Articoli marcati con tag ‘33170 il porto’

(In)cedere

venerdì, 13 aprile 2007

Primi vengono i pioppi, i bianchi, i grigi e i neri.

Poi la betulla e il tiglio, l’acero di campo e l’olmo col cugino bagolaro. Il suo sambuco, anche.

Poi i carpini, le acacie, tulipìferi e gli ippocastani.

In gran corteo si svegliano ancora i salici – da ceste, grigi, bianchi, rossi, ripaioli.

Ultimi, grandi, calmi, vengono i platani a forma di acero, e gli aceri a forma di platano.


[E in una piazza si scorge, rigoglioso e sprezzante, l’inconfondibile verde scontroso di un gruppo di lecci disposti in fila, con tutti i penduli fiorellini prepotenti esposti a sud. Oh. Se ce la può fare un leccio, quassù, allora sì che un eucalipto non ha niente di cui preoccuparsi…!]

Eucatastrofe (n’àta vòta!)

giovedì, 25 gennaio 2007

NEVICAAAAAAH !

In(ter)sistere

venerdì, 19 gennaio 2007

Uscire di casa senza recapito
e chiudersi alle spalle
la porta grigio cieco
del caìgo.

(sopra)ciglio

venerdì, 1 settembre 2006

Otto anni, oggi… "e non sentirli"? Magari. Tutti tutti, ci stanno. Per fortuna che questi sono di quegli anni che ti si sedimentano nelle mani, così non è che è proprio facile che gli altri se ne accorgano. E, a dire il vero, per intere fette della mia vita non me ne accorgo nemmeno io. I segni sulle mani, che faccenda strana. Ma vabbe’.
Mi ha chiesto decine di volte tuttocchèi?, staibbène?, nelle ultime ore, con aria intenerita e preoccupata. E io: sissì. E non è che non è vero, è solo che.
Per fortuna che le date non le ricorda… dei miei buchi sul calendario non c’è nessun bisogno, diciamo la verità. Oppure se ne ricorda e sono io che credo il contrario? Boh. Devo chiederglielo… ma non oggi però, ché oggi è uno di quei giorni sul ciglio, sul ciglio, e io e il mio costante dis-quilibrio già facciamo fatica a stare in piedi normalmente, figuriamoci adesso, che un punto interrogativo sarebbe una falce calata dritta dritta sulle ginocchia (le mie), pure se la domanda la faccio io. Vabbè, ne parliamo un altro giorno, allora.

Sul ciglio, quindi. Ci vado, ci vengo, ci resto, per oggi. Sul ciglio di una strada dove passano poche macchine, per la precisione, tra due cipressi alti alti. Ci sono venuta per cercare un po’ di quiete. Assenza di rumori di fondo non ce n’è ma insomma, così già è meglio che tra clacson, il fracasso dei lavori del padiglione nord  della Fiera e ventole che raffreddano processori. Oggi preferirei di no, veramente.
Stavo pensando poco fa, a ritmo di pedalata: datemi il tempo, e ci riesco, a non sentirmi, fuoriluogo, danessunaparte. Non straniera. Non foresta. Non pensavo alle radici e a straniera nel senso di estranea. Pensavo a qualche altra parola, del tipo: accolta. Ma poi ho dovuto frenare all’incrocio, e il pensiero è rimasto a metà. Quando ho ripreso a pedalare, ne era già iniziato un altro.

