Articoli marcati con tag ‘80100 la sirena’

Mentre fuori le ginestre

domenica, 14 giugno 2009

(e dentro un gran casino)

Fumo (geno) negli occhi

sabato, 30 giugno 2007

 Rubi quaranta minuti alla vita, con la pretesa che non sia nemmeno un furto.
Due ragazze sdraiate sotto la palma lontana alla tua destra fanno bolle di sapone. Qualcuna, spinta da questo generoso libeccio, riesce ad arrivare fin dove sei seduta tu, sul muretto dello slargo davanti all’ingresso della Biblioteca Nazionale. Attraversando zone di ombra e luce, le bolle appaiono e scompaiono nel piccolo piazzale, poi svaniscono. Una coppia di merli zampetta qua e là. Dal retro del San Carlo si sentono accordare violini, a decine.

 Aria secca, caldo, cielo greco. Questa è l’estate che conosci, sì, l’estate fatta come quello che ti salta alla mente quando devi dire estate. La tua estate, che ti sta sepolta sotto le parole. Chissà quanto durerà, ti domandi, questo sentore di salsedine e mediterraneo centrale che fa il sole così pungente, le strade così polverose, i colori così compatti e i polmoni così aperti. Sì, questa è la tua estate di tufo e acacie, di orizzonti puliti e serate a pelle fresca. Chissà quanto durerà. Visto che non puoi saperlo, senti l’istinto di ficcartela nel torace a secchiate, di farne scorta per quando si tornerà a non respirare. E si capisce e quasi si arriva a comprenderla, in una giornata così, la miopia del tuo popolo: quanto riesce difficile sotto un azzurro così pensare che da qualche parte si consuma un’agonia, che altrove c’è qualcosa che muore… tanto più se chi muore siete voi che questo paesaggio lo abitate, che questo azzurro lo bevete e lo respirate. Ma tira dal mare, il libeccio, pulito, forte, e porta sentore di salsedine fin nei recessi più interni di questa terra, sicché quando torni a casa puoi salire sul tetto di casa tua, al tramonto, e respirare a fondo il vento che ti investe la faccia senza che gli occhi ti brucino. In un momento in cui l’orizzonte è di fiamma e per tenere a mente quello che succede devi quasi fare uno sforzo.

Che giornata, però. Se oggi qualcuno fosse spuntato dal nulla a dirti che non è vero niente, che è stato solo un incubo dopo una cena pesante, che ti sei immaginata tutto… be’, forse gli avresti creduto. Almeno per un poco…
… ma solo un poco. Perché poi lo stesso vento te lo ha ricordato, severo, che quel che accade non smette di accadere sotto un cielo e dentro un’aria così: per una volta che nemmeno li stavi cercando sono spuntati, neri e senza rispetto, ai due capi dell’orizzonte, uno dove il sole era appena scomparso e l’altro sotto la luna appena sorta.
Hai chiuso gli occhi per un minuto, forse due. E quando li hai riaperti, ti sei ritrovata davanti le stesse parole di prima, rubare, furto, vento, secco, polveroso, polmoni, respirare, sentore, fiamma, bruciare, incubo, accadere. Solo che non significavano più la stessa cosa di prima.

Floridiana (oppure: di Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia)

venerdì, 20 aprile 2007

Tre panchine, tipo.

Sulla prima una signora anziana con gli occhi socchiusi, volto rotondo e vuoto. Accanto a lei la sua badante, forse quarantenne, dai capelli rosso fuoco e l’espressione annoiata, anche un po’ infelice. Sulla seconda una ragazza vestita di rosa, bianco e jeans che legge, assorta. Sulla terza due innamorati aggrovigliati, di cui si distinguono un paio di stivali, i capelli lunghi e castani di lei, la polo blu a righe bianche di lui. A terra, sul selciato, le macchie di sole filtrate dagli alberi che sbiadiscono e riemergono di continuo dall’ombra. E il viavai dell’ora di pranzo: impiegato con il giornale sotto un braccio, comitiva di turisti tedeschi, merla che saltella e rovista sotto le foglie di magnolia cadute nel prato alzandole col becco con leggeri movimenti che le fanno saltare per aria, coppia sulla quarantina che chiacchiera, due turisti stranieri forse biondi o forse argentati, non si capisce.

