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Pres(s)enza

lunedì, 26 gennaio 2015

La to vita e in mezo ghe gera le cose.
La to vita e in mezo ghe gera persone

e da par tuto, sempre, parole.

[Ernesto Calzavara, Come se. Infralogie, 1974]

Fermata non richiesta (10/?) – Sono stato solido.

venerdì, 26 ottobre 2012

E’ il 6 settembre 2008, e il signor Edoardo ha settantasette anni, la mano destra deformata da sessant’anni sulle macchine e con una voce roca che sa di segatura fine racconta di come gli fanno strano i ragazzi di oggi che a sedici anni “che devono fa’? so’ ragazzi…” li giustificano i genitori, ma lui dice: “eh, uagliuni. Io a sedici anni mi sono aperto la falegnameria per conto mio, dopo la quinta elementare mi sono messo a imparare un mestiere, era il dopoguerra, e noi nel dopoguerra eravamo poveri. Noi non c’avevamo terre, perché in famiglia mia tutti falegnami, artigiani e commercianti, e mio padre nel Quaranta teneva sessantamila lire, che ci potevi comprare tipo otto appartamenti. Dopo la guerra, invece, valevano cento quintali di farina, così papà li liquidò, come si dice, perché non tenevamo niente da mangiare. Ho imparato il mestiere da mio padre e da mio nonno, e a vent’anni mi sono comprata quella macchina laggiù, che costava trecentocinquantamila lire. Io non avevo un soldo, mi ci volle una colletta di quattro famiglie di parenti per mettere insieme la cifra. Poi negli anni ho restituito tutto. Per fortuna è andata bene”.
Eccome, se è andata bene. Ci mostra i pezzi di cui va più orgoglioso, tre stipi a due ante, e sul fronte delle ante pare un sogno: paesi del Molise ritratti in minuti mosaici di legno. Ci incantiamo davanti al più bello di tutti, uno spettacolo di tremilaseicento pezzi di tutte le sfumature del legno esistenti, un paese incastrato su una montagna investito dalla luce del tramonto, sovrastato da un cielo rosso sangue. Ci dice “questo l’abbiamo fatto io e mio figlio, tre mesi di lavoro. Volevo anche farci delle belle nuvole su quel cielo, ma dopo tanti mesi a lavorarci dalla mattina alla sera mi so’ sfasteriato. Ah, ma tanto finché sta qua… prima o poi lo faccio, e ci metto due nuvole qua e qua, che passano in questa direzione e sono colorate dal tramonto”.
Anche ora, che è estate e si lavora poco, un paio d’ore in falegnameria se le fa tutti i giorni, dice, “sennò passo una cattiva giornata. E’ che ho guadagnato bene e la vita alla fine mi è girata bene, ma io sono rimasto sempre lo stesso!”.
Indica gli abiti da lavoro, una camicia porpora rattoppata e chiazzata di segatura e un paio di jeans che usurati è dire poco. “Per avermi visto col vestito, una volta su in chiesa qua a Castelpetroso, il parroco mi è venuto dietro per strada urlando Edua’, finalmente te vedo vestuto!… vedete, signuri’, come se vestirsi fosse solo quello che te metti ‘o juorno d’a festa cummannàta. Ma io non li capisco, a questi”. Siamo ancora davanti agli stipi, e quando riconosco i paesi sulle ante si illumina tutto e parte a raccontare di come lavorare non sia più gratificante come prima, specialmente in Molise: “non è per dire, ma la gente è ignorante e per ignoranza offende. L’altro giorno è venuto uno che ha detto mh, bellino questo, ma non ci vuole niente a pittarne uno uguale. Pittare. Non s’era manco accorto che era di legno, il disegno”. E continua guardando la sua officina: “l’artigianato è finito, lo vedete, i mobili che durano una vita nessuno li vuole più, è un guaio enorme. Nel periodo che m’è andata proprio bene-bene avevo una ventina di dipendenti, però non era gente che gli piaceva il lavoro, era gente che voleva solo i soldi, allora io ci mettevo mesi e anni per insegnare ma il lavoro non usciva mai come dicevo, mai un lavoro come dio comanda. Ho cominciato a mandare via quelli che non mi piaceva come faticavano, gli altri se ne sono andati da soli quando s’è capito che dovevano lavorare come dicevo io. Finché non siamo rimasti solo io e mio figlio. Guardate che la gente non tiene più rispetto per niente, tanto meno per il mestiere. Ma dico io… se non ti piace, ma che cazz’ ‘o viene a ffa’? Perdonate, eh”.
Ci mostra, infine, il pezzo a cui sta lavorando ora, un quadro con Gesù risorto che offre se stesso bambino, e racconta di quanto ci abbia litigato, con quel Gesù, per un occhio che gli aveva dovuto rifare sei volte prima che venisse come lo voleva lui. Prima che ce ne andiamo fa il diavolo a quattro per offrirci il caffè al bar, e racconta ancora: “ho sempre fatto una vita indipendente, ho lavorato con gente di tutt’Italia, ma la mancanza di rispetto che c’hanno qua negli ultimi anni non l’ho mai trovata da nessuna parte. Mi fanno restaurare mobili di metà Ottocento e poi vogliono pagare quattrocento euro tre mesi di lavoro. Io ho sempre fatto una vita indipendente, capite, lo so come lavorano dalle altre parti, ho girato l’Italia sopra e sotto, e quello che a volte fanno qua da altre parti la piglierebbero come un’offesa. Ma che valore tiene il tempo di una persona, dico io, nessuno? A me tre mesi della mia vita non me li ridà indietro nessuno, manco il lavoro pagato il giusto, figuriamoci le maniere di certa gente. Io lo facevo per la famiglia mia, ma ormai è finita qua. Adesso faccio quello che mi pare, il lavoro che dico io solamente”, e dal bar indica verso l’officina che è lì a pochi metri, e dalla quale si scorge la cornice di un portone che sta appoggiata di fianco su un tavolo che non ne ho mai visto uno così grande. “Guardatelo mo’, e se venite alla vernata poi vi faccio vedere che ne facciamo uscire”, mi risponde quando gli dico che mi piacerebbe vederli lavorare, lui e suo figlio.
“L’importante è conservare la testa”, ci fa alla fine. “Io ho avuto abbastanza, e sto bene accuscì”.

