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Dopo tutto

martedì, 24 luglio 2012

Forse è meglio che quella lettera non sia mai arrivata.
Forse è meglio essere andati ad annoiarsi al mare.
Forse è meglio essersi sentiti dire che è ora di re-imparare il silenzio.
Forse è meglio mettersi ad aspettare la pioggia e annotare, nel frattempo, il piccolo, l’infimo e il particolare.
Forse è meglio fare l’elenco di tutte le cose che desidero dirle, quando sarà più grande.
Forse è meglio rimettere in moto la memoria, e ricominciare a studiare.
Forse è meglio continuare a non convincersi di un bel niente, e a lasciare sul muro il segnale “SCAVI APERTI”.
Forse è meglio restare qui, in sereno dispatrio, e tenere duro di testa e di parole, e insistere, insistere, insistere ad abitare l’acqua edificabile delle parole-mondo.
Forse è meglio non andarsene e difendere il diritto di rintanarsi, di non farsi trovare, di essere lasciati in pace.
Forse è meglio provare ancora il desiderio di scrivere, qualunque cosa questo possa significare.

Forse è meglio prendere la Settimana Enigmistica e rimettersi ad unire i puntini.

Ché tanto, morto un tutto, se ne fa un altro.

Voce del verbo: chiedi il visto – no, il naso – al direttore.

mercoledì, 6 giugno 2012

Allora la vita mi ha messo in questo posto dove la luce è bella, e le giornate calde, così gialle, così abitate. Così, allora ora. Si sta bene qui. Si sta. E’ bene. E bene.

*

In ombra e luce, sorridente in quel modo pieno e da fanciullo che ti appartiene. Dov’era non lo ricordo, ricordo solo che era un sogno di quattro anni fa, che era casa tua, un casolare bianco, modesto, nel mezzo di una piana di campagna, giusto sul ciglio di una strada dove non passavano molti esseri umani. Mi ci avevi portato tu, o almeno mi avevi invitato con un gesto gentile della mano, un largo arco del palmo nell’aria. Ecco, entra. Un’offerta ospitale, a cuore aperto. E poi non so, c’erano parole, lunghe e meditate alcune, altre vivaci e goliardiche, ma tutte piene di quel garbo che hai nella voce, in fondo alla gola, che ti fa ragazzetto quando parli, anche quando partorisci le cose più sconce e imbarazzanti. C’era questo che sentivo, una certa soggezione di te che scrutavi, facendo domande e invitandomi a porle. E poi ricordo musica, e un “perché io?”. Perché tu sei musica, ricordo di aver detto. “Come lo sai?”, hai allora voluto sapere. C’è differenza fra chi la fa e chi la è.
Il sole tramontava, dalle finestre filtrava lo stesso giallo di casa mia, ti ricordo dire “sono molto diverso da me stesso”. E “allora?”. E niente, allora voi che siete musica vi distinguete tutti per un gesto. Lo fate tutti, ad un certo momento, e così vi rivelate. Non potete farne a meno, chi è e non solo fa musica non può evitarlo. Sorridevi come intenerito, dall’alto, dall’altro, e insieme mi inchiodavi alla poltroncina fiorata dove mi avevi fatta sedere con uno sguardo affilato che mi fendeva in due. Hai inclinato poi un po’ il capo in un impercettibile movimento di domanda, inarcando il sopracciglio come interrogativo, a uncino.
E’ quel momento in cui i muscoli del collo si allentano e vi abbandonano, e insieme ad essi mollate gli ormeggi e non siete più voi, niente se non veicolo di ciò che siete, che vi attraversa. Quello è il gesto, a occhi aperti voi non siete più, trasfigurati, e nei vostri occhi c’è qualcosa che non è ombra né luce ma entrambe, e interamente vi possiede. Ecco, è questo. Anche tu sei così.
“Sei sfrontata”. Anche tu, ti ho risposto. “Sì, ma io lo sono per mestiere”. Non dire così, per favore, mi incrini. “La carne, si incrina?”. Sì, si incrina come si incrina il suono, penso. “Mi dispiace, non intendo incrinarti”. Cosa vuoi da me? Perché mi hai fatto entrare? “Per sentire com’è essere visti”. E’ che sei così alto, così distante. “Lo so. Non ho mai potuto farci niente… e sì che avrei voluto”.
Poi hai sorriso a lungo, molto a lungo, e sempre con quella tua strana serenità da bambino (perché nei sogni c’è sempre qualcuno che mi fissa per un pezzo senza dire nulla?). “Vieni qui”, hai detto. Ma non era una richiesta. Mi hai preso i piedi fra le mani, erano minuscoli, e li hai chiusi tra i tuoi palmi, enormi, per scaldarli. E sorridevi, sempre sorridevi. Poi ancora parole che non ricordo, era un qualche lungo discorso, tuo. Ed era sempre tramonto, il sole fermo nell’aria gialla. Ti sei passato una mano fra i capelli, a un certo punto, senza però rimettere in moto il tempo. Poi ti sei voltato e a un tratto eri come in quella foto, con il viso a metà inondato dalla luce che arrivava dalla finestra, gialla, e metà completamente in ombra, buio. Te ne sei accorto, e hai detto “è così che sono. Tagliato a metà da questo naso così importante. Luce, buio, e nel mezzo io”. Ti cercavo, sai. “Lo so. Ma non volevo incrinarti. Lo faccio quando devo, ma anche quando non devo”. Troppo tardi.
Mi hai preso le spalle cingendole con un braccio lungo almeno quattro decenni e migliaia di chilometri, e “prendi la stilografica”, hai detto, “continua con quella”. A far che, continuo? “A guardare”.

