Articoli marcati con tag ‘81020 la strada’

Sessanta all’ora? Minuti. Giorni. Anni. Fa.

lunedì, 1 agosto 2011

– … really.
– No, I don't.
– But yes, you do! You talk about it like it was, I don't know… a lost planet. You do really sound like the Doctor telling stories 'bout Gallifrey.

*

E niente, poi succedono due cose insignificanti. Tipo: questo spilungone con gli occhi blu e le orecchie decisamente fuori scala, che parla di sé in terza persona e nella sua lingua madre, che in sogno viene a farti quest'appunto… e che, a ottocentoepassa chilometri dal punto del pozzo-paese in cui ora vivi, un vecchio scooter color mulignana viene dato via per pochi soldi, per fare spazio in garage. Era lì a prendere polvere da anni, ormai. Da quando sei andata via qui non lo usava più nessuno. Lì per lì hai detto "avete fatto benissimo"… poi un paio di giorni dopo ti torna in mente e non riesci a smettere di pensarci per un po'.

Però, pensi ora, proprio quel mezzo, proprio quel motorino, in una fetta di mondo in cui la parola scooter era arrivata solo a macchia di leopardo e anzi, in un tempo di quell'angolo di mondo in cui la parola scooter non era ancora proprio arrivata. No, perché ecco, all'improvviso è tornato tutto, lentamente, come una marea, ma inarrestabile. Una madeleine gigantesca, che stava nascosta dentro una parola, e un'immagine: minchia, lo Zip! Che qualcuno chiamava 'a carcioffola. Le due ruote che sono state il tuo primo vero mezzo di locomozione in quel recesso del pozzo in cui la bici in strada no, proprio no, e che sono state la tua prima vera indipendenza e libertà. Dal '95 a… quando sarà stata l'ultima volta? Un anno fa? Due, non di più. Dal '95 a due anni fa… fanno quattordici anni. Quasi metà della tua esistenza. E così, tutto è tornato indietro: la scuola, i mille modi che vi inventavate per bloccargli entrambe le ruote con una sola catena – perché se ve lo rubavano non se ne poteva mica comprare un altro – e la proprietà condivisa con gli amici di sempre. Perché non era solo tuo, ma anche di tuo fratello, e di K., e di tutti gli amici di strada di quegli anni che se non passavi a prenderli tu non si usciva mica. E no. Era un bene comune. E poi le prime volte dal benzinaio, e il sentirsi un po' grandi nel dire "il pieno, grazie", che era cinquemila lire di super e ci si andava avanti tutta la settimana, e gli interminabili giri d'estate su quel sellino che era una tortura cinese andarci in due ma col casco ancora si poteva, e quindi via, senza volerlo nemmeno fare apposta, a scoprire quello che di bello vi era rimasto tra una cava e l'altra, su quelle colline che erano il mondo intero, a cercare le terrazze più belle a San Leucio, a Puccianiello o sulla panoramica per Casertavecchia, quei punti spettacolari da cui guardare la città fino a Napoli e fino al mare, chiedendosi con Maria che ne sarà di noi, e quella volta con Ketty fino su a Durazzano, da incoscienti, senza dire niente ai genitori, con addosso il brivido della fuga e dell'avventura anche se erano solo quindici chilometri, sfidando tutti i divieti e le proibizioni parentali solo per andarvene a prendere ombra e albicocche in un giardino antico e segreto. E poi i primi amori che volavano a sessanta all'ora come se avessero avuto le ali, e le litigate colla buonanima del portiere del parco della zia perché te lo lasciassero tenere dentro, e le corse al giardino del nonno per lasciarlo al sicuro e poi correre di volata alla stazione a prendere il treno per andare all'università, e i lunghi abbracci degli amici, perché il solo modo per viaggiare in due sul quel coso era diventare l'uno lo zainetto dell'altro, e i primi brividi che ti entravano fin dentro la schiena quando per caso potevi dare un passaggio al ragazzo che ti piaceva, con tutti i peli che ti si drizzavano sulla pelle, e le fughe sulla Collina, o ai Ponti della Valle, e i colori del tufo e gli odori delle stagioni, delle ginestre, delle cave e dell'origano… e poi anche lui, l'amore della vita, quando lo andavi a prendere alla Reggia e ve ne andavate in giro con lui ancora in divisa. Ma quanta, quanta vita c'era in quella profondità del pozzo-paese? E perché ora, improvvisamente, che un altro pezzetto di quella vita se ne va – solo un motorino – ti appaiono come racconti della vita di qualcun altro e insieme indiscutibilmente vicini, ancora incollati al nocciolo stesso di tutto quello che sei oggi? E dunque?

