Voce del verbo: gravido (sogg. sott: prima pers. sing.)

Ascoltato da Eus il 22 febbraio 2011

  No, non soffro di sovraccarico emotivo, non ardo dal desiderio, semmai tardo, indugio per godermelo, per dilatarlo prima di realizzarlo, amandolo nel frattempo. O ancora t'ardo, pure, ché se potessi ti darei fuoco talmente ti voglio, e nel mentre mi domando se è possibile, di tutto questo sognare, recuperare qualcosa, o de-cuplicare, sì, anche solo un segno, una ferita, ché a furia di sognarsi non si finisca per caso col ferirsi, e segnandosi farsi croci e delizie, diventare punti di gravità e lune piene, al cospetto di presenze di un certo peso e che pure, per quanto attraenti, più di tanto non riescono a tirare a sé, al più si ri-tirano – amando – nel dubbio del ma-cosa-sto-dicendo.
  Gli strati sono stronzi, non c'è niente da fare, è tutta una questione di stridori e arsure (estive e invernali), ri-ferimenti, squarci ripetutamente aperti, inferti sulla pelle delle stelle strappate al cielo, de-siderate, tirate giù dalla forza che ci tiene ancorati alla volta (quale?) celeste (e perché non rossa, non gialla?), piombati nell'aria e dis-tanti dalla terra, numerosi e scollati. Com'è bello questo momento di aumento di forza gravidazionale, in cui vivo e vegeto, umana e pianta, con il peso di essere due e una, doppia persona e doppia natura. Sprigiono, senza sentirlo, una forza che non vedo e non scelgo, ma che sceglie me incessantemente facendomi contenere, rendendomi capace delle fantasie mie e di quelle di un altro-da-me, contenente e contenuto, di nuovo segno di qualcosa che non si segna, senza religione, solo un crocevia di destini che sono venuti al mondo dentro, in-nati, che pure non sanno quando e se mai saranno.
  E mentre non so e non vedo mi faccio tempo, e scopro che non tendo più verso l'interesse, non mi interessa più interessare, essere interessata o interessante. E' lo stato interessante quello in cui invece mi immergo, ma non solo ora, bensì nel tempo, nel tondo della parentesi aperta che sono ora e che non si chiuderà se non a tempo debito (o a credito). Tra le due curve così dis-chiuse, quindi, mi aggancio a costruire legami, parentali e fra parentesi, con l'intenzione interstiziale di restarci. A tessere, senza il benché minimo interesse.

Voce del verbo: di parole (an) negate.

Ascoltato da Eus il 15 febbraio 2011

Era  nel bel mezzo dei Magredi, un giorno che eri andata a pedalare per scacciare via il torpore di un momento pieno di dolore. Laggiù trovasti il temporale, e nell'oceano di sassi senza strade anche queste parole, che iniziavano a sciogliersi sotto le prime gocce del nubifragio di maestrale che di lì a poco ti avrebbe investita senza lasciarti più niente di asciutto addosso per venticinque chilometri durante i quali non ti sarebbe poi riuscito di sentire freddo nemmeno per un attimo. Non sai perché, ma non avesti cuore di lasciarle lì a svanire. Cercavano qualcuno che non trovarono mai. Si ritrovarono, per un imperscrutabile caso della vita, sul fondo di una borsa da bici, e lì rimasero, al sicuro tra i due fondi impermeabili, al sicuro persino dalla mano ladra che osò scollarle dalla pietra bianca sulla quale sarebbero colate di lì a poco, se quella mano avesse avuto la decenza di farsi i fatti propri. Fino a oggi. Quattro anni dopo. Chissà da dove venivano, chissà da chi avrebbero voluto andare. Ogni tanto te lo domandavi, senza però riuscire a ricordarti del provvidenziale doppio fondo. Finirono in un fiume di sassi, e poi qui. Una Voce lontana, che in un posto come quello osò dire: se dovessi mai trovare queste parole, promettimi che.