Due panchine si svuotano, vanno via la coppia a nodo vaccaio e la ragazza che leggeva. La signora anziana si scuote dal suo sonnecchiare e dice qualcosa alla signora dal volto infelice, che evidentemente non la comprende ma annuisce con un sorriso generoso, come se stesse ascoltando il racconto del fatto più importante del mondo. Passa una signora non molto più che trentenne con l’aria stanca che tiene in braccio un fagottino rosa che strilla, e strilla, e strilla.
Due signori con i capelli bianchi, entrambi piuttosto alti e magri, si fermano accanto alla panchina su cui siedo. Uno strappa un lembo di una pagina del suo giornale e lo appoggia su un punto sullo schienale della panchina. Il foglio resta attaccato, mi volto a guardare.

– Vedete, signuri’, ce sta ‘na gomma masticata azzeccata ccà ‘ngoppa…
– Oh.
– ‘O collega, qua, c’è fernuto sopra co’ tutta ‘a giacca…

Il suo collega rivolge verso di me il suo giaccone blu di tela, con un piccolo serpente bianco stampato sul retro. Lo ha bagnato con dell’acqua, ora cerca di grattarne via i residui con le unghie. Sono tornati indietro per coprire la gomma con quel pezzo di carta.

– Accussì s’azzecca pur’isso, e il prossimo che s’assetta non s’inguaja.
– Meno male che vuje l’avite scansata, signuri’.

– Essì, eh.

Mi sono seduta sull’altro lato della panchina, per fortuna. Sorridono. Sorrido.

– Salve, arrivederci.
– Bbona jurnata, signuri’.

Sono due volontari della vigilanza del parco, quando si voltano lo leggo dalla scritta dietro il giubbotto di quello che non se l’è sporcato. Vanno a sedersi sulla panchina dove prima c’erano gli innamorati annodati. Dopo una decina di minuti la signora anziana e la sua badante si alzano. La prima vuole prendere sottobraccio la seconda, la seconda prende delicatamente la mano della prima dopo averla aiutata ad alzarsi e gliela guida fino a posarsela sull’avambraccio, come talvolta fanno i gentiluomini.

I due vigilantes volontari vengono raggiunti da due colleghi in turno, con la fascia VIGILANZA PARCO su un braccio. Si siedono e chiacchierano di cavoli bolliti, poi discutono sulla possibile origine del nome del Vòmero. Due sostengono che venga dal coso che sta arèto ‘o carro d’e bbuoje, pe’ ffa’ ‘o solco ‘n terra, gli altri dicono che Vòmero era il giogo che si doveva mettere ai buoi pe’ purta’ ‘e ccose ca ‘ngoppa. Li raggiunge un altro collega con una specie di piccolo furgoncino di quelli per trasportare lo sfalcio delle piante. Dice che ha bisogno di loro vicino ‘a terrazza. Si alzano tutti insieme, facce all’improvviso serie serie, e vanno. Grossi nuvoloni corrono in alto, il sole va e viene. Quassù non fa caldo come giù Napoli. C’è vento, e alberi. Un signore in jeans e camicia marrone passa strofinandosi gli occhi, tenendo la giacca su una spalla con due dita. Dai lecci di tanto in tanto viene giù una foglia secca, veloce, rigida, che fa tac quando tocca terra. Una signora piuttosto anziana risale il viale in direzione dell’uscita del parco insieme al figlio (ma’, aro’ s’adda i’ ccà?) dal volto di trentenne bambino che le sta vicino vicino senza toccarla, le spalle curve, lo sguardo basso. Sua madre invece ha la faccia vecchia e spavalda, è molto più bassa di lui ma ha la testa ben ritta sul collo, e un fare da guardiano.
Sulla panchina della ragazza che leggeva ora c’è una coppia sulla cinquantina, lui calvo, panciuto e tutto in jeans – sia i pantaloni che il giubbotto –  con la nuca che gli si fa tutta a pieghe quando lei dice qualcosa che gli fa abbandonare la testa all’indietro in una bella risata. Lei ride con lui, bella e antica, con la pelle etrusca, i capelli neri e i denti bianchissimi. Fa una smorfia di disapprovazione quando passa una mammaragazza con il pargolo di sei-sette anni che grida come un ossesso per un qualche tihodettodino! appena ricevuto in risposta ad una qualche richiesta. Un’auto della Polizia risale lentamente il viale lasciando una scia di gas di scarico che fa arricciare il naso un po’ a tutte le panchine, anche al ragazzo in piedi accanto al cestino della spazzatura un po’ più in là che si sta visibilmente innervosendo con il suo Ipod, mentre all’altezza degli occhi mi sfilano, vicinissime, una busta di plastica gialla e una giuda di Napoli del Touring Club in inglese.

