Articoli marcati con tag ‘81100 l eterno scempio’

Fumo (geno) negli occhi

sabato, 30 giugno 2007

 Rubi quaranta minuti alla vita, con la pretesa che non sia nemmeno un furto.
Due ragazze sdraiate sotto la palma lontana alla tua destra fanno bolle di sapone. Qualcuna, spinta da questo generoso libeccio, riesce ad arrivare fin dove sei seduta tu, sul muretto dello slargo davanti all’ingresso della Biblioteca Nazionale. Attraversando zone di ombra e luce, le bolle appaiono e scompaiono nel piccolo piazzale, poi svaniscono. Una coppia di merli zampetta qua e là. Dal retro del San Carlo si sentono accordare violini, a decine.

 Aria secca, caldo, cielo greco. Questa è l’estate che conosci, sì, l’estate fatta come quello che ti salta alla mente quando devi dire estate. La tua estate, che ti sta sepolta sotto le parole. Chissà quanto durerà, ti domandi, questo sentore di salsedine e mediterraneo centrale che fa il sole così pungente, le strade così polverose, i colori così compatti e i polmoni così aperti. Sì, questa è la tua estate di tufo e acacie, di orizzonti puliti e serate a pelle fresca. Chissà quanto durerà. Visto che non puoi saperlo, senti l’istinto di ficcartela nel torace a secchiate, di farne scorta per quando si tornerà a non respirare. E si capisce e quasi si arriva a comprenderla, in una giornata così, la miopia del tuo popolo: quanto riesce difficile sotto un azzurro così pensare che da qualche parte si consuma un’agonia, che altrove c’è qualcosa che muore… tanto più se chi muore siete voi che questo paesaggio lo abitate, che questo azzurro lo bevete e lo respirate. Ma tira dal mare, il libeccio, pulito, forte, e porta sentore di salsedine fin nei recessi più interni di questa terra, sicché quando torni a casa puoi salire sul tetto di casa tua, al tramonto, e respirare a fondo il vento che ti investe la faccia senza che gli occhi ti brucino. In un momento in cui l’orizzonte è di fiamma e per tenere a mente quello che succede devi quasi fare uno sforzo.

Che giornata, però. Se oggi qualcuno fosse spuntato dal nulla a dirti che non è vero niente, che è stato solo un incubo dopo una cena pesante, che ti sei immaginata tutto… be’, forse gli avresti creduto. Almeno per un poco…
… ma solo un poco. Perché poi lo stesso vento te lo ha ricordato, severo, che quel che accade non smette di accadere sotto un cielo e dentro un’aria così: per una volta che nemmeno li stavi cercando sono spuntati, neri e senza rispetto, ai due capi dell’orizzonte, uno dove il sole era appena scomparso e l’altro sotto la luna appena sorta.
Hai chiuso gli occhi per un minuto, forse due. E quando li hai riaperti, ti sei ritrovata davanti le stesse parole di prima, rubare, furto, vento, secco, polveroso, polmoni, respirare, sentore, fiamma, bruciare, incubo, accadere. Solo che non significavano più la stessa cosa di prima.

Mutando riposa (e muore) (e vive) (e ti schiafféa)

lunedì, 28 maggio 2007

La nazione che distrugge il proprio suolo
distrugge se stessa.

[F.D. Roosevelt]

(ma ok, insomma… ci siamo capiti)

            *

Il vento ha deciso di girare, finalmente, e versare sul cielo un po’ di azzurro.
Salendo ho trovato ginestre e monnezza, papaveri e monnezza, rovi e monnezza. E un cumulo di roba grigia e resti di un fuoco proprio lì, santiddio, proprio nell’esatto punto in cui a notte fonda, tre anni fa, io e mio fratello abbiamo scavato con le mani la terra che ha accolto nel suo enorme e rispettoso silenzio il corpicino della bestiola che più avevamo amato a questo mondo. Emmapropriollì, dico io, e che cazzo. Poi in verità si vede: qui, lì, altrove… non c’è più alcuna differenza.

E’ insopportabile, ormai.

Sto cercando un posto. Un posto dove il cellulare non prenda nemmeno se voglio, dove se succede qualcosa non devo poter chiedere aiuto. Questo sto pensando, mentre salgo la stradina che porta fin là sopra. Ma che so’ ‘sti pensieri? Che mi piglia, oggi? Dovrei andare a casa a fare la valigia, e invece me ne sto ancora in giro. E con ‘ste cose in testa. Mah.

 Dovevo tornare a casa a fare la valigia, in effetti… anzi no, per la precisione stavo tornando a casa a fare la valigia, ero anche arrivata davanti al cancello. Solo che non ho frenato, non so perché, qualcosa mi ha spinto, una pacca invisibile dietro la schiena, tipo, o forse un calcio in culo, non so… e sono scivolata avanti. Fino a finire qui.

(che poi, da quanto tempo non salivo quassù… un anno, forse)

Qui sì, non c’è cellulare che tenga. Stai pure qui, se vuoi, sembra dire l’ulivo all’ombra del quale sto guardando la pianura che stamattina soffocava in un abbraccio di afa e foschia pesante, tanto qua nessuno ti trova.
Dici davvero, albero? – mi sorprendo a dire ad alta voce alzando gli occhi verso il tetto delle sue foglie, attraverso il quale filtra a piccole costellazioni quella parte di cielo dove da nemmeno mezz’ora s’è alzato il Maestrale. E già. Dice davvero. Qua nessuno mi trova, nemmeno volendo, ripeto distrattamente sotto questa specie di minuscola notte verde dalle stelle azzurre in pieno solleone…

ma nessuno proprio. A rigor di logica questo mi dovrebbe preoccupare… e invece no. Senza  collegamento con la matassa di strade che da qui mi vedo sotto i piedi, succede che d’improvviso… mi … sento al sicuro. Sì, è questa la sensazione. Sono al sicuro, se nessuno mi trova. Se nessuno mi trova, allora sono al sicuro. Si ripetono, le parole, e si ripetono, e si ripetono ancora, e ripetendosi mi fanno eco nel ventre per un tempo che mi sembra infinito… finché… l’eco… non inizia… a farsi spazio… spazio… spazio… che si allarga… allarga… allarga… e tanto è largo… che a un certo punto… diventa… un… un fresco… che… mi calma. Calma sì, e calma tutto… i nervi, il respiro, le mani.
Alzo la testa – quand’è che mi sono abbracciata le ginocchia e mi sono accartocciata così, oddio? – e mi guardo intorno. C’è solo vento, ulivi in fiore, cicale… e, dietro le spalle, una pineta che veglia sulla pianura da secoli, e secoli, e secoli… e dove il vento prende la voce potente e banale di una gigantesca carezza.
Ora ricordo che mi è sempre piaciuto venire qui. E ricordo anche perché. C’è che di solito il vento scende, quassù. E’ una mano grande e leggera, come quella di certi intagliatori, che affina, sagoma, sgrezza i pensieri. Anche quelli fatti del legno più stronzo, che si torce e si imbarca. Basta soltanto offrirgli la schiena, e tenere a mente che se lo ritiene necessario non si fa problemi a mollarti qualche colpo di sgorbia direttamente sui polmoni.

