Articoli marcati con tag ‘dialoghi’

Turn’azioni

martedì, 17 marzo 2009

[Era una volta: Voce del verbo: grida (mi), apri (mi), cambia (mi)]

Anìn a grîs usgnot
jenfri erbe e tjere
dongje il Tiliment.

Anin a pièrdisi tal scûr fra sterps e cîl
cence carnîrs nè bês.
Sîors di libertât
a racuei grignei di vite
e respîrs di ajar net
e a durmî di voe sul jèt
d’arint da l’aghe
cence pore d’inneâsi
marivèe di sanc
lontan da gilugne
e dal lisp dai simiteris.
(…)
Anìn a steles usgnot
cun vôj discois e musiche
tal flât cjalt
da nestre picule poesie.

Sîors di libertât
a racuei grignei di vite
e respîrs di ajar net
e a durmî di voe
sul jèt d’arint da l’aghe
cence pore d’inneâsi
marivèe di sanc
lontan da gilugne
e dal lisp dai simiteris
.

[M. Di Gleria]

*

Eravamo marivèe di sanc, lontan da gilugne e dal lisp dai simiteris, e questo è tutto. Eravamo, nemmeno siamo stati. E dopo tanto smarrimento, riempirsi di meraviglia al cospetto di posti sicuri fatti solo d’aria e acqua e terra e parole e luce è ancora possibile. Allora era vero, viene da dire ad alta voce nel mezzo di un letto sconfinato, un mare di costellazioni, di sassi lucenti che arrivano fino all’orizzonte. Questo è un terreno pericoloso, ci si cammina con estrema difficoltà, ogni passo è un pugno sulla pianta dei piedi e non c’è percorso, nessun percorso che sia possibile fare due volte. Ogni volta, ogni passo è l’ultimo in questo preciso punto, e non ce ne sarà un altro. Come quelle ore, come quelle parole. Lo sapevo già mentre accadeva, lo sapevo, me lo sentivo, lo sapevo perché dopo tutto, dopo tutto io so leggere i linguaggi come tu sai leggere i volti. Il tuo vantaggio è nell’immediato – tu sai esattamente cosa accadrà di qui a uno, due, cinque, venti secondi dietro una faccia dopo averlo visto succedere sopra di essa, e quei secondi sai sfruttarli al meglio perché proprio questo è il tuo mestiere – e il mio è su una più lunga distanza: io so cosa succederà alle parole di qui a due settimane, un mese, un anno, e raramente so cosa farmene. Osservo voci e gesti cambiare al mutare degli eventi e non prevedo, ma vedo come sarà. No, non sempre è divertente. O almeno, in certi casi sarebbe più divertente sbagliarsi. E quindi lo sapevo. Ti guardavo cambiare, e lo sentivo. Eppure c’ero, era vero, anche se era tanto tempo fa. E così sei stato, così eravamo: un terreno, una passeggiata pericolosissima. Non ho, non ho mai avuto e non avrò mai riflessi abbastanza pronti per te. E tu, alla velocità della luce sulla quale ti muovi, non riesci nemmeno a vedermi. La verità è che siamo esagerazioni, io da un lato e tu dall’altro dello spettro. Dall’altro capo della gamma ti guardavo e non capivo, e nel frattempo mi ferivi, mi aprivi, mi cambiavi ancora una volta. Non oso e non so immaginare come fosse dal tuo lato del fiume. Mi hai creduto incolore (che non è dato, in natura) per una distanza che era solo apparenza, mentre ogni tuo gesto mi segnava, mi restava, mi viaggiava da capo a piedi andandomisi a stratificare sotto la pelle. Sempre, ogni gesto, anche il più piccolo. Sono fatta così. Dirlo a voce alta non è servito: dopo un attimo ero dimenticata, irrimediabilmente segnata e… passata. Ma ero e sono fatta così, allora come oggi, un corpo molle ad altissima permeabilità, a maggior ragione da mani e occhi che conoscono da tempo le pieghe della mia lentezza. E dunque mi sono dovuta proteggere da te, per la prima volta in vita mia mi sono dovuta proteggere da una voce quando ho sentito che l’affondo s’è fatto troppo doloroso per essere così insensato. Eppure dovevo, avrei dovuto trovarti anche se poi così non è stato. Altrimenti sarebbe stato peggio, sarebbe stato tutto per niente.