E niente. E' che oggi sono qui, in questo punto del pozzo-paese così lontano, diverso eppure un po' uguale a quello in cui sono nata e cresciuta. Sono qui, dopo tutti quegli anni trascorsi in sella a quel motorino sognando di andare via, e c'è questo strano senso. Di scollamento. E oggi c'è questo piccolo essere umano tutto nuovo, venuto da me e da quel ragazzo che allora viaggiava con me su quel sellino, e… cosa saprà, lei, di tutto questo? A quel mondo farà probabilmente visita solo di tanto in tanto, e i luoghi che saranno cari alla sua memoria di adulta come quelli lo sono per me apparterranno probabilmente a quest'altro lato della mia traversata del pozzo-paese. Ma come sarà? Lei non saprà di tufo e ginestre, né dei luoghi che ho vissuto e amato nonostante tutto, con forze e intestino, perché così è laggiù, si ama e si odia ogni cosa senza sconti, perché la terra, la madre da cui si nasce non si può scegliere, e non a tutti va di culo, e allora si vive tutto, tutto e senza mezzi termini. Questa piccola non saprà né vedrà granché dell'adolescenza dolorosa e straordinaria della sua mamma, e chissà se io saprò mai portarle testimonianza di quel mondo così vivo e vivido dentro di me, pieno di odori e musica buona, e voci e presenze che non ci sono più, pur vivendo ancora nei recessi più remoti del mio linguaggio.
Cosa sarà di tutto questo, nel futuro che verrà? E' davvero successo, tutto quello che è successo? Abbiamo davvero volato a sessanta all'ora nel tempo e nello spazio, sognando un altrove che ci stesse meno stretto, e poi siamo davvero andati via, uno dopo l'altro, mentre il mondo che abbiamo così intensamente vissuto cambiava, andava avanti lasciando frettolosamente il posto ad altro, e di ciò che ci apparteneva non è rimasto granché fuori, ma solo dentro, nelle gambe con le quali abbiamo aizàto in cuòllo? Sono davvero accaduti la scuola, gli amori, i libri, le morti, le voci e quel paesaggio, proprio quello? E se sì, come faremo a mostrare ai nostri figli il nostro mondo, che è anche il loro perché da quello siamo venuti noi e quelli prima di noi? Come lo racconterò, lontano com'è nel tempo e nello spazio, quel mondo rumoroso e colorato che in qualche modo vorrei farle conoscere, se non altro per dirle un domani ecco, esiste una cosa che si chiama scelta, e perché e percome. Ma cosa le racconterò? Questa è la scuola dove tua mamma ha studiato, questo è l'acquedotto dove ha trascorso intere estati ad ascoltare le cave brillare, le cave da cui è venuta la pietra che è servita per fare il cemento che ha fatto andare il mondo avanti, e dal pizzo di quel colle guardava allargarsi i buchi delle discariche, e arrivare i gabbiani, pensando che forse non era ancora il caso di andarsene, che bisognava prendersi il tempo di capire e provare a fare qualcosa, prima, e da lì la mamma e zia Maria e zia Emma discorrevano dell'amore, la vita e le vacche senza arrivare mai a una ceppa di niente, e lì facevano i calzoni buonissimi, e sotto quel portone la tua mamma ha dato il primo bacio, e lassù, all'altro estremo della cinta di colline, verso Capua, lassù, sulla cima dove c'è quel palo che arrugginisce, la tua mamma ha incontrato per la prima volta il suo futuro e solo allora ha capito che era arrivato il momento di togliere le tende, e poi lì è cresciuta con suo nonno, il tuo bisnonno, che era una persona spettacolare anche se parlava pochissimo, e se n'è andato troppo presto ma per fortuna ha fatto appena in tempo a insegnare alla mamma certe cose che non avrebbe potuto imparare da nessun altro al mondo.
E tutto questo non c'è più. Qualcosa, andando via, s'è rotto, s'è interrotto e non potrà mai più essere riparato.

