Articoli marcati con tag ‘dialoghi’

(f) ramment’azioni

martedì, 12 maggio 2015

Onora il pare e l’amare.

*

Ciao, occhi grigi. Dove eravamo rimasti? E’ difficile riprendere i discorsi che sono stati: tanto hanno cambiato aspetto il tempo e il suo fluire che credo ormai di dover dare per passato tutto il linguaggio, tutto il dire e l’immaginare che allora erano frutto di quelle precise stagioni, ma che ora hanno mutato ancora una volta forma, sostanza… persino l’odore stesso della voce che li aveva fatti venire al mondo. Lontano dalla carta e dalla forma scritta tutta, quel tempo e quelle parole si sono infilati in altri strati di vita fino ad evolversi chissà come, chissà dove, in chissà quali altri contorni. Cioè, voglio dire, non posso più parlare le parole di allora, così tanto vale riprendere da qui, dal consistente vuoto del vocabolario che ho adesso: meno ricco, forse anche più legnoso o… non lo so, comunque diverso, ma non per questo meno irrequieto.
E così. Occhi grigi, amici, che bello rivedervi, anche solo per telefono. Allora ero per esempio così inutilmente piena di silenzio che non penso di avervi nemmeno mai detto quanto mi piacesse andarmene in giro a camminare e guardare il Fuori insieme a voi (ché eravate tanti, ‘cidenti). Dato che non credo e non ho mai creduto al concetto di lasciar intendere (se lo lasci, cazzarola, come si può afferrarlo, un senso?), non credo di averlo mai lasciato intendere, quel desiderio di vedere insieme, facendo così andare perduta una cosa così, semplice semplice, né brutta né bella, soltanto che c’era, oserei dire di averla pensata addirittura vera. Era così vero che mi piaceva stare insieme a voi, che mi ci sarei potuta prendere a schiaffi, con quel senso, che poi era il tatto, che poi però in quel periodo si era messo ad abitare nel naso. Ma vabbe’.
E forse è per questo che oggi torna a saltarmi addosso – che poi è dentro – il vostro colore. Vi parlavo così tanto, da dentro, che adesso che mi è scoppiata la voce in gola mi è venuto naturale parlarvi a voce alta, così come non penso di aver mai fatto all’epoca – che poi è ancora adesso, due minuti fa, dieci momenti or sono al prossimo giro di lancetta. Mi fa sorridere oggi il pensiero di me che allora mi dibattevo tra ascolto e parola, tra silenzio e decenza, quando in questo frattempo mi sono aperta così tanto da riuscire a vedermi anche dal difuori, mado’, tipo come quella volta che mi avevate visto pure voi e me lo avevate mostrato e io ci ero rimasta di cazzo, proprio, che non ci potevo credere in nessun modo quanto in quel riflesso fossero vicini il didentro e il difuori che io credevo così lontani all’interno dei miei sgualleriàti confini, e invece erano separati solo dalla distanza di una pelle… che, per quanto ciccia potesse essere, alla fine sempre solo una pellicola era.

Era tutto un film, ok, ma il frigorifero ci sta per questo: leviamo ‘sta pellicola, ecco la forchetta, buon appetito, piatto pulito. Mi piacevate, mi avevate messo al mondo una fame, e di quell’appetito siete stati i genitori. L’avete nutrito e così è cresciuto finché non s’è fatto grande e se n’è andato per la sua strada, come una freccia di luce lo avete tirato fra le nuvole con l’arcobaleno che portavate sempre sulle spalle, pronti a scoccare, a scattare, coi piedi e con le dita che avevate fin dentro i nervi ottici. Non siete stati un’illusione, lo so. Del resto siete ancora qui, oggi vi ritrovo, e solo per questo io…

Fermata non richiesta (10/?) – Sono stato solido.

