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Fermata non richiesta (10/?) – Sono stato solido.

venerdì, 26 ottobre 2012

E’ il 6 settembre 2008, e il signor Edoardo ha settantasette anni, la mano destra deformata da sessant’anni sulle macchine e con una voce roca che sa di segatura fine racconta di come gli fanno strano i ragazzi di oggi che a sedici anni “che devono fa’? so’ ragazzi…” li giustificano i genitori, ma lui dice: “eh, uagliuni. Io a sedici anni mi sono aperto la falegnameria per conto mio, dopo la quinta elementare mi sono messo a imparare un mestiere, era il dopoguerra, e noi nel dopoguerra eravamo poveri. Noi non c’avevamo terre, perché in famiglia mia tutti falegnami, artigiani e commercianti, e mio padre nel Quaranta teneva sessantamila lire, che ci potevi comprare tipo otto appartamenti. Dopo la guerra, invece, valevano cento quintali di farina, così papà li liquidò, come si dice, perché non tenevamo niente da mangiare. Ho imparato il mestiere da mio padre e da mio nonno, e a vent’anni mi sono comprata quella macchina laggiù, che costava trecentocinquantamila lire. Io non avevo un soldo, mi ci volle una colletta di quattro famiglie di parenti per mettere insieme la cifra. Poi negli anni ho restituito tutto. Per fortuna è andata bene”.
Eccome, se è andata bene. Ci mostra i pezzi di cui va più orgoglioso, tre stipi a due ante, e sul fronte delle ante pare un sogno: paesi del Molise ritratti in minuti mosaici di legno. Ci incantiamo davanti al più bello di tutti, uno spettacolo di tremilaseicento pezzi di tutte le sfumature del legno esistenti, un paese incastrato su una montagna investito dalla luce del tramonto, sovrastato da un cielo rosso sangue. Ci dice “questo l’abbiamo fatto io e mio figlio, tre mesi di lavoro. Volevo anche farci delle belle nuvole su quel cielo, ma dopo tanti mesi a lavorarci dalla mattina alla sera mi so’ sfasteriato. Ah, ma tanto finché sta qua… prima o poi lo faccio, e ci metto due nuvole qua e qua, che passano in questa direzione e sono colorate dal tramonto”.
Anche ora, che è estate e si lavora poco, un paio d’ore in falegnameria se le fa tutti i giorni, dice, “sennò passo una cattiva giornata. E’ che ho guadagnato bene e la vita alla fine mi è girata bene, ma io sono rimasto sempre lo stesso!”.
Indica gli abiti da lavoro, una camicia porpora rattoppata e chiazzata di segatura e un paio di jeans che usurati è dire poco. “Per avermi visto col vestito, una volta su in chiesa qua a Castelpetroso, il parroco mi è venuto dietro per strada urlando Edua’, finalmente te vedo vestuto!… vedete, signuri’, come se vestirsi fosse solo quello che te metti ‘o juorno d’a festa cummannàta. Ma io non li capisco, a questi”. Siamo ancora davanti agli stipi, e quando riconosco i paesi sulle ante si illumina tutto e parte a raccontare di come lavorare non sia più gratificante come prima, specialmente in Molise: “non è per dire, ma la gente è ignorante e per ignoranza offende. L’altro giorno è venuto uno che ha detto mh, bellino questo, ma non ci vuole niente a pittarne uno uguale. Pittare. Non s’era manco accorto che era di legno, il disegno”. E continua guardando la sua officina: “l’artigianato è finito, lo vedete, i mobili che durano una vita nessuno li vuole più, è un guaio enorme. Nel periodo che m’è andata proprio bene-bene avevo una ventina di dipendenti, però non era gente che gli piaceva il lavoro, era gente che voleva solo i soldi, allora io ci mettevo mesi e anni per insegnare ma il lavoro non usciva mai come dicevo, mai un lavoro come dio comanda. Ho cominciato a mandare via quelli che non mi piaceva come faticavano, gli altri se ne sono andati da soli quando s’è capito che dovevano lavorare come dicevo io. Finché non siamo rimasti solo io e mio figlio. Guardate che la gente non tiene più rispetto per niente, tanto meno per il mestiere. Ma dico io… se non ti piace, ma che cazz’ ‘o viene a ffa’? Perdonate, eh”.
Ci mostra, infine, il pezzo a cui sta lavorando ora, un quadro con Gesù risorto che offre se stesso bambino, e racconta di quanto ci abbia litigato, con quel Gesù, per un occhio che gli aveva dovuto rifare sei volte prima che venisse come lo voleva lui. Prima che ce ne andiamo fa il diavolo a quattro per offrirci il caffè al bar, e racconta ancora: “ho sempre fatto una vita indipendente, ho lavorato con gente di tutt’Italia, ma la mancanza di rispetto che c’hanno qua negli ultimi anni non l’ho mai trovata da nessuna parte. Mi fanno restaurare mobili di metà Ottocento e poi vogliono pagare quattrocento euro tre mesi di lavoro. Io ho sempre fatto una vita indipendente, capite, lo so come lavorano dalle altre parti, ho girato l’Italia sopra e sotto, e quello che a volte fanno qua da altre parti la piglierebbero come un’offesa. Ma che valore tiene il tempo di una persona, dico io, nessuno? A me tre mesi della mia vita non me li ridà indietro nessuno, manco il lavoro pagato il giusto, figuriamoci le maniere di certa gente. Io lo facevo per la famiglia mia, ma ormai è finita qua. Adesso faccio quello che mi pare, il lavoro che dico io solamente”, e dal bar indica verso l’officina che è lì a pochi metri, e dalla quale si scorge la cornice di un portone che sta appoggiata di fianco su un tavolo che non ne ho mai visto uno così grande. “Guardatelo mo’, e se venite alla vernata poi vi faccio vedere che ne facciamo uscire”, mi risponde quando gli dico che mi piacerebbe vederli lavorare, lui e suo figlio.
“L’importante è conservare la testa”, ci fa alla fine. “Io ho avuto abbastanza, e sto bene accuscì”.