E così sei tornato ancora una volta, mentre ti raccontavo senza nominarti alla Voce amica di lunghe passeggiate, caffè e buon cibo e parole. A sua volta, lui tirava fuori dalle tasche il suo, di irrisolto, altrettanto pericoloso del mio. Nel suo caso, anzi, ben più insidioso. C’è poi un tipo di musica, al mondo, che un poco alla volta si tira dietro il battito del muscolo che ci si muove sotto lo sterno finché non l’ha accordato al proprio. Sicché a un certo punto hai le montagne, ENORMI, a destra, il sole in faccia e il solco del fiume – quello della mano, dice lui – a sinistra, e il cuore che ti sembra uscire direttamente dalla canzone che hai nelle orecchie. Allora io lo vorrei tanto sapere, cosa ci rende così. Cosa ci fa così permeabili, tanto che persino il cuore non riesce ad andare esattamente per i fatti propri? Che consistenza abbiamo, noi, io, chiunque sia fatto in questo modo a questo mondo? E guardo lui, che è felice e sembra che i polmoni gli siano improvvisamente diventati più capienti solo per aver visto le montagne, appena al di là del muro delle case del centro. Dalla pancia mi sale un sorriso, che non può vedere perché ha gli occhi immersi nell’intercapedine in cui questi luoghi si sovrappongono tra questo e quell’altro tempo, tutto suo, in cui li ha conosciuti. La luce, gli odori, gli occhi… è vero che è diverso, è sempre tutto diverso. Cambiano le relazioni fra le cose, non le cose stesse. Per me è finita perché dovevo proteggermi. Con te c’era da farsi molto male, per me. Un male contro il quale ero e sono del tutto priva di difese e che pure, vista la mia altissima soglia del dolore, avrei forse anche retto bene. "Se ti dò una caròcchia in testa, così, ti fa male?", "No". "E vedi, questo è il tuo problema: abbassa la soglia del dolore, senti male, proteggiti, urla, di’ AHIA!", "Ma perché, quell’era ‘na carocchia?", "Aaaaaah, MA LO VEDI?".

Avevi ragione. Sono fatta a strati e per me niente è mai veramente passato. Irrisolto, al limite, quand’è passato senza essere passato bene. Mi resta qui, tra uno strato e l’altro, e non mi è possibile tirarlo via senza che caschi l’intero mio edificio. Così è per tutto quello che mi tocca, in un modo qualsiasi. E lui, che si crede pessimista, dice: irrisolto non è perso. E’ vero. A me risolverti, risolvere la tua voce del resto è costato, ancora, l’essere cambiata una volta per tutte. A occhi non solo aperti, ma spalancati. Le Voci sono spietate, su questo non c’è alcun dubbio: il grande, il piccolo… te lo fanno misurare tutto.

Ho abbassato la mia soglia del dolore, allora, a partire da te. Quella volta che hai detto "che tristezza", denigrando la più degna delle fatiche umane e tutte le lingue diverse dalla tua messe insieme… è stato lì che ho sentito ogni cellula parlarmi nella mia, di marilenghe: ennò, vafammocc’, chisto nun sta scritto a nisciuna parte ca me l’aggia tene’. Un calcio nel mezzo delle costole, di punta, non sarebbe stato altrettanto insopportabile.

Da quel momento eri risolto. Diverso, da quel momento tutto era cambiato e nulla più era come prima. L’ultimo tratto del gioco: uniti tutti i puntini, quasi non riuscivo a credere alla figura che ora avevo davanti agli occhi. Risolvendoti, è vero, ti ho perso, infine e finalmente. E così sono tornata a casa, con i capelli un po’ più lunghi e un po’ più bianchi, e una sfumatura del rispetto che ancora non avevo conosciuto in tasca. Quanto pesava, quella tasca. E quanto sa essere leggero, il dolore, anche se ben al di sopra della soglia, dopo una passeggiata così pericolosa e così preziosa dentro uno strato di vita mai visto prima con i propri occhi.

Eravamo marivèe di sanc, lontan da gilugne e dal lisp dai simiteris, e questo è tutto.

Il processo è (in)finito.

Si va a grilli e a stelle, stasera.

Voce del verbo: grida(mi), apri(mi), cambia(mi)

lunedì, 16 marzo 2009

In your eyes, in your mind, in your mind
Clearer than a photograph
No passing of time
Ever could fade
You and I
Shimmering ghostly
Like a wild garden from another life
.