– E vabbe’, tenete quest’arte nelle mani, e che vi serve più? Sapete fare delle cose meravigliose!
–  Signuri’, non dite così. La gente tiene in testa un sacco di cose stupide: i titoli, le lauree, e poi ci passano in testa a noi che non abbiamo studiato. A me questo mi pare assurdo, perché se poi andiamo a vedere un laureato tante cose non le sa fare. Ma io non dico che uno è meglio e uno è peggio, è solo che loro sanno fare delle cose e l’artigiano ne sa fare altre. Io so fare quello che so fare, e quello che so fare lo so fare bene. Tutto qua.
– Guardate che io quello che vedo qua l’ho solo nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli, non so se avete presente…
– E non lo so, io all’inizio ero falegname di mobili, porte e portoni, poi a un certo punto mi sono messo a guardare certi mosaici di legno del ‘500 e del ‘600 che stavano sull’enciclopedia dell’arte di mio figlio, che studiava architettura ma poi ha smesso. Mi parevano disegni e non ci potevo pensare che erano fatti di legno… però se erano fatti di legno forse potevo provare anche io, pensavo. Ho provato a ricopiarne qualcuno, e così ho cominciato.
– Ecco, aiutatemi a dire. Avete fatto e fate cose meravigliose.
– Vabbe’, voi non mi capite. Volevo dire che, se gli piace, lo può fare chiunque.
– Se lo dite voi, don Edua’…

Alziamo le mani in segno di resa, e lui si fa una bella risata.

– Comunque tornate a trovarmi, mi fate tanto piacere.
– Prossima volta che passiamo siamo qua.
– Allora salutatemi Pordenone. E’ una bella zona, ci sono stato quattro o cinque volte per dei lavori…
– Davvero? E che lavori avete fatto?
– Ma niente, cose andate esposte in qualche palazzo che non mi ricordo come si chiama.
– …
– Eh, fate quella faccia ma guardate che non scherzo mica, quando dico che ho girato.
– No, è che… vabbe’, lasciate sta’.
– Comunque non vi dimenticate, mo’ che trasite a Pordenone, di dire “saluti da Eduardo il falegname di Castelpetroso!”.
– Sarà fatto.
– Stateve bbuono!
– Pure voi.
– Ce putite juca’ tutto chello che tenite.

(continua)

Voce del verbo: wibbly wobbly timey wimey

mercoledì, 17 ottobre 2012

Anni di lavoro per portare a casa una frase.

[Uitanubi]