– E vabbe’, tenete quest’arte nelle mani, e che vi serve più? Sapete fare delle cose meravigliose!
–  Signuri’, non dite così. La gente tiene in testa un sacco di cose stupide: i titoli, le lauree, e poi ci passano in testa a noi che non abbiamo studiato. A me questo mi pare assurdo, perché se poi andiamo a vedere un laureato tante cose non le sa fare. Ma io non dico che uno è meglio e uno è peggio, è solo che loro sanno fare delle cose e l’artigiano ne sa fare altre. Io so fare quello che so fare, e quello che so fare lo so fare bene. Tutto qua.
– Guardate che io quello che vedo qua l’ho solo nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli, non so se avete presente…
– E non lo so, io all’inizio ero falegname di mobili, porte e portoni, poi a un certo punto mi sono messo a guardare certi mosaici di legno del ‘500 e del ‘600 che stavano sull’enciclopedia dell’arte di mio figlio, che studiava architettura ma poi ha smesso. Mi parevano disegni e non ci potevo pensare che erano fatti di legno… però se erano fatti di legno forse potevo provare anche io, pensavo. Ho provato a ricopiarne qualcuno, e così ho cominciato.
– Ecco, aiutatemi a dire. Avete fatto e fate cose meravigliose.
– Vabbe’, voi non mi capite. Volevo dire che, se gli piace, lo può fare chiunque.
– Se lo dite voi, don Edua’…

Alziamo le mani in segno di resa, e lui si fa una bella risata.

– Comunque tornate a trovarmi, mi fate tanto piacere.
– Prossima volta che passiamo siamo qua.
– Allora salutatemi Pordenone. E’ una bella zona, ci sono stato quattro o cinque volte per dei lavori…
– Davvero? E che lavori avete fatto?
– Ma niente, cose andate esposte in qualche palazzo che non mi ricordo come si chiama.
– …
– Eh, fate quella faccia ma guardate che non scherzo mica, quando dico che ho girato.
– No, è che… vabbe’, lasciate sta’.
– Comunque non vi dimenticate, mo’ che trasite a Pordenone, di dire “saluti da Eduardo il falegname di Castelpetroso!”.
– Sarà fatto.
– Stateve bbuono!
– Pure voi.
– Ce putite juca’ tutto chello che tenite.

(continua)

Voce del verbo: torna e tornisci(mi).

giovedì, 2 dicembre 2010

Oh mare, oh mare,
dopo una vita intiera
adesso che fa sera
tu turni in t’el gno cuor.

De tanta lontanansa
tu vien comò un’aurora
co’ i rissi che te indora,
co’l ‘l silensio del sol.

E me, col cuor tremante,
vardo a la maravegia
che drento me se svegia,
se verze comò un fior
.

[Biagio Marin, da El fogo del ponente, 1959]

*

L’inverno di Grado, nei giorni più freddi del fondo dell’inverno, è un cristallo blu fuso con l’aria e con il sale del mare, un cristallo che la gente esce a cacciarsi nei polmoni appena spunta un giorno più limpido, alla più piccola e indecisa tregua della pioggia. In tanti escono a respirare la spiaggia d’inverno così, silenziosi, appena appena sorridenti e imbacuccati fino ai denti, ché in genere questo freddo blu cristallo è un dono della Bora, con i cani intirizziti ma tutti presi dai mucchi di alghe ghiacciate a riva, e i bambini che non gridano – come sono diversi dall’estate, adesso – ma restano assorti nella ricerca di qualche conchiglia scampata integra alla furia del mare. L’unico rumore che accompagna i passi muti sulla sabbia, intanto, è solo il ritmo lento della sega di un vecchio inginocchiato sulla battigia intento a tagliare in pezzi più piccoli un enorme palo, di quelli che segnalano i canali navigabili in laguna, strappato dall’ultima mareggiata dalla lunga fila al di là del faro. A guardarlo viene da chiedersi quando finirà mai, tanto è grosso il tronco, e quando finirà mai il mare di prendersi quegli altri tronchi, vecchi alberi contorti riemersi ora da chissà dove e da chissà quando, coperti di un manto di minuscole cozze, mantelli verdi di mucillagine e costellazioni di denti di cane bianchissimi. Io c’ero, dicono, e ci sarò ancora, ancora e ancora.