Nessuno può trovarmi, e sì. Meno male, aggiunge lui. Ma dimmi tu cosa mai può succedere in un posto così? E ha ragione. Qui c’è solo vento, erba, insetti, e alberi vecchi quanto questa terra di tufo e sole. Invece di preoccuparmi – ma ho già  dimenticato che stavo giusto cercando questo, salendo qui? –  finisce che torno a sentirmi al sicuro. Dovrei correre a casa a fare la valigia, e invece no. Voglio stare un altro po’ qui. A sentirmi al sicuro.

 E’ che forse volevo partire con un altro odore, addosso. Un altro che non fosse quello della monnezza. Fuori da questi confini è difficile spiegarlo, anche quando si tratta di una voce amica che ti sta prendendo in giro con tutta la bonarietà del mondo. Allora capita forse così che uno sta tornando a casa e poi all’improvviso si lascia sospingere, e dice: voglio salire. Voglio vedere, sentire da sopra. Da là sopra, vedere come sembra quaggiù, dove ci muoviamo come batteri dentro la sua ferita infetta (di chi?). E’ che si è alzato il Maestrale poco fa, sì, e adesso nel cielo ha disegnato una linea che lo divide a metà tra azzurro e il bianco sporco di questa mattina.. si vede che sta passando la scopa, una buona volta. E’ di buon auspicio partire col Maestrale, ricordo che mi dissero una volta in un porto molto più a sud di qui. E intanto il cielo si pulisce, e il vento scopre le ferite sulla carne viva di mia Madre. Una grossa libellula verde mi sfreccia sopra una spalla. Ora non scende più, il vento. Ha girato. Quindi sale. E sale da lì. Proprio da lì. E allora dimmi.

Qual è il prezzo di una ferita, di questa ferita?
Che cosa posso fare per te?
Cosa ho fatto fino ad ora?
A un certo punto ho avuto paura, è vero. Ero talmente, talmente stanca. Ora l’odore della tua cancrena arriva anche qui, a zaffate, a schiaffi a mmana smèrza, nel vento.

E cosa mi aspettavo, del resto? Se faccio qualcosa di sbagliato mi prendi a schiaffi. Sei mia madre. E per giunta sei del sud. C’hai la mano pesante, tu, e i tuoi metodi educativi sono sempre stati discutibili, è vero. Ma tant’è.

 Dovrei forse chiudere la finestra per non sentirlo, questo odore alcolico di ferro e carogna che si pianta nella trachea? Sprangare le imposte dei sensi, della coscienza, della rabbia? Ecco, forse così si fa per restare sereni in questo infinito scempio. Ma se lo faccio – senza che ci giriamo intorno – ci saranno altri schiaffi. Se chiudo la finestra e perdo questo senso di rifiuto, il senso del rifiuto, il senso della parola stessa – rifiuto – sento che mi perdo tutto, tutto e definitivamente. Se chiudo la finestra non cambia niente. Se io rifiuto non cambia niente e anzi, mi faccio segno di questo rifiuto. Se rifiuto, io stessa sono un rifiuto: sono il mio rifiuto, e un rifiuto – rifiutato – di questa terra che mi è madre.
Allora è vero quel che dice il Grande Vecchio che vive sull’Altopiano, che dopo il freddo dell’inverno succede sempre, sempre qualcosa che proprio quando stai per tirare i remi in barca viene a scuotere l’acqua e a darti il segnale che è ora di svegliarsi di nuovo: un affetto, un dolore, una paura che ti dice che c’è ancora da fare, che non è ancora finita. E’ difficile crederlo, a volte, in questo caos immobile che non accenna in alcun modo a diminuire, fuori come dentro. E tuttavia.

 E allora tanto vale portarsela dietro, la tua putrescenza. Ché tanto se è tua è anche mia. Tra le mie ferite e le tue non c’è nessuna, nessuna differenza, e allora sì, così si può decidere: continuo con il tuo odore addosso a camminare nuda, di geografia in geografia, a nervi e cicatrici scoperte. Come te, che pure ancora ti mostri sfinita ma senza vergogna del tuo corpo martoriato.

Se non puoi difenderti tu, non lo farò nemmeno io. Quel che ne verrà, verrà. Comunque sia.
Persino nel dolore vedo oggi che si creano – tu li crei, poiché anche se stai morendo la tua fertilità senza freno, tenace, continua a dare frutti – tra i tuoi figli certi misteriosi legami che a loro volta generano altro, altri eventi, altre forze che pure muoveranno qualcosa d’altro, altrove, in forme inaspettate, e ancor più imprevedibili. E questo sì, posso affrontarlo, nonostante la fiducia andata a male, nonostante le distanze, nonostante…

(ahia!)
(eh?)
(e ho capito, ho capito… )
(la valigia, sì…)
(ahia!)
(evvabbemanonc’èmmicabisognodifar…eahia!)

… tutto.

(uffa, però.)

Manifesta (sogg. sott.: presenza)

lunedì, 21 maggio 2007

Non conosco nessuna nazione che assista così passivamente alla morte dei luoghi.

Paolo Rumiz

Ritrovarsi da soli. Come sempre, come ogni santissima volta che si tratta di questo.
E sbattere la porta – perché non ci si abitua mai, di’ la verità – e andare lo stesso, accidenti, correre, correre, così, a testa bassa attraversare la città come un mulo arrabbiato, arrabbiato, sbuffando e sudando perché fa anche caldo, e….

ehi!, ti sveglia una voce con un sorriso enorme, che spinge un passeggino blu. Ue’, accort’! Alza quella testa, uagliunce’, sennò vai a sbattere!