venerdì, 26 ottobre 2012

E’ il 6 settembre 2008, e il signor Edoardo ha settantasette anni, la mano destra deformata da sessant’anni sulle macchine e con una voce roca che sa di segatura fine racconta di come gli fanno strano i ragazzi di oggi che a sedici anni “che devono fa’? so’ ragazzi…” li giustificano i genitori, ma lui dice: “eh, uagliuni. Io a sedici anni mi sono aperto la falegnameria per conto mio, dopo la quinta elementare mi sono messo a imparare un mestiere, era il dopoguerra, e noi nel dopoguerra eravamo poveri. Noi non c’avevamo terre, perché in famiglia mia tutti falegnami, artigiani e commercianti, e mio padre nel Quaranta teneva sessantamila lire, che ci potevi comprare tipo otto appartamenti. Dopo la guerra, invece, valevano cento quintali di farina, così papà li liquidò, come si dice, perché non tenevamo niente da mangiare. Ho imparato il mestiere da mio padre e da mio nonno, e a vent’anni mi sono comprata quella macchina laggiù, che costava trecentocinquantamila lire. Io non avevo un soldo, mi ci volle una colletta di quattro famiglie di parenti per mettere insieme la cifra. Poi negli anni ho restituito tutto. Per fortuna è andata bene”.
Eccome, se è andata bene. Ci mostra i pezzi di cui va più orgoglioso, tre stipi a due ante, e sul fronte delle ante pare un sogno: paesi del Molise ritratti in minuti mosaici di legno. Ci incantiamo davanti al più bello di tutti, uno spettacolo di tremilaseicento pezzi di tutte le sfumature del legno esistenti, un paese incastrato su una montagna investito dalla luce del tramonto, sovrastato da un cielo rosso sangue. Ci dice “questo l’abbiamo fatto io e mio figlio, tre mesi di lavoro. Volevo anche farci delle belle nuvole su quel cielo, ma dopo tanti mesi a lavorarci dalla mattina alla sera mi so’ sfasteriato. Ah, ma tanto finché sta qua… prima o poi lo faccio, e ci metto due nuvole qua e qua, che passano in questa direzione e sono colorate dal tramonto”.
Anche ora, che è estate e si lavora poco, un paio d’ore in falegnameria se le fa tutti i giorni, dice, “sennò passo una cattiva giornata. E’ che ho guadagnato bene e la vita alla fine mi è girata bene, ma io sono rimasto sempre lo stesso!”.
Indica gli abiti da lavoro, una camicia porpora rattoppata e chiazzata di segatura e un paio di jeans che usurati è dire poco. “Per avermi visto col vestito, una volta su in chiesa qua a Castelpetroso, il parroco mi è venuto dietro per strada urlando Edua’, finalmente te vedo vestuto!… vedete, signuri’, come se vestirsi fosse solo quello che te metti ‘o juorno d’a festa cummannàta. Ma io non li capisco, a questi”. Siamo ancora davanti agli stipi, e quando riconosco i paesi sulle ante si illumina tutto e parte a raccontare di come lavorare non sia più gratificante come prima, specialmente in Molise: “non è per dire, ma la gente è ignorante e per ignoranza offende. L’altro giorno è venuto uno che ha detto mh, bellino questo, ma non ci vuole niente a pittarne uno uguale. Pittare. Non s’era manco accorto che era di legno, il disegno”. E continua guardando la sua officina: “l’artigianato è finito, lo vedete, i mobili che durano una vita nessuno li vuole più, è un guaio enorme. Nel periodo che m’è andata proprio bene-bene avevo una ventina di dipendenti, però non era gente che gli piaceva il lavoro, era gente che voleva solo i soldi, allora io ci mettevo mesi e anni per insegnare ma il lavoro non usciva mai come dicevo, mai un lavoro come dio comanda. Ho cominciato a mandare via quelli che non mi piaceva come faticavano, gli altri se ne sono andati da soli quando s’è capito che dovevano lavorare come dicevo io. Finché non siamo rimasti solo io e mio figlio. Guardate che la gente non tiene più rispetto per niente, tanto meno per il mestiere. Ma dico io… se non ti piace, ma che cazz’ ‘o viene a ffa’? Perdonate, eh”.
Ci mostra, infine, il pezzo a cui sta lavorando ora, un quadro con Gesù risorto che offre se stesso bambino, e racconta di quanto ci abbia litigato, con quel Gesù, per un occhio che gli aveva dovuto rifare sei volte prima che venisse come lo voleva lui. Prima che ce ne andiamo fa il diavolo a quattro per offrirci il caffè al bar, e racconta ancora: “ho sempre fatto una vita indipendente, ho lavorato con gente di tutt’Italia, ma la mancanza di rispetto che c’hanno qua negli ultimi anni non l’ho mai trovata da nessuna parte. Mi fanno restaurare mobili di metà Ottocento e poi vogliono pagare quattrocento euro tre mesi di lavoro. Io ho sempre fatto una vita indipendente, capite, lo so come lavorano dalle altre parti, ho girato l’Italia sopra e sotto, e quello che a volte fanno qua da altre parti la piglierebbero come un’offesa. Ma che valore tiene il tempo di una persona, dico io, nessuno? A me tre mesi della mia vita non me li ridà indietro nessuno, manco il lavoro pagato il giusto, figuriamoci le maniere di certa gente. Io lo facevo per la famiglia mia, ma ormai è finita qua. Adesso faccio quello che mi pare, il lavoro che dico io solamente”, e dal bar indica verso l’officina che è lì a pochi metri, e dalla quale si scorge la cornice di un portone che sta appoggiata di fianco su un tavolo che non ne ho mai visto uno così grande. “Guardatelo mo’, e se venite alla vernata poi vi faccio vedere che ne facciamo uscire”, mi risponde quando gli dico che mi piacerebbe vederli lavorare, lui e suo figlio.
“L’importante è conservare la testa”, ci fa alla fine. “Io ho avuto abbastanza, e sto bene accuscì”.