Ķalb al Άķrab

venerdì, 6 agosto 2010

Eccola lì, la supergigante rossa più bella, l’amore di una vita. La doppia che non si risolve, immersa in un ambiente che si chiama associazione – corpi luminosi che intrattengono legami gravitazionali deboli ma indissolubili: c’è mai stato niente di più bello per esprimere l’amicizia degli strati più sottili di tutto quello dentro cui viviamo? Sembra niente, ma dove sei cresciuta non si vedeva. Il tuo cielo spaziava su due punti cardinali e mezzo, nord e est (un segno premonitore?), e mezzo ovest. Poi c’era il sud, e a sud c’era Napoli, che, si sa, non ammette rivali. Potevi vedere la Spalla del Gigante reggere il cielo invernale, ma non il cuore pulsante della bestia che lo aveva ucciso, il gigante, la rossa gemella agli antipodi del cielo e delle stagioni. L’hai cercata per anni in quel mare lattiginoso, giallastro e opaco d’inquinamento luminoso e adesso, dopo tanto tempo, una sera esci a sederti sotto il tuo primo cielo d’agosto da quando sei arrivata in questo angolo di mondo, una meteora la taglia in due e d’improvviso ti rendi conto che è lì, il Rivale di Marte, sopra l’attraversamento pedonale, fiero, indifferente persino ai lampioni che qui non riescono ad avere ragione di lui. Una linea di luce unisce due punti lontanissimi, nel tempo e nello spazio, e questa strana, obliqua, intensissima forma d’amore riprende il suo corso di sempre, aggrappandosi con una forza inaudita e inestinta al cerchio dell’eclittica. Ti sorprendi a sorridere quando punti un dito sul nero del cielo tracciando con gli occhi ancora una volta il suo corso, ché no, non hai dimenticato nessuna delle stazioni per le quali passa il binario d’oro sul quale viaggiano il Sole e il suo convoglio di fuoco. Quando hai sgranato tutto il rosario delle tredici stazioni, ecco, sei tornata alla Grande Bestia rossa dal cuore che batte senza nessuna regolarità. Sopra quel segnale, sopra quel segno. Sì, ecco: mo’ prendo lo scandaglio e ti attraverso, finalmente.

Il posto delle Voci

mercoledì, 29 luglio 2009

Del concetto di setteddieci del mattino

Ci vado ogni volta che posso, dicevi una volta, anche se sarebbe più giusto dire che ci torno.

Passano gli anni e succede ancora, e continuerà ad accadere. Di nuovo, e ancora, e ancora. Da questa soglia, da questa cicatrice sulla pelle della terra che fa da ponte tra due regioni, due fiumi, due lingue, duemila morti e altrettanti vivi, due epoche e un’infinità di silenzi, non te ne andrai mai più, che tu decida di restare in questa terra per tutta la vita o meno. Come da quell’altra soglia, quella sulla quale sei nata. Continui a restare incastrata in questi punti di passaggio tra paesaggi e non sai perché, fino a confonderti con essi. Sei il filo d’erba senza nome sui prati che precipitano a valle dal Pra de Salta, mentre prendi le misure e segni il punto preciso in cui siedi, così, a sentire l’aria delle sette e dieci del mattino. Ecco: un puntino grigio di grafite sopra il foglio 21 della Carta Tabacco. Chiudi gli occhi, rilassi i muscoli della schiena e ti lasci inchiodare ancora un momento dalla dolce spinta della gravità sull’erba grassa di pascolo, fradicia di rugiada e intrisa dei ronzii di milioni di minuscole ali. Ma è tutto capovolto, in realtà, e tu sei attaccata a una parete sospesa sullo spazio. Dovresti cadere nel cielo che hai sulla testa e invece, puntino grigio sul foglio 21, resti invisibile e pacificamente, serenamente incastrato qui: dove gli uomini passano come fili d’erba, le vacche fanno latte e spezzatino, le nuvole scendono sul lago a farsi nebbia, e le frane diventano foreste di larici.

Delle forme della pienezza

sabato, 2 maggio 2009

Pedalare fino al guado di Vivaro
e trovarlo chiuso:
lo spettacolo della strada che si fa acqua
e dell’acqua che si fa strada
dentro il mare asciutto
dei sassi della Terra Magra.

Voce del verbo: dispatrio, ergo approdo

lunedì, 23 febbraio 2009


(foto sua)