Gli acanti hanno messo le foglie nuove, e quelli esposti a sud hanno già pronto il gambo centrale con i fiori in boccio. Quando le nuvole nascondono il sole fa improvvisamente quasi freddo. Arrivano frotte di bambini, alcuni dotati di SuperSantos.
Una bimba bionda in tutina ginnica rossa, avrà cinque o sei anni, rincorre il pallone che ha tirato il fratellino… non riesce a raggiungerlo e correndo urla dai, fermati… ti prego!. Il pallone rimbalza sul viale e si arena ai piedi di una panchina, lei lo prende e gli fa ah, ti sei fermato, grazie!. Un’altra mamma, snella e alta, cammina tenendo per mano il suo bambino e porta due zaini sulle spalle.
Una famiglia mamma-papà-passeggino, la mamma dice qualcosa, il papà le fa il verso: gna-gna-gnaaaaaaah!, e tutti e due ridono.
Tre scalmanati cuccioli umani alti meno di un metro corrono scomposti. A CHI PRIMO ARRIVA ALLA FONTANAAAAAAAAAAAAAAAAAA, dice quello in testa, AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA gli fanno eco gli altri due. Uno dice incapace, incapace, sei incapace proprio al suo compagno, e la mamma non si dice incapace ad un amico tuo!

Corridori sgargianti scendono a tutta velocità verso la zona del museo, il vento gira di maestrale, nel cielo si alzano, altissimi, a veleggiare i gabbiani. Sulla pelle mi sento un velo di sale salito dal mare che si sente forte nell’aria anche dove la lecceta è più fitta. Due turisti sulla cinquantina, bellissimi, dormono beati in pieno sole sdraiati sotto una palma enorme. Finalmente mi si scaldano le spalle, il sole dura per qualche minuto tra un nuvolone e l’altro. La mia ombra si stampa per terra. Saluto.

[quanti capelli bianchi, miseria ladra]

[devo riprendere a portare in borsa il quaderno delle foglie]

[ora dimmi… perché?]

[voglio un caffè] – [voglio… vorrei?]

[la questione non è trascurabile]

Di ritorni (di luce)

venerdì, 2 febbraio 2007

Il cruscotto illuminato dalla luna, vado. Anzi torno. Anzi vado, ché è tornato. Anzi andiamo, insieme. Anzi, torniamo lì, perché era da tanto.

Al ritorno abbiamo la luna di faccia. Piena piena.

Che poi uno si rigira tra le mani il biglietto del parcheggio trovato dopo aver fatto quattordici volte il giro di tutti i vicoli di Via Morghen, e allora dirlo non sembra più così stupido.

Miseria, ma quanto mi sei mancato.
Quanto mi sei mancato.

Buonanotte. Vaipiano. Squillaquandarrivi.

Quanto mi sei mancato.

Che poi uno torna a casa, si lava i denti. Si avvicina alla scrivania, posa lì il biglietto del parcheggio, e trova. Una luce che.
Forte. No, anzi. Che pesa. Parole che a dirle ci trovi dentro tutti i pesi della luce, che ti pare quasi di poterla prendere, misurarla sul palmo, posarla sulla mensola della libreria. Che ti piacerebbe proprio mettercela, quella luce, lì sulla mensola, e poi sederti sul letto a guardarla mentre le ore passano e la luna vive la sua notte di pienezza. Senza spiegarti niente. Ché la luce c’è, sta lì, e che ci puoi fare? Niente. Anche se ti piacerebbe prenderla in qualche modo, ma non solo toccarla. Berla, masticarla a lungo, in  intramuscolo… forse, sarebbe meglio. Ma, eh, non si può. C’è, sta lì, e questo è tutto. Ma perché ‘sta luce è venuta a risplendere proprio qua, stasera? Pussa via, bovino, non tutto si rumina.