Vuoi tornare –  a volte ti domandi nei momenti in cui questo strappo nella tela del tempo e dello spazio si fa più doloroso. Forse tornare ti aiuterebbe a sanare questa specie di ferita non condivisibile di non-condivisione che ti porti dietro, che ti porti dentro? E no. Perché il mondo è andato avanti prima di tutto per te, cancellando molti dei punti per te più importanti di quel paesaggio che era memoria, continuità e… casa. Tornando a casa non troveresti – come non la trovi già da tempo – quella che hai chiamato casa, né le presenze che l'hanno resa tale. Tutto di quel paesaggio è cambiato, e invecchiato, certo, ma ogni anno sembra che a invecchiare sia il volto di un estraneo, un estraneo sempre più straniato, straniante e stranito. Un estraneo diverso, ogni anno che passa, mentre le città crescono e il cemento continua a colare, a far andare il mondo avanti.

Alla fine mi è semplicemente dispiaciuto che sia andata via, 'a carcioffola, senza averle nemmeno potuto dire ciao. Fare un ultimo giro a sessanta all'ora sulle colline. Mi rendo conto solo ora che, dopo aver passato mezza esistenza a cercare di tagliarla fuori dalle foto di tutti i posti in cui mi ha portato, ora vorrei averne almeno un'immagine decente. E invece no: una delle uniche due che mi ritrovo è per sbaglio, in una delle tante stazioni impresenziate che mi ha aiutato a scovare. Come anche l'altra, capitata per caso con Emma accanto quella volta che eravamo salite a San Leucio per fare le foto per la ricerca scolastica. Insomma, qualcosa. Almeno per dirle grazie. Anche se, dopo tutto.
 

Voce del verbo: trapianto (di midollo) (casertano)

sabato, 13 settembre 2008

Ariént’ ‘u friddo
ancora pienzo a ciert’igghiurnàte ‘e sole.
‘O ssaccio ca nun me capisce
quann’ ‘o ddico,
manco fosse n’ata lengua.
Ma n’ata vota:
nunn’ ‘e bboglio
tienatélle
e agge pace.

[Dentro il freddo/ripenso a certe giornate di sole./Lo so che non mi comprendi/quando lo dico,/nemmeno fosse un’altra lingua./Ma di nuovo:/non le voglio/tienitele/e sta’ tranquillo.]

L’eredità del Viaggiante (che viaggiando si è perduto)

venerdì, 4 gennaio 2008

La sua storia è qui.

Eccolo infine disponibile a tutti, fino al suo passaggio sulla Strada.

Grazie a Matteo.

Ma noialtri… semo sicuri? Are we sure?

venerdì, 21 settembre 2007

Prima veni lu cantu
e dopo lu lamentu
.

*

Dunque.
Io mi vergogno. Anzi: me metto scuòrno. Questo è il fatto.
Mi guardo intorno e me metto scuòrno (perché qui la vergogna è così, dura, violenta come una mazzata, e la si mette) del posto da cui vengo, della lingua che parlo. Non è vero che non è colpa di nessuno. Se non è colpa di nessuno vuol dire che siamo stati tutti, è inutile che ci prendiamo in giro. E qui, in queste terre di mezzo del pozzo-paese in cui nessuno di su – ma neanche chill’affianco – sa di quello che succede giù e viceversa, non c’è più nemmeno lo sguardo delle bestie e degli alieni a dirci: ma voi… seo sicuri? Sio sicuri? Are you sure?

 Le bestie muoiono e gli alieni sbarcano altrove… ovunque, ma non qui. Se qualcuno oggi ci guarda, lo fa da lontano, nessuno più viene a vedere come sono fatte queste strade e queste case e la luce di queste latitudini. Nessuno viene a sentire l’aria, nessuno ad ascoltare ‘a voce r’e cristiane ‘e ccà. Nessuno più entra in questa casa, in questa terra, chiede permesso, si accomoda e si guarda intorno: non ci sono più ospiti a metterci in difficoltà, a farci sentire osservati. Quei pochi che ci sono, sono muti, ciechi e sordi almeno quanto noi.
I giornali e la tv non ci mettono più soggezione ormai, si può sempre far finta non guardarli, di non leggerli, di non sapere. Ma gli occhi degli altri… quando c’è un altro che ti parla, un altro che ti chiede di spiegargli ma cossa xe sta roba… come gli si può sfuggire? Ti costringe a cercare le parole, foss’anche per restituire un cenno ostile, per trovare una giustificazione che non esiste. E intanto magari a tenerti il morso dello scuorno nascosto dint’ ‘e stentìni, ché tanto lo sai quello che sta succedendo, e ne sai anche il perché.