*

Anni, è vero. Anni per cento pagine che potevano stare in tre righe. Anni per imparare a fendere l’aria dell’alba, a contare le gemme dei rami spogli da febbraio a marzo, e a conservare nodi, quelli che fanno venire il cancro insieme a quelli che scoppiano del cervello come ictus. Mi guardi dalle profondità del sangue che ti ha intaccato il linguaggio, e mentre mi guardi io so che stai morendo, sotto gli schiaffi di una bora che non hai mai conosciuto ma ugualmente fredda, ugualmente impietosa, so che stai morendo e non so che appena aprirò gli occhi non ricorderò più neanche di averti sognato. E poi alla fine l’estate se n’è andata ed è arrivata la pioggia, che ha lavato e lasciato le macchinazioni senza ingranaggio, nutrito la terra riarsa dove per errore era finito il diserbante del vicino distratto, sciolto le merde che i gatti avevano seminato sotto il muschio, resuscitato i fiori falciati da un paio di manine curiose.
Nell’aria, nel frattempo, stagna un costante senso di qualcosa di mancato, di mancante, di mancanza. E’ così facile dannarsi l’anima per una pioggia, così facile che è quasi un piacere: di bene in peggio, a volte è meglio. Le tende restano una cortina fastidiosa e guardare fuori e stringere tra le dita la penna – qualsiasi cosa questo voglia dire – i desideri più grande. Ancora, il pensiero di darsi una piccola disciplina  per non lasciar andare alla deriva né l’uno né l’altro. Aggrapparsi al gancio di una virgola, in vista di un autunno probabilmente più silenzioso del solito, e affondare le mani dentro uno spazio, un angolo più che altro, e in esso esprimere un concetto, forse anche un’idea, e provare una nuova strada. Come da bambini, che al posto dello schermo c’era il muro: computer, adesso torna a margine, e forse per non farmi venire il torcicollo dovrò per forza guardarti di meno. Ricominciare, un poco per volta, con una parola e uno scatto al giorno, una boccata d’aria e una canzone ogni sei ore, almeno, anche se il cielo è coperto di grigio a betoniere, e più in là già si vedono i primi cianotici bidoni d’acqua e vento che arrivano senza far rumore.

Anni. Ricominciare senza paura a metterci anni per portare a casa una stazione abbandonata,  per riuscire a disegnare quella sottile corda di pozzo sulla mappa e, nel gomitolo non lineare e non soggettivo di quello che sempre più chiaramente sembra essere questo tempo, tenere traccia di ogni ramificazione, della trama della tela, dei punti scuciti nell’ordito dei giorni e magari a volte scucirne qualcuno di proposito, perché tutto sia mai troppo uguale, nemmeno la calligrafia: si allunga lo svolazzo sopra le t, ed improvvisamente è quella di prima.

Allora niente è ancora successo, e allora è ieri e ancora adesso.

Se vado indietro di qualche anno, trovo questo:

Allora ci sono questi giorni che il primo freddo fa chiudere le finestre, e allora gli odori di DENTRO si aggrappano ai muri, e ci restano, e svegliano voci. E allora inizio ad immaginare viaggi, e appuntamenti con le voci che fanno eco. Allora succede così, ogni tanto, che mi metto in cammino verso un posto, quello di cui parla questa o quella eus e, intanto, qualcosa di bambino che sta dentro si racconta l’incontro che sarà, il momento in cui i cammini si incrociano, e gli odori, gli sguardi del trovarsi sul ciglio di un binario impresenziato, dentro un altro tempo, dentro un altro dove. Insieme, nel mentre che vado, qualcosa qualcosa sogna e qualcosa sa che il sogno non passerà al di qua del velo, e purtuttavia non gli resiste e lo lascia andare fino a destinazione. E poi c’è la meraviglia della corda nel pozzo-paese, di quello che non è che è, e di quello che è pur non essendo. Parlo ad alta voce e ad altra voce, in questi momenti, masticando le parole come in preda ad una febbre. E’ autunno, i primi freddi sono il momento in cui succede, che non voglio più nessuno intorno e allora mi metto al volante e sparisco per un poco. Il caldo dell’estate mi dissecca e mi tramortisce il cuore, che per un po’ si ferma; solo dopo si riprende, si rimette in moto e ricomincia a spezzare parole e sogni, e a farmi parlare da sola. E’ così.
Domani? Mira-Buse, quasi quasi.

 

Voce del verbo: chiedi il visto – no, il naso – al direttore.

mercoledì, 6 giugno 2012

Allora la vita mi ha messo in questo posto dove la luce è bella, e le giornate calde, così gialle, così abitate. Così, allora ora. Si sta bene qui. Si sta. E’ bene. E bene.