*

(E così, dopo tutti questi anni sei tornato. Mastico queste parole crude, semplici e vive ad alta voce mentre lentamente, lenta, lenta scivolo verso il mare senza riuscire a smettere di averti dietro, nel cervelletto. Mh. Mi ha preso questa specie d’urgenza d’aria e d’acqua appena sveglia, stamattina, dopo una notte imbevuta di sogni e segni, di conversazioni mai avvenute, di abbracci lunghi come anni e poi dimenticati. Ma devo andare verso il mare ora e allora scivolo lenta, lenta, lenta, lenta come un istinto antico, cantando canzoni che allora non conoscevo ma che oggi mi danno la misura della memoria. Nemmeno avessi bisogno del mare per rivederti, nemmeno avessi bisogno di binari per trovare il posto giusto. Perché c’è questo mare che sta alla fine di un’altra ferrovia abbandonata e qui vengo a cercarti, a rivederti quella sera, a rivedere quelle sere che non hanno mai smesso di accadere perché non c’è solo quella che riguarda te, di sera, ma anche quell’altra – eterna – da cui mi strappasti con poche parole violente, volente ma soprattutto nolente. Poche parole che poi sono tutto quello che mi rimane di quelle ore passate in punti diversi e tempi diversi della lunga linea dove la crosta e l’acqua del mondo si toccano. Sere sepolte, vecchie, invecchiate ma come cristalli, immagini che con gli anni sono diventate repertorio dei sogni: contenitori di altri sensi sovrapposti al tuo volto e a quell’altro, di quell’altro tempo, che infatti è tornato a visitare le mie notti ora che durante il giorno tu ti mostri, lucente, ancora pungente e spietato come le parole con cui mi hai riportato alla luce che in qualche modo ti appartiene. Allora era un altro tempo che veniva dopo un anno, un’era di gestazione, di sonno senza sogni e segni senza senso. Allora è venuto quell’attimo in forma di parole, un momento in cui qualcosa viene e qualcosa va. Così va il tempo, nonostante tutte le grandi frasi e le grandi COSE cui si suole affidare il senso della propria esistenza a questo mondo. Grandi cose di stocazzo, che soppiantano interi strati di reale fatti di quella bellezza rozza che era propria della nostra fetta di mondo. Alla fine è un’immagine piccola e densissima ciò che ne resta e quella, pur svuotata dalla risacca dello scorrere degli anni, finisce con l’essere più importante di quello che realmente è stato. In questo sta la densità di quelle notti sotto le stelle, di fiamme e di parole, stelle implose, cose accadute alle quali ho pensato sempre meno fino a che non si sono sedimentate ad un livello della coscienza accessibile solo a patto di varcare delle soglie. Ma quando apro quelle porte quello che sento, che ascolto, è un’esplosione di memoria fatta a strati di senso. Dei sensi: persino il tuo odore ho ancora nel naso, e so che se mai dovessi rivederti lo ritroverei intatto, anche dopo dieci anni, e quelle notti a cui dunque oggi ripenso molto poco sono pure avvenimenti cruciali, punti di congiunzione di importanza massima nel cammino che mi ha portato dalla soglia del nulla sulla quale restavo ostinata, immobile, invisibile e muta, al mondo dei vivi. Fu un niente. Tu non lo hai mai saputo ma la tua voce nei miei sogni ancora si sovrappone alla sua, di quell’altro volto di quell’altro tempo e di quell’altro mare, perché le parole con le quali mi avete uccisa e fatta rinascere sono state le stesse. Lui disse, lieve: "chiudi gli occhi", portandosi via la luce. Tu, invece, poiché la nascita è il più violento di qualsiasi altro atto umano, hai gridato. "Apri gli occhi". "No…". "APRILI!". Nella pretenziosità dei miei vent’anni mi sembrò che per un istante che si fosse fermato persino il mare. Poi un piccolo schianto della coscienza, e un calore di cui non sapevo nulla che mi si posò addosso come un ferro arroventato, cambiando il tempo con l’irrimediabilità di una cicatrice che arriva fino al muscolo della carne, delle cose, di ogni cosa. Cambiandone la forma una volta per tutte.)

Lì, in quel punto esatto della storia, tra parentesi tonde, cominciano le Voci. Lì, appena rinata e vuota come una cassa di risonanza, hanno cominciato a farsi sentire. Ma non lo sapevo, non lo sapevo. Cosa sapevo io, allora? Niente. Un po’ come adesso, ma in un altro modo e in un altro mondo. Era mare, era tempo di paura cieca, a occhi chiusi, fino a quel momento. Fino a quel grido, fino a quello schianto dell’aria nei polmoni, all’uscita della galleria.

