosa, papà? Mi secca molto quando i miei libri si confondono coi tuoi e i libri della mamma.
P.   Sì, lo so. (pausa)
F.   Papà, non hai finito. Perché le mie cose finiscono sempre nel modo che io dico che non è ordinato?
P.   Ma io ho finito… è solo perché ci sono più modi che tu chiami ‘disordinati’ che modi che tu chiami ‘ordinati’.
F.   Ma questa non è una ragione…
P.   Ma sì, lo è. Ed è la vera, unica e importantissima ragione.
F.   Papà, smettila!
P.   Ma non ti sto prendendo in giro. La ragione è questa, e tutta la scienza è appesa a questa ragione. Prendiamo un altro esempio. Se io metto un po’ di sabbia in fondo a questa tazzina, e sopra ci verso un po’ di zucchero, e poi giro con un cucchiaino, la sabbia e lo zucchero si mescolano, no?
F.   Sì, papà… ma ti sembra giusto adesso metterti a parlare di ‘mescolare’, quando abbiamo cominciato con ‘disordinare’?
P.   Ma credo proprio di sì… perché si può pensare che ci sia qualcuno che pensa che sia più ordinato avere tutta la sabbia sopra e tutto lo zucchero sotto. E se vuoi dirò che sono io a pensarla così.
F.   Uhm…
P.   D’accordo… prendiamo un altro esempio. Al cinema a volte vedrai che c’è un mucchio di lettere dell’alfabeto, tutte sparpagliate sullo schermo, tutte alla rinfusa, e qualcuna anche capovolta. E poi qualcosa comincia a scuoterle, e le lettere cominciano a muoversi, e queste scosse continuano e le lettere vanno tutte insieme a comporre il titolo del film.
F.   Sì, sì, l’ho visto, il titolo era A Capri.
P.   Non importa qual era il titolo. Il punto è che tu hai visto qualcosa che veniva scosso e agitato, ma invece di finire in un disordine più grande di prima, le lettere si componevano in bell’ordine, tutte in fila nel modo giusto, e formavano parole… cioè costruivano qualcosa che moltissima gente sarebbe d’accordo nel giudicare sensato.
F.   Sì, papà, ma vedi…
P.   No, non vedo niente; quello che voglio dire è che nel mondo reale le cose non vanno mai a quel modo. Quello succede solo al cinema.
F.   Ma, papà…
P.   Cioè, ti dico che è solo al cinema che si possono scuotere le cose e far loro acquistare più ordine e significato di quanto ne avessero prima…
F.   Ma, papà…
P.   Aspetta che finisca, questa volta… e al cinema ottengono quell’effetto facendo andare tutto all’indietro. Mettono le lettere tutte in fila, che facciano A Capri, poi mettono in moto la macchina da ripresa e cominciano a scuotere la tavola.
F.   Ma, papà… lo sapevo e volevo proprio dirlo io a te… e poi quando proiettano il film lo fanno all’indietro, così sembra che siano accaduta in avanti, invece veramente hanno scosso le lettere all’indietro. E devono filmarle capovolte… perché fanno così, papà?
P.   Oddio!
F.   Perché devono mettere la macchina capovolta, papà?
P.   No, non voglio rispondere ora a questa domanda, perché ora siamo in mezzo al problema del disordine.
F.   D’accordo, ma non dimenticare, papà, che un’altra volta dovrai rispondere alla mia domanda sulla macchina da presa. Non dimenticartene! Non te ne dimenticherai, vero papà? Perché io potrei non ricordarmene. Ti prego, papà.
P.   D’accordo, ma un’altra volta. Ora, dov’eravamo rimasti? Ah, sì, che le cose non avvengono mai all’indietro. E stavo cercando di dirti perché è un buon motivo che le cose avvengano in un certo modo, se possiamo mostrare che quel modo ha più modi di realizzarsi che non un altro modo.
F.   Papà, stai cominciando a dire cose assurde.
P.   Non sto dicendo cose assurde. Ricominciamo daccapo.
F.   Sì.
P.   Bene. E ci sono milioni e milioni di modi di sparpagliare sei lettere sul tavolo. Sei d’accordo?
F.   Sì, penso di sì. Potrebbero essere anche capovolte?
P.   Sì… proprio come hanno fatto in quel film. Ma ci potrebbero essere milioni e milioni e milioni di disordini come quello, no? E solo un A Capri.
F.   Va bene… sì. Ma papà, con le stesse lettere si potrebbe scrivere Aprica.
P.   Lascia perdere, quelli del film non vogliono che sia scritto Aprica. Vogliono solo A Capri.
F.   Perché Vogliono così?
P.   Al diavolo quelli del film!
F.   Ma sei stato tu a parlarne, papà.
P.   Sì… ma era solo per cercare di dirti perché le cose vanno a finire in quel modo che ha più maniere di realizzarsi. E adesso è ora di andare a letto.
F.   Ma, papà, non hai ancora finito di dirmi perché le cose accadono in quel modo… il modo che ha più modi.
P.   D’accordo, ma non mettere altra carne al fuoco… ce n’è già abbastanza. Comunque sono stufo di A Capri, prendiamo un altro esempio. Giocare a testa o croce.
F.   Papà, stai parlando del problema di prima? "Perché le cose finiscono sempre in disordine?".
P.   Sì.
F.   Allora, papà, quello che stai cercando di dire vale per le monete, e per A Capri, e per lo zucchero e per la sabbia, e per la mia scatola di colori, e per le monete?
P.   Sì… è così.
F.   Ah… stavo solo pensando, ecco.
P.   Vediamo se stavolta riesco a dirlo. Torniamo alla sabbia e allo zucchero, e supponiamo che qualcuno dica che quando la sabbia sta in basso, tutto è a ‘posto’ e ‘ordinato’.
F.   Papà, bisogna proprio che qualcuno dica una cosa del genere, prima che tu possa andare avanti e dire come le cose finiscono in disordine quando le tocchiamo?
P.   Sì, ecco il punto. Loro dicono quello che sperano accada, e io dico che non accadrà perché ci sono tante altre cose che potrebbero accadere. E io so che è più probabile che accada una delle tante cose che una delle poche. Dato che ci sono infiniti modi disordinati le cose andranno sempre verso il disordine e la confusione.
F.   Ma papà, perché non hai detto questo fin dall’inizio? Questo lo avrei capito benissimo.
P.   Già, credo proprio di sì. Comunque è ora di andare a nanna.
F.   Papà, perché i grandi fanno le guerre, invece di fare solo la lotta come fanno i bambini?
P.   No… a nanna. Basta. Parleremo un’altra volta delle guerre.

[Gregory Bateson, Metaloghi, in Verso un’ecologia della mente, 1972]

Fiss’azioni

mercoledì, 3 Dicembre 2008

They are not gone, they are not gone, they are only sleeping
in graves, in ways, in clay, underneath the floor.

Building walls, overalls, getting bored, I got faulty wiring
Brick it up now, brick it up now, but keep the bones
.

[S. Wilson, Strip the soul, 2002]

IX. KARMA

lunedì, 3 Novembre 2008

     Rilassati,
     respira profondamente
3   e stai
     karma
     ché arriva
6   il controllore.

[Federico Maria Sardelli, Proèsie II, 2008]