– E vabbe’, tenete quest’arte nelle mani, e che vi serve più? Sapete fare delle cose meravigliose!
–  Signuri’, non dite così. La gente tiene in testa un sacco di cose stupide: i titoli, le lauree, e poi ci passano in testa a noi che non abbiamo studiato. A me questo mi pare assurdo, perché se poi andiamo a vedere un laureato tante cose non le sa fare. Ma io non dico che uno è meglio e uno è peggio, è solo che loro sanno fare delle cose e l’artigiano ne sa fare altre. Io so fare quello che so fare, e quello che so fare lo so fare bene. Tutto qua.
– Guardate che io quello che vedo qua l’ho solo nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli, non so se avete presente…
– E non lo so, io all’inizio ero falegname di mobili, porte e portoni, poi a un certo punto mi sono messo a guardare certi mosaici di legno del ‘500 e del ‘600 che stavano sull’enciclopedia dell’arte di mio figlio, che studiava architettura ma poi ha smesso. Mi parevano disegni e non ci potevo pensare che erano fatti di legno… però se erano fatti di legno forse potevo provare anche io, pensavo. Ho provato a ricopiarne qualcuno, e così ho cominciato.
– Ecco, aiutatemi a dire. Avete fatto e fate cose meravigliose.
– Vabbe’, voi non mi capite. Volevo dire che, se gli piace, lo può fare chiunque.
– Se lo dite voi, don Edua’…

Alziamo le mani in segno di resa, e lui si fa una bella risata.

– Comunque tornate a trovarmi, mi fate tanto piacere.
– Prossima volta che passiamo siamo qua.
– Allora salutatemi Pordenone. E’ una bella zona, ci sono stato quattro o cinque volte per dei lavori…
– Davvero? E che lavori avete fatto?
– Ma niente, cose andate esposte in qualche palazzo che non mi ricordo come si chiama.
– …
– Eh, fate quella faccia ma guardate che non scherzo mica, quando dico che ho girato.
– No, è che… vabbe’, lasciate sta’.
– Comunque non vi dimenticate, mo’ che trasite a Pordenone, di dire “saluti da Eduardo il falegname di Castelpetroso!”.
– Sarà fatto.
– Stateve bbuono!
– Pure voi.
– Ce putite juca’ tutto chello che tenite.

(continua)

Gravità (chiéna ‘e vacanterìa).

sabato, 19 maggio 2012

Love it or leave it, she with the deadly bite,
quick is the blue tongue, forked as a lightning strike.
Shining with brightness, always on surveillance
the eyes they never close, emblem of vigilance.
Oh, no, no, no.

Said don’t tread on me.

*

Perché la parola scritta pesa così tanto? Le stesse, identiche parole quanto diversamente lasciano il segno a seconda che si scelga di dirle o scriverle?