Ma oggi qui non c’è più niente – uomini, bestie o alieni – per cui dover trovare le parole. Uomini e uomini hanno smesso di parlarsi, figuriamoci se possono provarci con altri esseri viventi. Così restiamo senza idioma, idioti che non sanno più parlare, né fra loro né con gli altri da loro. E con questa idiozia talvolta ce ne andiamo via da qui, dove le cose sprofondano così velocemente da non riuscire più a capire se questo è ancora il posto in cui siamo nati e cresciuti, per entrare in altre geografie, sempre più spaesati, con lo scuorno dint’a panza e la speranza che il finale non sia lo stesso per tutti. E zitti andiamo, zitti camminiamo, e questo scuorno che non se ne va mai diventa la forza segreta di questi piedi e questi  occhi che trovano strade che sono strati ed entrano altrove, chiedono permesso, si accomodano e si guardano intorno. Ma ovèro site sicuri?, si sorprendono a dire prima o poi in un mondo così diverso da quello da cui sono partiti. Ah! Ma allora…

… e poi tornano. Torniamo. Anzi, poi torno. Torno e mi guardo intorno, e mi viene da chiedere: ma perché? Pecché? Uagliù, ma simm’ sicuri?

E’ una specie di scossa, breve, dolorosa come l’ago di una puntura fatta da una  mano pesante.

Facciamo corto circuito nel nostro stesso paesaggio? Ommadonna. Siamo diventati noi gli alieni. L’ultimo sguardo altro che ci resta è davvero il nostro, quello di chi se n’è andato in un altro blu ad imparare la propria direzione da gente che non gli somiglia, gente per la quale ha dovuto faticare, qualche volta anche soffrire per rompere il silenzio dello scuorno e cercare le parole per spiegarsi, per spiegare cosa succede in quell’altro punto del pozzo? Sembra quasi assurdo. Che sorpresa, del resto, quel giorno in cui abbiamo scoperto che a Capua e a Trieste il letto ha lo stesso nome, ah! Altro corto circuito: la corda del pozzo per far venir su il paese la si stava tirando tutti insieme, alieni e altri che si erano ritrovati ad andare a dormire nella stessa parola, e da lì a viaggiare insieme dentro molte altre finché il silenzio dello scuorno non ha cominciato a… parlare.

Prima il canto, e poi il lamento? No, talvolta può succedere anche l’esatto contrario. E se deve essere la vergogna a guidare me, aliena, agli altri che diventano voci… allora lo scuòrno me lo tengo. Se mi vergogno forse vuol dire che qui non è ancora finita.

Altri e alieni, alieni e altri. La differenza è solo la terra che hanno sotto i piedi. Gli altri ne condividono una, l’alieno no. Ma quanto si fa porosa la membrana di significato che li divide se dopo essere stato tra gli altri l’alieno torna a casa sua e gli viene da dire: ma siamo sicuri?

Deve essere per questo che, in metà di questo paese-pozzo, dentro il pronome che dice noi ci sono andati ad abitare anche gli altri.

Cartolina

martedì, 17 luglio 2007

Se non la smetti di fumare sostanze atte a stupire, comincerai a vedere cassonetti per la raccolta differenziata nel casertano.

Manuel Calavera

*

Agente di Viaggio
Manuel Calavera
DDM – Filiale n°974
Trieste, Italia

Caro signor Manuele,
come vede i pusher qui sono così bravi che non solo piazzano quelli nuovi di pacca dopo aver bruciato quelli vecchi, ma li fanno venire anche in foto! Stupefacente davvero, no?

Mi stia bene!

Saluti e baci dalla Strada dalla sua affezionatissima

L.