 Sono uscita di casa per rintanarmi sotto il cielo. Qui nessuno può trovarmi. Ci sono sempre venuta da sola, qui, così nessuna delle persone che conosco riuscirebbe a farsi un’idea di dove mi trovo nemmeno se provassi a raccontare come ci sono arrivata, che strada ho fatto, i luoghi per i quali sono passata. Nemmeno lui ci è ancora mai venuto. Questo pensiero mi sembra… non so. Una vertigine, forse. Un piccolo monumento ai Caduti sperduto nel profondo della campagna friulana, trovato un giorno per caso, veleggiando a vista tra un campanile e l’altro. Un luogo in cui il consesso umano di cui incidentalmente faccio parte non può arrivare. Che strano. Fuori. Qui sono fuori. I nomi che potrei elencare nel tentativo di dare l’idea dalla mia posizione geografica direbbero meno di niente a quasi tutte le persone da cui potrei eventualmente voler essere raggiunta in questo momento. Livenza, Tamai, Palse, Sentirone. Vengo da un’altra geografia, in cui nessuno conosce questi nomi. Fuori. Fuori dai miei affetti. Penso a quella lì che è in Francia, a quell’altro che forse è in Portogallo, a quello che sta a Napoli, a quell’altra che di solito sta a Londra ma adesso è in Puglia, e a lui, che sempre chiude il cerchio – sempre per ultimo, chissà perché – che è a casa che riposa dopo una faticosa settimana di lavoro.
Penso: adesso mi nascondo. Basterebbe che spostassi le chiappe da questo muretto al suolo per non essere più visibile nemmeno alle auto di passaggio. Mi nascondo un attimo, perché quest’anno il buco sul calendario s’è fatto risentire, dopo quello scambio di battute. Già. Un caledario bucato col trapano, c’ho a casa, in qualunque casa io abiti. E’ per questo che forse.
 Mi nascondo, penso di nuovo. Non so se mi stia incitando o se stia provando a darmi un ordine. Di qua c’è il campanile di cemento grigio bruttissimo di un paese, di là quello bello merlato di un altro. A me ‘sto Friuli certe volte mi dà l’impressione di essere una terra fatta per i foresti, non per quelli che ci abitano. Anche se ci affondi dentro per la prima volta e ti sembra solo un mare sconfinato di campi di mais ("ma che ci faranno con tanto mais, santiddio?", "Eh! Che ci dobbiamo fare secondo te? La polenta!") basta uno sguardo a trecentosessanta gradi per capire in quale direzione devi andare e grosso modo quanta strada devi ancora fare per trovare le prossime case, il prossimo Bar Sport, le prossime facce solo a guardarle sappiano raccontarti  del posto in cui sei capitato. E allora vedi che non te la dò, la soddisfazione, Uomo del Nordest. Non mi freghi, sei tutto chiacchiere e distintivo se mi regali un posto così dove nascondermi, fuori, sotto il cielo. Grazie.

 Per cui adesso mi nascondo, perché il buco nel calendario pulsa dietro le tempie, anche se non importa niente. Quello che importa veramente è che, a furia di andare in giro in bici per queste strade, comincio a vedere i colori che questa stessa fetta di paesaggio prende a seconda del variare del tempo e delle stagioni, inizio ad incontrare qualche faccia non più nuova sulla strada a seconda delle ore del giorno e quindi, con il passare del tempo, ad avere meno timore nel salutare qualcuno o nel fermarmi a scattare una foto, o eventualmente nel chiederne il permesso. Comincio ad avvertire, con gli anni,  il senso della  profondità di questo posto. Che non è più solo paesaggio. Posto, dico.

Sono giorni di grande silenzio, questi, ma la campagna è viva.
Ad uno scricchiolìo dei pedali solo un pochino più forte degli altri, da un campo di mais in un attimo si leva – senza chiasso, solo un frullo d’ali che sembra ne stia volando una sola – una nuvola nera di centinaia di tortore che in pochi secondi si spostano più in là con un unico, immenso, fluido movimento  volteggiandomi sulla testa e oscurando per un attimo il sole, lasciandomi paralizzata sul ciglio (sempre sul ciglio, vedi) della strada. Sotto la pelle dei campi che aspettano l’ultimo sfalcio e di quelli già messi a maggese si prepara l’arrivo dell’autunno, del tempo delle scorte, e se si sta ad ascoltare dopo un po’ si sente che sotto la superficie di questo mare verde appena lavato dal temporale di stanotte è tutto un pullulare di uomini e donne robusti e sudati che faticano, e iniziano a dirti ciao! quando ti vedono passare per la trentesima volta in un mese davanti a casa loro sicché tu, infine, ti senti come uscire da un caìgo che aveva cancellato l’asse zeta dello spazio e, ogni giorno meno incorporea, riscopri la meraviglia di avere un’ombra, di alzare una mano e rispondere al saluto con un sorriso – un sorriso che poi ti accompagna fino a casa, impastato insieme ai tuoi buchi sul calendario e a tutto quello che hai visto in questa stagione in cui non hai fatto altro che leggere, camminare, pedalare, guardare le nuvole e stare in silenzio, nel silenzio più profondo che tu abbia mai sentito in tutta la tua vita. Anche quando era la tua, la voce che stava parlando.