E alzarla, sì, la testa. E restarci. Così. Con gli occhi in alto. Di sasso.
Fra un paio d’ore si tornerà da soli, lo sai bene, sull’altro versante del reale, all’altro capo di questi ventotto chilometri di strada ferrata. Ma intanto, per niente più che un momento, sentir riemergere dal buio della rabbia che lo aveva soffocato quel… piccolo… se. Sempre quello, fragile e inutile. E riuscire, per quelle due lettere, a sorridere. Insieme a tutti, tutti quanti.

Cronache dal baratro

lunedì, 14 maggio 2007

Forse ci siamo. Forse siamo arrivati al baratro finale, per la Campania. E l’elenco di cose che stanno succedendo è forse anche troppo lungo. Non è casuale che stiano succedendo tutte contemporaneamente.
 
Il 26 maggio sarà chiusa la discarica di Villaricca, dove vengono conferiti i rifiuti di tutta Napoli e provincia. Non sono state trovate delle alternative nel napoletano. La raccolta dei rifiuti andrà al collasso nel giro di 24 ore. Amen.
Le alternative? Sono peggiori.
Nel casertano, Lo Uttaro è già stata aperta. Sta ospitando i rifiuti non trattati, quindi anche e soprattutto quelli putrescibili, organici, ecc., di tutta Caserta e provincia. Nell’arco dei prossimi tre mesi, è prevista la prolificazione di circa 2 milioni di topi. Amen.

Probabilmente, dopo la chiusura di Villaricca, gran parte dei rifiuti napoletani saranno dirottati su Lo Uttaro, ed i topi aumenteranno. E la vita della discarica diminuirà. E quando anche Lo Uttaro si riempirà?
A Serre la situazione è peggiore. E stavolta non arriva la polizia.
Il consiglio dei ministri ha varato un nuovo decreto che cambia i poteri commissariali. In peggio. Grazie a questa "modifica" al volo, mi segnalano telefonicamente che da Salerno i mezzi dell’esercito sono già partiti verso la zona della discarica.
Ovviamente senza Villaricca, serve anche Serre. E serve far capitolare la popolazione.
Come ha giustamente sottolineato Fabio in un commento al post precedente, "il decreto sarà anche uno strumento per superare eventuali ricorsi alla magistratura". Si parla di ricorsi fatti dalla popolazione o da parte di amministrazioni comunali, chiaramente.
Si supera con l’uso dell’esercito, la possibilità di rivolgersi alla magistratura. Sbaglio, o sui libri di storia queste cose le abbiamo già lette?
Pochi giorni fa, raccontavo su questo blog che ci troviamo di fronte ad una frattura nella democrazia. Anche nel libro parlo di questa frattura, e spiego come e perchè debba essere risanata. La risposta è l’uso dell’esercito, non per bonificare i siti inquinati, ma per zittire la popolazione.
No, non è una frattura nella democrazia. E’ una frattura quando arriva la polizia. Quando arriva l’esercito è qualcosa di molto più grave.
Non è solo a Serre che va l’esercito.
Va anche a Parapoti, discarica esaurita, ma che ora si intende riaprire. Si trova a Montecorvino Pugliano; sì esatto, è dove ci fu la rivolta popolare del 2004, quella che bloccò i treni, proprio per la discarica. Stavolta non ci saranno manganelli e lacrimogeni, ma carri armati. Viva l’Italia.
 
Per il futuro, si pensa ad una ex cava a Terzigno, per i rifiuti di Napoli. Chi abita da quelle parti lo sa: è nel Parco Nazionale del Vesuvio. Discarica in un parco nazionale. Geniale, no?
 
Nel frattempo, a Nocera Superiore ne succedono (caso strano, in contemporanea) altre. Il commissariato ha fatto sequestrare un impianto di depurazione non ancora collaudato, per usarlo come sito di stoccaggio del percolato proveniente dalla discarica di Villaricca. Il sindaco di Nocera e la sua cittadinanza hanno formato dei cortei di protesta pacifici, in opposizione alla decisione, e per questo sono stati caricati dalla polizia, sono volate manganellate, pare anche piuttosto violente. Lo stesso sindaco ha sostenuto d’aver riportato delle contusioni.
Ma il problema si può risolvere presto, e senza altre cariche di polizia: da Salerno mezzi dell’esercito si stanno portando anche verso Nocera Superiore.
Amen.
 
E la popolazione? Cosa fa?
Beh, di fronte ad uno schieramento dell’esercito, c’è poco da fare.
I cittadini provano a farsi sentire, per questo motivo hanno indetto una manifestazione a Napoli, per sabato 19 maggio. Un corteo pacifico che sfilerà per le strade della città del Golfo, chiedendo una politica sensata per i rifiuti.
La risposta non si è fatta attendere. In un’Italia dove i cortei si sprecano, la questura ha formalmente comunicato il divieto di manifestare il 19 maggio, comunicando contemporaneamente che quel giorno Napoli non sarà piena di poliziotti, ma di Bersaglieri.
 
No, io alla casualità ed alla concomitanza di tanti eventi non ci credo.
Non ci posso credere.
Siamo nel baratro. Al quale si aggiunge un bavaglio messo di forza alla popolazione.
Ma siccome al peggio non c’è mai fine, stiamo pur certi che quel che veramente sarà il peggio… deve ancora arrivare.
(…)
Siamo alle soglie della legge marziale? Dello stato d’assedio?
Quando uno stato democratico usa l’esercito per reprimere la popolazione su territori interni allo stato stesso… o siamo alla frutta, o siamo… a cosa?
A voi lettori l’ardua sentenza.


[Qui, sempre grazie a lui]

A domanda si risponde… o non? Ma anche non.

giovedì, 19 aprile 2007

Ma perché, poi, alla fin fine di casa tua, proprio casa tua dico, parli così poco?

– Perché fa male.

– Eh, vabbuo’…

– No, niente vabbuo’, vabbuo’ e ‘o cazz’.

– Ma…

– … ma cosa? Hai sentito cosa ho detto?

– Eh, ma non esagerare…

– Eh, io esagero. E tu muori. Mimmo è già morto. Mia madre non respira. Io muoio. Tutti muoiono. Moriamo tutti. A furia di non esagerare. A furia di non, in generale. E questo ci meritiamo, forse. Non. Non, non, non! Non e basta!

– Ma…

– … ma vafangùl’, va’.

Con(ri)sonanza

venerdì, 23 febbraio 2007

In bocca al lupo, Alessandro.

E grazie.