*

In ombra e luce, sorridente in quel modo pieno e da fanciullo che ti appartiene. Dov’era non lo ricordo, ricordo solo che era un sogno di quattro anni fa, che era casa tua, un casolare bianco, modesto, nel mezzo di una piana di campagna, giusto sul ciglio di una strada dove non passavano molti esseri umani. Mi ci avevi portato tu, o almeno mi avevi invitato con un gesto gentile della mano, un largo arco del palmo nell’aria. Ecco, entra. Un’offerta ospitale, a cuore aperto. E poi non so, c’erano parole, lunghe e meditate alcune, altre vivaci e goliardiche, ma tutte piene di quel garbo che hai nella voce, in fondo alla gola, che ti fa ragazzetto quando parli, anche quando partorisci le cose più sconce e imbarazzanti. C’era questo che sentivo, una certa soggezione di te che scrutavi, facendo domande e invitandomi a porle. E poi ricordo musica, e un “perché io?”. Perché tu sei musica, ricordo di aver detto. “Come lo sai?”, hai allora voluto sapere. C’è differenza fra chi la fa e chi la è.
Il sole tramontava, dalle finestre filtrava lo stesso giallo di casa mia, ti ricordo dire “sono molto diverso da me stesso”. E “allora?”. E niente, allora voi che siete musica vi distinguete tutti per un gesto. Lo fate tutti, ad un certo momento, e così vi rivelate. Non potete farne a meno, chi è e non solo fa musica non può evitarlo. Sorridevi come intenerito, dall’alto, dall’altro, e insieme mi inchiodavi alla poltroncina fiorata dove mi avevi fatta sedere con uno sguardo affilato che mi fendeva in due. Hai inclinato poi un po’ il capo in un impercettibile movimento di domanda, inarcando il sopracciglio come interrogativo, a uncino.
E’ quel momento in cui i muscoli del collo si allentano e vi abbandonano, e insieme ad essi mollate gli ormeggi e non siete più voi, niente se non veicolo di ciò che siete, che vi attraversa. Quello è il gesto, a occhi aperti voi non siete più, trasfigurati, e nei vostri occhi c’è qualcosa che non è ombra né luce ma entrambe, e interamente vi possiede. Ecco, è questo. Anche tu sei così.
“Sei sfrontata”. Anche tu, ti ho risposto. “Sì, ma io lo sono per mestiere”. Non dire così, per favore, mi incrini. “La carne, si incrina?”. Sì, si incrina come si incrina il suono, penso. “Mi dispiace, non intendo incrinarti”. Cosa vuoi da me? Perché mi hai fatto entrare? “Per sentire com’è essere visti”. E’ che sei così alto, così distante. “Lo so. Non ho mai potuto farci niente… e sì che avrei voluto”.
Poi hai sorriso a lungo, molto a lungo, e sempre con quella tua strana serenità da bambino (perché nei sogni c’è sempre qualcuno che mi fissa per un pezzo senza dire nulla?). “Vieni qui”, hai detto. Ma non era una richiesta. Mi hai preso i piedi fra le mani, erano minuscoli, e li hai chiusi tra i tuoi palmi, enormi, per scaldarli. E sorridevi, sempre sorridevi. Poi ancora parole che non ricordo, era un qualche lungo discorso, tuo. Ed era sempre tramonto, il sole fermo nell’aria gialla. Ti sei passato una mano fra i capelli, a un certo punto, senza però rimettere in moto il tempo. Poi ti sei voltato e a un tratto eri come in quella foto, con il viso a metà inondato dalla luce che arrivava dalla finestra, gialla, e metà completamente in ombra, buio. Te ne sei accorto, e hai detto “è così che sono. Tagliato a metà da questo naso così importante. Luce, buio, e nel mezzo io”. Ti cercavo, sai. “Lo so. Ma non volevo incrinarti. Lo faccio quando devo, ma anche quando non devo”. Troppo tardi.
Mi hai preso le spalle cingendole con un braccio lungo almeno quattro decenni e migliaia di chilometri, e “prendi la stilografica”, hai detto, “continua con quella”. A far che, continuo? “A guardare”.

Spiegami una cosa, Federico. Spiegami come si resta innamorati di tutto, come si resta presi e compresi da ogni cosa, ché nulla sia mai troppo lontano, spiegami come si fa a guardare in volto chi ti sta di fronte con quegli occhi affilati e ‘sto sorriso da ragazzetto che hai tu. Spiegami com’è avere nella testa così tanta musica e parole, e riuscire sempre a riderne.
“E’ il naso”. Cioè? “Come posso dire… è ‘sto naso da Dante, o da pugile, a seconda di come lo guardi, che mi taglia a metà e mi tiene in piedi le due parti del viso. E’ su quello che per me si regge tutto. Senza questo naso io non esisterei, e forse nemmeno molte cose intorno a me”. Be’, se è come dici tu, in effetti non avrei mai potuto ascoltare l’Atenaide, per esempio. “Né fare questo sogno”. Non mi hai risposto, comunque. “Non ti ho risposto perché non è vero che si riesce sempre a riderne. Comunque”. Mh, e me l’aspettavo. “Chi credi che sia, io? Quello che disegna l’omino della merda o quello che batte il bastone a terra per dare il tempo all’orchestra?”. Mah, credo che quello che sei tu non si vede. O forse sta veramente nel naso, o in quel gesto della testa che fai quando svanisci in quello che senti. “Forse. O forse è in quello che dipingo”. Ah, quello. L’avevo dimenticato.
E poi mi hai spinto fuori, per strada. Abbiamo camminato a lungo, senza parlare (perché nei sogni c’è sempre qualcuno che mi accompagna per lunghe distanze, senza dire niente?). Mi indicavi i campi al tramonto. Era Toscana, forse Lucca. Le case, ecco, mi ricordo le case. Cosa vedi?, avrei voluto chiedere anche a te, quando fissavi i tuoi passi per chilometri e chilometri. Ancora avevo il tuo braccio intorno alle spalle, e ancora mi sentivo piccolissima.
“Finirà presto”, hai precisato sorridendo, senza mai smettere di sorridere. Spargevi amore per tutto, con quel tuo sorriso  divertito, pieno, bello. “Mi hai incrinato anche tu”. Io. Ma. E come? Io non. “Hai preso la stilografica. E mi hai visto“.