 Allora andiamo. Si dirà poi: svolta verso il fiume, e occhio al ghiaccio. E sì. E’ il fiume che in ogni capoluogo d’Italia c’è una via che ne porta il nome, ma qui siamo appena fuori casa e dunque la musica del suo nome è un’altra, altra, che vale come l’altra. Due nomi per la stessa acqua, mi viene da pensare, mentre la macchinina blu scivola verso il fondo di questa gola di pietra dove il serpente liquido fa nella montagna un angolo stretto, profondo, e mostra le sue corde vocali a cielo aperto verdi, verdi, verdi dentro il sole invernale che le tocca nell’ora in cui la luce muore, bella, senza dolore, allungando le ombre e arrivando dritto negli occhi dei minuscoli umani che la attraversano. E’ una voce, veramente, quella che camminiamo con tanta lentezza, che parla della pazienza dell’acqua e dei suoi frutti, così lenti a crescere ma così carichi di nutrimento, una volta maturi. Intanto non smettiamo di camminare e improvvisamente una parte di me si stacca, esce, si alza fino ai satelliti che disegnano le carte geografiche dei nostri tempi e mi vedo da lontano, da sopra, su due punti diversi della mappa, quello in cui mi trovavo ieri e quello in cui mi trovo ora, che ci sono tornata e ancora non mi sono ripresa dall’ennesimo salto, dall’ennesimo strappo di questi giorni così intensi, così densi e dei quali ancora non mi riesce di capire granché. Ieri ero là e oggi sono qua. Ieri ero là, nell’enorme città di pietra – eterna, dicono, ma che sembra in procinto di collassare su se stessa – e stavo nascosta nell’unico suo angolo dove mi sia mai sentita davvero al sicuro, fra braccia spalancate da solo affetto senza giudizio e occhi che sanno leggermi da vent’anni senza difficoltà. Senza quelle braccia e quegli occhi dove sarei andata a finire, in quel punto della mappa?, mi chiedo. E capisco: se sono riuscita a rimanere in piedi senza scivolare, sopra quell’insidioso selciato di pietra eterna, è stato per il sostegno incondizionato di quelle due paia di braccia e occhi. Allora non è il posto, il punto, ma le persone. Gli umani. Quanti e quanti perché, per ognuno di loro. E portarseli dietro, infine, ovunque ci sia bisogno di andare. Ieri eri là – mi dico dal satellite – e se non fosse stato per quelle braccia chissà dove saresti finita, nella caduta. La verità è che quel luogo di pietra eterna non ti piace, adesso che ne hai fatto esperienza. Prima di passarci del tempo, avevi avuto solo un miraggio oltre il quale si celavano semplicemente quelle due paia di braccia e di occhi così infinitamente preziosi, per te. Ma tu, che sei così noiosamente, disperatamente lenta e ti nutri così avidamente di luce, di spazi enormi e di voci… come ti è mai potuto saltare in mente di poter riuscire a sopravviverci? Be’, mi rispondo, ero completamente smarrita, e lì c’erano loro. Sopravvivere… forse ci sarei anche riuscita. Vivere… ecco, quello sì che forse è fisicamente impossibile, lì, per me.

Poi rialzo lo sguardo verso l’altro punto della mappa, in alto a destra rispetto a quello dov’ero ieri, e improvvisamente rieccomi a terra. Sono scesa dal satellite e sto scattando foto ad un gigante di pietra d’Istria, foto che fra qualche minuto scompariranno per sempre per un qualche buffo capriccio dell’elettronica. Loro due sono un po’ più in là, li sento parlare piano mentre leggono la storia del gigante su un cippo lì vicino, sul ciglio della scarpata che si getta nel fiume con un salto di svariati metri, fitto di alberi. Da lontano li guardo muoversi, passeggiare, osservare, separarsi di qualche passo, stare un pochino in silenzio e poi tornare a parlare. Guardano il verde che sale dal fiume e la luce del sole che scende a grandi colate dagli archi che sostengono il maestoso Solkanski Most. Piano, piano, guardali come vanno piano. Somigliano un po’ al fiume nella cui Voce stiamo trascorrendo quest’ultima ora di luce, anche loro sono esseri umani d’acqua e di demanio, che oltre a prendere sanno anche condividere e ascoltare, e trovare strade, ognuno la propria. Sono generosi di paesaggio e di voci, e Voci a loro volta. Gente di pazienza. Adesso capisco perché quest’altro lato del pozzo-paese mi manca come acqua nella stagione torrida, quando sono lontana, e perché mi ci sento così libera e a casa dentro, quando vi faccio ritorno. C’è qualcosa d’altro, oltre alle persone. Non sono solo le persone, ma tutto. Tutto insieme. Loro e tutto il resto sono una cosa sola, con il tempo e la pazienza dell’acqua il paesaggio può essere ancora paese, dopo tutto, e per chiunque voglia metterci piede. Purché sia con rispetto.

Quando li raggiungo, poi, le parole vengono infine fuori così, leggere, senza sforzo, quando loro domandano: e allora?