[post del 25/08/2006, andato perso per una bizza dell’editor di Splinder e recuperato grazie alla copia cache di Google]

Succede

martedì, 29 agosto 2006

In fila per pagare una bolletta all’ufficio postale e – senza l’ausilio di alcun dispositivo elettronico – avere nelle orecchie questo.

Anni che vèrtono

sabato, 26 agosto 2006

Fra le macerie del terremoto
ho festeggiato il mio compleanno,
nella baracca che ho fabbricato
non sono entrato mai.

[Samuele Bersani, Meraviglia, 2003]

Mappe (mondi)

sabato, 19 agosto 2006

Ai rami di una betulla all’angolo di un giardino stavano appese a centinaia. Ne ho presa una – si consultano più facilmente controsole – e cercandovi una strada ho iniziato a camminare.

E mi sono persa, mi sono. Eppure.

Comunicazioni di servizio (per i ciclisti della domenica, ma anche no)

giovedì, 17 agosto 2006

– Ehi, voi di Fiume Veneto: per favore, qualcuno passi a dare una sforbiciata al ramo di noce che pende sulla pista ciclabile di Via San Vito, dove c’è la rete da cui si vede un parco giochi per bambini.
Per i ciclisti che passano di là: appena vedete dall’altro lato della strada l’insegna verde della COOP incollate la fronte al manubrio, contate fino a dieci e sperate che dall’altra parte del muro di foglie non ci sia nessuno, in un senso di marcia o nell’altro. Potreste addirittura sopravvivere.

– Quest’anno i rovi sono fioriti in estremo ritardo, ma le more sono in perfetto orario sulla tabella di marcia.

– All’altezza della solita frazione di Rosa di San Vito, nel letto del Tagliamento non c’è più nemmeno una goccia d’acqua. Niente acqua, niente voci, niente, a parte incredibili stormi di rondini irrequiete e coglioni con SUV e fuoristrada che arrivano sgommando sul greto a tutta velocità, mancandovi per un pelo e alzando nuvoloni di polvere che accecano voi ciclisti di passaggio e i soci del club di Aeromodellismo Tagliamento, che non mancheranno di offrirvi di usare la loro fontana per sciacquarvi gli occhi se vi vedranno arrivare con la faccia bianca e le guance solcate da pesanti lacrime, incazzatissimi Pierrot dell’ultim’ora.

– Se vi doveste trovare a passeggiare per il parco fluviale, poi, occhio ai rovi che in questi giorni sono un trionfo di frutti pronti per le vostre marmellate e crostate migliori. Quando sarete lì a raccoglierle, presi dall’immancabile raptus bucolico, fate attenzione alle vespe: se ne notate qualcuna che sembra gironzolare con una certa insistenza intorno ai rami che state innocentemente depredando cambiate subito ramo, meglio ancora spostatevi di qualche metro e cambiate cespuglio. Non è sola. I rinforzi – se avrete la sfortuna di tirar via una mora dal ramo sul quale è appeso il loro nido provocando loro un sisma del nono grado della scala Mercalli – arriveranno in massa e colpiranno senza alcuna pietà, e voi avrete a malapena il tempo di rendervi conto cos’erano quei venti puntini giallognoli spuntati dal nulla che sono precipitati sulle vostre gambe come bombette di una cluster.

– Se infine, al termine di una assai poco dignitosa fuga in cui avrete tentato di portar via a piedi voi stessi e la vostra biciclettina correndo scompostamente stringendo il sacchetto delle quattro more che siete riusciti a raccogliere con una mano e il manubrio con l’altra (senza però tralasciare di ferirvi a sangue i polpacci con i pedali), doveste ritrovarvi con una o due punture sulle ginocchia, non dimenticate che siete stati fortunati (loro erano almeno in venti) anche se vi trovate assai distanti da una farmacia. Non ne avrete bisogno, della farmacia, perché in caso di shock anafilattico non farete in tempo nemmeno a dissotterrare il cellulare che dal profondo della bisaccia, mentre in caso contrario basterà che ripeschiate dalla memoria l’amata figura della buonanima di vostro nonno, e ricordare così che per far passare presto il dolore basta la leggera ma decisa pressione di due dita intorno al centro del bozzo che intanto vi sta crescendo sul ginocchio destro: il liquido iniettatovi dalla povera vespa terremotata che non è ancora stato assorbito fuoriuscirà, e il dolore lascerà in pochi minuti il posto ad un gonfiore che pulserà debolmente ancora per un po’ ma che vi permetterà di riprendere una qualche forma di contegno, rimontare in sella e macinare – con calma – i trenta chilometri che vi separano da casa.
Oh, se però ad un certo punto doveste udire una flebile voce che sussurra ucciiiiidiiimiiiii provenire dal bubbone, mi raccomando, non fate gli eroi e chiamate il 118.