[ Testo della quarta di copertina
  Indice
  Anteprima on-line

Comunicato stampa ]

Rigetto (sfogo olfattivo con promessa di non-cancellazione)

venerdì, 12 gennaio 2007


I’m getting feelings I’m hiding too well
(bury the horse shaped shell).

Something broke inside my stomach
I let the pieces lie just where they fell
(being with you is hell).

[S. Wilson, Open car, 2005]

 In questi giorni mia madre mi ha lavato le scarpe da ginnastica (eh, che tien’a guarda’? Casa mia sta in un pianeta dove le scarpe, quando sono zòzze da buttar via, si la-va-no) e stamattina che devo andare all’università me le metto, candide come la neve nemmeno fossero tornate nuove. Voglio proprio vedere stasera come me le ritrovo.
 Si esce di casa alle sette e quaranta, e un’altra giornata dituttigiorni comincia. Ma insomma, mica è proprio una giornata normale, questa. Come un presagio funesto, il mondo stamattina s’è svegliato intriso di una – per queste parti – del tutto anomala quanto spessa coltre di nebbia, degna della più tipica giornata d’inverno milanese. E’ un pregiudizio della mia gente vecchio di almeno un secolo, quello di guardare a questo fenomeno atmosferico con sospetto e inquietudine, e in effetti, be’, appena io e la veneranda genitrice mettiamo il naso fuori ci sembra di star partendo all’avventura. "Cavolo, ma non si vede proprio niente. Guida tu per piacere, ché ci sei più abituata…". E già. Le sorrido, ci cambiamo di posto. Non si può darle torto, qui in genere non si ha molta dimestichezza con la visibilità ridotta, e quello di stamattina è proprio un bel nebbione in piena regola, di quelli che qui capitano così di rado che ogni volta è sempre la prima volta. "Ma’… ci credi? Pare Padova a novembre". "Secondo me Padova o Bologna o qua, quando non si vede una mazza, sono la stessa cosa". Eh. Ok, si vede che stamattina non è giornata. E no. Proprio no.
"Ma’… non è la stessa cosa. Non lo senti?". "Eh. Certo che lo sento, stong’ murenn’. E’ molto peggio delle altre mattine". Lei, che è asmatica, lo sente anche di più, questo fetore inconfondibile. Munnezza bruciata. E già. Ci scambiamo uno sguardo, ci siamo capite. Lei alza un secondo gli occhi al cielo. "E’ sempre la stessa cosa. Sempre, sempre". Al semaforo dell’incrocio di San Marco del Vialòne il fetore si fa insopportabile. Stanotte hanno dato fuoco al cumulo lungo cinquanta metri che marcisce accanto all’ingresso dell’hotel Vanvitelli da sei mesi, con un tempismo che te lo raccomando. In alto, due elicotteri, uno blu e uno arancione, si incrociano facendo il giro della città. "Aheee’, è schiaràta ‘a jurnata…", e poi alza la voce e domanda ai numi: "ma cumm’è, comme c’è vvenuto ‘e venì proprio ccà?". Me lo sono domandato anch’io, a dire il vero. Mezza città se l’è chiesto nei giorni scorsi… ma, per quel che so, nessuno è giunto a darsi una risposta che suonasse anche solo lontanamente plausibile. Personalmente, propenderei per l’ipotesi di un bel pranzo in un ristorante d’eccezione… diciamo la verità, chi non si sposterebbe di centosettanta chilometri per sedersi a tavola in una location come il prezioso gioiello vanvitelliano della Campania Felix? Eh be’. Ma comunque.
Intanto, l’altra metà della cittadinanza che la domanda non se l’era posta aveva preso la cosa da quello che forse era il lato migliore: e vabbuo’, per lo meno mo’ ce levano ‘a mmunnezza. Credevano. Dicevano. Pensavano. Speravano. E invece.

 Sotto il cumulo incendiato, oggi l’asfalto torna alla luce nero dopo sei mesi, una macchia scura senza senso nell’arredo urbano. Quando passiamo noi il fuoco è già spento, e dentro un anonimo container stanno tirando su quel che ne resta. Lei tossisce, e tossisce, e tossisce, e diomio, ora dobbiamo solo filare via più in fretta possibile, prima di essere costrette a prendere la direzione dell’ospedale invece che quella di Napoli. Mi tornano in mente gli attacchini che in questi mesi, di notte, per affiggere i manifesti pubblicitari sui cartelloni alle spalle di quella catena montuosa in decomposizione dovevano scavalcare un muro di sacchetti alto due metri. Dallo scorso settembre vederli al lavoro era penoso. Emergenza rientrata, avevano trionfato altrove. Ma dove?
 Quando finalmente mia madre smette di tossire abbiamo passato l’uscita di Acerra-Afragola, e qui nella nebbia ristagna un altro fetore, diverso, ancora peggiore della monnezza appicciata: quello dei Regi Lagni e dei rifiuti tossici che le fabbriche dei dintorni di Napoli ci fanno finire dentro ogni giorno. Guarda il gigante che dorme ormai alla nostra sinistra con occhi assenti, per qualche lungo minuto. Poi dice: "la reggia c’ha la vista sul Vesuvio… ma se s’affacciano da quella parte la devono vedere per forza…". "Cosa, ma’?". "La ciminiera dell’ex Saint-Gobain. E se vedono quella, vedono pure ‘a muntagna". "Eh". ‘A muntagna. Così ormai chiamano il cumulo di rifiuti che da quasi tre anni riposa sotto il cielo a poche centinaia di metri da casa nostra. E’ enorme. Enorme.
"La devono vedere per forza", continua, e pare quasi che per lei sia una speranza, "per forza. E quando la vedono, che gli dicono? ‘Oh, guardate che bravi che siamo stati, là c’è tutta la monnezza delle emergenze di due province degli ultimi tre anni’? Ma come… com’è possibile che so’ venuti qua… nun c’hanno manco lavato ‘a faccia…". "Eh. Ma magari non li fanno nemmeno affacciare… ricordati come l’hanno chiamato, al tiggì… come quando eleggono il Papa, che i cardinali non possono nemmeno guardare fuori". "Maronna mia… e la discarica? Secondo te qualcuno gliene parla dell’Uttaro?". "Secondo te?". "Eh. Tiene raggiòne, che domanda cretina…". Si interrompe. Poi: "Vabbuo’. Nun ce sta veramente cchiù nient’a fa’, allora". Con la voce affaticata di chi prende atto, che so, dell’inevitabilità di una morte.
Ci si mette un sacco di tempo per arrivare a Napoli, una ventina di minuti in più del solito. Si va piano, con non più di cento metri di visibilità. Eh, sì, è vero che non ci siamo abituati. L’aria è appiccicosa e puzza di carogna, adesso… che è l’odore dei dintorni del mercato ortofrutticolo. "Altra puzza, altro giro", fa, "andiamo a pigliarci un caffè, va’ ". Siamo arrivate. Ci so’ ‘sti grattacieli nella nebbia che pare Milano. Che giornata di merda. E sono solo le otto e mezza.