Sud (oppure: di marzo, lunedì e altri giorni)

lunedì, 5 marzo 2007

Il giallo abbacinante dei friariélli ormai fioriti, che dice: be’, stàteve bbuon’, ci vediamo il prossimo inverno.
L’odore dei carciofi arrostiti all’angolo delle strade.
I cani del quartiere, non abbandonati ma di tutti, che abbaiano a ogni ora del giorno e della notte. Che ti guardano negli occhi e ti fanno: bau, ciao.
Il camion della monnezza alle cinque e quaranta del mattino, sempre lo stesso, con il braccio meccanico che si inceppa e sollevando i cassonetti fa un baccano infernale. Le bestemmie dei monnezzari che alle cinque e quaranta del mattino si sentono almeno fino a Casaluce.
Le albe viola e i tramonti arancioni, vuoti di presagi ma colmi di segni, soltanto di segni.
Le macchie sui muri. Di muschio, di incuria, di sole, di intonaco caduto a pezzi, di umido, che improvvisamente ricompaiono se insieme a te c’è qualcuno che viene da lontano, che per questo posto ha occhi nuovi di zecca.
Le grida del mercato del lunedì, che arrivano fin qui.
Un film, che lo cerchi e lo cerchi, e non lo trovi.
La casa dall’altra parte della strada, che ogni dieci-quindici anni cresce di un piano e che sta grattando via l’ultimo quadrato di cielo che resta a questa finestra.
Di nuovo il giallo, dei limoni stavolta, che spunta da una chiazza di rovine di tufo nero. Sopra un muro, alto alto, contro il cielo chiaro.
Il fischietto dei parcheggiatori abusivi.
Le 126 che passano in strada con l’inconfondibile pernacchiare della marmitta, cariche di donne e di spesa, di ritorno dal mercato.
La ragazza del primo piano del palazzo di fronte, che canta rifacendo i letti.
Il ficus gigante che mia madre ha trapiantato nel giardino condominiale quando avevo otto anni perché già allora nel vaso non ci stava più. E che oggi, vent’anni dopo, fa ancora verde l’aria fuori dalla finestra, alto ormai quasi fino al secondo piano. E per il quale – quando in assemblea di condominio ho chiesto in ginocchio di lasciarlo crescere perché quel muro verde è meglio del muro di cemento alto quattro piani che c’è alle sue spalle – mi hanno sorriso e risposto: ma sì, perché no? Come si fa con i pazzi.
Il mercato sul sagrato di una chiesa, sotto le palme e gli alberi carichi di mandarini, col bianco troppo bianco dei gazebo, del lastricato, delle buste di plastica, dei capelli dei venditori e delle loro voci.
Il vento, e Tommy Emmanuel nella testa, che capita solo con una giornata così.

Di questa latitudine i no, ma anche i sì. E i boh.

(post in progress)

E poi.

L’anziano impiegato al rientro dal lavoro, che si fa la croce quando l’autobus imbocca l’autostrada. Ogni giorno.
La tramontana della domenica, e la canzoncina claudicante dei rom che passano per l’elemosina, sempre a quest’ora, quando tutte le donne sono ai fornelli e si affacciano a lanciar loro qualche moneta, che raccolgono al volo in un sacchetto di stoffa blu. Buooongiorn’, sagnòra!
 
Una telefonata, nove e quaranta del mattino:
– Pronto.
– Oh.
– Eh.
– Senti, ti informo che qui davanti alla stazione è appena passato un tiro a otto.
– Alla faccia! E com’era, sei davanti e due dietro?
– Sì, e quelli di dietro con l’accompagnatore a pie-di.
– Eh, nel traffico si usa. Vabbuo’, hai dato una passata di cartavetro a tutto quello che avevi di disponibile?
– Certochessì. Però mo’ cambio strada.
– Eh, mi sa che fai bene. Buona giornata, eh.
– Pur’atté. Ci vediamo a pranzo, ciaccià!
– Cia’.

*
E ancora, in associazione (di idee):

I botti che ti svegliano la domenica mattina verso le sei…e tu lì, sotto il piumone, nel meglio del sonno, a maledire dei figurini vestiti di bianco che dopo qualche ora sentirai con la loro nenia dedicata alla Madonna dell’Arco che ti ritroverai a cantare con loro facendo colazione con le finestre aperte in una domenica mattina piena di sole e brezza quasi odorosa di mare…
L’odore penetrante della brace su cui dei carciofi pieni di aglietto, pepe, sale e prezzemolo stanno rosolando riempiendo l’aria di quella nebbiolina odorosa…
Il giallo abbacinante dell’asfalto pieno di sole del dopo pranzo domenicale quando tutti sono a sonnecchiare sul divano o davanti la TV e tu lì per strada con la macchina che gironzoli in solitaria per il puro gusto di girovagare…
[Cloto]

Aiutatemi

venerdì, 24 novembre 2006

Sono otto ore che va avanti così.

