Articoli marcati con tag ‘bestiario campano’

Volemose bbene (dove prima una frontiera non c’era)

giovedì, 11 ottobre 2007

Otto del mattino di un giorno lavorativo come un altro. In un bar della periferia sud di Caserta, nella zona ex-Saint Gobain recentemente riempita di case e uffici secondo il progetto Urban2, il bancone è gremito del solito cordone di uomini in giacca e cravatta che passano per il caffè prima di andare in ufficio. Il barista prepara con i soliti gesti veloci e precisi decine di caffè, e intanto chiacchiera con i soliti avventori. Uno, dalla pancia commendatoriale, si inserisce con fare impaziente nel cordone sgomitando poco gentilmente, e chiede:

– Oh. Giuvino’, nu cafè.
– Certo, subito.

Questo viso che parla con la tiroide non è familiare al barista, che passa subito alla macchina del caffè con discrezione.

– Acqua, dotto’?
– E certo.
– Naturale o minerale?
– Naturale, e che maronn’.
– Preeego…

Un gruppo di persone esce, all’improvviso il locale si svuota e si sentono tintinnare i cucchiaini nelle tazzine dei tre che sono rimasti al bancone. Il signore panciuto chiama il barista, che intanto sta caricando il cestello della lavastoviglie.

– Sentite…
– Ditemi.
– Certo che ‘sta zona nuova è bellella, ne’?
– Be’, pe’ mmo’ sì. L’hanno finita di costruire da poco…
– Eh, ‘o ssaccio. Certo che ve site nu poco muntat’ ‘a capa co’ ‘e prezzi r’e ccase…
– Eeeeeh, purtroppo è vero… da quando è cominciato l’esodo da Napoli, alle case qua non ci si può veramente accostare più…

Una voce che prende il caffè un po’ più in là aggiunge:

– Eh, nun me ne parlate, mio figlio che cerca casa pure è andato a chiedere, gli hanno sparato certi prezzi!
– Ormai saranno un paio d’anni che i prezzi so’ cominciati a salire… è che coi soldi che a Napoli ti vendi una casa, qua te ne compri due pure mo’, e allora che vuoi, va così…

All’improvviso si sente sbattere sul piattino, forte, una tazzina. Quella del signore panciuto, che alza la voce:

– Ma guardate nu poc’… si nunn’era pe’ nnuje e mo’ ‘e verèveno nu poc’ ‘e renàre, ‘sti quatt’ cafune!*

Sbatte di nuovo la tazzina sul piattino.

– E ‘o ccafé nun ‘o ssapite manco fa’!

Si volta di scatto e se ne va. Senza pagare.

Dall’estremità del bancone, dietro un giornale aperto, un vecchio:

– Eh, e chest’ foss’ ‘a ci-vil-tà.

[* ma guardate un po’…se non fosse stato per noi non li avrebbero mai visti, un po’ di soldi, questi quattro cafoni! ]

Floridiana (oppure: di Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia)

venerdì, 20 aprile 2007

Tre panchine, tipo.

Sulla prima una signora anziana con gli occhi socchiusi, volto rotondo e vuoto. Accanto a lei la sua badante, forse quarantenne, dai capelli rosso fuoco e l’espressione annoiata, anche un po’ infelice. Sulla seconda una ragazza vestita di rosa, bianco e jeans che legge, assorta. Sulla terza due innamorati aggrovigliati, di cui si distinguono un paio di stivali, i capelli lunghi e castani di lei, la polo blu a righe bianche di lui. A terra, sul selciato, le macchie di sole filtrate dagli alberi che sbiadiscono e riemergono di continuo dall’ombra. E il viavai dell’ora di pranzo: impiegato con il giornale sotto un braccio, comitiva di turisti tedeschi, merla che saltella e rovista sotto le foglie di magnolia cadute nel prato alzandole col becco con leggeri movimenti che le fanno saltare per aria, coppia sulla quarantina che chiacchiera, due turisti stranieri forse biondi o forse argentati, non si capisce.