E poi fatemi sapere cosa siete riusciti a farne, delle more.

Metàmero (di storia)

domenica, 16 luglio 2006

Ancora una volta in direzione del Tagliamento – da qualche parte tra Fiume Veneto e San Vito, sulla provinciale che passa per Le Rivatte – ci fermiamo una domenica pomeriggio ad un bar sulla strada per un caffè e un bicchiere d’acqua. Quando usciamo c’è un signore, magro e  anziano, che si è avvicinato alle nostre bici. Le guarda assorto, sembra studiarle con attenzione, in particolare la mia. Lo salutiamo mentre armeggiamo con le bisacce prima di ripartire, e lui fa:

– "Scusi signorina, mi tolga una curiosità… ma quant’è che costa una bici come questa?"

– "Be’… veramente… non glielo so dire. L’ho presa usata in Austria, e quando mi sono informata sui prezzi qui  stavo ancora cercando un altro genere di bicicletta, quindi una proprio come questa… non glielo saprei dire con precisione"

– "Ah, go capi’. No, perché a me me piacerebbe una bici così, non come quella", dice indicando la sua, da uomo, "e però non con ‘sto sellino qui, che fa male al culo"

– "Ah… eh, ha ragione, in effetti… però quello non è un problema, si possono cambiare…"

– "Ah sì? Bene. Ma allora proprio non lo sa, il prezzo di una bici uguale alla sua?"

– "Ehm… veramente no, mi dispiace, e non vorrei dirle una cretinata…"

– "Va be’. Grazie, sa"

– "E di che, si figuri. Buon pomeriggio!"

– "Anche a voi, ragazzi, buona pedalata!"

– "Grazie!"

Qualche centinaio di metri più in là lui mi affianca.

– "Perché gli hai risposto così?"

– "Come perché? A che ti riferisci?"

– "No, dico, perché non gli hai dato un’idea della spesa? Non è che i prezzi proprio non li conosci…"

– "Be’, gli ho detto la verità, non conosco con esattezza i prezzi di una bici uguale a questa, e tanto meno qui. Da altre parti sì, ma non volevo dargli una risposta a casaccio, lui m’ha fatto una domanda precisa…"

– "Sì, ma almeno un’idea…"

– "E vabbuo’, scusa, ma se uno dice non lo so è così grave?"

– "Uhm, no, per carità, è solo che secondo me voleva più che altro fantasticarci sopra. Non hai visto la sua faccia quando gli hai detto che non lo sapevi? E’ rimasto deluso"

– "Sì, è sembrato anche a me, ma che dovevo fare, dirgli una cosa molto probabilmente non vera per dargli di che discutere con gli amici lì al bar?"

– "Embe’, e perché no? Che male c’è? Avrà avuto settant’anni, magari non se la compra nemmeno, una bici, però forse gli piaceva la tua e la curiosità gli ha fatto partire la fantasia… ah, ma se ce l’avessi pure io, avrà pensato, e chissà quanto costa una bici così…"

– "Può essere… e però non lo so se è giusto, che uno ti fa una domanda e tu gli dai una risposta di cui non sei sicuro per… dare cibo alla sua fantasia? Boh, non lo so, messa così è strana, ‘sta cosa…"

– "Mah, secondo me avresti potuto dirgli un prezzo. Sarebbe stato contento"

– "Mah, può darsi. Me lo devo ricordare la prossima volta che mi succede qualcosa di simile, e vedere che succede"

– "Già, secondo me potresti avere delle sorprese"

– "Boh… ua’, mo’ che mi ci fai pensare forse mi è già successa ‘na cosa più o meno così…"

– "Eh… sai che stavo pensando la stessa cosa…"

– "…"

– "…"

– "Gesù, ma sei bastardo…"

– "Mario, Loredana. Mario"

Due risate scoppiano e si spargono per la strada, deserta davanti e dietro di noi come ogni domenica. E l’eco che ancora ne risuona, ancora e ancora, a mesi e ottocentoepassa chilometri di distanza.