– Be’, è il motivo per cui anch’io a un certo punto ho smesso di leggere quello che scrivevi.
– Perché?
– Perché ci stavo male. Perché quando uno che ti conosce ti legge, si aspetta un atto comunicativo. Invece per te non è così… l’ho capito col tempo. Scrivere per te è un modo di pensare, di… tessere i pensieri. Quello che metti lì sul blog, paradossalmente, può essere condiviso solo con chi passa di là per caso e non ti conosce, non con le persone con cui condividi o hai condiviso la tua vita.
– Sì, è vero. Ultimamente sto incappando un po’ troppo spesso in questa specie di tranello, e spiegarlo mi è quasi impossibile…
– Già, chi ti sta intorno dovrebbe sapere quanto poco importa il motivo per cui scrivi lì. Per gli altri, intendo. Quelle non sono cose che devi dire a qualcuno di specifico, è più una specie di lavorìo che fai su te stessa…
– Sì. E’ come sognare, ma mentre sono sveglia. Le forme sono quelle della mia vita ma nel tempo si trasformano, anche profondamente, e il significato che prendono a volte non lo conosco nemmeno io. Si cristallizzano, diventano simboli, si rimescolano e diventano qualcosa d’altro.
– E poi se ti capita di rivolgerti a qualcuno che ti sta intorno, in questa specie di forma di scrittura, succedono i casini. Perché loro si aspettano che lì ci sia un messaggio, come quando parlate nel quotidiano… ma tu quando sogni e insieme fai segni perdi ogni forma di tatto, scrivi per te, procedi per immagini, usi pronomi di seconda persona per quelli di prima. E’ un casino!
– Eh, lo so…
– E poi non c’è messaggio.
– No, be’, non è proprio che non c’è messaggio. E’ solo che il messaggio è un filo di pensieri che non voglio perdere, e per certi versi si può anche condividerlo. Però sta un piano che non è quello del quotidiano. E’ qualche altra cosa che non so nemmeno io. O meglio, io ce l’ho ben chiaro qui, solo che non lo so dire.
– E’ per questo che in quel posto solo con chi capita lì per caso puoi alle volte intenderti.
– E sì, perché contesti e dettagli e messaggi di un certo tipo sono necessari solo con le persone con cui hai effettivamente un rapporto. Ma il cammino inverso è pure possibile… a volte gli incontri casuali che quel filo di pensieri che non voglio perdere mi ha portato sono stati incredibili, e nel tempo, poi… vabbe’, ok, l’ho detto già un miliardo di volte.
– Eh, infatti. Ma per esempio, no?, adesso come lo spiegheresti che a questo punto io non sono già più il tu con cui stavi parlando all’inizio di questa chiacchierata, e che solo due frasi di tutto quello che ora ti sta venendo fuori sono state realmente dette da qualcuno?
– Uhm. Non lo spiegherei, come ho sempre non fatto. Oppure puntualizzerei che questa non è una chiacchierata, presumo. Boh.
– E mettici anche che questo non è nemmeno un diario.
– Anche.
– Però quello che dici a volte pesa.
– E lo so. Ma è perché c’è uno strato della mia voce che è soltanto scritto, e su questo non posso farci niente. L’altro problema è che mi viene di parlare soltanto di immagini che si svuotano del loro senso originario, e che mescolandosi ad altre diventano qualcosa che prima non c’era.
– Quindi questo cos’è?
– Sta scritto là sopra: è un posto densamente vuoto.
– Ma capiente.
– Pure troppo.
– E vivo.
– Purtroppo. Per me.

*

So be it
Settle the score
Touch me again for the words that you’ll hear evermore.

Sì.

martedì, 8 maggio 2012

Wish I was old
and a little sentimental.

The more you like it, the more it hurts: why stop now?