Due panchine si svuotano, vanno via la coppia a nodo vaccaio e la ragazza che leggeva. La signora anziana si scuote dal suo sonnecchiare e dice qualcosa alla signora dal volto infelice, che evidentemente non la comprende ma annuisce con un sorriso generoso, come se stesse ascoltando il racconto del fatto più importante del mondo. Passa una signora non molto più che trentenne con l’aria stanca che tiene in braccio un fagottino rosa che strilla, e strilla, e strilla.
Due signori con i capelli bianchi, entrambi piuttosto alti e magri, si fermano accanto alla panchina su cui siedo. Uno strappa un lembo di una pagina del suo giornale e lo appoggia su un punto sullo schienale della panchina. Il foglio resta attaccato, mi volto a guardare.

– Vedete, signuri’, ce sta ‘na gomma masticata azzeccata ccà ‘ngoppa…
– Oh.
– ‘O collega, qua, c’è fernuto sopra co’ tutta ‘a giacca…

Il suo collega rivolge verso di me il suo giaccone blu di tela, con un piccolo serpente bianco stampato sul retro. Lo ha bagnato con dell’acqua, ora cerca di grattarne via i residui con le unghie. Sono tornati indietro per coprire la gomma con quel pezzo di carta.

– Accussì s’azzecca pur’isso, e il prossimo che s’assetta non s’inguaja.
– Meno male che vuje l’avite scansata, signuri’.

– Essì, eh.

Mi sono seduta sull’altro lato della panchina, per fortuna. Sorridono. Sorrido.

– Salve, arrivederci.
– Bbona jurnata, signuri’.

Sono due volontari della vigilanza del parco, quando si voltano lo leggo dalla scritta dietro il giubbotto di quello che non se l’è sporcato. Vanno a sedersi sulla panchina dove prima c’erano gli innamorati annodati. Dopo una decina di minuti la signora anziana e la sua badante si alzano. La prima vuole prendere sottobraccio la seconda, la seconda prende delicatamente la mano della prima dopo averla aiutata ad alzarsi e gliela guida fino a posarsela sull’avambraccio, come talvolta fanno i gentiluomini.

I due vigilantes volontari vengono raggiunti da due colleghi in turno, con la fascia VIGILANZA PARCO su un braccio. Si siedono e chiacchierano di cavoli bolliti, poi discutono sulla possibile origine del nome del Vòmero. Due sostengono che venga dal coso che sta arèto ‘o carro d’e bbuoje, pe’ ffa’ ‘o solco ‘n terra, gli altri dicono che Vòmero era il giogo che si doveva mettere ai buoi pe’ purta’ ‘e ccose ca ‘ngoppa. Li raggiunge un altro collega con una specie di piccolo furgoncino di quelli per trasportare lo sfalcio delle piante. Dice che ha bisogno di loro vicino ‘a terrazza. Si alzano tutti insieme, facce all’improvviso serie serie, e vanno. Grossi nuvoloni corrono in alto, il sole va e viene. Quassù non fa caldo come giù Napoli. C’è vento, e alberi. Un signore in jeans e camicia marrone passa strofinandosi gli occhi, tenendo la giacca su una spalla con due dita. Dai lecci di tanto in tanto viene giù una foglia secca, veloce, rigida, che fa tac quando tocca terra. Una signora piuttosto anziana risale il viale in direzione dell’uscita del parco insieme al figlio (ma’, aro’ s’adda i’ ccà?) dal volto di trentenne bambino che le sta vicino vicino senza toccarla, le spalle curve, lo sguardo basso. Sua madre invece ha la faccia vecchia e spavalda, è molto più bassa di lui ma ha la testa ben ritta sul collo, e un fare da guardiano.
Sulla panchina della ragazza che leggeva ora c’è una coppia sulla cinquantina, lui calvo, panciuto e tutto in jeans – sia i pantaloni che il giubbotto –  con la nuca che gli si fa tutta a pieghe quando lei dice qualcosa che gli fa abbandonare la testa all’indietro in una bella risata. Lei ride con lui, bella e antica, con la pelle etrusca, i capelli neri e i denti bianchissimi. Fa una smorfia di disapprovazione quando passa una mammaragazza con il pargolo di sei-sette anni che grida come un ossesso per un qualche tihodettodino! appena ricevuto in risposta ad una qualche richiesta. Un’auto della Polizia risale lentamente il viale lasciando una scia di gas di scarico che fa arricciare il naso un po’ a tutte le panchine, anche al ragazzo in piedi accanto al cestino della spazzatura un po’ più in là che si sta visibilmente innervosendo con il suo Ipod, mentre all’altezza degli occhi mi sfilano, vicinissime, una busta di plastica gialla e una giuda di Napoli del Touring Club in inglese.

