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Fermata non richiesta: ∞

venerdì, 21 agosto 2009

La mensa del dopolavoro ferroviario manda, dalle cucine, odore di latrina, ferro, frittura di pesce bruciata. Del resto è venerdì. I giubbotti nel magazzino, quelli arancioni con le bande catarifrangenti, chiazzati di grasso dai polsini in su, intorno alla cintura e sui cappucci, sono appesi ai ganci in una lunga fila sulla parete, saranno una quindicina. Dalla porta si intravede in un angolo una lavatrice, il cui oblò spalancato attende un altro mucchio di giubbotti sudici, accatastati sulla sedia lì accanto. In fondo al primo binario, sul limite del confine della zona passeggeri, oltre la linea gialla che dice che la stazione per i comuni mortali termina in quel punto, c’è una distesa di fiori di tiglio, di future more e aria di stazione. Com’era? Acqua stantìa, ferro, polvere. Sì, era così.

Ecco: la stazione di Pordenone ci mette, di suo, i tigli. Aria di stazione e profumo di tigli da giugno ad agosto. Verso settembre, invece, sono i funghi dei Giardini Cattaneo. A gennaio-febbraio è, lo ricordo bene, freddo, nebbia e caffè.

*
Mentre annusiamo l’aria facendo smorfie, finalmente annunciano il nostro treno.

– E poi? Cosa avete fatto dopo?
– Niente. Abbiamo continuato a camminare per tutta l’estate.
– Ma perché, poi?
– All’inizio non lo capivo nemmeno io. Capitavo questi posti in cui non ero mai stata prima, eppure mi ci muovevo dentro come se ci fossi nata e cresciuta. Come succede a volte nei sogni, hai presente.
– Hm, sì.
– E di tutte le cose che non capivo, quella che capivo di meno era come mai non riuscissi a starne lontana. C’erano dei giorni in cui sentivo una specie di… urgenza. Dovevo mettermi a cercare, e poi andare, e trovare. Quando ci riuscivo, mi pareva di aver portato a compimento qualcosa. Ogni volta che potevo aggiungere un punto sulla mappa ero soddisfatta, sorridevo per giorni, contenta come una bambina.
– Be’, sì, lo so. Eri contagiosa. E a dire il vero lo sei ancora.
– Quando succede. Sì, e forse esagero.
– Non lo so, ma credo che in quei momenti ti riesca di far entusiasmare persone alle quali non verrebbe mai in mente di dare un qualsiasi peso a stazioni e ferrovie. Abbandonate, soprattutto.
– Non ci posso fare niente. Mi viene così, e sul momento non mi rendo neanche tanto conto.
– E’ curioso, in effetti, per essere una cosa di cui non conosci nemmeno le ragioni.
– Be’, non è proprio così.
– Cioè.
– E’ successo che poi a un certo punto ho capito.
– Cosa.
– Che non erano sogni, semplicemente.
– Be’, ma se non erano sogni…
– … esatto. Erano ricordi.
– Memoria.
– Già.
– E dunque? Capirci qualcosa un più ti avrà calmata un po’, no?
– Ma quann’ maje.
– …
– Che ti devo dire? Da lì in avanti, è stato ancora peggio.

Friuli d’aprile

lunedì, 27 aprile 2009

Mondo umido
di rane, di lombrichi
e di lumache.

No time for what?

mercoledì, 30 gennaio 2008

[Friuli, supermercato di quartiere a fine giornata. Alla cassa la ragazza, giovane ma dall’aria sfatta. Oltre la barricata del nastro il cliente dai capelli bianchi coi baffoni, il viso secco di rughe, il vocione e le spalle grandi.]