Spiegami una cosa, Federico. Spiegami come si resta innamorati di tutto, come si resta presi e compresi da ogni cosa, ché nulla sia mai troppo lontano, spiegami come si fa a guardare in volto chi ti sta di fronte con quegli occhi affilati e ‘sto sorriso da ragazzetto che hai tu. Spiegami com’è avere nella testa così tanta musica e parole, e riuscire sempre a riderne.
“E’ il naso”. Cioè? “Come posso dire… è ‘sto naso da Dante, o da pugile, a seconda di come lo guardi, che mi taglia a metà e mi tiene in piedi le due parti del viso. E’ su quello che per me si regge tutto. Senza questo naso io non esisterei, e forse nemmeno molte cose intorno a me”. Be’, se è come dici tu, in effetti non avrei mai potuto ascoltare l’Atenaide, per esempio. “Né fare questo sogno”. Non mi hai risposto, comunque. “Non ti ho risposto perché non è vero che si riesce sempre a riderne. Comunque”. Mh, e me l’aspettavo. “Chi credi che sia, io? Quello che disegna l’omino della merda o quello che batte il bastone a terra per dare il tempo all’orchestra?”. Mah, credo che quello che sei tu non si vede. O forse sta veramente nel naso, o in quel gesto della testa che fai quando svanisci in quello che senti. “Forse. O forse è in quello che dipingo”. Ah, quello. L’avevo dimenticato.
E poi mi hai spinto fuori, per strada. Abbiamo camminato a lungo, senza parlare (perché nei sogni c’è sempre qualcuno che mi accompagna per lunghe distanze, senza dire niente?). Mi indicavi i campi al tramonto. Era Toscana, forse Lucca. Le case, ecco, mi ricordo le case. Cosa vedi?, avrei voluto chiedere anche a te, quando fissavi i tuoi passi per chilometri e chilometri. Ancora avevo il tuo braccio intorno alle spalle, e ancora mi sentivo piccolissima.
“Finirà presto”, hai precisato sorridendo, senza mai smettere di sorridere. Spargevi amore per tutto, con quel tuo sorriso  divertito, pieno, bello. “Mi hai incrinato anche tu”. Io. Ma. E come? Io non. “Hai preso la stilografica. E mi hai visto“.

Voce del verbo: nel continuo mi (ri)(con)figuro. [sogg. sott.: I pers. sing.]

martedì, 22 maggio 2012

Somewhere in there there is light
Somewhere in there there is someone who wants to shout.
Somewhere under all that garbage,
Somewhere under all that nonsense,
Somewhere under all that fear,
Somewhere under all that best form of defence,
There’s you.