Voce del verbo: di parole (an) negate.

martedì, 15 febbraio 2011

Era  nel bel mezzo dei Magredi, un giorno che eri andata a pedalare per scacciare via il torpore di un momento pieno di dolore. Laggiù trovasti il temporale, e nell'oceano di sassi senza strade anche queste parole, che iniziavano a sciogliersi sotto le prime gocce del nubifragio di maestrale che di lì a poco ti avrebbe investita senza lasciarti più niente di asciutto addosso per venticinque chilometri durante i quali non ti sarebbe poi riuscito di sentire freddo nemmeno per un attimo. Non sai perché, ma non avesti cuore di lasciarle lì a svanire. Cercavano qualcuno che non trovarono mai. Si ritrovarono, per un imperscrutabile caso della vita, sul fondo di una borsa da bici, e lì rimasero, al sicuro tra i due fondi impermeabili, al sicuro persino dalla mano ladra che osò scollarle dalla pietra bianca sulla quale sarebbero colate di lì a poco, se quella mano avesse avuto la decenza di farsi i fatti propri. Fino a oggi. Quattro anni dopo. Chissà da dove venivano, chissà da chi avrebbero voluto andare. Ogni tanto te lo domandavi, senza però riuscire a ricordarti del provvidenziale doppio fondo. Finirono in un fiume di sassi, e poi qui. Una Voce lontana, che in un posto come quello osò dire: se dovessi mai trovare queste parole, promettimi che.

Perdona, sconosciuta Barbara, ma la pioggia ti avrebbe tradito. E anche una che passava di là, arrancando e sbuffando, tentando di aprirsi una strada con la bici, fuggendo da un'ombra.

*

*
Ho dato sfogo alla mia follia creativa, non riuscivo a trattenere più —————– di un posto che chissà ——— ——— dovrebbe collegare i miei pensieri ai tuoi. Folle fino alla fine, pensando che magari venga anche a te la voglia di venire qui un giorno e trovarci materializzati tutti i momenti in cui ti ho pensato. Non è tristezza la mia, piuttosto stanchezza.
Vengo in un posto come questo eppure non riesco a sentirmi libera. Sembra quasi che ho messo via il diritto di amarti. Mi ero illusa che quello appartenesse a me, e invece, forse, ho scoperto che è stato l'errore più grande.
Sarebbe stato sicuramente meglio riuscire a ———— lì dentro che mi spingeva per il sentimento che tu conosci, ma, come sai forse, non ci sono riuscita, e anzi —— come nel mio stile, ho fatto di quel sentimento un diritto. E' ————————, — credo anche te stesso infondo. Se ti avessi amato davvero non lo avrei fatto? Non credo, perché se questo non è amore, vorrei proprio sapere allora l'amore cos'è? Sia, accettiamo pure il destino che ci tiene lontani, però promettimi che se troverai questa lettera tornerai da me, perché non è semplice coincidenza, e perché siamo in due ad aspettarti
.

Con profondo amore

Barbara.

Assenza

martedì, 18 gennaio 2011

La to presenza assenza
la to desterminada valenza
in dimension diversa
me scaturisse

Desiderante tormento
lenta combustion
de pazienza
senza mai fin
malstar benstar
pienezza d'ogni vòdo

Supplizio de no supplicar
par no dir
e gnente èsser
par èsser
gnente volenza
solo comunicanza
e

In t'un momento
xe sta un svolar de piume de ale
neve de falìve
ne la non aria
             memoria
'na parvenza
assente
segno che no se vede
che xe el tuto
del gnente
xe sta un presente
più del presente
più del passà del futuro
un maùro maurarse
de quel che nato
ancora drento no xe
ma che xe
               andar e star
               in t'un stesso momento
Trasparente del mondo
sostanza
rarefazion
               mancanza
nel giazzo e nell'ardenza
de la to beatitudine
che senza
sentir se sente
senza sperar se spera
mente
che mai no mente
grazia che no xe grazia
preghiera che no xe preghiera
ma libertà vera
de assenza

e

[Ernesto Calzavara, da Analfabeto, 1979]

What happens now?

lunedì, 27 settembre 2010

   Quella notte dormì sul divano di casa di sua madre ma entrò nella stanza e lanciò un’occhiata al cadavere una volta sola. Il giorno dopo, di buon’ora, arrivarono quelli delle pompe funebri e se la portarono via. Lui si alzò per accoglierli, consegnare l’assegno e guardarli sparire con la bara di pino giù per le scale. Poi si riassopì sul divano.
   Quando si svegliò gli parve di aver sognato un film che aveva visto poco tempo prima. Ma era tutto diverso. i personaggi erano neri, perciò il film del sogno era come il negativo del film reale. E succedevano anche cose diverse. Il soggetto, l’argomento, era lo stesso, ma lo sviluppo era differente o a un certo punto c’era una svolta inaspettata e diventava tutta un’altra storia. La cosa più terribile di tutte, però, è che nel sogno sapeva che non doveva andare per forza così, percepiva la simmetria con il film, gli sembrava di capire che entrambi partivano dagli stessi postulati, e che se il film che aveva visto era il film vero, l’altro, quello del sogno, poteva essere un commento, una critica ragionata, e non necessariamente un incubo. Ogni critica, in fin dei conti, diventa un incubo, pensò mentre si lavava la faccia nella casa dove non c’era più il cadavere di sua madre
.

