Articoli marcati con tag ‘dialoghi’

Preferisco i giorni feriali (ovvero: ansia da strattonamento)

lunedì, 2 Giugno 2008

Ciao, esci?

Oh, ma perché lui non viene giù?

Perché non mangi con noi?

Dove siete stati oggi? Vi abbiamo visto uscire.

Ma non hai caldo?

Ma non hai freddo?

Cos’è quello?

Lo rimetti a posto?

Cosa fai adesso?

Ma tu cosa fai in genere?

No, perché questa cosa dei rifiuti.

Perché prendi la bici?

Dove vai adesso?
[una risposta qualsiasi]
Ah, e come mai?
[oppure: ma è lontano!]

Siediti!

Tanto la musica non vi dà fastidio, no?

E neanche il rumore e il fumo di scarico del motore della macchinina radiocomandata, vero?

Cosa facevi prima di là?

Ma perché sei così curiosa?

Ma perché parli così poco?

Oh, ma tu non fai mai domande, proprio.

(forse perché sono andata in iperventilazione, a un certo punto)

Essere o avere? Tutt’e due, grazie.

giovedì, 24 Aprile 2008

[hanno cinque e otto anni. ci hanno visti uscire dal portoncino delle scale, ci raggiungono e ci vengono dietro mentre carichiamo un grosso pacco in macchina]

Loro: Ciao.
Noi: Ciao…
Loro: Siete voi che siete venuti a stare di sopra?
Noi: Sissì.
Loro: Prima ci abitavamo noi, sopra!
Noi: Sì, lo sappiamo.
Loro: E come lo sapete?
Noi: Be’, conosciamo il vostro papà.
Loro: Ah.
Noi: Eh…
Loro: E… avete un bambino?
Noi: Eeeeeeeeeh…
Lui: Ehr, noooo…. non per ora, almeno…
Io: Per ora siamo ancora noi i bambini, diciamo.
Loro (ridono): Aaah, abbiamo capito. Voi avete la mamma e il papà, non i bambini.
Noi: Giusto.
Uno dei due: Va be’, quando però poi ne avete uno ce lo dite?
Noi: Perché?
Loro: così viene a giocare con noi!
L’altro dei due: Però se volete poi potete venire anche voi!
Noi: Oh, grazie, così magari ci divertiamo tutti insieme.
Loro: Ecco.
Noi: Allora ciao, ci vediamo.
Loro: Sì sì, ciao!

Mentre si allontanano, si sente distintamente il più piccolo:

– Ma secondo te quei due sono normali?

Voce del verbo: viaggi

martedì, 18 Marzo 2008

– No, perché a me qui sembra tutto così piccolo, così comodo… così corto. L’anno scorso, per esempio, siamo andati in vacanza all’Isola d’Elba, e quando ho saputo che saremmo partiti in auto, con le valigie nel bagagliaio, sono rimasta con la bocca aperta. Poi dopo ho realizzato che le distanze non sono più le stesse. Perché per noi in Russia il viaggio che cos’è? Una valigia qua, un’altra qua, un treno e tanto, tanto tempo. La prima volta che ho visto il mare avevo ventitré anni. Per andare sul Mar Nero da casa mia erano quasi tremila chilometri, tre giorni interi di viaggio. Dopo il ritorno avevo dimenticato tutto il riposo di quella vacanza. Mi sono poi dovuta far dare un altro giorno di ferie per riprendermi dal viaggio di ritorno dalle ferie. No, questo solo per dire…
– …
– Che c’è?
– No, niente. Pensavo che a vent’anni ho fatto un viaggio in treno di novecento chilometri con due amiche… sai, zaino in spalla e basta… e ci sembrò un’impresa epica.
– Eeeeh…

Sorride, intenerita.

– Povere, piccole, innocenti noi, eh?
– Eh… un po’.

[e poi ancora Voci, ma soprattutto Voci]

Senza parole (ma con dolore)

lunedì, 17 Marzo 2008

Vicenza, si passeggia allegri in una giornata brumosa, di umido e foschia. Nel gruppo cammino insieme a due care amiche, le mie personali àncore in due luoghi del Veneto, Mestre e Bassano del Grappa, che altrimenti sarebbero niente più che un binario isolato dove aspettare le coincidenze ferroviarie la prima e un nome vuoto sulle etichette di certe bottiglie il secondo. Grazie a loro, di questi posti conosco l’aria, la parlata, il paesaggio-paese. A un certo punto una mi fa:

– Allora, quand’è che scoppia la rivoluzione, da voi?
– Eh?
– No, nel senso che… come ti devo dire… è che a vederla da fuori, così… non si capisce… come mai…
– Ah, la storia della monnezza, dici?
– Sì. No, perché… ciò, perché, com’è che si è arrivati a questo? Com’è che la gente non… ?
– Eh, la gente. C’è un problema dall’alto e dal basso, vedi, è che quello che succede è dovuto a…

E comincio una tiritera senza fine.
La solita tiritera, per dirla tutta.
Mi ascolto parlare, e mi chiedo quante volte ancora ci verranno fatte, a noi terroni, queste domande, e fino a quando avremo la forza di rispondere, e rispondere, e rispondere. E anche se parlarne agli amici schietti fortunatamente non è un peso, ciò non toglie che comunque possa costare un qualche sforzo. Quando ho finito, mi guardano con gli occhi sbarrati.