– E allora è così… è che quel posto, come tante grandi città, è una grande gabbia d’oro. Così attraente, da lontano, ma poi quando ci vai dentro scopri che in realtà ci sono posti dove puoi andare a tutte le ore, e posti dove invece non ci puoi andare manco a mezzogiorno. E così ti ingoiano, ti abituano a tante cose strane, tipo la mancanza di spazio, e pare che ti anestetizzano. Alla fine, pure se hai tante cose bellissime e piene di storia intorno mentre vai al lavoro, comunque quando ci vivi ti ci abitui e non vai mai a toccarle. Cioè, ma nemmeno a poggiarci un dito sopra ogni tanto, e che cavolo. Potrebbero pure essere sagome di cartone giganti, voglio di’. E poi alla fin fine i posti dove passi la quotidianità si riducono a quei tre-quattro, che sono sempre gli stessi…
– E scusa, ma se fai vita di quartiere, tipo quella di paese, in ogni caso… allora è come stare in un posto relativamente piccolo, solo con un sacco di gente in più negli stessi metri quadrati. Allora mi chiedo…
– … quello che mi sono chiesta anch’io quando ci stavo, penso. Che senso ha?
– Ecco.
– E quindi?
– Ma non lo so, penso che dipende da quello che uno cerca. Io mi sa che sono di animo più… cinghiale, tipo. Aria, spazio, al limite un bosco fitto quando uno ha voglia di sentirsi protetto. Se il paesaggio bela invece di strombazzare e bestemmiare, io sarei tendenzialmente più contenta, ecco.
– Perché, che ha che non va il paesaggio che bela?
– Eh. Là uno mi ha detto "che tristezza!" quando gli ho descritto quello che c’è fuori dalla mia finestra, tanto per farti un esempio. Con un punto esclamativo grosso così.
– Sono antipatici, i punti esclamativi.
– Eh, lo so. So’ presuntuosi.
– Boh, comunque un po’ li capisco. Per stare bene in quel caos un po’ te lo devi anche raccontare, che fuori dalla gabbia è tutto triste. Solo che vorrei vedere come farebbero, quelli nella gabbia, se fuori dalla gabbia non ci fosse un paesaggio che bela e muggisce.
– Eeeeeeeh, se deragliamo sui massimi sistemi poi non la finiamo più, stelle.
– E’ che a me di fare la movida in mezzo ai turisti ‘mbriachi a tutte le ore non mi interessa, che ci devo fare. Mi piace di più se fra un turista ciucco e l’altro ci sono decine di chilometri.
– Mbeh, le persone sono sicuro più simpatiche, così. Per un fatto di concentrazione numerica, proprio.
– Lo stress pro capite per metro quadro si riduce.
– Però, scusa… tu vuoi conoscere un posto standoci solo un mese e mezzo? Mica ci saranno solo turisti ‘mbriachi, in giro…
– Ma no, ce mancass’. Però è pure vero che quando c’hai trent’anni sai già come sei fatto, e quali sono le cose che ti piacciono e quelle che no. E allora, se ti fai raccontare un po’ di vita, così, tanto pe’ parla’, a destra e a manca, anche da chi incontri per caso solo un paio di volte… e poi se ti guardi intorno per bene… be’, almeno una mezza idea te la puoi fare. O per lo meno puoi provare ad immaginartici dentro, a quello che senti e che vedi…
– Mh. E poi ci sono anche tante persone per le quali quello "stress" è sinonimo di vitalità…
– Be’, da un certo punto di vista lo è.
– Io, di mio, là ho visto che c’è vitalità buona e meno buona. A volte trovi quelli simpaticissimi e cordialissimi, e quelli che ti rispondono malissimo perché sono scazzati di per loro… e questi in genere sono un po’ di più.
– Insomma, come dappertutto.
– Esatto. E anche per questo mi chiedo…
– … che senso ha?
– Eh. Il fattore ambientale è schiacciante, alla fine. Devi solo decidere se vuoi stare nel casino oppure no. Dove per "casino" intendo: un casino per andare dal medico quando ne hai bisogno, un casino per andare alla posta, un casino per fare un biglietto del treno, un casino per arrivare in un posto, un casino per trovare un lavoro con le tue sole forze…
– Mmmmh…
– …un casino sui diritti di base, sarebb’a dire.
– Ecco, non lo volevo dire.
– Eh, ma se te lo dice una terrona.
– Scema.
– No, veramente. In questo periodo del cavolo ho imparato una quantità pazzesca di cose… così tante in così poco tempo… non me lo sarei mai aspettato, ve lo giuro.
– Eh, la potenza dei traumi!
– Vero, eh.
– Ci metterò anni per assimilare.
– Essa rumina.
– Essa è lenta.
– Essa è scema. Ma per lo meno ha capito dove vuole vivere, per esempio, cosa che fino a un mese fa le pareva impossibile.
– E sarebbe?
– Qua. Io voglio stare qua. Anche se significa stare relativamente da sola. Ma qua. Se tutto va malissimo, nel peggiore dei modi possibile… io comunque non me ne voglio andare dal Friuli. Qua mi piace. Il mio modo di intendere il tempo è ancora ammesso, in qualche modo. E poi mi piace tutto: i posti, le persone, quello che si mangia e le lingue che si parlano. Sembrano cretinate, queste cose, lo so, ma se ragiono sulle cose che mi fanno stare bene, senza che ci giro intorno, queste cose mi fanno sentire… a casa.
– …
– …
– …
– … oh… che è?
– Cioè… ok, tu vuoi stare qui…
– Eh.
– … ma tu glielo hai chiesto, ai furlani, se ti vogliono?
– … mpf…
– …mpfffff…
– …. MA MI HANNO DATO LA RESIDENZA!

Tre risate si liberano dalla gola del fiume, e insieme alla voce dell’acqua vanno a sbattere su una parete di pietra, poi sull’altra, e infine si perdono nei boschi che le ricoprono. Siamo paesaggio, siamo paese, voci di posti diversi che si parlano ognuna usando il proprio linguaggio e sotto sotto si capiscono anche quando raccontano di cose lontanissime nel tempo e nello spazio, persino con parole in lingua madre che gli altri due non hanno mai sentito prima. Siamo ombre che camminano attraversate da una spaccatura dell’asfalto, da una traccia di pneumatico. A sentirle parlare si intuiscono istinti limpidi, a volte persino feroci, e in trasparenza ferite vecchie poi coltivate come fiori esotici fino a farle germogliare in una loro forma di ricchezza, e sul fondo, protetta con infinita cura e tirata fuori al momento giusto, una voglia di stare bene innocente e mai sopita. Nonostante tutto, nonostante tutti.