Graziemille (compl. di term.: il biciclettaro). Oppure: ciao, elicottero!

sabato, 17 giugno 2006

La quarta volta, invece, è fatta. Lei spalanca le braccia, belle carnose e paffute, e io imbocco l’abbraccio come un’auto in corsa la galleria della tangenziale tra Fuorigrotta e Agnano – nelle domeniche d’inverno, però, quando è deserta e il tramonto sui Campi Flegrei è una sola, enorme, densa colata di oro zecchino.

Sono le due del pomeriggio del tre maggio, ho pranzato presto perché così, mi dico, vado a fare un giretto in bici visto che lui è al lavoro, io sono da sola, tra qualche giorno riparto e non me ne tiene di studiare perché la giornata fuori è bella, calda e asciutta. Chiama, insomma, e c’ho ‘sto nodo nelle viscere di cui mi devo dimenticare per un po’, giusto il tempo di riprendere un po’ di energie.

[Viscere, eh, vi-sce-re. ‘Sta parola non piace a nessuno, ma che cazzo, eppure ce le abbiamo tutti, le viscere… o i visceri, ché so’ maschi pure da me – ma che c’avranno, che non va, ‘sti benedetti stentìni? Se non la finisci ti metto ‘e st’ntin’ a tracolla, diceva Susi quando la facevamo arrabbiare, e io ridevo per ore]

Allora mi piglio una bottiglia d’acqua, la ficco nella bisaccia insieme a una felpa, ché non si sa mai, e mi avvio… sì, ma dove? Non ci ho ancora pensato. Boh, mo’ me ne vado per via Nuova di Corva, che dove finisce fuori Pordenone non l’ho ancora visto mai. Che poi a un certo punto non è più via Nuova di Corva ma la statale 251, e all’improvviso aumentano macchine e mezzi pesanti, non ha più la spalla e le carrozzerie altrui rischiano mi farmi la ceretta ad ogni sorpasso. Dieci minuti che sono in cammino e già mi sento un ‘ntecchia in pericolo? Andiamo bene.
In direzione di Tiezzo, dopo l’emmezzeta e una luuuuuunga curva che mi fa jettà ‘o sang’ per quanto vicino mi sfrecciano le auto di passaggio, supero il ponte su un fiume che credo sia ancora il Noncello ma che qui c’ha un letto che non gli riconosco, tutto marrone, che sembra scavato nell’argilla. Subito dopo il ponte scorgo un’indicazione per Fiume Veneto che indica, per l’appunto, una piccola strada laterale che sembra sparire nella campagna… l’istinto di conservazione la vince, e svicolo in tutta fretta e tutto a mancina, come dicevano gli antichi, per questo Vallon (come lo chiama un cartello) che attraversa la frazione di Corva.

[e dove poteva finire mai, in effetti, una strada che si chiama via Nuova di Corva?]

Sorrido. E’ deserta, la via, e attraversa un lungo tratto di campagna dove ai lati della strada ci sono campi lasciati a maggese e altri messi a grano e mais, e piccoli canali in cui gracidano forte rane che non si vedono. Incrocio ad un certo punto un cavalcavia della Pontebbana, e dopo poco entro nel centro abitato di Fiume Veneto. In lontananza, alla mia sinistra, vedo il cinema dove ogni tanto andiamo, e l’enorme traliccio dell’alta tensione che gli sta accanto. Nel centro passo un ponte su un fiume che non so come si chiama e mi fermo al rosso di un semaforo approfittando per scegliere quale strada prendere. Tra le varie, mi lascio convincere senza un particolare motivo dalla freccia San Vito al T. 12.
Scatta il verde, e riprendo a pedalare. Il motivo c’è, naturalmente, ma io ho la testa troppo vuota, in questo momento, per accorgermene, ridotto com’è a niente più che un’eco, che arriva… boh, ma che ne so da dove arriva?

[Tagliamento, Tagliamento, acqua, Tagliamento, fiumetagliamento, acqua, acqua, fiume, Tagliamento… che poi non lo so, non lo so… non è vero che non lo so, quasi mai è vero che non lo so, quando parlo di qualcosa che mi sta dentro, e però quando dico non lo so è che in realtà intendo: non lo so dire, perdonami se non lo so dire.]

Santiddio, se vado avanti così oggi mi ci faccio un nodo scorsoio, co’ ‘e st’ntini, come li chiamava Susi, così, che per capire come lo diceva anche la e devi elidere, sennò non si sente bene quando lo leggi. E allora, dico, che per togliermi dalla testa certe cose devo pedalare. Pedala, scema. Pedala. Muoviti.