***

 Davanti alla pensilina del capolinea di Piazza Nazionale c’è da scartare una pozza di vomito rosso e bluastro, per chi deve prendere il tram. Siccome arrivo di corsa non faccio in tempo a rendermi conto che c’è un punto in cui la gente evita di passare, come se ci fosse un ostacolo. Sbracciandomi per chiedere al conducente di non chiudere le porte nel timore di non riuscire ad attraversare la strada in tempo, mi precipito chiedendo permesso e nel gruppetto di quelli che scendono si apre un varco proprio lì davanti… una voce fa "attenziooooo’!", ma quando mi accorgo della tinta anomala della pavimentazione è ormai troppo tardi. Ciac. Scarpe della casertana, e senza nemmeno essere tifosa. Yu-hu!

 Riesco a prendere il tram, però. Uno di quelli vecchi, strombazzanti e sferraglianti, che mi stanno più simpatici di quelli nuovi, e siccome non è affollato posso anche mettermi dove mi piace di più, cioè vicino al conducente, accanto alla porta. Da lì, dall’alto degli scalini, ho una bella vista sulla chiazza melmosa che ho appena solcato. Madonna. Rossa e blu. Fratello, ma cosa cavolo hai mangiato. Devi essere stato proprio male, accidenti a te.
 Mentre sono lì che contemplo il luogo dell’incidente, si chiudono le porte e la vettura fa quel suo movimento sgraziato, come al solito, per prendere l’abbrivio necessario alla scivolata verso il mare. Solita macchina parcheggiata sui binari, davanti al bar. Dal fondo si sente un imbestialito "‘o vir’ ‘u strunz’ d’o gioverì ammatìna, s’è juto a piglia’ ‘o ccafè!". Guardo avanti, oltre la spalla del conducente, da qui per la foschia non si vede nemmeno l’incrocio con Corso Garibaldi, e sì che fa un certo effetto. Mi giro e appoggio la schiena al plexiglass che mi separa dall’omino che muove le manovelle del tram, e mi ricadono gli occhi sulle scarpe. Mado’, ma io quando stamattina ho pensato vediamo quanto dura ‘sto bianco scherzavo. Sbagliato, sbagliato, stamattina è tutto sbagliato, più degli altri giorni. E risento la tosse di mia madre. E mi ripassano davanti agli occhi ‘a muntagna, e i gabbiani. E ripenso ai falò, e a Mimmo, e a tutti quelli che per quella munnezza ci hanno lasciati prima del tempo. Perché il fatto è che da queste parti ti insegnano… no, anzi, non ti insegnano proprio niente, è solo che ti viene sbattuto semplicemente nello stomaco e sotto i piedi tutti i santissimi giorni, che ‘a monnezza e ‘o mmalamente stanno dappertutto e non guardano in faccia a niente e a nessuno, tanto meno al colore di una bandiera o a quale delle due mani usi per mettere una firma. La monnezza non ha colore, non ce l’ha mai avuto perché ha sempre dato da mangiare a tutti i saprofagi di questo mondo, sicché tu lo capisci benissimo da subito cosa c’è da fare perché le cose vadano diversamente… e se non lo fai è perché non lo vuoi fare, e non vuoi capire. Perché è meglio se la colpa è sempre la loro. Per cui.
Per cui può capitare che una mattina ti svegli per cominciare la tua giornata dituttigiorni e ti dici, con le scarpe appena lavate, vediamo quanto durano. E i polmoni di tua madre hanno fame di un’aria che non possono avere, e quelli lì ti vengono ad un passo da casa e tu non riesci a vedere la differenza tra loro chiusi lì dentro e voi chiusi qua fuori – che anche quando c’erano gli altri di quell’altro colore, lì dentro, qua fuori era la stessa, identica cosa – in mezzo alla munnezza che vediamo, che siamo, e ma dove cazzo vogliamo andare se poi vedi come gli altri ti guardano e ti ridono in faccia quando si parla di differenziare… perché poi se non c’entra il colore della bandiera allora non è un fatto di pochi, vuol dire che siamo tutti, che ci siamo tutti dentro, e allora se tu a prima mattina esci nella nebbia in un posto dove la nebbia non c’è mai stata, allora la sensazione è quella che sta succedendo qualcosa di tremendo, e che in questo qualcosa di tremendo ci siamo tutti dentro, io, mamma, noi, loro, ed è una specie di sicurezza senza certezza, perché poi uno alla fine è umano e deve pensare che prima o poi anche il fondo su cui siamo arrivati e stiamo scavando già da un bel po’ di tempo finirà, deve finire, e che prima o poi a furia di scavare finiremo almeno all’altro capo del mondo. Uno a ventisette anni questi pensieri li deve fare, per forza, anche se poi a prima mattina finisce con le scarpe – tutte e due! – in una pozza di vomito rosso e blu, ché poi nel tram te le guardi e ti pare che ci stia proprio tutto bene, nel quadro di questa mattinata tutta sbagliata di munnezza, vomito, nebbia e i mostruosi odori con cui convivi da almeno vent’anni a questa parte, ché persino il vomito non ti fa più né caldo né freddo, e pensi che devi essere diventata una specie di creatura mostruosa se una signora che potrà avere sì e no l’età di tua madre ti si avvicina, gentile, e ti offre un pacchetto di fazzoletti di carta, se per caso te le vuoi pulire. E tu le fai tanto d’occhi così, perché all’improvviso ti rendi conto che tutto il tram sta inorridendo per quello che hai sulle scarpe, tutto il tram e tu no, che invece stavi cercando di stabilire di cosa si trattasse, così, con quella curiosità senza giudizio che si riserva alle piccole cose di tutti i giorni, vino e qualcosa di andato a male forse, ti dicevi, e peccato doverle già lavare di nuovo, però, con questa umidità chissà quando si asciugheranno. E sei rimasta a fantasticare sul rosso e sul blu, e ti è tornata in mente quella canzone, l’esercito delle forchette, che non lo ammette, che non si ammette, e guardandoti le scarpe ti sei persa nella disgustosa ironia di questa giornata e hai pensato alle forchette rosse che di un disastro di proporzioni enormi hanno fatto un commercio grosso come ‘a muntagna, e alle forchette blu che su quella montagna hanno continuato degnamente l’opera di quelle che le avevano precedute ingrassandola fino a farla diventare tre volte quello che era all’inizio, e a tutte le altre forchettine del servizio di posate, che non sono colorate ma hanno i rebbi così ben appuntiti…