Perdona, sconosciuta Barbara, ma la pioggia ti avrebbe tradito. E anche una che passava di là, arrancando e sbuffando, tentando di aprirsi una strada con la bici, fuggendo da un'ombra.

*

*
Ho dato sfogo alla mia follia creativa, non riuscivo a trattenere più —————– di un posto che chissà ——— ——— dovrebbe collegare i miei pensieri ai tuoi. Folle fino alla fine, pensando che magari venga anche a te la voglia di venire qui un giorno e trovarci materializzati tutti i momenti in cui ti ho pensato. Non è tristezza la mia, piuttosto stanchezza.
Vengo in un posto come questo eppure non riesco a sentirmi libera. Sembra quasi che ho messo via il diritto di amarti. Mi ero illusa che quello appartenesse a me, e invece, forse, ho scoperto che è stato l'errore più grande.
Sarebbe stato sicuramente meglio riuscire a ———— lì dentro che mi spingeva per il sentimento che tu conosci, ma, come sai forse, non ci sono riuscita, e anzi —— come nel mio stile, ho fatto di quel sentimento un diritto. E' ————————, — credo anche te stesso infondo. Se ti avessi amato davvero non lo avrei fatto? Non credo, perché se questo non è amore, vorrei proprio sapere allora l'amore cos'è? Sia, accettiamo pure il destino che ci tiene lontani, però promettimi che se troverai questa lettera tornerai da me, perché non è semplice coincidenza, e perché siamo in due ad aspettarti
.

Con profondo amore

Barbara.

Assenza

Ascoltato da Eus il 18 gennaio 2011

La to presenza assenza
la to desterminada valenza
in dimension diversa
me scaturisse

Desiderante tormento
lenta combustion
de pazienza
senza mai fin
malstar benstar
pienezza d'ogni vòdo

Supplizio de no supplicar
par no dir
e gnente èsser
par èsser
gnente volenza
solo comunicanza
e

In t'un momento
xe sta un svolar de piume de ale
neve de falìve
ne la non aria
             memoria
'na parvenza
assente
segno che no se vede
che xe el tuto
del gnente
xe sta un presente
più del presente
più del passà del futuro
un maùro maurarse
de quel che nato
ancora drento no xe
ma che xe
               andar e star
               in t'un stesso momento
Trasparente del mondo
sostanza
rarefazion
               mancanza
nel giazzo e nell'ardenza
de la to beatitudine
che senza
sentir se sente
senza sperar se spera
mente
che mai no mente
grazia che no xe grazia
preghiera che no xe preghiera
ma libertà vera
de assenza

e

[Ernesto Calzavara, da Analfabeto, 1979]

Voce del verbo: torna e tornisci(mi).

Ascoltato da Eus il 2 dicembre 2010

Oh mare, oh mare,
dopo una vita intiera
adesso che fa sera
tu turni in t’el gno cuor.

De tanta lontanansa
tu vien comò un’aurora
co’ i rissi che te indora,
co’l ‘l silensio del sol.

E me, col cuor tremante,
vardo a la maravegia
che drento me se svegia,
se verze comò un fior
.

[Biagio Marin, da El fogo del ponente, 1959]

*

L’inverno di Grado, nei giorni più freddi del fondo dell’inverno, è un cristallo blu fuso con l’aria e con il sale del mare, un cristallo che la gente esce a cacciarsi nei polmoni appena spunta un giorno più limpido, alla più piccola e indecisa tregua della pioggia. In tanti escono a respirare la spiaggia d’inverno così, silenziosi, appena appena sorridenti e imbacuccati fino ai denti, ché in genere questo freddo blu cristallo è un dono della Bora, con i cani intirizziti ma tutti presi dai mucchi di alghe ghiacciate a riva, e i bambini che non gridano – come sono diversi dall’estate, adesso – ma restano assorti nella ricerca di qualche conchiglia scampata integra alla furia del mare. L’unico rumore che accompagna i passi muti sulla sabbia, intanto, è solo il ritmo lento della sega di un vecchio inginocchiato sulla battigia intento a tagliare in pezzi più piccoli un enorme palo, di quelli che segnalano i canali navigabili in laguna, strappato dall’ultima mareggiata dalla lunga fila al di là del faro. A guardarlo viene da chiedersi quando finirà mai, tanto è grosso il tronco, e quando finirà mai il mare di prendersi quegli altri tronchi, vecchi alberi contorti riemersi ora da chissà dove e da chissà quando, coperti di un manto di minuscole cozze, mantelli verdi di mucillagine e costellazioni di denti di cane bianchissimi. Io c’ero, dicono, e ci sarò ancora, ancora e ancora.