Mestre mi fa:

– Ma come! Rifiuti tossici illegali! Cioè, ma non è possibile! E’ davvero tutto così palese? Ma se è tutto così alla luce del sole, allora perché la gente non fa niente? Cioè, ma perché non destituirle, le istituzioni, se è colpa loro…
– Eh, perché sono appunto istituzioni. Da noi molte cariche istituzionali sono coperte da criminali, che poi non è sempre facile riuscire a sradicare dal territorio. Ci sono giochi di potere ma soprattutto economici che arrivano molto in alto a volte…
– Sì, ma il governo! La gente! Anche la gente! Io andrei fin nell’ufficio di quello lì e lo porterei via…
– Eh, e poi? Che fai, lo ammazzi?
– No! Lo consegnerei alla giustizia!
– La quale poi metterebbe in galera te per aver sequestrato lui.
– Ma è un criminale!
– Sì, ma non è ancora dimostrato. Innocente fino a prova contraria, lui, per la legge, colto in flagranza di reato tu.
– Ma…
– Ma niente. E poi se mettono in galera lui, devono mettere in galera anche chi ha fatto affari con lui. Il che significa che ci finirebbe, in galera, anche un bel po’ di gente di qui, lo sai? Gente grossa, con cui fa affari anche il governo, tipo.
– Eh, adesso xe colpa nostra…
– No, non è colpa vostra, Ste’. Questo è il piano su cui stanno cercando di metterla su certi giornali, un’altra bella contrapposizione senza senso tra nord e sud. Io ti sto solo spiegando perché nessuno fa niente, soprattutto ai piani alti.
– Comunque io cercherei di mettere in piedi un’insurrezione popolare…

Bassano del Grappa, poi:

– Quello che io non capisco, poi, è perché la gente protesta contro gli inceneritori…
– Eh, quelli protestano perché vogliono in sostanza due cose: che gli vengano bonificati i siti contaminati sopra i quali hanno dovuto vivere fino a ora, e poi perché gli inceneritori siano fatti per bene e perché quello che ci viene bruciato dentro sia solo quello che può essere bruciato dagli impianti, cosa che da noi nessuno può assicurare…
– Però non è possibile che non succede niente, che quelli stanno ancora lì, ma davvero a nessuno è mai venuto in mente di andare con una spranga a togliere di mezzo i responsabili, visto che si sanno anche i nomi?

E ad un tratto, d’improvviso, mi mancano le parole. Non so. Più. Cosa. Dire. Loro.
Resto in silenzio, con la sensazione di avere un buco che mi allarga sotto i piedi: di corrette informazione e percezione del reale per loro, di senso della democrazia per me, che mi ricordo anche del momento e del luogo precisi in cui me lo sono perso per strada. Enorme, per tutte e tre, è la voragine dov’è finito il senso di quello che è giusto e quello che non lo è, insieme ai diritti, quelli che potremmo e dovremmo avere e non abbiamo. Unitamente ai doveri.

Dopo tante tiritere, davanti a due altri da me e alla loro adulta innocenza, mi sono venute meno le parole per le quali pensavo che avrei sempre avuto fiato. E forte, mai come questa volta, la sensazione di vivere lungo un pozzo, e venire dalla Luna.

Borìn

giovedì, 13 Marzo 2008

Dice: qua c’è aria da borìn, stamattina.

Dico: uh, mi spieghi ben benino com’è l’aria da borìn? Mi manca del tutto…

Dice: borìn è quello che fuori dalla Venezia Giulia è già considerato un ventaccio. Ma che ne sanno, gli altri 🙂 Non fa mai danni, non supera gli 80 km/h, è piacevole, tiene il cielo pulito, è benevolo, tiene i capelli in ordine e lontano dagli occhi e, soprattutto, caccia via tutti i pensieri tristi.

[così.]

L’école du regard

martedì, 19 Febbraio 2008

No, che poi quante cose ci stanno da sapere di un posto prima, durante e dopo che ci hai messo i piedi dentro. Case vecchie di sessant’anni, qua c’era il bagno e mo’ ci sta uno stanzino, qua era tutt’una cosa mentre mo’ c’è una cameretta e un bagno, quindi su questa parete ci puoi fare buchi senza problemi, su quell’altra statt’accòrta che ci sta il cement’armato. Sott’al finestrone ci stava la stufa al kerosene, e il disimpegno non era. Bello il disimpegno, ci so’ momenti che è la parte della casa cui uno si sente più affine. Un minuscolo campo neutro tra una stanza e l’altra, che ci parliamo con una lingua che non è mia né tua ma ci capiamo, un po’ a culo, come viene, mischiando le parole mie e tue invece di distribuirle unammé, unatté. Le lingue, i toni, le virgole, pure le parolacce, gli apostrofi, le cadenze non sono di nessuno. Casa mia non è solo casa mia, ma di chiunque voglia venirci, e ciò non toglie che io sia di qui.