*

Quanti anni ci ho messo a capire che in fondo non c’era niente di sbagliato? Un’adolescenza e mezza vita adulta, grosso modo. Questo è un altro dei tuoi innamoramenti, mi dicevi ogni volta, e sotto la pelle di queste parole la domanda: insomma, ma ti decidi a crescere?
No. La risposta era no, ma io conservavo una relazione troppo importante con te e troppo poco importante con me stessa per non mettere in dubbio la mia visione delle cose. Avrei forse dovuto accorgermi che stavamo già crescendo, allora, ma semplicemente in due direzioni diverse. Tu stavi facendoti la scorza, mentre io stavo abbandonando a piccoli pezzi quella che avevo tentato – senza alcun successo – di costruirmi fino a quel momento. Tu la strada andavi facendotela, io la mia la stavo prendendo. Sono due cose assai diverse. Io ho fatto una scelta morbida, alla fine, quella cioè di restare molle e flessibile e vaga e sognante, mentre tu ne facevi una per certi versi contraria, fatta di chiarezza, praticità e determinazione. Naturalmente, nel mondo e nel tempo in cui viviamo, al tuo tipo di deriva viene di norma assegnata un’etichetta più adulta, quindi da ammirare. E infatti ti ho sempre dato ascolto come a nessun altro, ho sofferto dei tuoi giudizi negativi anche quando me li comunicavi con i sorrisi che non mi hai mai risparmiato, e io ridevo di rimando anche se l’intestino mi strideva di quella strana vergogna che si sente da bambini quando mamma e papà ti sgridano davanti agli altri. La cosa buffa, in quei momenti, era che i genitori e gli altri coincidevano in un unico punto, cioè tu, per cui non c’era via d’uscita. Allora dubitavo. Sempre e solo di me. E non so per quanto ho lottato contro le cose che di me non ti piacevano: solo perché me lo dicevi tu, che non andava bene, allora doveva esserci qualcosa che non andava. Oggettivamente. Per forza. Lei capisce tutto, lei non si sbaglia.

Un’ironia enorme.

Perché era proprio allora che stavo iniziando a crescere, al contrario. Perché, al contrario, la risposta non era no.
Sì. Questa era la vera risposta.
Sì, io mi innamoro. Sì, le mie amicizie sono degli amori. E sì, mi innamoro anche di cose. E diciamo anche che le cose di cui mi innamoro sono le sole che riesco a portare a termine, o a portare avanti nel tempo. Sì, mi innamoro continuamente di cose e persone, anche perché quando non mi innamoro resto indifferente. Perché se non mi innamoro non provo alcun desiderio: di toccare, di ascoltare, di annusare, di abbracciare, di approfondire, di capire.

Quindi era vero, avevi visto giusto anche in questo caso. Quello che non ti è mai riuscito di vedere, però, era che i miei innamoramenti non erano semplici infatuazioni, ma amori veri e propri che sì, a volte facevano il loro corso e, finendo, mi spezzavano il cuore. Tu credevi che mi stessi rifiutando di crescere, quando invece stavo solo imparando il mio modo di essere. Ho detto di sì un po’ a tutto e a tutti, nella mia vita, è vero, e ogni volta mi sono messa in gioco. Ho amato, sempre, e molte volte ho perduto, nella tua ottica, ma per me è sempre stato il contrario. Ogni volta ne è valsa la pena, ogni santissima volta.

E poi: hai sempre creduto che mi innamorassi solo dei miei amici maschi.
Ecco, questa tua piccola malizia è stata sempre la cosa che forse mi ha punto più spesso, negli anni.
Perché non ti sei mai accorta che i nostri modi di essere sono in certi aspetti così diversi che solo la profondità di un sentimento senza nome avrebbe potuto tenerci insieme fino ad oggi. Se ancora oggi riesco a darti ascolto e a volerti bene, è solo perché di quei miei innamoramenti fai parte anche tu. E non potrebbe essere altrimenti.

E infatti sì, è vero. Mi innamoro, mi sono sempre innamorata, e non posso farne a meno. Non c’era niente di sbagliato, niente che andasse cambiato, nonostante gli errori, il dolore, la cecità e tutto il resto.

Sì, insomma. Mille volte sì.

*
Ma era tutto sbagliato, naturalmente. Il mezzo, il tempo, le parole stesse. Tutto c’entra sempre con tutto, e questa era solo la scintilla di una miccia ben più lunga, che finalmente ha trovato la via verso la deflagrazione. Benedetto sia l’errore, sempre ben detto.

Condens’azioni

domenica, 3 aprile 2011

There's something in the air that greets me,
There's something in the air,
I don't know where I belong, or where does it go from here.

See my dreams: they're not like anyone's.