Gli acanti hanno messo le foglie nuove, e quelli esposti a sud hanno già pronto il gambo centrale con i fiori in boccio. Quando le nuvole nascondono il sole fa improvvisamente quasi freddo. Arrivano frotte di bambini, alcuni dotati di SuperSantos.
Una bimba bionda in tutina ginnica rossa, avrà cinque o sei anni, rincorre il pallone che ha tirato il fratellino… non riesce a raggiungerlo e correndo urla dai, fermati… ti prego!. Il pallone rimbalza sul viale e si arena ai piedi di una panchina, lei lo prende e gli fa ah, ti sei fermato, grazie!. Un’altra mamma, snella e alta, cammina tenendo per mano il suo bambino e porta due zaini sulle spalle.
Una famiglia mamma-papà-passeggino, la mamma dice qualcosa, il papà le fa il verso: gna-gna-gnaaaaaaah!, e tutti e due ridono.
Tre scalmanati cuccioli umani alti meno di un metro corrono scomposti. A CHI PRIMO ARRIVA ALLA FONTANAAAAAAAAAAAAAAAAAA, dice quello in testa, AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA gli fanno eco gli altri due. Uno dice incapace, incapace, sei incapace proprio al suo compagno, e la mamma non si dice incapace ad un amico tuo!

Corridori sgargianti scendono a tutta velocità verso la zona del museo, il vento gira di maestrale, nel cielo si alzano, altissimi, a veleggiare i gabbiani. Sulla pelle mi sento un velo di sale salito dal mare che si sente forte nell’aria anche dove la lecceta è più fitta. Due turisti sulla cinquantina, bellissimi, dormono beati in pieno sole sdraiati sotto una palma enorme. Finalmente mi si scaldano le spalle, il sole dura per qualche minuto tra un nuvolone e l’altro. La mia ombra si stampa per terra. Saluto.

[quanti capelli bianchi, miseria ladra]

[devo riprendere a portare in borsa il quaderno delle foglie]

[ora dimmi… perché?]

[voglio un caffè] – [voglio… vorrei?]

[la questione non è trascurabile]

Modelli statistici di previsione matematico-scaramantici

giovedì, 28 dicembre 2006

Prendete una tavolata di ventidue amici riuniti per un mercante in fiera durante le festività natalizie.
 
Il solo metodo per ottenere una vincita con un guadagno ragionevolmente cospicuo è:

– comprare una sola carta all’inzio della mano (meglio se scelta da vostra sorella, che non conosce il gioco e che avrà allegramente fornito in precedenza la moneta necessaria all’acquisto);

– allontanarsi dal tavolo da gioco e unirsi al gruppetto che preferisce non partecipare, e i cui componenti se ne stanno lì a chiacchierare intorno al camino facendo resoconti di quello che è accaduto nelle vite di ognuno dall’ultima volta in cui ci si è visti – presumibilmente durante l’estate precedente;

– se sapete suonare la chitarra e ce n’è una nei paraggi, magari imbracciatela e suonicchiate qualcosa per allietare ulteriormente la permanenza accanto al camino;

– di tanto in tanto si possono facoltativamente fomentare i partecipanti attivi in modo da far crescere le offerte durante le aste sebbene in linea di massima, in ogni caso, è fondamentale disinteressarsi completamente a quello che accade al tavolo da gioco, dove intanto i vostri amici si staranno scannando a vicenda in seno ad aste e trattative condite di insulti che non avete mai sentito prima nella vostra vita, presumibilmente coniati per l’occasione;

– solo di striscio, alla fine, ascoltare la finale chiamata delle carte, e avvicinarsi al tavolo al momento in cui si scoprono le ultime tre, convinti in ogni fibra del vostro essere che non potete aver avuto una fortuna così disgustosa, e che per questo vi toccherà senz’altro il premio da dieci centesimi.