[Roberto Bolaño, 2666, 2004]

[colonna sonora]

Mut’azioni

venerdì, 25 giugno 2010

Pensa a tutti quelli che, quando gli vibra la pancia, non hanno le parole per dirlo.

*

Scavare musica e aria in cerca di parole, e sperare che non sia successo di nuovo. E se poi è successo? Allora tornare nel buco, prendersi la responsabilità e sparire. Sparire di pancia, di cuore e di polmoni, sparire con tutte le proprie frattaglie fuori, altrove, anche se poi sparire è solo un’illusione, finché si è vivi, anche dopo la metamorfosi continua, non c’è modo che sia altrimenti, poiché ciò che abbiamo comunicato con la nostra presenza a questo mondo prosegue il suo cammino, lontano da noi, che lo vogliamo o no. E muoversi col ritmo della polvere, con le parole che si posano una alla volta sulla vita finché non la avvolgono, finché non formano una patina sulle cose fino a farle vecchie. Dunque, sì, farsi parolapolvere e posarsi, ché quando lo strato s’è posato, ecco che si vede che quello di cui parlano è invecchiato, o forse solo semplicemente vissuto.

E riprendersi di tanto in tanto un pronome, quello più terrificante, e dire:

Ma allora cos’era, stanotte?

Ci sono di questi momenti, in cui l’anima – sveglia – vaga mentre il corpo, stanco, vorrebbe riposare. Ma non c’è verso, tutto viene trascinato via. Volevo parlare, ma di cosa? Del verso? Anche. Dell’esperienza della soglia. Dell’essere soglia, dell’attraversare la soglia, dell’essere attraversata in quanto soglia, e dell’essere un verso del senso perso, che in quanto verso gli è negata anche la direzione.

Cosa vuoi che io desideri, quindi?

Ti guardo entrarmi addosso, ma quello che desidero non entra, non c’entra. Io voglio essere discussa, ché discutibile lo sono sempre stata. Voglio procedere ed essere processata, voglio accedere e accadere, essere accaduta, accessa e accessibile senza divieti, voglio decedere e decadere, essere decaduta senza per forza dovermi rialzare, deceduta senza essere derestituita, al massimo potrei accettare di essere destituita, non essendo io né reggente né in carica, tutt’al più carica, sebbene senza peso, e sicuramente senza spesa. Se una parola si attacca ai muri di casa tua, e ci resta. Allora è vero che il senso c’era, anche se non aveva direzione, anche se era perso, in volo sopra il tessuto di luci della città che ci scorreva sotto mentre tutto quello che volevo dire non sapeva da che parte esplodere. Quella volta che ho preso il treno per Nettuno – Nettuno! –  e mi sono addormentata sul blu dei tuoi occhi che mi aspettavano da qualche parte nel cosmo… dov’ero, quella volta?

Dove vuoi che io torni, allora?

Ho camminato fino all’aria dei miei boschi perché questo era il momento: al confine con l’estate, con ancora il piumone sul letto, i capelli appena tagliati, i baccelli sulle ginestre gonfi e pelosi, pronti a esplodere nel vento, come me quella volta. Allora sono andata nel cuore del bosco a vedere l’albero morto da sempre, ancora coperto dai vermi che lo hanno svestito della corteccia. C’era la terra alla quale ho chiesto aprimi, ti prego, perché mi mostrasse le forme dei suoi sensi e dei suoi significati, perché mi ricoprisse di formiche e mi desse i colori del suo corpo sì da poterli portare via con me all’altro capo del pozzo che nessuno più ha desiderio di scendere o risalire, e mi ricoprisse infine di lumache, di ghiande e dei ricordi della vecchia che non c’è più e nel cui letto avrei dormito quella sera. Aprimi, ti prego, perché mi desse la forza, come le lucciole, di continuare a sfavillare anche nella pancia dei predatori quando sono ormai prese, prigioniere di una sacca gastrica che pure non riesce a spegnerle. E ancora aprimi, ti prego, perché mi nascondesse il cielo lasciandomelo immaginare, portandomi al sonno al ritmo lento e nervoso dello sfregare della penna sul foglio, che dipana le linee senza regolarità della soglia del sogno dentro il quale c’è quell’alba che ho visto infinite volte, ma solo con i polpastrelli, perché io le parole per dire quella vibrazione non le ho mai, mai, mai avute.

*

Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male e gente veramente cattiva?

Come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono
?