– Buongiornotesserasocio, signore?
– No… no… nono! Ho i miei anni, io, eh…
– …
– …io vede, son tanti anni che vengo qui e non l’ho mai fatta la tessera, ché non avevo mica tempo, sa, avevo da fare, tante altre cose da fare, io…
– …
– …e che, seh, mica avevo il tempo, non andavo mica in giro con tutto quello che avevo da fare, lei lo capisce, eh, no, ma forse non lo capisce, che volete capire voi giovani, del non avere tempo, avevo da fare io, altro che tessere e tessere…
– …
– …non avevo mica tempo di andarmene in giro, io!
– Eh, come se andare in giro non fosse importante.
– Ma…
– Eh, che poi se si viene su come lei…
– Come, scusi?
– E comunque la tessera io gliela devo chiedere per disposizioni aziendali, MICA PER TESTARE LA SUA PRODUTTIVITA’  DAL MEDIOEVO A OGGI, E OH!

Applauso dell’intero corridoio delle casse, clienti e impiegati.

Interstizi

mercoledì, 30 gennaio 2008

Eucatastrofe (e tre)

giovedì, 3 gennaio 2008

NEVICA! NEVICA! NEVICA!

Buon giorno

lunedì, 17 dicembre 2007

Quando alle sei chiudi la porta
dai quattro mandate
ti volti verso l’ascensore.
E il pianerottolo – sette porte, voci basse, qualche fruscio –
freddo comm’a ‘nu Caino
ti restituisce un ceffone a mmana smèrza
che sa di caffè.

Everything counts (even in very small amounts)

giovedì, 4 ottobre 2007

– Pronto?
Pronto, buonasera, parlo con la signorina … ?
– Sì, sono io, buonasera. Chi parla?
Eh, è la biblioteca civica.
– Ah…
Ehm, mi scusi, è per caso lei che qualche settimana fa è venuta a chiedere di una raccolta di fiabe russe?
– Uh… sì sì, sono io…
Oooooh, bene! Senta, volevamo dirle che il libro che cercava lo abbiamo, l’altra volta non lo avevamo trovato perché sa che ci sono sempre dei problemi di traslitterazione coi russi…
– Eeeeeh, signora, ma che bellezza, quel libro mi serve davvero, non sa che piacere mi fa…
Ma si figuri, è che quando lei ha detto che lo avevano anche a Gorizia a uno dei ragazzi che lavora qui la cosa non tornava, così hanno cercato meglio e lo hanno trovato, era il nome dell’autore che non corrispondeva, era un nostro errore di catalogazione
– Oh, ma grazie, veramente..
Di niente, di niente, la sola cosa difficile è stato ritrovarla
– Eh, ma infatti, come avete fatto a…?
La fortuna è stata che ci abbia chiesto l’aggiornamento dell’indirizzo, così abbiamo guardato l’elenco degli iscritti finché non ci siamo ricordati del cognome e
– Signora.
?
– Emmaiolevogliobbene!
Eeeeeeeh, eh eh eh!
Signo’, mica scherzo! Anzi, visto che sono in giro passo di lì e vengo a dirglielo di persona, a lei e ai suoi ragazzi.
– Ecco, questo non ce lo aveva mai detto nessun iscritto, sa?
Eh, e secondo lei io l’ho mai detto a qualche bibliotecario?

Della gentilezza (e della pausa estiva)

venerdì, 3 agosto 2007

[L’una e mezza – o poco dopo – antimeridiane. All’ultimo tavolo occupato nel cortile le ciàcole vanno avanti con la tranquillità delle cose che sembrano fatte per durare. Intorno si mettono via tavoli e sedie con discrezione, finché una voce, timida:]

Ehm… noi mettiamo un po’ a posto, eh…
 
(si guardano intorno)

– Ma… uhm… eh… ma state aspettando noi per chiudere?
Eeeh… be’, ecco… quasi… circa.

(sop) Raggiunta

martedì, 12 giugno 2007

– Guarda che ti sto dando il cocco ammunnat’ e bbuono, eh!
Eh! Perché! Quanto tempo ci hai messo per metterla insieme?
– Un anno e mezzo, tipo!
Cioè… le hai provate tutte?
– E sì! Non lo sapevo mica, dove portano!
E dove portano?
– Molte finiscono in mezzo ai campi coltivati là, là e là, e altre finiscono nei cortili di qualche casa!
Ahahahah! Quindi ogni tanto ti trovavi nel cortile di qualcuno!
– Sì!
Ahahahahahah! Niente cani?
– Qualche volta!