Il primo premio da cinquanta euro sarà vostro, e i vostri amici vi pesteranno a sangue per un quarto d’ora. Il secondo premio e il quarto andranno ad altri due componenti del gruppo del caminetto, che avevano comprato anche loro una sola carta tanto per.

Dividete la vincita con vostra sorella e offrite un giro di caffè a tutti, pena la crocifissione su uno dei cartelloni del Telepass del casello di Caserta Sud.

E buone feste.

Aiutatemi

venerdì, 24 novembre 2006

Sono otto ore che va avanti così.

Noncediché

sabato, 7 ottobre 2006

 Alla fermata d’o nummero uno di Piazza Nazionale c’è un signore che muove i muscoli della faccia in tanti piccoli, incessanti tic, e uno dietro l’altro si compongono in un movimento di tutto il viso così fluido da farlo sembrare un bimbo, neonato ancora non consapevole di come funzionano quei muscoletti lì. Mi distrae dal suo volto solo la voce del conducente che urlando prorompe in una sentita bestemmia quando resta bloccato da una macchina parcheggiata sui binari, in quarta fila, all’altezza del chioschetto di lamiera verde Bar Giovanni. Per la miseria, non abbiamo nemmeno fatto ancora il giro della piazza. Ha perso la precedenza e il rispetto che alla scuola di guida ci avevano detto gli spettava di diritto. La mattinata comincia bene. E ora, come faremo? Come faremo?
Faremo che mi appisolo al quarto come faremo che mi risuona in testa, e a malincuore mi perdo la furia cieca del conducente che – mi raccontano i miei vicini di posto poco dopo – ha individuato il proprietario dell’auto (pecché tanto cca’ ‘o ssapite, ce sapimm’ tutt’ quant’) intento a chiacchierare con gli amici sul marciapiede, è sceso ed è andato a prenderlo, strattonandolo per un braccio fino alla macchina ordinandogli di spostarla osennò ‘o purtava mo’ mo’  isso stesso ‘n carcere.
Il carcere è lì a duecento metri, in effetti, mica male come pensata. Che peccato. Ma perché non mi sono svegliata, ‘ccidenti. E mi appisolo di nuovo, fino a Porta Capuana.

Sul Corso Garibaldi, il Caffè Aloia espone all’ingresso un cartello giallo:

SI ACCETTANO
PAGAMENTI
IN LIRA

A Piazza Garibaldi, sotto lo sguardo di un Garibaldi dal mantello verde e la testa nera che fissa il genio di Renzo Piano dritto davanti a sé, ci sono facce orientali, occhi a mandorla su volti di ragazze giovani giovani e belle belle, e anche sul visino di una bimba piccola piccola in braccio a una di loro, che non ha ancora l’età per sorridere come la sua mamma. Sarà bella, da grande, si vede lontano un chilometro. Ripenso al signore di Piazza Nazionale, che forse non ha mai potuto imparare come si mettono in fila i muscoli per un sorriso, o chissà. Sono belli uguale, comunque, tanto si somigliano.