…questo penso, mentre mi guardo le scarpe e il tram inorridisce appestato dal guazzo bicolore sulle mie scarpe non più candide e la signora gentile pensa che forse io per prima ne sono imbarazzata e un po’ inorridita. E invece sto solo ricordando che stamattina avevo pensato vediamo ‘sto bianco quanto dura, e che mi ero quasi messa a ridere, prima che lei mi porgesse quel pacchetto di fazzoletti facendo capovolgere il pensiero in una sensazione del tipo: questa terra ci sta mutando. In quella cittadina putrida stiamo imputridendo tutti. E sì che è tutto sbagliato per davvero, penso mentre mi siedo cercando di fare buon uso dei fazzoletti della signora, se prima stavo per scoppiare a ridere e adesso mi chino per nascondere la lacrima di rabbia che mi sfugge così, senza chiedere il permesso al cervello, mentre ripenso di nuovo a mia madre che dice "nun ce sta cchiù nient’a fa‘", e alla discarica che, se veramente ce la fanno sotto il naso, non ci sarà più niente da fare. Un se. Guarda cosa ci resta, in questa fogna. Due lettere. Una esse e una e.

 Quando finisco di nettarmi le scarpe – che comunque sono da lavare di nuovo – mi raddrizzo sul sedile e trovo la faccia gentile della signora gentile ad aspettarmi con un bel sorriso che la illumina tutta. Si vede che è contenta di avermi tolto dall’imbarazzo che prima non provavo, e per completare l’opera aggiunge un "Ja’, nun te preoccupa’, po’ capita’…" con tanto di pacca sulla spalla che mi disorienta così tanto da finire con il ringraziarla. Sul Corso Garibaldi il tram che ci precede si ferma per un guasto, quindi si ferma anche il nostro. Scendiamo tutti, e ognuno se ne va per la sua strada nell’aria ferma e appiccicaticcia. Camminando incrocio una fontana pubblica di pietra, una vasca tonda che è uno stagno ricoperto una melma marrone che copre tutta la superficie dell’acqua da cui affiorano tre ombrelli sfasciati dal vento e colli di bottiglie di plastica dal tappo rosa. Sa di stantìo e di erba marcia. La guardo, rivedo la schifezza di piazza Nazionale, e all’improvviso tutto inizia a sembrarmi segno di questa terra che finalmente si è decisa a rigettarci, a vomitarci via tutti in un in un solo lungo (ché i suoi tempi non sono i nostri, e si fa fatica da umani a concepirne le dimensioni), enorme spasmo di sofferenza prima di ricominciare a respirare, possibilmente senza più l’ingombro del nostro culo sui suoi polmoni.
 Dura solo un momento, ma mi pare mezza giornata. Anche il gabbiano che mi passa sulla testa con una buccia di chissà quale frutto marcio nel becco, anche la nebbia sputata fuori dalla terra umida delle campagne intorno all’autostrada questa mattina, la fontana, l’aria e l’acqua e la terra che puzzano, tutto per un lunghissimo momento dice: vattene, qui non ti ci voglio più, vattene, mi fai male, mi uccidi, ora basta. Se non te ne vai tu, ti butto fuori io. E dopo sono cazzi tuoi.

E quando mai sono stati di qualcun altro, vorrei sapere.

(so’ pesante, ‘o ssaccio)