– E poi, uagliu’, diciamoci la verità.
– Cosa.
– Non si può vivere in un posto dove non ti puoi mettere quello che cavolo ti pare senza beccare un qualche stronzo che ti prende in giro sulla metro.
– Checcosa?
– E sì. Guarda, odiavo questo anche di Napoli, dove pure succede.
– Ma cosa ti eri messa, scusa?
– Ma niente, un vecchio maglione rosso… ma normale, tinta unita. Neanche tanto anni novanta.
– Ma come, rosso? Ma tu non eri quella che in viaggio mette sempre nero, così anche se si sporca e sei fuori casa si vede meno?
– E infatti, mannaggia a me. L’ultima volta m’ero stufata e mi sono messa quel maglione lì, comodo comodo, che tra l’altro metto sempre. "Anvedi quella che s’è messa, ahò"… e urlava pure, il deficiente, cercava approvazione intorno…
– Oddio, ma perché?
– Ma che ne so, mi pare che quando si sta troppo ammassati gli uni agli altri si sviluppa una qualche forma di violenza istintiva, a livello collettivo. Te l’ho detto, succedeva spesso anche a Napoli. Quando non è per quello che hai addosso, è perché sei grasso o magro, o hai gli occhiali troppo grossi… in certi posti trovano il modo di prenderti in giro anche perché respiri, se vogliono.
– Uh, pensa che titolone: "Donna insultata per maglione anni ’90 in metropolitana prende in odio l’intera capitale".
– "Il disappunto del sindaco: «rovina l’immagine della città, poteva anche mettersi qualcosa di più consono»".
– …
– Picia, comunque io sono tanto contenta che ti hanno dato la residenza, sai.
– Eh, vorrei solo essere un po’ più veloce di comprendonio, ogni tanto. E’ che se non vedo e tocco sembra che non sono capace di imparare niente. Che due palle, a volte. Devo sempre fare geografia, ma in certi momenti diventa faticoso…
– Eh, ma vuoi mettere la soddisfazione…
– …disegnare terre…
– … mondi.
– Ecco, per esempio: da noi si dice che la ggente del nord sono freddi, chiusi e diffidenti. E che solo al sud sappiamo vedere sempre il lato positivo delle cose.
– E allora tu ci disegni a noi tre sulla mappa… ca tabajin tutti sbronzi sui massimi sistemi.
– Vuoi mettere la soddisfazione.
– Uh.

Voce del Verbo: In/tre/vis(t)o

mercoledì, 4 febbraio 2009

Ho viaggiato Treviso per la prima volta all’alba di una mattina di febbraio, umida ma senza nebbia, a bordo di un’autolinea cittadina che passa per piazze, quartieri, canali e calli profonde come piccole ferite di pietra. Le voci che vi ho incontrato erano basse, profonde anch’esse, assonnate, stanche ma ancora avviate alla nuova giornata, ancora e ancora. Operoso nordest. Mi ha intimidito per anni, questo posto, con il suo sindaco e il fantomatico ottantapercento al suo fianco che gli permetteva di dire qualsiasi cosa gli passasse per la testa… e adesso, sull’autobus pieno che scivola dal centro alla periferia mentre il sole si sforza di salire oltre le nubi basse, siamo solo in quattro ad averci la pelle di quel colore spento che tanto piace a quelli là. Lo sanno tutti che è così, lo so, ma io con i miei occhi non lo avevo ancora mai visto, e dopo tanti anni di cortese distanza questa città mi appare così, spezzata e spezzettata in fermate, stazioni, voci diverse e pelli ambrate, mentre i canali, i ponti, i frontoni delle chiese e gli slarghi fra i vicoli scorrono sovrapposti alle macchie di luce dei neon dell’autobus riflessi nei vetri, sicché fuori, che in mezzo alle case è ancora buio, si vedono passare facce e cemento sfregiati da lame di bianco che ne alterano il sembiante solo per un secondo, e quando sono passate tutto è ancora al suo posto.

Treviso.

Ma quante facce hai? Almeno tre, a occhio e croce. Due si vedono, la terza no. Ho intravisto le case dei ferrovieri e un bel ponte in pietra bianca che sotto ci passa il Sile, accanto alla fermata dove ero in attesa che un conducente benevolo venisse a portarci verso l’ennesima partenza, la mia e quella di tutti gli umani assiepati intorno all’edicola aperta già da ore, con l’edicolante che non risparmiava un buongiorno a nessuno, persino a me che era la prima volta che passavo di là. Ho intravisto una via Fra’ Giocondo, un airone che sfrecciava alto puntando il Piave venti (sì?) chilometri più a est, il viso implorante e tirato di sforzo di uno studente pallidissimo che ha corso per decine di metri verso la fermata accanto all’autobus, proprio all’altezza del mio finestrino. Ho visto acqua grigia e l’osteria Fuori Porta, che le luci gialle sapevano di voci, caffè, calore e grappa anche da dove le guardavo. In fondo alla stessa strada, lontana, una delle porte della città.