 Visto che sono salita al capolinea ho trovato senza difficoltà un posto a sedere, ma dalla stazzione fino al momento di scendere non ho più modo di muovermi, resto stipata dalla calca contro il finestrino anche da seduta. Alla Circumvesuviana il vecchio tram si è riempito del tutto, come al solito non c’è più un centimetro libero adesso che i binari precipitano verso il mare.
A Porta Nolana sfila via, fuori dal finestrino, il mercato del giovedì frequentato da soli uomini, che a passarci accanto si sente profumo di Marocco e voci da medina. All’angolo d’ ‘a Marina, mentre noto che il cartellone della mostra di Tiziano è lì ormai da mesi (eh, ma quanti mesi!) una signora vicino alla porta posteriore inizia a deliziare i suoi vicini con una lunga filippica sulla maleducazione dei ggiovani, che per fortuna si interrompe quando il tram fa la sua solita, brusca curva a destra, dopo la quale mi ritrovo il pancione di una ragazza incinta, pallida e visibilmente affaticata, comodamente alloggiato nella curva tra spalla sinistra e collo. Non sembra aver intenzione di spostarsi, evidentemente sta proprio comoda, così non le dico nulla. Lei sta comoda, sì, e io pure… senza fare pressione appoggio l’orecchio sul calore della sua luna piena che cova una vita per rubarle il suono di un respiro, un battito, qualcosa. Ma niente, il caos di ferraglia della vettura è prepotente e tutti gli altri rumori se li prende lui. Sibilando tra la rete di cavi della linea tranviaria, arriva intanto a folate odore di benzina e salsedine che la ragazza aspira voracemente dalla fessura del finestrino aperto, schiacciata tra la folla che le si appoggia sulla schiena e una vecchietta che le sta accanto e mi piantona già da un quarto d’ora nella speranza di prendere il mio posto appena mi alzo. Si vede che ha capito –  forse dallo zaino da studente – quale sarà la mia fermata. Più ci avviciniamo al varco dell’Immacolatella, infatti, più lei guadagna millimetri spingendo via con il gomito il pancione della giovane Lunapiena, cui invece ben più volentieri cederei il sedile. Faccio allora un rapido calcolo guardando il muro di carne che tra qualche minuto dovrò sfondare: alzandomi in un certo modo allontanerò l’aggressiva e fin troppo arzilla anziana di quel tanto che basterà alla ragazza per infilare il piede nel vuoto che avrò lasciato dietro di me e ritrovarsi così seduta. Non c’è spazio per nessun altro, o lei o la prepotente settantenne. Quando fuori scorgo la sagoma brillante del Palazzo del Mediterraneo alzo lo sguardo verso la ragazza, lei abbassa il suo verso il mio, le faccio segno con l’indice puntato verso il basso, senza parlare. Io adesso mi alzo, siediti qui. Sorride, sorrido – grazie, noncediché.

Mi alzo, sgomito con forza, la sprùcida vecchietta ha un’incertezza, perde l’attimo, guarda torva la ragazza che lasciandosi cadere sul sedile tira un sospiro lungo nove mesi.

Sbarcata sul marciapiedi, la vedo lì in alto alzare una mano e sorridere. Ciao, buono studio. Ciao, buona fortuna al tuo pancione. Sento un paio di lacrime salire da sotto, da dentro. Mi volto di scatto, le ricaccio indietro con qualche battito di palpebre, si perdono in un luccichio negli occhi solo per un attimo più intenso degli altri. Rialzando lo sguardo incontro di nuovo il suo, mi fissa ancora dal finestrino con il suo pallido viso da luna piena, d’argento, da mamma. Che hai?, chiedono quegli occhi, stai bene?
Un’alzata di spalle: io sì, sto bene, ma non è per me che.
Il semaforo diventa verde, il tram riprende la sua discesa lungo il mare. Ciao, di nuovo, ciao.

Dovrei attraversare la strada verso l’inizio di un’altra giornata, ma per un po’ resto piantata qui. Con lo strano senso di intimità che questa città ti insegna a condividere.

Festa grossa (post con la bocca piena)

giovedì, 13 aprile 2006

Hanno ceduto.
Doveva succedere, prima o poi.