Per qualche strana ragione

Ascoltato da Eus il 20 novembre 2010

credevi che alcune cose della vita a te non sarebbero mai toccate;
non avresti mai pensato che un giorno avresti potuto sentire la mancanza di tua madre;
ti tocca passeggiare sui binari di questo Paese, contare chilometri e stazioni che c'erano o che presto non saranno più, e suscitare più di una perplessità negli altri per questo;
resti indietro con le parole e le cose da fare, fuori e dentro, ma ormai non sempre questo ti sembra sbagliato;
non potevi immaginare quanto sonno e sogni potessero diventare preziosi;
andare e tornare sono segni che non hanno mutato il loro senso, in questi anni, pur avendo acquistato dimensioni diverse a seconda del verso in cui vengono camminati;
senti la mancanza di persone che non hai mai visto, di tanto in tanto, proprio come quando eri bambina;
la pioggia, quando dura settimane, ti fa ancora sentire la mancanza del luogo in cui sei nata e cresciuta;
non riesci ancora a capacitarti della bellezza del luogo in cui abiti, e del modo in cui lo abiti;
ancora ti chiedi, spesso anche in un'altra lingua: perché no?

What happens now?

Ascoltato da Eus il 27 settembre 2010

   Quella notte dormì sul divano di casa di sua madre ma entrò nella stanza e lanciò un’occhiata al cadavere una volta sola. Il giorno dopo, di buon’ora, arrivarono quelli delle pompe funebri e se la portarono via. Lui si alzò per accoglierli, consegnare l’assegno e guardarli sparire con la bara di pino giù per le scale. Poi si riassopì sul divano.
   Quando si svegliò gli parve di aver sognato un film che aveva visto poco tempo prima. Ma era tutto diverso. i personaggi erano neri, perciò il film del sogno era come il negativo del film reale. E succedevano anche cose diverse. Il soggetto, l’argomento, era lo stesso, ma lo sviluppo era differente o a un certo punto c’era una svolta inaspettata e diventava tutta un’altra storia. La cosa più terribile di tutte, però, è che nel sogno sapeva che non doveva andare per forza così, percepiva la simmetria con il film, gli sembrava di capire che entrambi partivano dagli stessi postulati, e che se il film che aveva visto era il film vero, l’altro, quello del sogno, poteva essere un commento, una critica ragionata, e non necessariamente un incubo. Ogni critica, in fin dei conti, diventa un incubo, pensò mentre si lavava la faccia nella casa dove non c’era più il cadavere di sua madre
.

[Roberto Bolaño, 2666, 2004]

[colonna sonora]