C’aveva ragione il biciclettaro, cazzo, che ‘sta strada è fatta, sì, di un po’ de soferénsa, e cavolo se non gli voglio bene, adesso, a quel tizio con la faccia quadrata, per avermi dato questo, questa strada, tutti questi chilometri e tutta questa terra da percorrere, che è la sua ma me l’ha regalata sorridendo il giorno in cui mi ha indicato sulla mappa le piste, le strade dove poter portare a soffrire questa bici che c’ha il cambio che si inceppa – e insieme alla bici anche il mio cuore, i miei polmoni, le mie gambe e la mia testa che pure si inceppano, qualche volta, e nel passare da un terreno all’altro o una pendenza all’altra non rispondono più ai comandi.

[Da Fiume a Bannìa, passi sóto el campanìl e poi ti me piega a sinistra. Xe un par de chilometri, ti te trova un incrocio grande – ma grande – e te prendi a destra, e da lì in poi xe tuta strada dritta e pista ciclabile, no te rompi i bài nissuni, no te trovi nianca una macchina… solo poco prima de San Vito finisce, ma ormai te gavarà rivà se te vol vedere il paese… sennò, te torni ‘n drìo]

Ma io ci vado, a San vito, non ci torno indietro, ecco. Il cielo è di un blu surreale, oggi, c’è vento e si sta una meraviglia, no che non ci torno. Eh, ma com’è bella ‘sta campagna, però… e ‘sta  primavera… così diversa dalla mia… da dove la piglieranno tutta quest’erba, tutto questo ondeggiare al vento, così soffice, così… erboso. E’ così erbosa, ecco, la primavera, qui… proprio così morbida, come la parola erbosa che c’ha tutta la primavera firulana dentro… e e r che sono gli steli sottili, b e o che sono il morbidume, e s che è il rumore che il vento fa su tutta quest’erba… sssssssssssss….. ssssssssss….

A casa mia, invece, la primavera è un’altra, è di un’allegria più prepotente, ché quando il caldo prosciuga l’aria…

[prosciuga, eh, qui asciuga e a casa mia prosciuga]

… le strade si fanno polverose e le ginestre esplodono, e – da invisibili chiome di nudi ramoscelli  verdognoli o marroni che erano fino a un mese prima – all’improvviso sulle colline fanno scoppiare la guerra di primavera, ché si mettono tutte a tirar fuori fiori con detonazioni da bomba a mano, eh, bombe a mano di giallo che scoppiano ovunque, e negli angoli liberi lasciati da quel giallo qualcosa d’altro ci prova pure, a fiorire, e gli arbusti di macchia, che so, quelli che le nonne da noi chiamano ‘e ‘mbrellini pure spuntano da tutte le parti insieme ai rovi e al forasacco, che è un casino e nel giro di un mese di primavera non ci si capisce più niente. Che poi, visto che è di macchia, è spinosa la primavera di casa mia, perché sono le piante pioniere le prime ad accorgersi del sole, loro che per inclinazione naturale sono così eliofile, e sì che sembrano delle sciantose che fanno a gara a chi si mette prima il vestitino cchiù bbello, mentre invece stanno solo cantando la sveglia per quelli più lenti che stanno dentro il bosco e che, più anziani, ci mettono più tempo a carburare. Sono i primi scoppi del motore del risveglio della macchia mediterranea, loro, gli arbusti, quelli sprùcidi, che hanno le spine solo perché sono più bassi e devono difendersi in qualche modo, ma che in realtà sono la fanteria di un esercito che si sveglia per rimboccarsi le maniche e andare all’assalto della stagione calda che gli permetterà di sopravvivere – sempre che la Stagione Calda non faccia la stronza più del dovuto.

Ecco che cos’era, che di questa primavera non capivo. Ecco.
Erba, in luogo di spine. Questa è gentile, quell’altra è sfacciata. Questa xe calma, chell’ è nu burdell’. E sono belle uguale. E anzi, quella friulana mi cura quest’anno con il balsamo del suo silenzio, ed è un silenzio senza il quale forse non saprei come affrontare la festa, il casino della primavera di casa mia. Ho il tempo di pedalare e stare in silenzio, in mezzo a quest’erba senza spigoli, tutta tarassaco e polline di pioppo, a recuperare energie e parole per quando sarà il momento di tornare alla polvere, alle bombe a mano di giallo e all’asfalto che ti scotta i piedi anche attraverso le suole delle scarpe. E pedala, mo’, che siamo quasi arrivati. Quello laggiù non è il campanile il San Vito al Tagliamento? Pedala, su.