Nessun posto è mio: sono io, semmai, che sono di un posto.

Ah, le d eufoniche non ti piacciono? Se solo sapessi dove sei in questo momento. La sola cosa che so è sei da qualche parte qui vicino. Vabbuo’, mo’ m’assètto e t’aspetto nel disimpegno, tanto sempre di qua devi passare.

(no, è che ieri)

No time for what?

mercoledì, 30 Gennaio 2008

[Friuli, supermercato di quartiere a fine giornata. Alla cassa la ragazza, giovane ma dall’aria sfatta. Oltre la barricata del nastro il cliente dai capelli bianchi coi baffoni, il viso secco di rughe, il vocione e le spalle grandi.]

– Buongiornotesserasocio, signore?
– No… no… nono! Ho i miei anni, io, eh…
– …
– …io vede, son tanti anni che vengo qui e non l’ho mai fatta la tessera, ché non avevo mica tempo, sa, avevo da fare, tante altre cose da fare, io…
– …
– …e che, seh, mica avevo il tempo, non andavo mica in giro con tutto quello che avevo da fare, lei lo capisce, eh, no, ma forse non lo capisce, che volete capire voi giovani, del non avere tempo, avevo da fare io, altro che tessere e tessere…
– …
– …non avevo mica tempo di andarmene in giro, io!
– Eh, come se andare in giro non fosse importante.
– Ma…
– Eh, che poi se si viene su come lei…
– Come, scusi?
– E comunque la tessera io gliela devo chiedere per disposizioni aziendali, MICA PER TESTARE LA SUA PRODUTTIVITA’  DAL MEDIOEVO A OGGI, E OH!

Applauso dell’intero corridoio delle casse, clienti e impiegati.

Hear what they say, say what you mean

giovedì, 24 Gennaio 2008

[a tavola, sei amici: si chiacchiera, si gustano cose buone, si ride, si discute.
Ad un angolo del tavolo, una mano tozzoléa la spalla accanto]

– Oh.
– Eh.
– Che c’è?
– Mh?
– Sonno?
– Mh… no…
– Stanca?
– No no, veramente no…
– Annoiata?
– Ma che stai a di’, France’?
– No, è che stai così, un po’ silenziosa.
– Sì, ma…
– Tutto bene?
– Sì, sì, benissimo. E’ solo che sto… ascoltando.
– …
– …. ?

Sorride con gli occhi, che gli scintillano come stelle scure.

– No, tu mi devi scusare… è che sono così abituato solo alla gente che parla che mi sono dimenticato che esiste anche quella che ascolta. E mi ero anche scordato che la risposta di "che c’è?" non è per forza "niente".

L’Eucatastrofe (con l’articolo e l’iniziale capitale)

sabato, 12 Gennaio 2008

Zia.

Non c’è grado di parentela a unirvi, ma per lei sei appena diventata: zia.

Di zeta, di i e di a. Prima e ultima lettera dell’alfabeto, e una di mezzo.

L’avevi taciuta, lei e l’attesa di lei, per l’ingestibile realtà del tuo legame con la madre da cui è venuta, sorella senza sangue comune che un generoso clinamen t’ha portato sulla Strada. Ma adesso si può dire, si può dirla ovunque, anche in un posto che non c’azzecca niente come questo.

E allora benvenuta, piccola Daria.

Il tuo nome promette: Bene.

Buon anno nuovo

mercoledì, 2 Gennaio 2008

(telefonata di auguri)

Mamma, senti…
– Che c’è?
– No, volevo chiedervi una cosa…
– Eh.
– … per favore.
– Ummaro’, e che è?
– No no, niente… cioè, è solo che… vi prego, tornate un giorno o due più tardi.
– Eh? Perché?
– Perché qui non si può stare, si soffoca e se vai in giro dopo un po’ gira la testa e ti vengono i conati di vomito. Stanotte volevamo vedere l’alba e ce ne siamo dovuti salire a Casertavecchia per capire cosa stava succedendo. E’ bruciato tutto. Hanno bruciato tutto, ma’. Tutto. La città e la campagna erano tutte fumo e fuoco. Faceva paura. Vi prego, non tornate ancora. Statevene lì. Non tornate. Non tornate
.

Mi passa il telefono e volge gli occhi lucidi verso le montagne. Lo so a cosa pensa. Ricorda quel giorno in cui le ho detto che la situazione è grave, e che per capire quanto sia grave bisogna immaginarsela come qualcosa di enorme che non succede da un giorno all’altro ma monta, monta, monta finché non si fa onda che si abbatte su te e sui tuoi, e allora devi scegliere tra restare e fuggire, con tutti rischi che entrambe le scelte comportano. La guerra, ma’. Ti devi immaginare che adesso, da un secondo all’altro, scoppia la guerra.