It was anything but hear the voice

domenica, 23 maggio 2010

He’s keeping busy, yeah, he’s bleeding stones,
with his machinations and his palindromes
it was anything but hear the voice,
anything but hear the voice… it was anything but hear the voice that says that we’re all basically alone.

Poor Professor Pynchon, had only good intentions when he
put his Bunsen burners all away
and turning to a playground in a Petri dish
where single cells would swing their fists at anything that looks like easy prey.

In this nature show that rages every day
it was then he heard his intuition say
We were all basically alone
.

(…)

And despite what all his studies had shown
that what’s mistaken for closeness is just a case of mitosis,
sure fatal doses of malcontent through osmosis,
and why do some show no mercy while others are painfully shy?
Tell me doctor, can you quantify
the reason why?

[Andrew Bird, 2007]

Teròna, just keep going.

giovedì, 1 aprile 2010

Ma ‘ndove xe che ti sìe finìa?

*



[Ernesto Calzavara, da Le ave parole, 1984]

*
 
   No, niente. E’ che nel frattempo, di stazione in stazione, cercavo la mia. E così sono andata a stare da un’altra parte. Sto invecchiando: ho voluto con tutte le mie forze un pezzetto di terra con cui fare una mente, accanto al letto. Come il nonno. E allora…
Adesso la mia porta si apre su una strada non finita, e la finestra davanti alla mia scrivania dà sul cartello che segnala il punto, no, la linea, il taglio nella tela del paesaggio oltre il quale la strada non può più andare, finisce, e c’è l’asfalto tranciato di netto che forma il gradino di una scala che per salirla o scenderla – transitivo è bello – basta un solo passo. Se scendi c’è un infinito di terra, intero, senza tagli o strade in mezzo. Se sali ci sono le case, una zona tranquilla, giardini belli, il vicino anziano che fa dieci chilometri a piedi al giorno. Finisce la strada, inizia il campo, enorme, l’ultimo vuoto che resta in questo larghissimo rettangolo di case, che buffamente non può penetrarlo ma soltanto fare da orlo all’immane testimonianza dell’immane testardaggine di un contadino che no, proprio non vuole vendere. Durerà ancora per poco, lo so, ma intanto questa enormità vuota di cemento è piena di girini dentro stagni pieni di avena sterile e lepri e gatti e cimici e sassi e zanzare e macaoni. Finisce l’asfalto, comincia il resto. All’altro capo di questa enormità, in fondo allo specchio, c’è il tronco di strada gemello di questo, cui un giorno dovrà congiungersi: l’assedio dura ormai da anni, è un punto scucito nella trama efficiente del piano regolatore, ma già so che questo cartello prima o poi se ne andrà, che lo scalino sull’enormità di terra morbida e grassa verrà cancellato e il taglio ricucito, e così mi attrezzo per serbarne memoria allo spuntare del primo cielo limpido.
Abito, mi sembra, per qualche tempo ancora su una soglia, alla sera la mia è l’ultima finestra illuminata prima del salto nel buio della terra nuda, l’ultima luce prima dell’altra parte. Per qualche tempo ancora questo mi sembrerà un casello, a guardia di un minuscolo passaggio di livello nel paesaggio di questo minuscolo circondario. L’ultima casa, dice in effetti il vicinato: ah, piacere, allora siete voi siete quelli dell’ultima casa? Sì, siamo quelli che stanno alla fine, o all’inizio, tanto è uguale, comunque lì, vede, dove poi un giorno si mischieranno da capo tutte le direzioni, e chissà cosa succederà. Noi siamo quelli che abitano sulla soglia dello spazio in cui il paesaggio presto o tardi cambierà.

No. Mi no me la voglio sparagnar, la vista del fora par vadar solo drento. No.
Strade che no se sa dove finisse ghe n’è ancora.
Dapartuto.

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Ma dove vivo io il cemento è diventato come il mais nell’Unità d’Italia: un’accumulazione primaria di territorio… per la quale non ci chiediamo neanche se esistono delle alternative.