Eppure (ovvero: mobbàsta)

martedì, 27 giugno 2006

<<Qui è tutto come intensificato, questione di scala probabilmente, di rapporti interni. La forma dei rumori e di questi pensieri (ma erano poi la stessa cosa) mi è parsa per un momento più vera del vero, però non si può più rifare con le parole>>.

[Luigi Meneghello, Libera nos a Malo, 1963]

La quinta – e ultima – volta che sto a guardarla prima di lasciare che mi porti via senza farle più domande inutili è… un elenco.

E’ una mattina di metà maggio, sono tornata a casa da qualche giorno e sto aspettando il C1R alla fermata della Rotonda di San Nicola la Strada per andare all’università. In spalla ho una borsa che pesa un accidenti, la pensilina della fermata si è trasformata in un forno di ferro arrugginito sotto il sole, l’asfalto scotta e ad aspettare il pullmanblù ci siamo io, una corpulenta signora con un passeggino nel quale non si capisce se ci sia un pupo o meno, due rom piuttosto in avanti con gli anni che stanno seduti sul muretto fumando una sigaretta dietro l’altra senza parlare, e un ragazzo tunisino che lavora al semaforo del centro commerciale un chilometro più avanti, che conosco per via di un simpatico episodio di qualche mese fa in cui ci capitò di scambiare due parole e scoprire che entrambi si parlava il francese. Ci salutiamo, chiacchieriamo un po’ del caldo, dei libri che ho con me, di suo figlio che ha sette anni e sta in Tunisia e al quale piacciono ancora, dice lui, le fiabe. Come se non riuscisse a spiegarselo. Le chiacchiere vengono però interrotte dall’arrivo del suo autobus, e io non ho il tempo di chiedergli quali fiabe piacciano al suo bimbo. Tchao, e bbòna jurnata!
Io, invece, ne ho ancora per un po’. Il mio è in ritardo già di un quarto d’ora e, conoscendo la linea, devo concludere che è saltata la corsa. ‘ccidenti. Sotto la pensilina non si resiste, sotto il sole ancora meno, ma se mi allontano per spostarmi sotto gli alberi della Rotonda rischio di mancare l’autobus, cosa che non posso permettermi. Resto dove sono, allora, e con la calotta cranica ormai in fiamme penso a quanto mi sembrano lontani nello spazio e nel tempo il Tagliamento, quella strana primavera che fa sssssss, e quel paio di pedali che dovevo tenere en soferénsa. Eppure, non è passata nemmeno una settimana. Eppure, com’è diverso il mondo di qui e . Eppure guarda qua, in effetti il verde è un po’ diverso. Eppure a terra, ai lati delle strade, qua c’è polvere e là c’erano pallini di polline di pioppo. Eppure, i papaveri sono gli stessi. E le lucertole pure…

… sulle lucertole tiro fuori dalla borsa il quadernino blu e la penna, in un gesto quasi automatico. L’elenco viene giù da solo.

Primavera

Che è pure brutto, eppure… eppure dice esattamente quello che intendo. Niente di più, né di meno. Per una volta. Pure che stong’ schiattann’ ‘e càur’, e che l’esistenza del ciunoerre è diventata una specie di atto di fede. Che in fondo, sul fondo di tutta questa giornata che deve ancora iniziare c’è l’immagine della linea d’un orizzonte, il rumore di un battito d’ali e quello della marea. E che alcune cose le capisco solo quando sto qua e là. Perché intorno a quella linea tirata con il righello danzano due strade, che divergono l’una dall’altra e pure di tanto in tanto si incrociano, si sfiorano, si toccano, si intrecciano e poi di nuovo si allontanano, pur senza mai abbandonare del tutto la linea che – come dire? – le sostiene, forse, e che le salva dal non significare niente (per me), allo stesso modo in cui il bastone di Hermes salvò i serpenti del Caduceo dal divorarsi a vicenda e distruggersi. Solo che, come disse lui, non so se si può rifare con le parole.