Poche macchine, molti mezzi pesanti. L’ultimo tratto pare piano ma non lo è e, cavolo, sudo i liquidi corporei fino all’ultima molecola. Ma sono arrivata…

[... mh, ovèro? E dove? Era veramente qua che volevi venire?]

… be’, uhm…boh. Entro dalla porta occidentale della città, passando per la via del Tramonto, e dopo un paio di svolte supero le mura e mi ritrovo sotto il campanile di Piazza del Popolo. Ci sono già stata altre volte, ma questa è la prima che ci arrivo così, con il vento nelle orecchie e il naso all’insù. Sono le tre e un quarto, secondo l’autorevole campanile, e sento che non ho ancora smaltito la pasta e ceci che con tanto amore mi sono preparata a pranzo. Che faccio adesso? Poiché il sole picchia forte, mi fermo su un lato della strada in ombra un poco più avanti per raffreddarmi un po’ e bere. Fin qui avrò fatto sì e no una trentina di chilometri, e non è che abbia esattamente idea di quale strada abbia fatto: le indicazioni del biciclettaro me le ricordavo, ma per la posizione sulla mappa non ci metterei la mano sul fuoco. Penso che mi ci vorrebbe una cartina, allora, anche perché il paese si chiama sì San Vito al Tagliamento, ma il fiume non si vede da nessuna parte. Là c’è un tabaccaio, entro a vedere e trovo delle mappe abbastanza  dettagliate della zona. Ne compro una e faccio per aprirla, ma poi mi accorgo che il negoziante sta sbirciando con un sorriso la bici che ho lasciato accanto all’ingresso… senza pensarci su, allora, lascio stare la cartina e gli chiedo: "scusi, non è che saprebbe dirmi come si arriva al fiume, da qui?".

"Oooooooh, signorina", mi fa illuminandosi tutto, "eh be’, glielo stavo per chiedere io se non le servissero indicazioni, ma certo, ma certo che lo so… guardi, esce dalle mura, qui a destra, e segue la strada che inizia qui di fronte fino al campanile del santuario. Poi trova le indicazioni per Rosa di San Vito, le segue, dovrà quindi a un certo punto girare a destra… saranno un paio di chilometri, poi non lasci più la strada e vedrà che si ritrova direttamente in acqua!".
Ride, lui, e rido anch’io. Non ho mai capito perché, ma qui a chiedere informazioni sempre così si finisce, con grandi sorrisi e tanti graziemille e buonaggiornata, roba che uno quasi quasi si sente un po’ meno forestiero, certe volte. Boh.
Comunque, seguo pari pari le indicazioni del tabaccaio e arrivo alla fine di Rosa di San Vito… che, enorme santuario a parte, è una frazioncina piccola piccola, poche case e una sola strada che a un certo punto sale un po’ e poi finisce: all’incrocio di due sentieri sterrati l’asfalto di interrompe e il cartello "riserva fluviale Tagliamento" mi avvisa che il Tagliamento è anche mio e che se mi comporto bene con lui, lui si comporterà bene con me.
Be’, mi sembra sensato. Solo che adesso non so quale dei due sentieri prendere. Sono lì che sto per prendere la cartina quando da dietro la curva di una delle due stradine sbucano due ragazzi in sella a dei cavalli di una bellezza sconcertante, due bai che quando mi passano accanto mi fanno sentire piccola piccola come un verme delle pere. Mi faccio coraggio, e chiedo ai ragazzi come si arriva all’argine del fiume.

[lo vedi che era da un’altra parte che volevi andare?]

Mi dicono di seguire la strada da cui sono venuti loro, e mi ci ritroverò dopo poco. Saluto, ringrazio e loro mi augurano una buona pedalata. Buona pedalata? Ma non ero arrivata? Non ci dovevo cadere, dentro il fiume, dopo Rosa di San Vito? Uhm.
Poi giro la curva, e capisco. Buona pedalata, e certo… se neanche si vede dove finisce, la strada!

Vabbuo’, ma ormai sono arrivata fin qui… che faccio, torno indietro?