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– Perché non sei venuta a salutarmi?
– Perché è successo di nuovo. Mi avrebbe fatto male.
– Ma io non voglio mica farti del male. Non ho mai voluto fare male a nessuno, io.
– Lo so, ma non puoi. Sei una Voce, succede e basta, è il tuo mestiere. E’ come il mais nell’Unità d’Italia: uno non si chiede nemmeno se ci sono delle alternative.
– Ecco. Ma no va mica ben.
– Be’, sì. Perdonami, sarà per un’altra volta.
– Aspetterai che diventi vecchio?
– No, dai. Mi farò semplicemente coraggio.
– Come quell’altra volta. Brava.
– Eh.
– E allora?
– E allora che?
– Com’è andata stavolta?
– Ma niente. Ti ho odiato, di nuovo.
– Perché?
– Due motivi. Uno: sapevo che dopo, cioè adesso, saresti venuto a rompermi le palle. Due: per il cemento, e la differenza tra abitare e risiedere.
– Eh… cosa.
– Niente. Su queste cose avevo già iniziato a rimuginare, a masticarle. Giorni prima, già un nel po’ prima di ieri.
– E…?
– E chitemmuort’, vabbuo’? Arrivo, e trovo ‘n’ata vota che tu l’hai già detto. Prima, meglio e comunque in un modo che mi fa mettere a fuoco quello che cercavo di dire.
– Ussignùr. E che c’è di male? E’ tanto brutto?
– E sì, cazzarola, sì! Non ce la faccio più, arrivi sempre prima tu… ma non è perché arrivi prima… è perché così non ci arrivo mai da sola. Mi fai imbestialire, perché io sono lì che ci lavoro giorno e notte per mesi, e poi voilà, arrivi tu e finisce, tu hai già segnato la strada. Così non riesco mai a sapere se ci sarei arrivata o meno!
– Mariavergine…
– Certe volte penso che farei bene a non venire più a cercarti. Se so che sei da qualche parte che posso raggiungere, girare al largo. Smetterla, anche con questa storia che mi hai aperto il cuore.
– Seh. Sono così tanti anni che lo ripeti senza dirlo. Questo vuol dire che non me lo dirai mai.
– Può darsi.
– E non ti vergogni?
– No. Qui posso non vergognarmi della verità, come quando sto con le mani e le braccia affondate nella terra, che posso sporcarmi senza sentirmi in colpa.
– Uh, che pensiero da nonna, questo.
– Lo diceva mio nonno, infatti.
– Va bene, sì, mi hai odiato anche questa volta. E quindi?

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E quindi è successo che ho deciso di restare qui. Faccio cose da abitante, ecco. Mi lascio assaggiare dalle mosche, bruciare dal sole, attraversare dai lombrichi, che mi ingurgitano e poi mi cacano via, fertile e rinnovata. Sì, sto facendomi terra. E poi bevo acqua di rubinetto e dalle fontane pubbliche, passo interi pomeriggi a cercare di fotografare fiori di una piccolezza estrema, predìco l’arrivo dei papaveri e nessuno mi crede. I residenti mi guardano un po’ male perché sono l’ultima arrivata, ma chissenefotte.

*

Ieri ho attraversato il passaggio, sono andata oltre il segnale di FINE DEL MONDO: è lì che abitano i papaveri che fra poco verranno, e siccome lì non c’è cemento né asfalto a sostenere le suole delle scarpe nessuno ci va mai, e così nessuno sa che fra poco il grande campo al centro di questo piccolo circo massimo di case si colorerà del rosso più bello che l’Italia conosca sui suoi prati. Inizierà prima disegnando costellazioni mai viste prima, e poi alla grande mente del mondo cascherà il secchio, sembrerà un incidente – sembra sempre un incidente per quanto è improvvisa – questa colata di rosso che per tanti giorni cambierà la luce, dell’alba, di tutte le ore del giorno e della sera, fino al tramonto, dopo il quale andrà in quiete fino al mattino successivo. Faccio cose da abitante, dicevo, e vado a vedere cosa c’è oltre il cemento e vado a vedere cosa si vede da lì, del centro dell’altro piano del paesaggio, quello senza cemento, solo per capire com’è. E poi sto qui, sto qui e non mi sposto. Faccio la pianta e la terra, prendo le misure della luce del sole e non vado da nessuna parte: quando c’è il sole sto al sole, e quando arriva l’ombra sto al fresco. Una coppia di passeri mi sta alla larga ma mi studia. Sento il frullare dei loro piccoli voli prima alle mie spalle, poi a destra, poi laggiù (dove?) in fondo, poi sulla grondaia che ho appena sopra la testa. Guardo le nuvole passare, ascolto le voci dei vicini e il rumore che fa quando alzano e abbassano le zanzariere. Da lontano, il treno in corsa e il vento che fa danzare, morbido, il campo coperto di coda di volpe.

E’ vero, per la miseria: fare l’abitante è un ca-si-no.

*

– Ecco. Tu te ne vai in giro a pisciare sulle rotonde, io a farneticare ad alta voce nei campi.
– Continui a parlare da sola, quando sei in giro?
– E sì. Non me ne accorgo neanche, a volte, non lo faccio apposta.
– Sì, lo so. A me capita nelle stazioni.
– S’è alzato il vento.
– Sì. Sai dove sono stasera?
– No. Dove?
– Non te lo dico, scoprilo da sola.
– Senti…
– Cosa.
– Perché continua a succedere? Voglio dire, perché la tua voce non mi lascia in pace?
– Non lo so. Dovresti chiedermelo, un giorno o l’altro.
– Mi risponderesti?
– Non saprei. Io non sono mica io.
– Eh.
– Ma poi perché? Perché non vieni mai, quando ci troviamo a un passo di distanza?
– Non…
– No, lo sai.
– …
– …
– Eh, vabbuo’, occhei, sì: mi vergogno.

(continua)