þæs ofereode, þisses swa mæg.*

mercoledì, 21 giugno 2006

Questo è quanto
su quel colle il vento,
Maestro, disse.

[* Deor, poema anglosassone (X sec.)]

Festa grossa (post con la bocca piena)

giovedì, 13 aprile 2006

Hanno ceduto.
Doveva succedere, prima o poi.

Hanno fatto gli indifferenti. Per anni, anni e anni. Ci hanno tirati su con mazze e panelle e un certo orgoglio tutto loro, instillandoci fino all’ultima goccia tutta l’apertura mentale e l’adattabilità di cui hanno potuto fare esperienza durante la loro vita. Non molta, per alcuni, ma in ogni caso trasmessa con cura, quasi con urgenza si sarebbe detto. Niente vizi, vietato lamentarsi e fare gli schizzinosi. Non si mangia bene solo da noi, paese che vai usanze che trovi, rispetto, rispetto, sempre e solo rispetto, tu non sei migliore di nessuno (anzi, in genere tu sei peggiore degli altri), e quello che sei te lo porti dentro, non dietro. E parla in italiano, chi t’è bbiv’, che poi si sente da dove vieni.
Da sempre stringono i denti nel veder partire tutti, tutti, fratelli, nipoti, amici, i figli degli amici e gli amici dei figli… e i loro stessi figli, in ultimo. Nonostante tutto, forse nutrivano la segreta speranza che non sarebbe toccato anche a loro, senza rendersi conto che se alla fine i loro pargoli hanno avuto il coraggio di rimboccarsi le maniche e andare a cercare da soli la loro strada, be’, è stato anche – e soprattutto, diciamolo – per via di quello che hanno insegnato loro. Poi si guardano intorno, e trovano la forza di dirlo pure ad alta voce: ma sì, meglio così. Ma comunque.

Per anni, allora, hanno fatto finta di niente. Quando noi si partiva facevano finta di non preoccuparsi, loro, ché tanto, ‘nsomma, noi a certe cose non ci teniamo, nonfanniente, nonfanniente… facevano gli evoluti, loro, come se stare al passo con i tempi significasse dimenticare da dove si viene, la terra sulla quale si è venuti al modo e cresciuti. E’ la vergogna silenziosa di chi è emigrante da generazioni, da sempre, che è anche la vergogna di chi è rimasto e ha visto tutti gli altri partire, e per raggiungerli è salito su un treno ogni volta che ha potuto. Perché sul sud è già stato detto tutto e più di tutto e loro, che hanno fatto parte delle generazioni di esuli di cui tutto è stato detto, hanno provato ad affrancare noi, i figli, da facili etichette e luoghi comuni. Perché noi si vivesse in pace anche altrove, senza essere logorati dalla nostalgia. Per questo, era: quello che sei te lo porti dentro, non dietro. Un tentativo. Coraggioso e diverso, per quanto discutibile.

Tutto questo solo perché fino ad oggi non avevamo mai trascorso una festa grossa fuori casa, naturalmente. Ma mi aveva avvisato tante volte, lei, che ne sa qualcosa già da diversi anni: "è solo perché per la maggior parte dell’anno vivi ancora a casa. Ma aspetta che la distanza diventi anche solo una ‘ntecchia più tangibile, e vedrai…". Già. Del resto rimane indimenticabile la performance di sua madre che – quando io e Maria partimmo per andare ad assistere al suo primo concerto in terra d’Albione – non perse occasione di consegnarci "una borsa piccola piccola, niente di che" per sua figlia. "Ve la portate come bagaglio a mano, mi raccomando, non la imbarcate!", ci disse con naturalezza senza nemmeno sincerarsi se noi ne avessimo già uno nostro, di bagaglio a mano.

– "Ma… signora, scusate… quanto pesa? No, è che non sembra tanto leggera, e il massimo peso permesso è…"
– "…cinque chili, lo so, lo so. Comunque quella è di quattro chili e otto, e delle misure consentite. State tranquille".