Del tempo (im)potente

martedì, 10 marzo 2009

[su certi piccoli aerei di certe compagnie, i posti della fila 16 sono quelli in corrispondenza delle uscite di sicurezza alari, e i passeggeri che vengono assegnati a questi posti ricevono prima degli altri le istruzioni sulle procedure d’emergenza in modo che sappiano come aprire i finestrini in caso di necessità]

– … e questo è tutto quello che riguarda la procedura d’emergenza. Grazie per l’attenzione.

Fa per andarsene, poi torna indietro. Sento un colpetto sulla spalla mentre armeggio con la cintura di sicurezza.

– Scusa…
– Sì?
– Scusami… quanti anni hai?
– Prego?
– Quanti anni hai? No, perché c’è un limite d’età per quelli che possono stare seduti ai finestrini di sicurezza, forse devo farti spostare…
– Trenta.
– Eh?
– Trenta.
– Perdona, scusa, forse non ho capito bene, il rumore dei motori… puoi ripetere?
– Ho TRENT’ANNI!
– OMMADONNA!
– …
– No, cioè, scusa… è che… sembri più giovane… PERSINO DI ME! Complimenti, mamma mia…
– Eeeh…
– Ah, a proposito, solo una cosa: in questo posto le borse non si possono tenere sotto il sedile, devi metterla nella cappelliera.
– Ok, va bene, la sposto subito.
– Attenzione alla tes
– AHIA!
– Uh, che botta! Tutto bene?
– Sì sì, grazie… eh, per forza una si porta più giovane, se c’ha la coordinazione di una bambina di cinque anni…
– Ah ah ah…
– Siamo a posto?
– Sì, grazie. Comunque mi scusi, signora.

Delle cose valorose

mercoledì, 11 febbraio 2009

[Variazione su tema di Erri de Luca.
Lo so che non si fa.
]

*

Considero valore i mezzi pubblici.

Considero valore il ferro che somiglia alle carne degli uomini: binari, biciclette, scalpello, cacciavite e pinza.

Considero valore la scelta di vivere in un posto dove solo in superficie non c’è niente da fare, la cui ricchezza è invisibile e sta in una profondità da conquistare centimetro per centimetro, sorriso per sorriso, una parola alla volta, anno dopo anno.

Considero valore l’acqua, chi la rispetta e chi come essa sa muoversi in tutte le dimensioni del reale, tempo compreso.

Considero valore il diritto di sbagliare strada, quello di scendere ad una fermata che non era quella prevista dal percorso e arrivare a destinazione a piedi, e nel frattempo perdere definitivamente direzione e trovarne una nuova, così, perché distratti da una pianta dietro un cancello.

Considero valore i toast della stazione di Treviso, che se arrivi al momento giusto ti tocca aspettare che la signora finisca di grigliare le verdure per averlo, ma dopo sei contento anche se per quel profumo hai perso il treno.

Considero valore un giubbotto caldo sformato dagli anni, le traversine di castagno di Sardegna che resistono fieramente al tempo anche dove la manutenzione non esiste, il saper tornare e ritornare nello stesso luogo, a lungo, per vedere come cambia la luce con le stagioni.

Considero valore le pozzanghere, finestre aperte sotto i piedi, e il desiderio di conservarne traccia.

Considero valore il rispetto per il cibo e le voci degli altri, e il non rifiutarsi mai di assaggiarlo e ascoltarle. O assaggiarle e ascoltarlo. E’ uguale.

Considero valore le stazioni dove c’è una voce che annuncia i treni di cui si può ancora distinguere l’umore, le manovre dei merci sui binari lontani da quelli dei passeggeri, e i verificatori che ne ascoltano il canto segreto risvegliandolo a colpi di martello come sapienti musicisti.

Considero valore il saper dare un senso ai disastri della vita, non odiare i capelli bianchi, l’essere convinti del fatto che, finché non si tratta delle analisi, ogni cosa in un modo o nell’altro si risolve.

Considero valore la volontà di fare il meglio possibile con quello che si ha a disposizione, anche se è niente, quando arriva il momento.

Considero valore il sudore: quello di una giornata pesante, del caldo dell’estate, della passione, dei viaggi lunghi un paese intero. Italia o Russia, non fa differenza.

Considero valore sapere come si ringrazia e si saluta nella lingua di là dal confine, qualsiasi esso sia – politico, fisico, immaginario come la linea numerata che taglia in due una piazza o vero come un orlo di monti celesti all’orizzonte.