Guardale, come sono belle: dopo, corpo, cosa, funzioni, dinamiche, domanda, però, male, bene, leggero, scrivo, sorrido.

Guardale, come sono belle, piene e lucenti, come quella pietra che spande luce lassù.

Guarda come sono belle, e po’ adduòrmete. Il loro peso ti dice qualcosa che prima non sapevi. Certe hanno la luce, il peso di un seme. Altre quello dell’acqua. La gravità darà il posto giusto ad ogni peso, ad ogni luce. Sulla terra, o nell’onda di marea.

Ma che ne sai, tu, che sai solo ruminare? Guardale, come sono belle.

E dormi, ora. Con tutta questa luce intorno. Che torna.

κιανοσις

mercoledì, 18 ottobre 2006

  Sulla soglia dell’alba mi è spuntata improvvisamente accanto, alla fermata di Piazza Vittoria. Non l’ho sentita arrivare: guardavo il cielo di ghiaccio, bluastro, limpido, livido.
Ue’, ciao, mi fa, girata di tre quarti alla mia sinistra. Ciao, ragazza. Le sorrido, forse, non mi ricordo bene. E’ ancora in luna piena, lei, ha lo stesso pancione e lo stesso viso dell’altra volta. Si gira verso il mare e verso di me, e allora lo vedo: un fagottino piccolo piccolo, grande non più di una spanna, dalla pelle dello stesso colore del cielo, avvolto in un uno spesso, soffice, caldo panno di lana bianca. Lo tiene in braccio come se. E’ così piccolo che non sembra quasi vero.
 Qualcosa d’un tratto mi si schianta nello stomaco. E’ il suo nome, il suono del suo nome che va in pezzi. So da dove viene, questo fagottino, e so dove sta andando. Conosco il suo nome. La giovane Lunapiena non lo conosce, ma per lei fa lo stesso. Mi sorride dolcemente, lei, mentre si volta verso il solito chiassoso tram che arriva dalla curva del Chiatamone. Oooh, finalmente, sospira, ‘stu tram… non passava da tre settimane, eccheddiamine.

Allora ciao, noi andiamo, mi dice continuando a sorridere.
Certo, sì, rispondo.
[macheccazzodirispostaè, certo, sì ? Vai con lei! MUOVITI!]
Adesso glielo dico, penso, mo’ lo chiamo. Con il suo nome. Così si fermano. E invece no, resto immobile. Non riesco a respirare. E’ per via del cielo. E’ il cielo che non mi fa respirare.
Il cielo, io, il fagottino muto, nessuno di noi tre respira, forse anch’io sto diventando del loro stesso colore mentre lei, il suo pancione e il suo viso da dietro il vetro del finestrino dicono: no. Stai lì, tu.
Ma non respiro, santiddio. Aspetta un secondo. Fammi respirare. Fammi…
No. Ciao.
Ciao. Ciao…

Apro gli occhi.
E i polmoni. Che si inondano d’aria come un barattolo sottovuoto appena svitato il tappo.
Mi sento la faccia rigida.
Ciao, dice il soffitto bianco. Ciao.

Noncediché

sabato, 7 ottobre 2006

 Alla fermata d’o nummero uno di Piazza Nazionale c’è un signore che muove i muscoli della faccia in tanti piccoli, incessanti tic, e uno dietro l’altro si compongono in un movimento di tutto il viso così fluido da farlo sembrare un bimbo, neonato ancora non consapevole di come funzionano quei muscoletti lì. Mi distrae dal suo volto solo la voce del conducente che urlando prorompe in una sentita bestemmia quando resta bloccato da una macchina parcheggiata sui binari, in quarta fila, all’altezza del chioschetto di lamiera verde Bar Giovanni. Per la miseria, non abbiamo nemmeno fatto ancora il giro della piazza. Ha perso la precedenza e il rispetto che alla scuola di guida ci avevano detto gli spettava di diritto. La mattinata comincia bene. E ora, come faremo? Come faremo?
Faremo che mi appisolo al quarto come faremo che mi risuona in testa, e a malincuore mi perdo la furia cieca del conducente che – mi raccontano i miei vicini di posto poco dopo – ha individuato il proprietario dell’auto (pecché tanto cca’ ‘o ssapite, ce sapimm’ tutt’ quant’) intento a chiacchierare con gli amici sul marciapiede, è sceso ed è andato a prenderlo, strattonandolo per un braccio fino alla macchina ordinandogli di spostarla osennò ‘o purtava mo’ mo’  isso stesso ‘n carcere.
Il carcere è lì a duecento metri, in effetti, mica male come pensata. Che peccato. Ma perché non mi sono svegliata, ‘ccidenti. E mi appisolo di nuovo, fino a Porta Capuana.