Ma che ne sapevamo noi, allora, povere anime innocenti? Era tutto studiato, organizzato, perfetto. Tanto d’occhi così, facemmo. Soprattutto quando cedemmo alla tentazione di sbirciarne il contenuto, in aereo. E non immaginavamo che in seguito avremmo fatto da corriere espresso di sapori e profumi e ricordi per tante, tante, tante volte, e che ci sarebbe toccato di rivivere questo piccolo rituale d’affetto e memoria quasi ogni volta che saremmo andati a trovare un amico già trasferito, già partito, già andato prima di noi. Di mano in mano viaggiano, queste silenziose memorie, e trovano la loro strada nel mondo, alimentando e traendo alimento dalle stesse persone cui appartengono.

E davanti alla prima Pasqua che passeremo lontani dalle nostre famiglie, succede infine anche a noi. Che nel nostro caso ha il sapore di un piccolo miracolo. Cedono. Hanno ceduto.

Mentre si parlava delle imminenti elezioni, ad un certo punto la madre di M. mi fa: "ah…. eh… a proposito, poi oggi mi trovavo a passare per di là, e ho pensato di prendere qualcosa che, se avete spazio in macchina, vi potete porta’ quando partite…".
– "Sì? Uh, speriamo, siamo stracarichi… ma che hai preso?"
– "Eh, vieni di là che ti faccio vedere, così facciamo prima…"

Mi invade una leggera inquietudine. Se preferisce mostrare quello che ha comprato invece di dirlo, allora c’è da preoccuparsi… ma poi lo vedo. Il miracolo si presenta in forma di una inconfondibile busta trasparente di un formato assai particolare. Quando inizia a indicarmene il contenuto credo di vedere una tenue luce soffusa emanare dalle scatole blu, ma è solo l’effetto delle lacrime che mi velano gli occhi per la commozione e la sorpresa.

– "Guarda, allo’… qua ci sono due uova di Pasqua, qua il casatiello, qua la pastiera, qua i taralli…"
– "I taralli? Hai pigliato pure i taralli?"
– "Embe’, sì, certo, andavo da Leopoldo e non vi pigliavo i taralli?"
– "Oddio…"
– "Che c’è? E’ troppo? Non avete abbastanza spazio?"
– "Nooooo, Annamari’, piuttosto me la faccio io in bici fino in Friuli… GRAAAAAAZIIEEEEEEE!"
Al mio piccolo grido di gioia accorre pure lui dall’altra stanza, e mi trova in pieno stato di ebbrezza, abbracciata alla santa donna che lo ha generato. Vede gli inconfondibili scatoli blu provenienti dai gironi più profondi dell’inferno alimentare denominato Tarallificio Leopoldo e perde l’uso della parola. Resta in contemplazione per una buona mezz’ora, senza proferire verbo. Sua madre lo guarda, sorride, non si preoccupa e passa senza pietà alla busta successiva.

– "Qua invece c’è un po’ di spesa, guarda, ché arrivate di domenica e non avete niente a casa… pomodorini, un po’ di odori, olio, pane, frutta. Di qua, invece, ci stanno i friarielli…"

Alla vista del bustone che straripa tenere cimette verdi da tutte le parti sono io ad avere un mancamento. Riprendo conoscenza nel paesaggio rugginoso della zona di Narni, con la primavera che esplode di luce alle porte dell’Umbria, in un abitacolo che sa di mandorle, pane e pomodori. Ad ogni curva i friarielli tentano di liberarsi dalla busta di plastica in cui sono stati rinchiusi per impedir loro di prendere il sopravvento, con il casatiello che vigila su tutti con il suo aroma antico, pieno, benevolo, mantenendo l’ordine con consumata autorevolezza. La pastiera sorride tranquilla, sul sedile posteriore, da qualche parte.

E noi? Gongoliamo senza ritegno, ça va sans dire. Smaltita la sorpresa, ragioniamo sorridendo su come entrambe le metà del parentado abbiano risposto a questa sorta di richiamo di sangue e di terra… perché ognuna ha reagito nel modo che le è più congeniale, è ovvio. La sua con il gesto d’amore che sta dentro ogni pezzo di pane condiviso, anche da lontano; la mia con quell’altro, di gesto, pure tipico degli esuli: metter due panni nel sacco e partire. E non è ‘a festa grossa, il punto, né la cosiddetta tradizione. No. E’ proprio un’altra cosa, questa.
Arrivano domani, questi viaggiatori che altri viaggiatori hanno generato. E poi dicono.