La Luna e i falò

martedì, 4 aprile 2006

Al suo primo giorno di luce, la falce sottile si alza lenta da est. Ce l’ho lì davanti per l’ennesima volta nella mia vita, quella falce che mi rincorre, mi rincorre sempre e da sempre e verso la quale anch’io sto sempre puntata, che uso per orientarmi, cosicché anche stasera punto verso di lei, verso di lei, versodileiversodilei, e stringo forte il volante ché non mi sfugga – vigliacco – quando la strada inizierà a salire, a salire, e invece di andare ad Afragola, a Frattamaggiore, ad Aversa, a Sant’Antimo, a Giugliano, punterà dritta a quel taglio sulla volta celeste, lì, lì, proprio lassù, e allora sì che ci vorrà coraggio per non staccare il piede dall’acceleratore, per non uscire a Casandrino e andare invece dritto, seguire la strada, in salita, in salita, oltre il tramonto, oltre le due colonne di fiamme, una lì e una laggiù, che festeggiano l’inizio della primavera gareggiando festose, festose, festose, certo, vediamo chi tocca per prima le nuvole, dicono i loro leggeri pennacchi di fumo nero, ma in un minuto sono già passati, non si vedono più e intorno al volante (vigliacco, codardo, sta’ fermo, portami dove dico io, non dove vuoi tu) si intrecciano edere verdi di pensieri – sì, sì, verdi, ce li ho sempre verdi i pensieri come ho bianchi i capelli – finché il volante non è una luna piena, gialla, piccola, lucente, che ci sto aggrappata e mi porta verso quell’altra luna, quella che sta sospesa sopra questa terra livida e ammalata di cui non si può parlare e non si parla perché non si fa, so’ luoghi comuni e non ci interessa, nun ve facite vede’ che state a guarda’, e perché pare brutto, non si fa, non si fa anche se, soprattutto anche se. Ma che ci devo fare, stasera ci sono questi falò sulla pianura tra le colline e il mare, tra le cave e il mare, ché dal mare non li vedrà nessuno perché da lì c’hanno ‘o mare che vir’ quant’è bello e non si voltano mai a guardarsi dietro le spalle, mentre qui c’è una puzza che si muore, che si muore, che si muore nel vero senso della parola, perché quando non sono solo l’aria e l’acqua che puzzano ma anche la terra, la terra, se puzza anche la terra allora sì che si muore, si muore veramente. Perché chi non l’ha sentito non lo sa, che quando la terra puzza – chi l’ha mai sentita  la puzza della terra che muore, la puzza della terra morta? – si appassisce e si impazzisce, e fuor di metafora, perché si impazzisce e si appassisce dentro, sotto, sotto la pelle, impazzisce la fibra stessa di cui è fatto quel che siamo, fin dentro l’ultima delle cellule. Ché se muore lei lo stesso succede a noi, a noi che siamo il riflesso suo, di lei, di lei che è avvelenata e genera piante e animali ed esseri umani fragili, ammalati, già morti, già morti da qualche parte, dentro. Ma stasera si vola, sui falò e sulla terra gialla di tufo e sole, con la luna per volante ma anche per direzione, ed è assurdo, lo so, perché è un sogno che ho fatto l’altra notte, dove non c’erano i falò (quelli no, sono veri) ma c’era la falce di luna verso la quale io salivo, viaggiavo, andavo, a piedi ma veloce come in macchina o in treno, su una strada come un’autostrada ma che era l’Asse Mediano, fatta come d’asfalto ma di vetro, di vetro, come se al posto di quella poltiglia di materie minerali inerti impastata di bitume nero ci fossero pezzetti di vetro, trasparenti e impastati con la UHU liquida, per dire, che a guardarsi sotto i piedi i Regi Lagni, i viadotti ferroviari, i casali abbandonati e i campi diventavano piccole macchie dai contorni tutti a punte, frastagliati, eh, frastagliati, fra-sta-glia-ti, ed erano sempre più piccoli perché intanto continuavo a salire verso la ferita, il taglio, la lama, la falce sospesa nel cielo dove qualcuno mi aspettava per il ricorrere dell’ennesimo primo giorno di luna crescente, che noi lo si onorava sempre, sempre, sempre, e non ce n’era mai uno che passasse senza almeno un sorriso, uno sguardo, una parola che tra noi la portasse alla luce, la falce nel cielo, e nel sogno andavo far questo, ecco, a onorarlo di nuovo dopo tanto tempo, che lì c’era chi mi aspettava, un nome e un paio di mani, credo, non ricordo altro, e quel nome e quelle mani dalle dita sottili stavano oltre il tramonto e le discariche, oltre la terra morta e l’Asse Mediano, e il sogno l’ho fatto che era luna nuova e poi stasera che ho preso la macchina per andare dove dovevo andare sono uscita dal garage e me la sono trovata davanti, la falce, la ferita, il taglio nel cielo, ed ecco, ecco, davanti, sul parabrezza c’avevo anche il sogno dell’altra notte, e la salita del garage non finiva davanti al solito cancello, no, tirava dritto, su, in alto verso la falce, come ogni strada che stasera prendo è sempre lì che punta, dritta verso quell’orlo sottile di luce. Sono uscita dal garage e me lo sono trovato davanti, il sogno dell’altra notte, allora, eh, e adesso non ci posso fare niente, la terra e l’aria bruciano e tutte le strade che incontro, se ho il coraggio di mantenere la rotta, è lì che portano, lì, verso la falce sottile e chiara, e allora io è lì che punto, non mi interessa, me ne frego, stasera ci vado, ecco, perché ho trasformato il volante in una luna e adesso è lei che mi porta là, oltre i falò, oltre i falò e oltre il silenzio, oltre Grumo Nevano e la Perimetrale di Melito, oltre Mugnano, Calvizzano, Arzano, Marano e Chiaiano, perché i nomi sono nomi, che diamine, cantano, prima li canti e poi li capisci, hanno il profumo della loro latitudine e il sapore della loro longitudine anche sotto casa, anche dietro l’angolo, anche dove la terra muore e la sola religione è quella del cemento, del muro, della scatola dove stipare esseri umani come formiche ma che non hanno l’intelligenza di branco delle formiche, e allora che si deve fare, che si deve fare se non ricominciare, ricominciare dal pensiero, dal pensiero che per esempio i falò sembrano sparsi a casaccio su questi nomi che cantano la loro latitudine e longitudine e invece non è vero, non sono sparsi, io so dove sono, so quali sono i punti esatti di questa terra in cui quei falò bruciano, sotto la luna e sopra il tufo, e saprei indicarlo esattamente, dove sono, sulla mappa e sulla terra, potrei prendere qualcuno per mano e guidarlo fino ai piedi di ognuno dei falò che sono accesi stasera e che si accenderanno nei prossimi tempi, perché anche questo so, dove, come e quando si accenderanno ancora, perché anche la follia degli esseri umani si morde la coda come gli anni e le stagioni, e qui tutti gli anni è sempre lo stesso, sempre lo stesso, che torna la primavera e la terra brucia, brucia nel silenzio dei nomi di questa terra di mezzo dove non succede mai niente e al primo giorno di luna crescente le colonne di fiamme si mischiano a sogni e ricordi, e allora che si fa?, niente, niente si fa, perché per ognuno di quei falò si fanno cento e più funerali, che sembra quasi che siano pire d’altri tempi, strade di fumo che portano fin sulla soglia della casa della luna tutto, tutto, il nero che insozza il cielo, la diossina e i nomi delle terre e delle persone che per quei falò muoiono, e allora che devo fare, sto salendo e ormai per non cadere mi aggrappo, mi aggrappo e basta, e intanto le ruote prendono la rampa che sale e non fa niente se per andare dove devo andare ci metterò un po’ più di tempo, no, davvero, non fa niente, non fa niente, non fa proprio niente, stasera faccio il giro lungo, e non fa proprio niente. Se per andare a Trieste certe volte passo per Grado, o se per andare in Molise certe volte scavalco il Matese… be’, veramente, questa volta non farà la benché minima differenza.

Di-vagando

lunedì, 4 luglio 2005

[Nella testa: "Red house" (Jimi Hendrix), suonata da Joe Satriani, Steve Vai, Eric Johnson, Jeff Campitelli e Stu Hamm]

Giornate piene di vento, queste, di quelle in cui a spiegare le vele si prende il mare con uno schiocco. Peccato che spiri verso terra. Si potrebbe tentare l’innovazione dell’aratro ad energia eolica, semmai.
 Il parapendio, restando vagamente in tema, andrebbe decisamente meglio. Solo che poi ci sarebbe il rischio di partire dai Campi Flegrei per poi essere raschiati via dai merli della rocca di Montesarchio.
 Forse sarebbe sufficiente sedersi sulla cima di una qualsiasi delle verdi colline della provincia casertana per godere pienamente dei doni del Libeccio, colline che di questi tempi sono così belle, al tramonto, inondate di calda luce arancione. Due Guardie Forestali, con fare benevolo, allo sbocco di una curva della scesa ‘e ‘Rarilli mi fanno presente che si è appena riaperta la stagione degli incendi, e che se vado da quella parte la bella luce arancione mi fa arrosto come una porchetta. Allorché scorgo alle loro spalle un ausiliario della protezione civile che fischiettando ingrassa uno spiedo, il fatto che le due guardie abbiano cambiato improvvisamente argomento chiedendomi quale frutto preferirei se dovessi scegliere tra una mela e un limone inizia a sembrami quanto meno sospetto.