Sul Corso Garibaldi, il Caffè Aloia espone all’ingresso un cartello giallo:

SI ACCETTANO
PAGAMENTI
IN LIRA

A Piazza Garibaldi, sotto lo sguardo di un Garibaldi dal mantello verde e la testa nera che fissa il genio di Renzo Piano dritto davanti a sé, ci sono facce orientali, occhi a mandorla su volti di ragazze giovani giovani e belle belle, e anche sul visino di una bimba piccola piccola in braccio a una di loro, che non ha ancora l’età per sorridere come la sua mamma. Sarà bella, da grande, si vede lontano un chilometro. Ripenso al signore di Piazza Nazionale, che forse non ha mai potuto imparare come si mettono in fila i muscoli per un sorriso, o chissà. Sono belli uguale, comunque, tanto si somigliano.

 Visto che sono salita al capolinea ho trovato senza difficoltà un posto a sedere, ma dalla stazzione fino al momento di scendere non ho più modo di muovermi, resto stipata dalla calca contro il finestrino anche da seduta. Alla Circumvesuviana il vecchio tram si è riempito del tutto, come al solito non c’è più un centimetro libero adesso che i binari precipitano verso il mare.
A Porta Nolana sfila via, fuori dal finestrino, il mercato del giovedì frequentato da soli uomini, che a passarci accanto si sente profumo di Marocco e voci da medina. All’angolo d’ ‘a Marina, mentre noto che il cartellone della mostra di Tiziano è lì ormai da mesi (eh, ma quanti mesi!) una signora vicino alla porta posteriore inizia a deliziare i suoi vicini con una lunga filippica sulla maleducazione dei ggiovani, che per fortuna si interrompe quando il tram fa la sua solita, brusca curva a destra, dopo la quale mi ritrovo il pancione di una ragazza incinta, pallida e visibilmente affaticata, comodamente alloggiato nella curva tra spalla sinistra e collo. Non sembra aver intenzione di spostarsi, evidentemente sta proprio comoda, così non le dico nulla. Lei sta comoda, sì, e io pure… senza fare pressione appoggio l’orecchio sul calore della sua luna piena che cova una vita per rubarle il suono di un respiro, un battito, qualcosa. Ma niente, il caos di ferraglia della vettura è prepotente e tutti gli altri rumori se li prende lui. Sibilando tra la rete di cavi della linea tranviaria, arriva intanto a folate odore di benzina e salsedine che la ragazza aspira voracemente dalla fessura del finestrino aperto, schiacciata tra la folla che le si appoggia sulla schiena e una vecchietta che le sta accanto e mi piantona già da un quarto d’ora nella speranza di prendere il mio posto appena mi alzo. Si vede che ha capito –  forse dallo zaino da studente – quale sarà la mia fermata. Più ci avviciniamo al varco dell’Immacolatella, infatti, più lei guadagna millimetri spingendo via con il gomito il pancione della giovane Lunapiena, cui invece ben più volentieri cederei il sedile. Faccio allora un rapido calcolo guardando il muro di carne che tra qualche minuto dovrò sfondare: alzandomi in un certo modo allontanerò l’aggressiva e fin troppo arzilla anziana di quel tanto che basterà alla ragazza per infilare il piede nel vuoto che avrò lasciato dietro di me e ritrovarsi così seduta. Non c’è spazio per nessun altro, o lei o la prepotente settantenne. Quando fuori scorgo la sagoma brillante del Palazzo del Mediterraneo alzo lo sguardo verso la ragazza, lei abbassa il suo verso il mio, le faccio segno con l’indice puntato verso il basso, senza parlare. Io adesso mi alzo, siediti qui. Sorride, sorrido – grazie, noncediché.

Mi alzo, sgomito con forza, la sprùcida vecchietta ha un’incertezza, perde l’attimo, guarda torva la ragazza che lasciandosi cadere sul sedile tira un sospiro lungo nove mesi.