Treviso.

Spiegami perché ti piace così tanto farti cordialmente detestare, se poi di primo mattino sei così, di acqua e pietra, che per essere febbraio non fa nemmeno freddo e anzi, fai quasi venire voglia di smontare alla prossima e fare un giro per venire a sentire parlare quella lingua che ormai comprendo e conservo nella memoria come una delle cose più preziose che ho imparato da te pur senza averti mai camminata prima – potenza delle Eus! – per merito di qualcuno da cui pure hai saputo farti detestare, finché non lo hai buttato fuori dalle tue mura a calci, ingrata e cieca come quel primo cittadino che ora è il secondo, ma fa lo stesso, che ti sei voluta e a vederti così non si capisce come ti sia passato per  la testa. Ma chissà cosa riposa, dietro ‘sti muri tagliati dal neon, e chissà che abisso c’è anche per te, aperto e doloroso come una ferita, tra quello che dici e quello che fai. Io stessa arrivo in treno che è ancora buio nelle tue strade, e ti lascio solcando il cielo, con lo spettacolo del dorso del Montello che emerge come il guscio di una enorme tartaruga preistorica dalle nubi basse ormai rosate dal sole che finalmente è riuscito a sorgere.

Ma la prossima volta non mi freghi, Treviso.

Voce del verbo: presente infinito

martedì, 27 gennaio 2009

Mettersi in cammino a metà mattina e vedere, sentire dove portano i piedi, col sole e le pozzanghere, e guardare la città a rovescio, mettere con gli occhi le voci nei riflessi sull’acqua e costruirsi nelle orecchie un ricordo sottosopra, leggermente increspato di vento. Mettersi a lavorare per un paio d’ore in un caffè, e sentire il tempo passare, pieno e non morto, non ammazzato come si suole fare con quei criminosi atti quotidiani, minuscoli e distruttivi, che gli tolgono la vita. Bagnarsi le chiappe su una lastra di travertino e parlare a voce alta – altra – con un passero, chiedendogli per favore di non farti lo scherzetto… per lo meno non sulla macchina fotografica, dai, che ancora ci devo prendere confidenza. E poi, pensare che se a Roma non ci fossero tante macchine parcheggiate ovunque si potrebbe vederla meglio, e ripiegare poi lo sguardo sui parabrezza e guardarla così, tutta gonfia e storta, che i palazzi sembrano messi insieme con un curvilineo non particolarmente sano di mente. Constatare che oggi è il giorno dopo la pioggia, e ci sono le pozze d’acqua e i lunotti puliti, un bambino che si chiama Matteo che si rotola sui sanpietrini tra le due fontane gemelle e che i genitori non riescono a fermare, e io non so cosa succederà di qui a un’ora né quanto sarò capace di camminare prima che mi tornino i crampi. Sentire alzarsi il vento, e arrivare dai vicoli odore di caffè e pelle umana, sudata, viva, e madonna quanti gabbiani ci sono a Roma, e continuare a pensare alla differenza, no, all’abisso che sempre si spalanca fra quello che si dice e quello che realmente si fa nel momento in cui la sorveglianza si abbassa e la quotidianità ti mostra le cose e le persone per ciò che realmente sono. E alzarsi, infine, e confondersi tra i turisti e sentirsi rassicurati dalla sensazione di invisibilità che danno questi vicoli, del tipo: qui, dietro quest’angolo, nessuno mi trova, nessuno potrà trovarmi mai più. E in giro incontrare voci altre, che parlano linguaggi di luce, diversi e diverse, andar loro incontro a passo svelto o a bordo di una metro sgangherata, e ritrovarsi disarmati davanti a una nebulosa di parole di contorno ad un concetto molto semplice, che traccia un confine scontato ed evidente al punto di chiedersi "ma perché, se ce l’abbiamo sotto gli occhi?". E a sera riprendersi un momento per pensare, di concerto, alle cose dette e fatte, e alla fine andare a dormire immersa in un odore nuovo, che prima non c’era nelle parole come nella memoria, e a mattina ancora sentirlo, e partire portandoselo dietro, sul treno diretto a nordest. E viaggiare così, in mezzo ad altri esseri umani, con i pensieri persi tra pozzanghere e voci, risalire il pozzo-paese e chiedersi cosa verrà dopo, mentre i sensi si fanno strada in un tempo che prima era scorso così, non-sensato, senza senso, senza sensi.

Voce del verbo: viaggi

martedì, 18 marzo 2008

– No, perché a me qui sembra tutto così piccolo, così comodo… così corto. L’anno scorso, per esempio, siamo andati in vacanza all’Isola d’Elba, e quando ho saputo che saremmo partiti in auto, con le valigie nel bagagliaio, sono rimasta con la bocca aperta. Poi dopo ho realizzato che le distanze non sono più le stesse. Perché per noi in Russia il viaggio che cos’è? Una valigia qua, un’altra qua, un treno e tanto, tanto tempo. La prima volta che ho visto il mare avevo ventitré anni. Per andare sul Mar Nero da casa mia erano quasi tremila chilometri, tre giorni interi di viaggio. Dopo il ritorno avevo dimenticato tutto il riposo di quella vacanza. Mi sono poi dovuta far dare un altro giorno di ferie per riprendermi dal viaggio di ritorno dalle ferie. No, questo solo per dire…
– …
– Che c’è?
– No, niente. Pensavo che a vent’anni ho fatto un viaggio in treno di novecento chilometri con due amiche… sai, zaino in spalla e basta… e ci sembrò un’impresa epica.
– Eeeeh…

Sorride, intenerita.