Ķalb al Άķrab

Ascoltato da Eus il 6 agosto 2010

Eccola lì, la supergigante rossa più bella, l’amore di una vita. La doppia che non si risolve, immersa in un ambiente che si chiama associazione – corpi luminosi che intrattengono legami gravitazionali deboli ma indissolubili: c’è mai stato niente di più bello per esprimere l’amicizia degli strati più sottili di tutto quello dentro cui viviamo? Sembra niente, ma dove sei cresciuta non si vedeva. Il tuo cielo spaziava su due punti cardinali e mezzo, nord e est (un segno premonitore?), e mezzo ovest. Poi c’era il sud, e a sud c’era Napoli, che, si sa, non ammette rivali. Potevi vedere la Spalla del Gigante reggere il cielo invernale, ma non il cuore pulsante della bestia che lo aveva ucciso, il gigante, la rossa gemella agli antipodi del cielo e delle stagioni. L’hai cercata per anni in quel mare lattiginoso, giallastro e opaco d’inquinamento luminoso e adesso, dopo tanto tempo, una sera esci a sederti sotto il tuo primo cielo d’agosto da quando sei arrivata in questo angolo di mondo, una meteora la taglia in due e d’improvviso ti rendi conto che è lì, il Rivale di Marte, sopra l’attraversamento pedonale, fiero, indifferente persino ai lampioni che qui non riescono ad avere ragione di lui. Una linea di luce unisce due punti lontanissimi, nel tempo e nello spazio, e questa strana, obliqua, intensissima forma d’amore riprende il suo corso di sempre, aggrappandosi con una forza inaudita e inestinta al cerchio dell’eclittica. Ti sorprendi a sorridere quando punti un dito sul nero del cielo tracciando con gli occhi ancora una volta il suo corso, ché no, non hai dimenticato nessuna delle stazioni per le quali passa il binario d’oro sul quale viaggiano il Sole e il suo convoglio di fuoco. Quando hai sgranato tutto il rosario delle tredici stazioni, ecco, sei tornata alla Grande Bestia rossa dal cuore che batte senza nessuna regolarità. Sopra quel segnale, sopra quel segno. Sì, ecco: mo’ prendo lo scandaglio e ti attraverso, finalmente.

Mut’azioni

Ascoltato da Eus il 25 giugno 2010

Pensa a tutti quelli che, quando gli vibra la pancia, non hanno le parole per dirlo.

*

Scavare musica e aria in cerca di parole, e sperare che non sia successo di nuovo. E se poi è successo? Allora tornare nel buco, prendersi la responsabilità e sparire. Sparire di pancia, di cuore e di polmoni, sparire con tutte le proprie frattaglie fuori, altrove, anche se poi sparire è solo un’illusione, finché si è vivi, anche dopo la metamorfosi continua, non c’è modo che sia altrimenti, poiché ciò che abbiamo comunicato con la nostra presenza a questo mondo prosegue il suo cammino, lontano da noi, che lo vogliamo o no. E muoversi col ritmo della polvere, con le parole che si posano una alla volta sulla vita finché non la avvolgono, finché non formano una patina sulle cose fino a farle vecchie. Dunque, sì, farsi parolapolvere e posarsi, ché quando lo strato s’è posato, ecco che si vede che quello di cui parlano è invecchiato, o forse solo semplicemente vissuto.

E riprendersi di tanto in tanto un pronome, quello più terrificante, e dire:

Ma allora cos’era, stanotte?

Ci sono di questi momenti, in cui l’anima – sveglia – vaga mentre il corpo, stanco, vorrebbe riposare. Ma non c’è verso, tutto viene trascinato via. Volevo parlare, ma di cosa? Del verso? Anche. Dell’esperienza della soglia. Dell’essere soglia, dell’attraversare la soglia, dell’essere attraversata in quanto soglia, e dell’essere un verso del senso perso, che in quanto verso gli è negata anche la direzione.

Cosa vuoi che io desideri, quindi?

Ti guardo entrarmi addosso, ma quello che desidero non entra, non c’entra. Io voglio essere discussa, ché discutibile lo sono sempre stata. Voglio procedere ed essere processata, voglio accedere e accadere, essere accaduta, accessa e accessibile senza divieti, voglio decedere e decadere, essere decaduta senza per forza dovermi rialzare, deceduta senza essere derestituita, al massimo potrei accettare di essere destituita, non essendo io né reggente né in carica, tutt’al più carica, sebbene senza peso, e sicuramente senza spesa. Se una parola si attacca ai muri di casa tua, e ci resta. Allora è vero che il senso c’era, anche se non aveva direzione, anche se era perso, in volo sopra il tessuto di luci della città che ci scorreva sotto mentre tutto quello che volevo dire non sapeva da che parte esplodere. Quella volta che ho preso il treno per Nettuno – Nettuno! –  e mi sono addormentata sul blu dei tuoi occhi che mi aspettavano da qualche parte nel cosmo… dov’ero, quella volta?