Hanno fatto gli indifferenti. Per anni, anni e anni. Ci hanno tirati su con mazze e panelle e un certo orgoglio tutto loro, instillandoci fino all’ultima goccia tutta l’apertura mentale e l’adattabilità di cui hanno potuto fare esperienza durante la loro vita. Non molta, per alcuni, ma in ogni caso trasmessa con cura, quasi con urgenza si sarebbe detto. Niente vizi, vietato lamentarsi e fare gli schizzinosi. Non si mangia bene solo da noi, paese che vai usanze che trovi, rispetto, rispetto, sempre e solo rispetto, tu non sei migliore di nessuno (anzi, in genere tu sei peggiore degli altri), e quello che sei te lo porti dentro, non dietro. E parla in italiano, chi t’è bbiv’, che poi si sente da dove vieni.
Da sempre stringono i denti nel veder partire tutti, tutti, fratelli, nipoti, amici, i figli degli amici e gli amici dei figli… e i loro stessi figli, in ultimo. Nonostante tutto, forse nutrivano la segreta speranza che non sarebbe toccato anche a loro, senza rendersi conto che se alla fine i loro pargoli hanno avuto il coraggio di rimboccarsi le maniche e andare a cercare da soli la loro strada, be’, è stato anche – e soprattutto, diciamolo – per via di quello che hanno insegnato loro. Poi si guardano intorno, e trovano la forza di dirlo pure ad alta voce: ma sì, meglio così. Ma comunque.

Per anni, allora, hanno fatto finta di niente. Quando noi si partiva facevano finta di non preoccuparsi, loro, ché tanto, ‘nsomma, noi a certe cose non ci teniamo, nonfanniente, nonfanniente… facevano gli evoluti, loro, come se stare al passo con i tempi significasse dimenticare da dove si viene, la terra sulla quale si è venuti al modo e cresciuti. E’ la vergogna silenziosa di chi è emigrante da generazioni, da sempre, che è anche la vergogna di chi è rimasto e ha visto tutti gli altri partire, e per raggiungerli è salito su un treno ogni volta che ha potuto. Perché sul sud è già stato detto tutto e più di tutto e loro, che hanno fatto parte delle generazioni di esuli di cui tutto è stato detto, hanno provato ad affrancare noi, i figli, da facili etichette e luoghi comuni. Perché noi si vivesse in pace anche altrove, senza essere logorati dalla nostalgia. Per questo, era: quello che sei te lo porti dentro, non dietro. Un tentativo. Coraggioso e diverso, per quanto discutibile.

Tutto questo solo perché fino ad oggi non avevamo mai trascorso una festa grossa fuori casa, naturalmente. Ma mi aveva avvisato tante volte, lei, che ne sa qualcosa già da diversi anni: "è solo perché per la maggior parte dell’anno vivi ancora a casa. Ma aspetta che la distanza diventi anche solo una ‘ntecchia più tangibile, e vedrai…". Già. Del resto rimane indimenticabile la performance di sua madre che – quando io e Maria partimmo per andare ad assistere al suo primo concerto in terra d’Albione – non perse occasione di consegnarci "una borsa piccola piccola, niente di che" per sua figlia. "Ve la portate come bagaglio a mano, mi raccomando, non la imbarcate!", ci disse con naturalezza senza nemmeno sincerarsi se noi ne avessimo già uno nostro, di bagaglio a mano.

– "Ma… signora, scusate… quanto pesa? No, è che non sembra tanto leggera, e il massimo peso permesso è…"
– "…cinque chili, lo so, lo so. Comunque quella è di quattro chili e otto, e delle misure consentite. State tranquille".

Ma che ne sapevamo noi, allora, povere anime innocenti? Era tutto studiato, organizzato, perfetto. Tanto d’occhi così, facemmo. Soprattutto quando cedemmo alla tentazione di sbirciarne il contenuto, in aereo. E non immaginavamo che in seguito avremmo fatto da corriere espresso di sapori e profumi e ricordi per tante, tante, tante volte, e che ci sarebbe toccato di rivivere questo piccolo rituale d’affetto e memoria quasi ogni volta che saremmo andati a trovare un amico già trasferito, già partito, già andato prima di noi. Di mano in mano viaggiano, queste silenziose memorie, e trovano la loro strada nel mondo, alimentando e traendo alimento dalle stesse persone cui appartengono.

E davanti alla prima Pasqua che passeremo lontani dalle nostre famiglie, succede infine anche a noi. Che nel nostro caso ha il sapore di un piccolo miracolo. Cedono. Hanno ceduto.