Considero valore il coraggio di dire, di dirsi: avevo creduto di non aver vissuto pienamente. Ma mi sbagliavo.

La mia razza era fatta di personale non viaggiante: questi sono fra i pochi valori che ho veramente conosciuto.

Comunic’azioni (di servizio)

martedì, 3 febbraio 2009


Ben arrivato, caro avventore virtuale.

C’è per caso qualcosa che posso fare per aiutarti a trovare il bandolo della matassa che stai cercando? 🙂 Qui nella colonna destra c’è un indirizzo e-mail, nel caso. Sentiti libero di usarlo.

Buona ricerca, in ogni caso, e a presto.

Voce del verbo: facciamola sconta

venerdì, 9 gennaio 2009

Sì, ci può essere il rumore di fondo… ma la voce lo buca, lo bucherà, lo bucherà come la gramigna buca il cemento.

*

Spogliandosi con sorrisi che sono operazioni a cuore aperto, rivoltarsi come un guanto davanti a una pizza fatta in casa, profumata di origano e dolori invecchiati, istinti feroci, di fame e verità taglienti cui è serenamente inutile sottrarsi, e come creature ataviche muoversi su storie già accadute, a noi e a chissà quanti umani prima di noi. Ci ascoltiamo a vicenda e sì che lo sappiamo e insieme quasi non ci si può credere, come doveva essere e com’è andata – e chissà come sarà poi, e sotto tutta la cenere di e se conservare dopo tutto un qualche sogno disperso nel mare dei segni, piccole risposte alla domanda che nessuno ci ha mai posto mentre noi ce la portavamo piantata nelle viscere, nascosta e protetta da qualsiasi sguardo, persino quello del tempo. Sgranare poi gli occhi per la sorpresa di vedersi quasi allo specchio, e poi alzarsi e uscire, all’aria aperta, aperta, aperta, a caricarsi di scintille di Bora bianca ridendo forte, con tutti i pori, e sconfinare, andare a giocare con i nomi belli delle cose piccole di un’altra lingua,  e ancora abbracciarsi e salutarsi con una qualche leggerezza, prendendo in giro questa vita come una pentola che ci ha cotto, prima, e che infine si è aperta come un mare, lasciandoci andare alla deriva. Senza paura, se fosse per noi. Come appena fuori dalla Siberia.

A Sesto al Reghena, verso  le montagne, un granello di spazio profondo ha tagliato in due il cielo con un bagliore acuminato. Ecco, lascia che facciamo a metà – gli ha detto una qualche parte di me. Lascia che facciamo a metà.

Cristallizz’azioni

giovedì, 1 gennaio 2009

Come le lettere dei sogni, che quando stiamo per capirle si confondono.

*

Il suono della neve che si posa
era appena dietro l’orizzonte di una spalla
al volgere dell’anno.
Ascolta.
Non c’è pro
ma ascolta lo stesso.
Non serve a niente
non è servito a niente
se non a fare geografia.
Lo so che non serviva
ma ho ascoltato lo stesso.
"Pretendere di vivere"
non è affare esclusivo
di quelli che lo sanno fare.
Anche per questo non c’è nessun pro
solo errori e tentativi
spostamenti progressivi
verso un preciso punto nello spazio.

Chi ci arriva più vicino
riesce solo inutilmente a sentire
che fine fanno i suoni
sotto la neve.

Forget – what you don’t know yet

lunedì, 14 luglio 2008

Questa notte ho fatto un sogno strutturato a Matrioska.

[Elio e le Storie Tese, 2003]

*

Ti odiavo. Con la gola che mi faceva male per la rabbia, a tavola, parlavo col diaframma e con ogni fibra del mio corpo, facevo alla mia famiglia l’elenco delle tue menzogne, tu eri ospite e sedevi con noi e non potevo sopportarlo, non potevo sopportarti seduta lì e loro con gli occhi bassi senza il coraggio di mandarti via a ceffoni, a sputi, a coltellate, senza il coraggio di dire niente, e quelle facce come a dire, a me: ma ti pare il caso proprio adesso?
E tu, poi, seduta lì tranquilla finché a un certo punto non hai detto, calmissima, senza alcuna inquietudine: "ma cosa stai cercando di fare, per caso stai provando a mandarmi via? Guarda che non ci riesci mica, non hai idea di quante volte sono stata nella sua stessa stanza senza che lui lo volesse, non pensare di riuscirci tu adesso".