Ride. Ride forte, lui, leggero, magro magro, con quella sua risata a singhiozzi, chiara come i suoi grandi occhi azzurri. Parliamo a punti esclamativi, così, per scavalcare l’aria che scorre veloce fra le nostre orecchie. Mi segue svolazzando lieve lieve sulla strada mentre io, alla mia prima uscita di quest’anno, arranco tra il carico che ho addosso e quello nelle bisacce… ma le mani non danno dolore e questo è sufficiente per andare tranquilla, anche se con il fiato un po’ spezzato.
La strada si srotola quindi generosa davanti a lui che la percorre per la prima volta: chiede, e gli indico le cose che incontriamo e che ho scoperto un giro alla volta, segnando a piccoli tratti sulla mappa questo percorso che mi doveva durare giusto un’ora. Un’ora, due volte al giorno.
E allora: il canale dove a primavera iniziano a farsi sentire le rane. I salici che ondeggiano, pendono, frusciano ai lati dei canali. Le stalle, tre, che si incontrano poco prima dell’incrocio con la provinciale che porta a Prata. Il dente di leone in fiore, che poi puntuale esplode in un mare lattiginoso di soffioni. E’ il ventinove marzo, oggi, il primo giorno di vero tepore di questo mese meteorologicamente indeciso come da copione, quindi le rane ci saranno tra poco, così i soffioni. Ma intanto gli mostro, indico, predìco le meraviglie del prossimo mese nemmeno fossero cose mie, che ho programmato, che ho segnato sul calendario, che farò.
Ed ecco i pioppi all’ingresso di quella casa, gli aceri davanti a quell’altra e la pensilina della fermata bus della linea extraurbana su cui pende un albero di amarene, dove a maggio-giugno vedi sempre qualcuno che aspetta smangiucchiandone con tutta la calma di questo mondo. E le due vie che passano sotto l’autostrada, e il vivaio con il vivaista che tra una fila di palme e una di cycas alza la testa, ci sorride e ci saluta.
E lui risponde, e sorride di rimando per un gesto cortese che gli pare prezioso, perché tiene sempre gli occhi spalancati e vede tutto, tutto, e comprende, comprende così tanto che in qualsiasi momento lo guardi, anche da lontano, ti sembra sempre di sorprenderlo nell’atto di stare capendo qualcosa: un segno, un suono,  un odore, cose così piccole o così grandi da far venire a volte le vertigini. E pure adesso, è lì che pedala tranquillo e magro e si guarda intorno, e già so che quando ripartirà porterà via con sé un pezzettino di tutto quello che stiamo attraversando, e niente sarà lasciato indietro.
E così via: il campanile di Palse, il cagnolino marrone che abita nella casa all’imbocco del vialetto che porta al sagrato della chiesa, e che rincorre i passanti per tutta la lunghezza del suo giardino da dietro la cancellata, e quel tratto subito dopo il primo ponte dove ci sono le anatre libere ai lati della strada, e il topo di campagna schiacciato che sta lì ad aderire all’asfalto da almeno una decina di giorni, e… così via, così via.
E mi prende quella strana meraviglia ogni volta senza precedenti che mi invade quando mi sorprendo a fare qualcosa che non avrei mai immaginato. Tipo: chi l’avrebbe mai detto che un giorno mi sarei trovata qui, con lui, in giro in bici per le strade di queste terre, su questa geografia così altra da quella che abbiamo potuto chiamare nostra? Eppure guarda, siamo qui e ci sono momenti in cui mi sembra di stare portandoti a passeggio in giro per la mia stessa carne. E guarda quanto siamo andati lontano, e quando in profondità siamo scesi nella mappa. Tu te lo saresti immaginato anche solo un paio d’anni fa, per esempio quella volta?

Mh… ok, allora cerco di frenare piano…
– …?
Embe’ se è carne…
…?
… così non ci facciamo male.


(e che è ‘sta prima persona plurale, mo’?)