[… acqua, Tagliamento, fiumetagliamento, acqua, acqua, fiume, Tagliamento…]

Uhm. No. Se torno me ne pento, già lo so. Andiamo, va, quanto mai potrà mai essere lunga in fin dei conti?

Eh. Boh. Non lo so, quanto è lunga, ma pedalo per una buona mezz’ora e passo campi, campi e ancora campi, poi due cave di ghiaia e una pista di volo per aeromodelli prima di arrivare ad un incrocio con un sentiero che si infila dentro un muro di alberi. Poiché mi sono scocciata di andare dritto e mi sa che il fiume è vicino, giro a destra e chissenefrega. La curva è stretta, e per un attimo sotto gli alberi si fa buio… poi passo un ponticello con il fondo in ferro e la stradina finisce, alzo gli occhi ed ecco, sì, adesso sì che sono arrivata.

Ci sono, alla fine. Era qui, era qui.

[Che cosa, era qui?]

 Niente, niente, era qui che c’era il fiume, ed è qui che sto io, adesso. Tutto qui, tutto qui.
Tutto.
Qui.

Non c’è anima viva, e all’improvviso sono felice come una bimba, mi tolgo le scarpe, faccio qualche passo nell’acqua gelida, poi torno, passeggio sul greto, su un tratto di fango trovo le tracce di qualcuno che era forse allegro come lo sono io adesso e il dio-fiume, dice lui, fa dispetti a chi ne vìola il greto e mi sfila una scarpa lasciandomi per qualche secondo in bilico su un piede solo, mentre tento di non scivolare e recuperarla dalla poltiglia in cui si è arenata. Alla fine mi calmo, mi siedo vicino all’acqua e ci resto. Sono sulla sponda destra, e alla mia sinistra, in lontananza, si vedono passare treni su un ponte della ferrovia che attraversa il fiume e su, in alto si sente passare ogni tanto un elicottero. Sono i Mangusta del 49° di di Casarsa…

[Well at least this time you were right, and you had the good sense to give up, yeah, when others there might of hung in, so just nobody touch me. I know what I’m doing. (…) There’s another one flying tonight, and I hope it don’t make it… I know what we’re doing…]

… e allora quello lì è il Ponte della Delizia. Uh, ho recuperato un punto di riferimento. So dove sono, adesso. Se so dove sono ci posso anche restare, allora. Resto, mi dico, ecco, mo’ mi sto proprio qua.

[seeeee, vabbuo’…]

Be’, almeno per un poco, visto che sono arrivata fin qui. Ciao elicottero!

[Hello helicopter!]

Mi distendo, e offro la schiena al massacro delle pietre del greto in cambio dell’ospitalità. Poi ne prendo qualcuna da portare a casa, ce ne sono di molto belle… una la porto a lei e le chiedo se me la dipinge… queste le porto a lui che per primo mi ha parlato del Tagliamento… questa che sembra una piccola luna piena me la tengo. Però… sono un po’ stanca. Sono stanca, ecco, gli dico al fiume.

Hai pedalato troppo, forse.

Ma non fuori… dentro, dico.

E sarà l’inverno appena passato, allora.

Può essere.

Gli inverni sono sempre lunghi, e freddi, e qualche volta difficili. E voi siete un po’ così.

Già.

Senti, ma sei venuta fin qui solo per dire che sei stanca?

Be’… sì.

E allora?

No, è che devo prendere una decisione. Solo che non ci riesco, e mi sa che è proprio perché sono troppo stanca.

Ah, ho capito. Va be’, fatti un bagno, allora.

Eh?

Fatti un bagno. Lasciala qua.

La stanchezza, non la decisione.

Ah.

Eh. Però resta qua vicino, ché più in là l’acqua è troppo fredda e la corrente troppo forte.

… ma tu sei sicuro che è una buona idea?

Non c’ho la prova scritta, se è questo che vuoi sapere. Però fate così da millenni, voi.

Dici che quattro ore bastano per digerire una pasta e ceci?

Ti vuoi ritrovare a mare, di’ la verità…

Vabbuo’, ho capito.

Meno male.

Grazie.

Prego.

Oh, ma te l’hanno mai detto che sei antipatico?

E’ un complimento, vero?

Va be’, allora io…

Accomodati.

Grazie.

E prego. Poi però levati di torno. Parli troppo, tu. Proprio qua che non ce n’è bisogno.

[OSI, Hello helicopter!, 2003]