Dove vuoi che io torni, allora?

Ho camminato fino all’aria dei miei boschi perché questo era il momento: al confine con l’estate, con ancora il piumone sul letto, i capelli appena tagliati, i baccelli sulle ginestre gonfi e pelosi, pronti a esplodere nel vento, come me quella volta. Allora sono andata nel cuore del bosco a vedere l’albero morto da sempre, ancora coperto dai vermi che lo hanno svestito della corteccia. C’era la terra alla quale ho chiesto aprimi, ti prego, perché mi mostrasse le forme dei suoi sensi e dei suoi significati, perché mi ricoprisse di formiche e mi desse i colori del suo corpo sì da poterli portare via con me all’altro capo del pozzo che nessuno più ha desiderio di scendere o risalire, e mi ricoprisse infine di lumache, di ghiande e dei ricordi della vecchia che non c’è più e nel cui letto avrei dormito quella sera. Aprimi, ti prego, perché mi desse la forza, come le lucciole, di continuare a sfavillare anche nella pancia dei predatori quando sono ormai prese, prigioniere di una sacca gastrica che pure non riesce a spegnerle. E ancora aprimi, ti prego, perché mi nascondesse il cielo lasciandomelo immaginare, portandomi al sonno al ritmo lento e nervoso dello sfregare della penna sul foglio, che dipana le linee senza regolarità della soglia del sogno dentro il quale c’è quell’alba che ho visto infinite volte, ma solo con i polpastrelli, perché io le parole per dire quella vibrazione non le ho mai, mai, mai avute.

*

Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male e gente veramente cattiva?

Come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono
?

It was anything but hear the voice

Ascoltato da Eus il 23 maggio 2010

He’s keeping busy, yeah, he’s bleeding stones,
with his machinations and his palindromes
it was anything but hear the voice,
anything but hear the voice… it was anything but hear the voice that says that we’re all basically alone.

Poor Professor Pynchon, had only good intentions when he
put his Bunsen burners all away
and turning to a playground in a Petri dish
where single cells would swing their fists at anything that looks like easy prey.

In this nature show that rages every day
it was then he heard his intuition say
We were all basically alone
.

(…)

And despite what all his studies had shown
that what’s mistaken for closeness is just a case of mitosis,
sure fatal doses of malcontent through osmosis,
and why do some show no mercy while others are painfully shy?
Tell me doctor, can you quantify
the reason why?

[Andrew Bird, 2007]

Teròna, just keep going.

Ascoltato da Eus il 1 aprile 2010

Ma ‘ndove xe che ti sìe finìa?

*



[Ernesto Calzavara, da Le ave parole, 1984]