(aspe’, ‘stardo che non sei altro, questa non è mica la prima volta…)

Riparami (l’anima)

martedì, 5 giugno 2007

Un pomeriggio così-così, diciamo. E una sedia che a starci incollati sopra per sei ore mentre fuori fa un bel caldo – il primo che da quando sono qui è durato per tutta la giornata – comincia a ispirare pensieri del tipo: mo’ te rong’ père.

Mi alzo per prendere un bicchiere d’acqua, ed è un gesto pesante con cui mi pare di sollevare quintali di carne e vincere una gravità che tira verso il basso più degli altri giorni… ma è sufficiente per svegliarmi e tranciare di netto la catena che mi teneva piantata qui davanti. Si aprono le porte della testa, guardo fuori, mi investe un pensiero: aria, perdio. Aria, aria, aria.
E poi non è che un attimo: borsa, chiavi, quaderno. Basta, mo’ lo faccio, dico ad alta voce. E’ passato quasi un anno ma vabbuo’, questo è il pomeriggio giusto per tornare a trovarlo. Non si ricorderà più di me, ma come che canta ormai glielo so dire, quello che c’è da fare si potrà fare ugualmente, spero.

Lo becco a un’ora dalla chiusura in un momento di calma, evidentemente, che sta fumando una sigaretta sulla porta del negozio. E’ letteralmente imbalsamato, uguale al se stesso di un anno fa. Sono scesa dalla bici prima di salire sul marciapiedi, e non mi dà il tempo di aprire bocca.

Eh, brava, cussì se fa! No come quei ragazzetti che i me ammacca tute le ruote…

(me ammacca? Ah, grandezz’e ddio, quant’è bello ‘st’uomo… nemmeno fossero le sue… )

– Eh eh, no, è che non è proprio adatta a salire sui marciapiedi in corsa…
Ma nianca le mountain bike, te dico! Terreno, pietre, ghiaia, fango sì… ma lo scalin… xe roba che ammazza tute le bici, mica che te lo trovi in natura! Per me li dovrebber limar tuti!

Mi scappa una risata.

Allora… che fine ti ga fato?
– Eh? Come, scusa?
Come, come? Non eri venuta l’anno passato? Cossa che te gavevi, il cambio da remétere a punto… o no?
– Oh. Ma… ma… scusa… ma che, ti ricordi?
Bojacan, se non me ricordo! Ah, ma voi giovani fate sempre cussì, ‘cidenti a voi! Prima venite qui cinquanta volte a chiedere consiglio su questo e su quel’altro, roba che uno quasi ve adòta, e poi un giorno all’improvviso non ve fate veder più nianca col binocolo…
– ‘aspita…
Eh, ‘aspita. Ci sarebbe da mollarve un par de s-ciafòni, sai! Ma dico io, passate ogni tanto a salutare, che ve costa? Che poi che credi, quanti clienti napoletani go, io, secondo te?
– Uh. Eh. Ehm…

(aaaaaaah… tanta è la sorpresa che tralascio persino la solita precisazione sull’esatta provenienza…)

Eh. Ma allora, insomma… che gavemo da far, alora, qua?
– Eh… ecco… sempre lo stesso. Ti dovevo dire che rumori fa dopo averla portata su pista ciclabile per un po’ di chilometri…
Bon, speta che prendo carta e penna.

Sparisce un attimo dietro il bancone, torna con un notes e una biro nera.

Dime i numeri cussì come che stanno scritti sul tuo cambio, eh.
– Allora, dunque: sulla la terza corona il sei non entra proprio, passa sempre al sette. Poi appena c’è un po’ di pendenza in salita il cinque fa uno scatto e tenta di passare al sei ma si inceppa, e se non cambio io sta lì a fare clac-clac sul sei senza entrare. Quando sono alla seconda corona e devo passare alla terza, se sto sul sette la catena non riesce a salire e devo passare al due o al tre per farcela passare. La prima va bene, in genere. Ah, e dopo un paio d’ore che vado, il pedale destro a un certo punto comincia a cigolare, e parecchio.
Mh-mh.
– Bene?
Sissì. Niente d’altro?
– No no…
Bene. Senti, adesso no ghe xe nissuno… se puoi spetarme un po’ te la faccio adesso.
– Uh, magari!
Alora vien dentro, va’.
– Grazie!