Mentre si parlava delle imminenti elezioni, ad un certo punto la madre di M. mi fa: "ah…. eh… a proposito, poi oggi mi trovavo a passare per di là, e ho pensato di prendere qualcosa che, se avete spazio in macchina, vi potete porta’ quando partite…".
– "Sì? Uh, speriamo, siamo stracarichi… ma che hai preso?"
– "Eh, vieni di là che ti faccio vedere, così facciamo prima…"

Mi invade una leggera inquietudine. Se preferisce mostrare quello che ha comprato invece di dirlo, allora c’è da preoccuparsi… ma poi lo vedo. Il miracolo si presenta in forma di una inconfondibile busta trasparente di un formato assai particolare. Quando inizia a indicarmene il contenuto credo di vedere una tenue luce soffusa emanare dalle scatole blu, ma è solo l’effetto delle lacrime che mi velano gli occhi per la commozione e la sorpresa.

– "Guarda, allo’… qua ci sono due uova di Pasqua, qua il casatiello, qua la pastiera, qua i taralli…"
– "I taralli? Hai pigliato pure i taralli?"
– "Embe’, sì, certo, andavo da Leopoldo e non vi pigliavo i taralli?"
– "Oddio…"
– "Che c’è? E’ troppo? Non avete abbastanza spazio?"
– "Nooooo, Annamari’, piuttosto me la faccio io in bici fino in Friuli… GRAAAAAAZIIEEEEEEE!"
Al mio piccolo grido di gioia accorre pure lui dall’altra stanza, e mi trova in pieno stato di ebbrezza, abbracciata alla santa donna che lo ha generato. Vede gli inconfondibili scatoli blu provenienti dai gironi più profondi dell’inferno alimentare denominato Tarallificio Leopoldo e perde l’uso della parola. Resta in contemplazione per una buona mezz’ora, senza proferire verbo. Sua madre lo guarda, sorride, non si preoccupa e passa senza pietà alla busta successiva.

– "Qua invece c’è un po’ di spesa, guarda, ché arrivate di domenica e non avete niente a casa… pomodorini, un po’ di odori, olio, pane, frutta. Di qua, invece, ci stanno i friarielli…"

Alla vista del bustone che straripa tenere cimette verdi da tutte le parti sono io ad avere un mancamento. Riprendo conoscenza nel paesaggio rugginoso della zona di Narni, con la primavera che esplode di luce alle porte dell’Umbria, in un abitacolo che sa di mandorle, pane e pomodori. Ad ogni curva i friarielli tentano di liberarsi dalla busta di plastica in cui sono stati rinchiusi per impedir loro di prendere il sopravvento, con il casatiello che vigila su tutti con il suo aroma antico, pieno, benevolo, mantenendo l’ordine con consumata autorevolezza. La pastiera sorride tranquilla, sul sedile posteriore, da qualche parte.

E noi? Gongoliamo senza ritegno, ça va sans dire. Smaltita la sorpresa, ragioniamo sorridendo su come entrambe le metà del parentado abbiano risposto a questa sorta di richiamo di sangue e di terra… perché ognuna ha reagito nel modo che le è più congeniale, è ovvio. La sua con il gesto d’amore che sta dentro ogni pezzo di pane condiviso, anche da lontano; la mia con quell’altro, di gesto, pure tipico degli esuli: metter due panni nel sacco e partire. E non è ‘a festa grossa, il punto, né la cosiddetta tradizione. No. E’ proprio un’altra cosa, questa.
Arrivano domani, questi viaggiatori che altri viaggiatori hanno generato. E poi dicono.

Punto d’appoggio (ovvero: disincanto di un musico trentenne)

lunedì, 30 gennaio 2006

Raga’, ma dico io… che ci frega delle donne, quando esiste l’assolo di "Superstitious"?