E’ stato allora che mi sono alzata in piedi, con la forchetta stretta in mano, e che ho preso a gridare NO, E MO’ BASTA, NON LO SOPPORTO, IO NON POSSO SOPPORTARE LA TUA PRESENZA IN CASA MIA, NO, ANZI, IN CASA DI MIA MADRE, CHE’ IO QUA NON CI ABITO PIU’, NON SOPPORTO SENTIRTI APRIRE LA BOCCA, TE NE DEVI ANDARE, ADESSO.
E mia madre che non mi guardava nemmeno, gli occhi fissi sul pane a pezzi accanto al piatto, e MA ADESSO TI FACCIO A PEZZI IO, ho detto con i muscoli siringati di una fòja che mi sfuggiva come un conato di vomito, TI FACCIO A PEZZI CON LE MIE MANI, CHE STAI QUI QUANDO DOVRESTI SOLO SPEGNERTI DI VERGOGNA, TERRORISTA, CHE MO’ NESSUNO TI DICE PIU’ NIENTE PERCHE’ HANNO PAURA, SEI CONTENTA, EH, MA IO TI FACCIO A PEZZI, LO SAI, TI FACCIO A PEZZI, TI FACCIO A PEZZI, TI FACCIO A P….

*

– … ehiehiehi.
– hhhhhhhhhhh!
– Respira, ue’, respira…
– hhhhhhhhhhhh…
– Piano, piano…
– hhhhhhhhhhhhh…

Il volto in fiamme, ti sei sentita sollevare per le spalle. Buio. Stavi co’ ‘sti pugni stretti stretti e non sentivi l’aria intorno.

– Chi è che vuoi fare a pezzi, ne’?
– Oddio, oddio….
– Tranquilla… tranquilla…
– Eeeehhhh….
– Allora, con chi ce l’avevi?
– Non… lo so… le bugie…
– Eh?
– Le bugie… a tavola con noi tutti i giorni… ma era… chi era…
– Ma che dici?
– …
– Avevi le braccia tese in avanti, te ne sei accorta?
– Non… so…
– Senti, tu mi devi fare un favore: dedicati di nuovo ai viaggi. O a Caserta, anche, come ti diceva Manuela.
– Eh, ma mo’ che c’entr…?
– Insomma, di’ alla tua anima di lavorare di meno.
– …
– No, sai, così per lo meno la notte si dorme.
– Uff’, mi dispiace di averti svegliato…
– Svegliato? Ma no, figurati, guarda che sono andato al lavoro più di un’ora fa.

*

Apre gli occhi, d’istinto la mano s’allunga verso il cuscino accanto.
Vuoto.
Interno giorno.

Di pesi e misure

giovedì, 3 luglio 2008

– Ah, l’hai provata anche tu, allora, quella cosa della meditazione?
– Sì sì.
– E fammi capi’, per quanto tempo poi?
– Il primo incontro, poi basta.
– Azz’.
– Eh.
– Motivo?
– No, è che… alla fine della sessione di meditazione ho visto che sì, effettivamente mi sentivo davvero più sereno e tranquillo…
– … e quindi?
– E quindi dopo mi sono chiesto: ma a me mi interessa veramente di stare più sereno e tranquillo?
– Eh.
– Ovvio: no.
– Lo sapevo.
– Comunque, insomma, per me non valeva l’impegno di una serata alla settimana, tutto qua. Mi interessa restare sveglio, casomai. Che ci devo fare.
– Atti’, ti ho mai detto che ti voglio bene?
– Svariate decine di volte, negli ultimi vent’anni.
– Eh, ma mo’ un po’ di più.
– Mh, che culo.

Preferisco i giorni feriali (ovvero: ansia da strattonamento)

lunedì, 2 giugno 2008

Ciao, esci?

Oh, ma perché lui non viene giù?

Perché non mangi con noi?

Dove siete stati oggi? Vi abbiamo visto uscire.

Ma non hai caldo?

Ma non hai freddo?

Cos’è quello?

Lo rimetti a posto?

Cosa fai adesso?

Ma tu cosa fai in genere?

No, perché questa cosa dei rifiuti.

Perché prendi la bici?

Dove vai adesso?
[una risposta qualsiasi]
Ah, e come mai?
[oppure: ma è lontano!]

Siediti!

Tanto la musica non vi dà fastidio, no?

E neanche il rumore e il fumo di scarico del motore della macchinina radiocomandata, vero?

Cosa facevi prima di là?

Ma perché sei così curiosa?

Ma perché parli così poco?

Oh, ma tu non fai mai domande, proprio.

(forse perché sono andata in iperventilazione, a un certo punto)