– Povere, piccole, innocenti noi, eh?
– Eh… un po’.

[e poi ancora Voci, ma soprattutto Voci]

Fermata non richiesta (6/?)

lunedì, 17 marzo 2008

Venticinque agosto, domenica. Su queste strade dopo mezzogiorno il sole sembra inghiottire ogni cosa, ridurre tutto quel che non si muove con il vento allo stato di ombra, di ricordo. Anche noi, che ce ne andiamo in giro in pantaloncini e canottiera come due pazzi in mezzo a questo mare d’erba che frigge, rabdomanti – lui, più che altro, ché io gli sto soltanto dietro – di stazioni e di parole sotto le quali, appunto, vive il ricordo di noi stessi. Qui, adesso, in questa estate stranissima siamo il ricordo della nostra vita che è stata e che continua mutando forma e riversandosi in altre immagini, altre parole che verranno. Quello che cerchiamo, ombre nel sole, sono parole come: passeggiata, giardino, pomodori, mais, galline, chiave, binari, stazione, bacònca, uva, Ciao (nel senso della Piaggio), pesca, bicicletta, marmotta, diabete, mele, Settimana Enigmistica, treno, Cassino, miele, ciambelle, ricotta, pazienza, grasso (nel senso dei motori), Reggia, giornalino, fiori, violette, rose, pozzo, edera, rondini, coma.

E’ una mappa generosa, questa. Io guido, lui la tiene aperta sul cruscotto e segue con l’indice la linea della ferrovia lungo la quale ho segnato le stazioni con il pennarello. Ci sarebbe da capire come mai su una cartina stradale del ’96 ci siano segnate stazioni dismesse da venti-trent’anni, ma visto che ci è utile, e molto, sono altre le domande che ci ritroviamo a farle.
Intanto però la fermata successiva è facile, si trova subito: portando il nome di San Massimo, ce la ritroviamo esattamente dove immaginavamo, cioè sulla statale lungo la quale corre la ferrovia, in corrispondenza del bivio dove c’è la strada che sale al paese. Non c’è anima viva in giro, lasciamo la macchina all’ombra di un fico enorme che dal giardino di una pompa di benzina si protende sull’asfalto e attraversiamo di corsa. Perché di corsa poi, se la strada, lunghissima e dritta, è deserta? Chissà.

La stazione dà le spalle alla statale, se non fosse per il rosso della sua divisa anche questa sembrerebbe solo solo una vecchia, grande casa abbandonata. C’è un cancello di ferro dal quale si vedono il marciapiede e i binari. Ci guardiamo intorno come due bimbi che stanno per fare una marachella, notiamo che dall’altra parte della strada il benzinaio ci ha visti e ci sta fissando. Probabilmente si chiedono cosa diavolo…
Faccio un cenno di saluto e faccio vedere la macchina fotografica, e dall’altra parte arriva un "ah, vabbuono,  shtàteve accorti però che ‘u treno passa ancora, neh!".
Passiamo il cancello e qui, forse per l’estrema vicinanza alla statale, troviamo un luogo dove non è proprio bello metter piede. La stazione è brutta, sporca, non solo abbandonata, ma proprio negletta e vandalizzata. Qualcuno ci viene, qui, eccome, e si comporta da bestia. Ci restiamo poco e senza troppo entusiasmo. Come l’altra ha tutte le porte murate tranne una e, mentre io sono sul marciapiede ad aspettare il treno che si sente arrivare, non faccio in tempo a voltarmi a guardare la mattonella dell’altitudine che quando lo cerco un secondo dopo lui non c’è più: ha trovato la porta aperta ed è entrato a sbirciare, mi ci gioco la sottana.

E infatti è lì: mi mostra, meravigliato e tutto contento, quel che resta del pannello dei contatti di un posto telefonico. "Fai una foto", mi fa, "così poi ti spiego come funziona. Intanto da qui è meglio che ce ne andiamo". In effetti.
Sgattaioliamo via sotto il sole sempre più caldo. Sono le due.

Mi viene un dubbio:

– Proseguiamo o…?
– Dipende. Che c’è dopo?
– Bojano.
– Sì, ma quella è in funzione.
– Ok, salta Bojano. Dopo?
– San Polo Matese. Direi che possiamo arrivare fin lì, per oggi.
– Aggiudicata.
– Però che stupidi, potevamo portare almeno un po’ d’acqua*, cu ‘stu calore che ci sta.

(continua)

[*è un po’ la Regola del Terminale: se all’inizio della storia c’è dell’acqua che vi serve, prima della fine quell’acqua vi arriverà sicuramente in qualche situazione quanto meno bizzarra, o vi verrà offerta da un qualche personaggio quanto meno singolare]