*
 
   No, niente. E’ che nel frattempo, di stazione in stazione, cercavo la mia. E così sono andata a stare da un’altra parte. Sto invecchiando: ho voluto con tutte le mie forze un pezzetto di terra con cui fare una mente, accanto al letto. Come il nonno. E allora…
Adesso la mia porta si apre su una strada non finita, e la finestra davanti alla mia scrivania dà sul cartello che segnala il punto, no, la linea, il taglio nella tela del paesaggio oltre il quale la strada non può più andare, finisce, e c’è l’asfalto tranciato di netto che forma il gradino di una scala che per salirla o scenderla – transitivo è bello – basta un solo passo. Se scendi c’è un infinito di terra, intero, senza tagli o strade in mezzo. Se sali ci sono le case, una zona tranquilla, giardini belli, il vicino anziano che fa dieci chilometri a piedi al giorno. Finisce la strada, inizia il campo, enorme, l’ultimo vuoto che resta in questo larghissimo rettangolo di case, che buffamente non può penetrarlo ma soltanto fare da orlo all’immane testimonianza dell’immane testardaggine di un contadino che no, proprio non vuole vendere. Durerà ancora per poco, lo so, ma intanto questa enormità vuota di cemento è piena di girini dentro stagni pieni di avena sterile e lepri e gatti e cimici e sassi e zanzare e macaoni. Finisce l’asfalto, comincia il resto. All’altro capo di questa enormità, in fondo allo specchio, c’è il tronco di strada gemello di questo, cui un giorno dovrà congiungersi: l’assedio dura ormai da anni, è un punto scucito nella trama efficiente del piano regolatore, ma già so che questo cartello prima o poi se ne andrà, che lo scalino sull’enormità di terra morbida e grassa verrà cancellato e il taglio ricucito, e così mi attrezzo per serbarne memoria allo spuntare del primo cielo limpido.
Abito, mi sembra, per qualche tempo ancora su una soglia, alla sera la mia è l’ultima finestra illuminata prima del salto nel buio della terra nuda, l’ultima luce prima dell’altra parte. Per qualche tempo ancora questo mi sembrerà un casello, a guardia di un minuscolo passaggio di livello nel paesaggio di questo minuscolo circondario. L’ultima casa, dice in effetti il vicinato: ah, piacere, allora siete voi siete quelli dell’ultima casa? Sì, siamo quelli che stanno alla fine, o all’inizio, tanto è uguale, comunque lì, vede, dove poi un giorno si mischieranno da capo tutte le direzioni, e chissà cosa succederà. Noi siamo quelli che abitano sulla soglia dello spazio in cui il paesaggio presto o tardi cambierà.

No. Mi no me la voglio sparagnar, la vista del fora par vadar solo drento. No.
Strade che no se sa dove finisse ghe n’è ancora.
Dapartuto.

*

Ma dove vivo io il cemento è diventato come il mais nell’Unità d’Italia: un’accumulazione primaria di territorio… per la quale non ci chiediamo neanche se esistono delle alternative.

*
– Perché non sei venuta a salutarmi?
– Perché è successo di nuovo. Mi avrebbe fatto male.
– Ma io non voglio mica farti del male. Non ho mai voluto fare male a nessuno, io.
– Lo so, ma non puoi. Sei una Voce, succede e basta, è il tuo mestiere. E’ come il mais nell’Unità d’Italia: uno non si chiede nemmeno se ci sono delle alternative.
– Ecco. Ma no va mica ben.
– Be’, sì. Perdonami, sarà per un’altra volta.
– Aspetterai che diventi vecchio?
– No, dai. Mi farò semplicemente coraggio.
– Come quell’altra volta. Brava.
– Eh.
– E allora?
– E allora che?
– Com’è andata stavolta?
– Ma niente. Ti ho odiato, di nuovo.
– Perché?
– Due motivi. Uno: sapevo che dopo, cioè adesso, saresti venuto a rompermi le palle. Due: per il cemento, e la differenza tra abitare e risiedere.
– Eh… cosa.
– Niente. Su queste cose avevo già iniziato a rimuginare, a masticarle. Giorni prima, già un nel po’ prima di ieri.
– E…?
– E chitemmuort’, vabbuo’? Arrivo, e trovo ‘n’ata vota che tu l’hai già detto. Prima, meglio e comunque in un modo che mi fa mettere a fuoco quello che cercavo di dire.
– Ussignùr. E che c’è di male? E’ tanto brutto?
– E sì, cazzarola, sì! Non ce la faccio più, arrivi sempre prima tu… ma non è perché arrivi prima… è perché così non ci arrivo mai da sola. Mi fai imbestialire, perché io sono lì che ci lavoro giorno e notte per mesi, e poi voilà, arrivi tu e finisce, tu hai già segnato la strada. Così non riesco mai a sapere se ci sarei arrivata o meno!
– Mariavergine…
– Certe volte penso che farei bene a non venire più a cercarti. Se so che sei da qualche parte che posso raggiungere, girare al largo. Smetterla, anche con questa storia che mi hai aperto il cuore.
– Seh. Sono così tanti anni che lo ripeti senza dirlo. Questo vuol dire che non me lo dirai mai.
– Può darsi.
– E non ti vergogni?
– No. Qui posso non vergognarmi della verità, come quando sto con le mani e le braccia affondate nella terra, che posso sporcarmi senza sentirmi in colpa.
– Uh, che pensiero da nonna, questo.
– Lo diceva mio nonno, infatti.
– Va bene, sì, mi hai odiato anche questa volta. E quindi?