[Nick Holmes, 2005]

*

Allora stasera hai deciso di appoggiare in qualche modo il tuo peso sui nervi che stanno sopra la testa del femore – ti ringrazio – in modo da farmi perdere temporaneamente l'uso della gamba sinistra, e nel frattempo mi rendo conto che ti sto parlando, sì, sto parlando proprio con te, che sei ma ancora non ci sei. E io che sorridevo a quelle che mi dicevano "io ci parlo continuamente, fin dal giorno in cui ho saputo che c'era". Quanto sovraccarico emotivo, mi dicevo, un po' afflitta da tutto il gran rumore che ruota intorno alla pro-creazione, il più delle volte considerandolo fuori luogo, inutile, niente più che una sega mentale dovuta a tutta una serie di condizionamenti culturali che da parte mia credevo di aver rigettato un agosto di ormai tanto tempo fa. Ma si vede che questo dia-logare è una cosa che arriva, prima o dopo, ed è bene che me ne faccia una ragione. Quel che vedo e sento, però, è che la gestazione, l'attuazione di una creatura, procede su diversi binari, è un treno i cui vagoni viaggiano non in fila ma l'uno accanto all'altro, parallelamente, con un'andatura che è davvero difficile associare a qualcosa d'altro. Non so.

E il linguaggio, poi.

Nel tempo, l'entità della tua presenza nelle parole è andata progressivamente crescendo in modo del tutto proporzionale alla tua crescita dentro le mie viscere: all'inizio niente, eri una traccia onirica di quelle che al mattino lasciano solo una qualche lontana sensazione al risveglio ma senza che sia possibile ricordarle; più avanti eri uno di quei sogni – o incubi, ché pure ne ho fatti – che si fanno all'alba, che si ricordano a pezzi durante il giorno, all'improvviso, tipo oh, chissà perché non si chiude 'sta cazzo di zip, e poi ah, sì, giusto, è vero. E poi dopo ancora, dopo ancora hai passato la soglia della veglia e sei diventata parola. Prima una. Poi qualcuna in più. Poi a grappoli. Senza neanche rimuginarci sopra, andavi e venivi a onde di frasi qua e là, sul bagnasciuga ghiacciato di giornate invernali corte e sottili, che sono passate presto. Poi hai iniziato a farti sentire, e anche lì il inguaggio è andato di pari passo: quando eri solo un lontano fremito simil-intestinale avevo i primi sussulti di sorpresa e ti cantavo addosso, in macchina, mentre andavo al lavoro. E poi… poi sei esplosa. Nelle parole come nella pancia. E non solo nel mio, di linguaggio, ma anche in quello degli altri intorno. Più ti sentivo differenziarti dal mio organismo più nettamente ti ho visto assumere una tua forma nei significanti e nei significati che ti riguardano, e un ingombro sempre maggiore. Testimonianza ne è il fatto che sei arrivata fin qui, in questo remotissimo angolo del mio linguaggio che non mi serve per costruire relazioni ma solo per rintracciare e fissare ridondanze e ossature – in questo caso quelle generate da te, alle quali, viste le dimensioni fisiche che hai ormai assunto nel mio corpo, in questo preciso spigolo del tempo che sto trascorrendo a questo mondo, mi riesce difficile non pensare. Anche se so che ormai è questione di tempo: passeranno anch'esse, e muteranno in qualcosa d'altro, pur continuando ad avere a che fare con te.

Insomma, col tempo da sogno ti stai facendo anche tu segno, pur restando ancora l'uno e l'altro, come tutti i tuoi simili che sono venuti prima di te, e come quelli che verranno. Dalla relazione tra due cose viventi ora risulti tu, una cosa nuova che prima non c'era, che è insieme fatta delle due cose che l'anno generata e allo stesso tempo diversa da esse. Una metafora di cui ancora non si conosce il significato, forse e più precisamente. Sei. Sei e non sei più noi, o me, né sei più neanche parte di me, no, al limite mi abiti; sei sempre più altra e insieme sempre più vicina: in quest'ultimo mese della nostra buffa coabitazione non c'è più distanza a separararci, né liquida né strutturale. Siamo umane e formate, uguali in tutto e per tutto, e compresse in così poco spazio che non vediamo l'ora di separarci. Rannicchiata e a testa in giù, quando non potrai più muoverti del tutto, a un certo punto tu inizierai a farti strada e io a spingerti via. La nostra separazione sarà la prima cosa che ci permetterà di raggiungerci, alla fine.

Non sarai mia, te lo prometto, ma sarai nata. E questa, delle parole, sarà soltanto l'inizio.