Emigranti allo sbaraglio

giovedì, 19 gennaio 2006

Vince sempre lui, in questo gioco a chi emigra più lontano. Sono anni che, ogni tanto, ci ritroviamo a una quantità indecente di chilometri l’una dall’altro, qualche centinaio quando va bene, altrimenti diverse migliaia. Ormai a dire il vero sarebbe anche il caso di farci l’abitudine. E invece.

L’altro giorno mi fa: "allora io domani vado. Guarda che domani mattina ti spedisco un pacchetto".
E io: "eh? Che è?".
E lui: "niente, un po’ di Entspannung. Mo’ che me ne vado io qua non la beve più nessuno".
E io: "uuh, grazie…".
E lui: "ma di che… l’unica cosa che mi impensierisce è il modo in cui spedirla. Se aprono la busta per un’ispezione postale chissà cosa pensano".

Molte delle piccole cose che fanno parte del quotidiano di ognuno si portano dietro una storia. Spesso lunga, quasi sempre anche assai semplice.
In questo caso, la storia è lunga di chilometri percorsi insieme, e semplice come un negozio tutto blu e bianco dove c’è una signora anziana, magra magra, alta alta e bionda bionda che vende soltanto foglie e grani di tè, ed erbe e frutta in forma di sacchetti etichettati con nomi un po’ strani. E semplice anche come decine di sessioni di chiacchiere notturne davanti ad una tazza bollente che fuma, e che spande profumo d’arancia mentre fuori la Tramontana sbatte impazzita sulle finestre cercando di entrare in casa.

Oggi il pacchetto è arrivato. L’ho trovato appoggiato sopra le cassette postali, ché il postino avrà temuto di rovinarlo tentando di farlo passare dalla fessura troppo stretta delle stesse.
Bel modo di salutarsi, però. Quando ci rivedremo, mi troverà ancora i segni della sincope sul volto. A momenti mi pigliava nu riscenziello. Dal ridere.

Stasera una tazza è alla tua salute, Reisender. Eh.
Buon viaggio.

Incompreso (ma per poco)

sabato, 31 dicembre 2005

Ore 08.35, imbarco del volo AZ 1221 Napoli – Venezia.

Una hostess – dall’accento veneto – si avvicina ad un giovane rimasto in piedi per qualche minuto con lo zaino in braccio, guardando la cappelliera corrispondente al proprio posto con aria smarrita.

– "Signore, tutto bene? C’è qualche problema?"
– "No, no… è che ‘o tirètto… è pieno"

Sguardo disorientato della gentile operatrice .

– "Eh? Cosa? Il diretto?"
– "No, no… eh… signuri’, il ripostiglio!"

Senza ancora aver inteso del tutto, fa due più due. Lo aiuta a riporre lo zaino nello spazio libero di  un’altra cappelliera.

[raccontato, che nemmeno era uscito dall’aeroporto, da lui]

3 : Chun / Pi : 8

domenica, 9 ottobre 2005

Nel boschetto dietro casa mia questi sono i giorni della raccolta delle noci. Sta, il contadino, a battere i rami delle sue enormi piante con la misurata violenza (che non può esser solo forza, ché quest’albero scontroso va affrontato in questo modo se si vuole estorcergli in tempo i suoi bizzarri frutti) che gli insegnarono da bambino, per tutto il giorno. Al tramonto gli si fanno infine nere le unghie e le dita, quando c’è da riempire i sacchi con quel che è caduto sulle larghe reti verdi tese a mezz’aria, aggrappate ai tronchi. Così dura, già da una settimana, a dispetto del Levante che fischia feroce dalle Forche Caudine, e a dispetto delle improvvise burrasche di acqua e grandine che vengono a strappar via le prime foglie ingiallite dalle cime più esposte. In volto, nei momenti di pausa, l’espressione assorta e contratta di chi è in ascolto: in questi tempi la terra alza per un’ultima volta la voce prima di scivolare nel torpore invernale ed è, questa, voce che va ascoltata per decifrare i segni della stagione che verrà… sicché, per un poco, in certi giorni pare che direzioni ed elementi si confondano: acqua profonda sopra la testa, e lento, mite tuono sotto i piedi.

Che poi, a fine giornata, viene proprio voglia di cantare.