*

E quindi è successo che ho deciso di restare qui. Faccio cose da abitante, ecco. Mi lascio assaggiare dalle mosche, bruciare dal sole, attraversare dai lombrichi, che mi ingurgitano e poi mi cacano via, fertile e rinnovata. Sì, sto facendomi terra. E poi bevo acqua di rubinetto e dalle fontane pubbliche, passo interi pomeriggi a cercare di fotografare fiori di una piccolezza estrema, predìco l’arrivo dei papaveri e nessuno mi crede. I residenti mi guardano un po’ male perché sono l’ultima arrivata, ma chissenefotte.

*

Ieri ho attraversato il passaggio, sono andata oltre il segnale di FINE DEL MONDO: è lì che abitano i papaveri che fra poco verranno, e siccome lì non c’è cemento né asfalto a sostenere le suole delle scarpe nessuno ci va mai, e così nessuno sa che fra poco il grande campo al centro di questo piccolo circo massimo di case si colorerà del rosso più bello che l’Italia conosca sui suoi prati. Inizierà prima disegnando costellazioni mai viste prima, e poi alla grande mente del mondo cascherà il secchio, sembrerà un incidente – sembra sempre un incidente per quanto è improvvisa – questa colata di rosso che per tanti giorni cambierà la luce, dell’alba, di tutte le ore del giorno e della sera, fino al tramonto, dopo il quale andrà in quiete fino al mattino successivo. Faccio cose da abitante, dicevo, e vado a vedere cosa c’è oltre il cemento e vado a vedere cosa si vede da lì, del centro dell’altro piano del paesaggio, quello senza cemento, solo per capire com’è. E poi sto qui, sto qui e non mi sposto. Faccio la pianta e la terra, prendo le misure della luce del sole e non vado da nessuna parte: quando c’è il sole sto al sole, e quando arriva l’ombra sto al fresco. Una coppia di passeri mi sta alla larga ma mi studia. Sento il frullare dei loro piccoli voli prima alle mie spalle, poi a destra, poi laggiù (dove?) in fondo, poi sulla grondaia che ho appena sopra la testa. Guardo le nuvole passare, ascolto le voci dei vicini e il rumore che fa quando alzano e abbassano le zanzariere. Da lontano, il treno in corsa e il vento che fa danzare, morbido, il campo coperto di coda di volpe.

E’ vero, per la miseria: fare l’abitante è un ca-si-no.

*

– Ecco. Tu te ne vai in giro a pisciare sulle rotonde, io a farneticare ad alta voce nei campi.
– Continui a parlare da sola, quando sei in giro?
– E sì. Non me ne accorgo neanche, a volte, non lo faccio apposta.
– Sì, lo so. A me capita nelle stazioni.
– S’è alzato il vento.
– Sì. Sai dove sono stasera?
– No. Dove?
– Non te lo dico, scoprilo da sola.
– Senti…
– Cosa.
– Perché continua a succedere? Voglio dire, perché la tua voce non mi lascia in pace?
– Non lo so. Dovresti chiedermelo, un giorno o l’altro.
– Mi risponderesti?
– Non saprei. Io non sono mica io.
– Eh.
– Ma poi perché? Perché non vieni mai, quando ci troviamo a un passo di distanza?
– Non…
– No, lo sai.
– …
– …
– Eh, vabbuo’, occhei, sì: mi vergogno.

(continua)