Sbarcata sul marciapiedi, la vedo lì in alto alzare una mano e sorridere. Ciao, buono studio. Ciao, buona fortuna al tuo pancione. Sento un paio di lacrime salire da sotto, da dentro. Mi volto di scatto, le ricaccio indietro con qualche battito di palpebre, si perdono in un luccichio negli occhi solo per un attimo più intenso degli altri. Rialzando lo sguardo incontro di nuovo il suo, mi fissa ancora dal finestrino con il suo pallido viso da luna piena, d’argento, da mamma. Che hai?, chiedono quegli occhi, stai bene?
Un’alzata di spalle: io sì, sto bene, ma non è per me che.
Il semaforo diventa verde, il tram riprende la sua discesa lungo il mare. Ciao, di nuovo, ciao.

Dovrei attraversare la strada verso l’inizio di un’altra giornata, ma per un po’ resto piantata qui. Con lo strano senso di intimità che questa città ti insegna a condividere.

Barriera (fisica)

mercoledì, 19 luglio 2006

Otto e mezzo del mattino, tram fermo nell’abituale gorgo di traffico: l’inizio di una giornata come tante. Tra il cemento grigio di smog e gli intonaci squarciati del ponte di Casanova che lasciano intravedere più antiche nudità di tufo sui fianchi delle officine, guizza d’improvviso una minuscola scheggia bianca che attira lo sguardo. Sbatte frenetica al di là della porta, la farfallina, su un muro di vetro che non vede, una volta, due, trequattrocinque, prende la rincorsa senza tregua e sbatte sbatte sbatte impazzita senza smettere un secondo, dopo qualche minuto i piccoli urti che non fanno rumore non si contano più. "Smettila", le dice la bimba davanti alla porta che deve scendere alla prossima fermata, "mamma, si rompe!". Sorride la sua mamma, "nooo, che dici, il vetro non si rompe mica". "No il vetro, ma’, lei si rompe! Si rompe le ali se non la smette!". Si volta di nuovo verso il vetro, la piccola, "smettila… smettila, vai via, ti prego… ti prego…" ripete con la faccia attaccata al vetro, piano, con una voce piccola come lei, finché il tram non riprende a scivolare sui binari separando la farfallina bianca dal vetro e dalla bimba.

"Chissà da dove veniva", dice una voce che ha visto tutto quanto, poco più in là.

Barriera (linguistica)

mercoledì, 19 luglio 2006

– "Nooo, guarda, da quella volta in poi… mai più fidanzati casertani"

– "Eh, addirittura? E perché?"

– "Perché non è possibile che alla proposta di una notte di sesso sfrenato uno ti risponde scusami, ma non me ne tiene proprio!"

Piccolo canto – d’aria e di Luna piena

giovedì, 23 giugno 2005

Ci si potrebbe stare per tutta la notte, a guardare i cerchi disegnati sulla superficie da un sasso lanciato in acqua sotto la luce della Luna.
Ci si potrebbe stare per tutto il giorno, seduti sul molo a guardare la nave che riporta un amico a casa, fino a quando non ha scavalcato la linea dell’orizzonte.
Ci si potrebbe addormentare, stasera, sulle onde, lievi, di un canto, che viene da lontano. Da lassù.

Faviéleme de li tô mans

ch’i àn sempre carecjât

lagrimes e ridudes.

Faviéleme dal tiô cour

e de li sô batudes.

Puàrteme ai ans ch’i cor

par strades cencja curves.

Faviéleme de ce che tu voul,

làsceme jôde in tai vuoe

un lac plen de barcjutes.

Cónteme de cuan’ che

tornànt da la fontana

la sela piena de vita

a rît


(Federico Tavan, Picjal cjant*. Da Cjant dai dalz, 1985)

* Per una volta riporto anche la traduzione, così com’è scritta dall’autore:
Piccolo canto. Parlami delle tue mani che hanno sempre accarezzato lacrime e sorrisi. Parlami del tuo cuore e dei suoi battiti. Portami agli anni che corrono per strade senza curve. Parlami di ciò che vuoi, lasciami vedere negli occhi un lago pieno di barchette. Raccontami di quando, tornando dalla fontana, il secchio, pieno di vita, ride