Mi fa sedere su uno sgabello in officina, mentre lui lavora. La appende su un braccio che sta fissato al muro e la tiene sospesa ad un’altezza comoda per il lavoro. Svita con pochi colpi decisi, ogni tanto butta l’occhio sul notes, corregge l’inclinazione di un dente di una corona… e intanto parla, fa domande su domande, e per rispondergli perdo il filo di quello che sta facendo. E io che volevo rubare un po’ di mestiere. Chiede cosa faccio in generale e cossa che te fa qua in Friul, se mi trovo bene, quanto e da quanto vado in bici, e perché mi piace, e soprattutto perché abbia fatto passare tanto tempo prima di riportargli la mia.
Sono talmente disorientata dalla valanga di domande che finisco con il rispondere a tutte, con tutti i perché e i percome, fino a dire della pausa forzata dello scorso anno, l’abilità da poco recuperata e tutto il resto, con quella leggerezza con cui si parla tra viaggiatori che a un certo punto mi ero persa un po’ per strada. Che strano, poi… nemmeno mi ero accorta di non avercela più con me. Chissà, chissà dove l’avevo lasciata…

… e comunque. Dovunque l’abbia perduta, oggi questo signore dalla faccia un po’ squadrata me ne restituisce un vagone, dono quanto mai inaspettato e per questo infinitamente gradito. Parlando lo guardo fare il suo lavoro senza mai alzare gli occhi, preciso, calmo, concentrato sia sui pezzi della mia bici che si rigira tra le dita sia su quello che stiamo dicendo. Poi vedi come che va ‘desso che te lo reméto a registro per bene,  promette con una certa soddisfazione, lui, a un certo punto… e a me sembra che con quelle chiavi e pinze e bulloni e bulloncini stia rimettendo a registro anche me – mani, piedi, testa, parole. Perché mi si sono svegliate all’improvviso anche le parole, sai, vorrei dirgli, insieme a tutto il resto, dopo che me le ero perse insieme alla capacità di parlare con tutta la semplicità di cui c’è bisogno la maggior parte delle volte a questo mondo. Me ne accorgo solo ora, solo adesso che mi ascolto parlare senza il solito sforzo di nascondere l’accento e la cadenza di cui avevo sempre avuto una mortale vergogna fuori dai confini della mia terra. Ma cosa è successo? Cosa si è rotto, quale argine ha ceduto, infine?
E sì, dunque: poiché da qualche parte ha ceduto un argine, ora c’è da riassestarsi dopo la piena. E allora sì, biciclettaro, rimettici a registro tutte e due, che di strada da fare ce n’è fin troppa, ancora.

To’ la tua bellezza strìaca
– Eh, grazie…
Sei a posto per un bel po’, adesso. Divertiti, eh.
– Eh eh, non mancherò…
E vien trovarme, ogni tanto, però!
– Eh, ho capito, ho capito. Con la memoria che ti ritrovi mi sa che è anche meglio…
Ecco. Sennò prossima volta te svito tuto in modo che te trovi col culo per terra dopo quìndese chilometri esatti, e prima che te vengono a prendere…
– Eeeeeh!
Tu sta’ a sentirme.
– Vabbuo’, vabbuo’…
Ciao, eh.
– Mandi!
Stat’ buon’!, fa sorridendo con una pronuncia tutta strana, con le vocali aperte e senza le doppie.

Eh, pure tu, bicicletta’.

Volo via verso la stazione, la passo e poi al primo ponte piego a destra e fuggo verso la campagna che mi inghiotte all’imbrunire nel profumo del grano maturo, intenso come quello di tutte le ricchezze della terra che richiedono fatica. In alto nel cielo, dietro una fila di alberi, voci di bambini. E un aquilone.