Voce del verbo: di parole (an) negate.

martedì, 15 febbraio 2011

Era  nel bel mezzo dei Magredi, un giorno che eri andata a pedalare per scacciare via il torpore di un momento pieno di dolore. Laggiù trovasti il temporale, e nell'oceano di sassi senza strade anche queste parole, che iniziavano a sciogliersi sotto le prime gocce del nubifragio di maestrale che di lì a poco ti avrebbe investita senza lasciarti più niente di asciutto addosso per venticinque chilometri durante i quali non ti sarebbe poi riuscito di sentire freddo nemmeno per un attimo. Non sai perché, ma non avesti cuore di lasciarle lì a svanire. Cercavano qualcuno che non trovarono mai. Si ritrovarono, per un imperscrutabile caso della vita, sul fondo di una borsa da bici, e lì rimasero, al sicuro tra i due fondi impermeabili, al sicuro persino dalla mano ladra che osò scollarle dalla pietra bianca sulla quale sarebbero colate di lì a poco, se quella mano avesse avuto la decenza di farsi i fatti propri. Fino a oggi. Quattro anni dopo. Chissà da dove venivano, chissà da chi avrebbero voluto andare. Ogni tanto te lo domandavi, senza però riuscire a ricordarti del provvidenziale doppio fondo. Finirono in un fiume di sassi, e poi qui. Una Voce lontana, che in un posto come quello osò dire: se dovessi mai trovare queste parole, promettimi che.

Perdona, sconosciuta Barbara, ma la pioggia ti avrebbe tradito. E anche una che passava di là, arrancando e sbuffando, tentando di aprirsi una strada con la bici, fuggendo da un'ombra.

*

*
Ho dato sfogo alla mia follia creativa, non riuscivo a trattenere più —————– di un posto che chissà ——— ——— dovrebbe collegare i miei pensieri ai tuoi. Folle fino alla fine, pensando che magari venga anche a te la voglia di venire qui un giorno e trovarci materializzati tutti i momenti in cui ti ho pensato. Non è tristezza la mia, piuttosto stanchezza.
Vengo in un posto come questo eppure non riesco a sentirmi libera. Sembra quasi che ho messo via il diritto di amarti. Mi ero illusa che quello appartenesse a me, e invece, forse, ho scoperto che è stato l'errore più grande.
Sarebbe stato sicuramente meglio riuscire a ———— lì dentro che mi spingeva per il sentimento che tu conosci, ma, come sai forse, non ci sono riuscita, e anzi —— come nel mio stile, ho fatto di quel sentimento un diritto. E' ————————, — credo anche te stesso infondo. Se ti avessi amato davvero non lo avrei fatto? Non credo, perché se questo non è amore, vorrei proprio sapere allora l'amore cos'è? Sia, accettiamo pure il destino che ci tiene lontani, però promettimi che se troverai questa lettera tornerai da me, perché non è semplice coincidenza, e perché siamo in due ad aspettarti
.

Con profondo amore

Barbara.

Delle forme del pudore: la goccia di vetro

giovedì, 17 settembre 2009

Tu eri una goccia di vetro
ma io avevo mani da badile.
Non ci siamo mai salutati su quella collina
dove l’aria e il vento che avevi dentro
sono tornati nel blu
insieme a tutto il resto.

Fermata non richiesta: ∞

venerdì, 21 agosto 2009

La mensa del dopolavoro ferroviario manda, dalle cucine, odore di latrina, ferro, frittura di pesce bruciata. Del resto è venerdì. I giubbotti nel magazzino, quelli arancioni con le bande catarifrangenti, chiazzati di grasso dai polsini in su, intorno alla cintura e sui cappucci, sono appesi ai ganci in una lunga fila sulla parete, saranno una quindicina. Dalla porta si intravede in un angolo una lavatrice, il cui oblò spalancato attende un altro mucchio di giubbotti sudici, accatastati sulla sedia lì accanto. In fondo al primo binario, sul limite del confine della zona passeggeri, oltre la linea gialla che dice che la stazione per i comuni mortali termina in quel punto, c’è una distesa di fiori di tiglio, di future more e aria di stazione. Com’era? Acqua stantìa, ferro, polvere. Sì, era così.