Ho capito. Torno a studiare, va’.

Notturno Urbano

venerdì, 24 giugno 2005

Non riesco a dormire. Intorno alle tre mi si aprono gli occhi e, visto che alle tre e mezzo il sonno non torna, decido di alzarmi. Quando succede, ogni tanto, faccio presto ad innervosirmi… lo spettro dell’insonnia mi fa rabbrividire, e sì che stanotte il caldo è veramente soffocante, come da copione per questo periodo. Tuttavia a questo caldo sono abituata, e ancor di più mi stizzisce il fatto di avvertire una profonda stanchezza: ero andata a dormire, infatti, un po’ prima del solito proprio perché questa sera la giornata a Napoli, lo studio e il caldo si erano fatti sentire in maniera più forte del consueto. Il che non fa che inasprire ancor di più l’umore, perché detesto il modo in cui questi periodi di inattività fisica – a volte anche relativamente brevi – pesano sul corpo, anche più di intere giornate dedicate a spaccar legna o a girare l’orto. Sembra, però, anche questa una stanchezza naturale, in qualche modo, forse segno di qualcosa che sta per esaurirsi, e che alla fine del suo corso vitale procede più lentamente e si stanca prima, come succede ad ogni cosa quando invecchia.

Mi alzo, allora, tiro su la persiana e dalla mia stanza fugge via veloce il caldo, facendo posto ad una secchiata di aria spessa, pesante, umida ma fresca, che mi richiama fuori, fuori, fuori. Sul balcone, almeno. Tiro su un’altra persiana, allora, e la notte per un attimo mi sembra un sogno fatto di porte che si aprono, ma l’immagine sul balcone mi scivola sui piedi nudi, e il contatto con la temperatura del pavimento freschissimo se la porta via, chissà dove.
Intorno, l’aria è immobile. Fresca, ma immobile. Le sagome delle case sembrano stampate sullo sfondo nero delle pendici del Tifata. D’un tratto, metto involontariamente a fuoco il secondo piano del paesaggio, e mi accorgo di una rada foresta di gru piantate qua e là un po’ ovunque, che disturba la vista in tutte le direzioni. E’ vero, già, da qualche mese a questa parte i lavori per il completamento dell’area Urban 2 procedono a ritmo serrato, e ormai i cantieri non si contano più. L’Urban 2, l’ex area industriale della mia città ora smantellata, inizia a poche centinaia di metri da casa mia, ed è la zona dove tra non molto verranno trasferiti il Policlinico universitario, molte sedi di uffici regionali e comunali, e che si prepara ad accogliere anche un’infinità di esercizi commerciali e di nuovi abitanti, per i quali è stato stato costruito nei dintorni in non più di un paio d’anni un numero di condomini a sei-sette piani non facilmente quantificabile così, a occhio. Ci sarebbe quasi da esserne felici, considerate le possibilità lavorative che questo luogo attualmente offre, ma c’è qualcosa d’altro che fa pensare che le risorse di quest’area non saranno messe a disposizione dei cittadini in maniera equa. Ma questa è un’altra storia, e per il momento sono le gru ad attirare la mia attenzione, gru a riposo che vegliano su cantieri sempre aperti, dove anche a quest’ora tutto quel che può continua a restare attivo. Cerco di immaginare ciò che questo quartiere – da sempre uno dei più tranquilli dei dintorni – diventerà di qui a un anno, e quello che vedo mi mette addosso una profonda inquietudine, come ogni volta che ci penso. Anche qui qualcosa sta per esaurirsi, anche qui un capitolo sta per concludersi, anche qui le profonde trasformazioni che hanno sfinito questa terra stanno per essere portate a compimento. E lo sento. Sento che è ora di andarsene. Siamo diventati un tumore per la nostra terra. Nell’unica regione d’Italia in cui la crescita non è a zero, ci moltiplichiamo secondo ritmi che non hanno più nulla di sano, più come cellule impazzite dentro un corpo malato che come una numerosa prole. E non abbiamo nemmeno la swarm intelligence di certe specie del regno animale, noi. No, nemmeno quella. C’è una logica di branco in questo popolo, questo è certo, ma non è intelligente. Se così non fosse, la nostra presenza non farebbe tanto male a questa terra, ed essa non sarebbe costretta ad infliggerne a noi, pur di liberarsi dal dolore che le arrechiamo.

E tendo lo sguardo, l’udito alla notte che avanza.
L’aria è così satura di umidità che i lampioni proiettano sulle strade deserte coni di luce gialla dai contorni definiti, mentre da un’ora non s’è ancora sentita passare una sola auto e gli unici suoni udibili sono la lontana voce di mio fratello – che qualche stanza più in là tiene durante il sonno una delle sue solite conferenze stampa – e il placido ronzare dell’elettricità nei muri delle case. E’ un rumore che normalmente detesto, eppure in questo momento mi sembra qualcosa di prezioso in confronto a quello che ci attende, come prezioso mi sembra il profumo dei fiori della grande magnolia sotto la quale ho giocato per tutta la mia infanzia… ora solo un’enorme sagoma indistinta che si erge nel buio con coraggio e tenacia nel mare di asfalto e cemento che la circonda, e che ancora cerca, ogni anno, di alleviare i nostri polmoni dai miasmi notturni che provengono dalle discariche dei dintorni. E stavolta, in questa notte di totale assenza di vento, è lei ad averla vinta. Dalle vecchie cave di tufo abbandonate e coperte di incolta boscaglia a cinquanta metri da qui, ancora, arriva un piccolo gruppo di lucciole, che sosta nel giardino sotto il mio balcone come a voler consolare il grande albero per la perdita delle stelle cancellate dalle luci cittadine. Dopo tutto, qui c’è ancora qualcosa che funziona.

Arriva una coppia di merli a zampettare qua e là nel giardino, e fischiando allegramente rompe il silenzio di questa notte immobile. Si fa viola il cielo a est. E’ giorno.