Ecco: la stazione di Pordenone ci mette, di suo, i tigli. Aria di stazione e profumo di tigli da giugno ad agosto. Verso settembre, invece, sono i funghi dei Giardini Cattaneo. A gennaio-febbraio è, lo ricordo bene, freddo, nebbia e caffè.

*
Mentre annusiamo l’aria facendo smorfie, finalmente annunciano il nostro treno.

– E poi? Cosa avete fatto dopo?
– Niente. Abbiamo continuato a camminare per tutta l’estate.
– Ma perché, poi?
– All’inizio non lo capivo nemmeno io. Capitavo questi posti in cui non ero mai stata prima, eppure mi ci muovevo dentro come se ci fossi nata e cresciuta. Come succede a volte nei sogni, hai presente.
– Hm, sì.
– E di tutte le cose che non capivo, quella che capivo di meno era come mai non riuscissi a starne lontana. C’erano dei giorni in cui sentivo una specie di… urgenza. Dovevo mettermi a cercare, e poi andare, e trovare. Quando ci riuscivo, mi pareva di aver portato a compimento qualcosa. Ogni volta che potevo aggiungere un punto sulla mappa ero soddisfatta, sorridevo per giorni, contenta come una bambina.
– Be’, sì, lo so. Eri contagiosa. E a dire il vero lo sei ancora.
– Quando succede. Sì, e forse esagero.
– Non lo so, ma credo che in quei momenti ti riesca di far entusiasmare persone alle quali non verrebbe mai in mente di dare un qualsiasi peso a stazioni e ferrovie. Abbandonate, soprattutto.
– Non ci posso fare niente. Mi viene così, e sul momento non mi rendo neanche tanto conto.
– E’ curioso, in effetti, per essere una cosa di cui non conosci nemmeno le ragioni.
– Be’, non è proprio così.
– Cioè.
– E’ successo che poi a un certo punto ho capito.
– Cosa.
– Che non erano sogni, semplicemente.
– Be’, ma se non erano sogni…
– … esatto. Erano ricordi.
– Memoria.
– Già.
– E dunque? Capirci qualcosa un più ti avrà calmata un po’, no?
– Ma quann’ maje.
– …
– Che ti devo dire? Da lì in avanti, è stato ancora peggio.

Il posto delle Voci (reprise)

giovedì, 30 luglio 2009

– Dici sempre le stesse cose.
– Lo so.
– E dunque.
– Be’. Me ne fotto.

*

C’è gente incastrata dappertutto.

Voce del verbo: dentri(vie)

lunedì, 23 marzo 2009

Si vîf di timp e di un trimâ da simpri
si vîf di lûsj e di un trimâ ch’al cresj

Si vîf di strades bieles, di cualchi puint colât
di timpi ch’al à di vegni di timp che intant si cûsj intor

Si vîf in doi fint a capî il misteri
di une cjareçe o dal corisji daûr

No si cresj avonde mai cence bogns ricuarts
si vîf distes, ma al coste un pouc di plui
Cul timp si nasj si cresj si reste a mieç
cul timp il timp al divente di seconde man
Si vîf di ales lungjes e di moment lisêrs
di plôe di vôe di ridi e di un vaî ch’a no si viout.

[Luigi Maieron, Si Vîf]

[Si vive di tempo e di un tremare eterno / si vive di luce e di un tremare che cresce / Si vive di strade belle e di qualche ponte caduto / di tempo che verrà di tempo che intanto ti si cuce addosso./ Si vive in due fino a capire il mistero / di una carezza o del cercarsi. / Non si cresce mai abbastanza senza buoni ricordi / si vive comunque, ma costa un po’ di più / Col tempo si nasce si cresce si resta a metà / col tempo il tempo diventa di seconda mano / Si vive di ali lunghe e di momenti leggeri / di pioggia di voglia di ridere e di un pianto che non si vede.]

*

– Grazie, grazie, grazie.
– E di che?
– Perché mi spieghi e mi insegni la tua lingua, una parola alla volta.
– Guarda che è anche la tua.
– Eh, mo’ non esagerare.
– No, davvero. E’ che ce l’hai dentri, al di là delle parole che puoi sapere o meno, o che io posso spiegarti o meno.
– …
– Senti, quando uno vuole bene alle voci degli altri e alle loro parole… allora quella lingua la sa, e gli appartiene.