*

Lascio aperto, se non altro per una questione di luce interiore. Non parlo con nessuno, non parlo di nessuno, ho solo sete di ridondanze e relazioni. Uso matite e non penne, cancello, riscrivo mille volte, cerco costole, colonne vertebrali e metameri, sequenze, immagini uguali che ripetendosi testimoniano di stati diversi nel tempo. Strutture dalle quali emergono storie, poiché le somiglianze sono comunque più antiche delle differenze: tratti di binari abbandonati, strade interrotte, case vuote, terreni lasciati incolti, così sono le parole e le voci di cui tento di seguire le tracce. Di tanto in tanto, nei segni e nei sogni tornano dalle sponde dei miei tempi più remoti volti che mi guardano muti, senza emettere suono ma che non hanno ancora il pallore del passaggio: lineamenti rigidi ma scolpiti nel legno piuttosto che nella roccia, espressioni che non dicono, ferme da mezza vita fa in stato vegetativo. Altre volte arriva una voce nuova a spingermi in un angolo, soltanto parlandomi, sapendo che non mi ritrarrò subito. Sono voci dal sorriso obliquo e un tocco caldo che invece tempo non conosce, io credo sempre che siano una minaccia e invece poi scopro, durante il giorno, che venivano a proteggermi da un male più grande, da un buio più profondo che si nascondeva giusto dietro le spalle dello sguardo che volevo fuggire, appena dentro la tensione del ventre che così disperatamente desideravo liberare, appena sotto il pelo dell’acqua dove mi affannavo per riemergere. Come quella volta che per parlarmi ti sei dovuto chinare su di me, dalla tua infinita altezza fino alla mia minuscola figura in un gesto che è stato un viaggio lungo un cielo intero, una discesa lenta e attesa, che aveva il suo giusto peso.
Occuparsi, trascurare, accorgersi e negligere, attendere e disattendere, sono incessanti le oscillazioni tra quel che facciamo e quel che potremmo, tra quel che sentiamo e quello che ci sfugge, tra quel che scegliamo di dire e di tacere. E’ tutto così chiaro, nelle profondità delle immagini, che tutto quel che resta sono solo giri e rigiri di frittata, altre facce di una stessa cosa che non potrà fare a meno di ripresentarsi – solo, nel tempo, un po’ più cotta, un po’ più indigesta, fino a che non si sia completamente bruciata, ormai del tutto immangiabile.
Allora ti prego, gigante, torna di nuovo a parlarmi dalle tue altezze immense, e scendendo smuovi ancora le nuvole e l’aria intorno: lo spavento si porterà via le spighe e i papaveri, va bene, ma almeno per qualche tempo si potrà respirare di nuovo.

*

Tornato a casa nel pomeriggio, mi distesi stanco morto sopra un duro giaciglio, aspettando il sonno lungamente agognato. Esso non venne; caddi invece in una specie di dormiveglia, nel quale ebbi improvvisamente la sensazione di sprofondare in una forte corrente d’acqua. II suo romorío mi determinò ben presto come un suono musicale, e precisamente l’accordo di mi bemolle maggiore, dissolto in arpeggi continuamente ondeggianti; questi arpeggi si configurarono in forme melodiche sempre piú mosse, ma senza mai uscire dalla triade pura di mi bemolle maggiore, che con la sua continuità pareva prestare una significazione infinita all’elemento in cui io sprofondavo.

Gravità (chiéna ‘e vacanterìa).

sabato, 19 maggio 2012

Love it or leave it, she with the deadly bite,
quick is the blue tongue, forked as a lightning strike.
Shining with brightness, always on surveillance
the eyes they never close, emblem of vigilance.
Oh, no, no, no.

Said don’t tread on me.

*

Perché la parola scritta pesa così tanto? Le stesse, identiche parole quanto diversamente lasciano il segno a seconda che si scelga di dirle o scriverle?

– Be’, è il motivo per cui anch’io a un certo punto ho smesso di leggere quello che scrivevi.
– Perché?
– Perché ci stavo male. Perché quando uno che ti conosce ti legge, si aspetta un atto comunicativo. Invece per te non è così… l’ho capito col tempo. Scrivere per te è un modo di pensare, di… tessere i pensieri. Quello che metti lì sul blog, paradossalmente, può essere condiviso solo con chi passa di là per caso e non ti conosce, non con le persone con cui condividi o hai condiviso la tua vita.
– Sì, è vero. Ultimamente sto incappando un po’ troppo spesso in questa specie di tranello, e spiegarlo mi è quasi impossibile…
– Già, chi ti sta intorno dovrebbe sapere quanto poco importa il motivo per cui scrivi lì. Per gli altri, intendo. Quelle non sono cose che devi dire a qualcuno di specifico, è più una specie di lavorìo che fai su te stessa…
– Sì. E’ come sognare, ma mentre sono sveglia. Le forme sono quelle della mia vita ma nel tempo si trasformano, anche profondamente, e il significato che prendono a volte non lo conosco nemmeno io. Si cristallizzano, diventano simboli, si rimescolano e diventano qualcosa d’altro.
– E poi se ti capita di rivolgerti a qualcuno che ti sta intorno, in questa specie di forma di scrittura, succedono i casini. Perché loro si aspettano che lì ci sia un messaggio, come quando parlate nel quotidiano… ma tu quando sogni e insieme fai segni perdi ogni forma di tatto, scrivi per te, procedi per immagini, usi pronomi di seconda persona per quelli di prima. E’ un casino!
– Eh, lo so…
– E poi non c’è messaggio.
– No, be’, non è proprio che non c’è messaggio. E’ solo che il messaggio è un filo di pensieri che non voglio perdere, e per certi versi si può anche condividerlo. Però sta un piano che non è quello del quotidiano. E’ qualche altra cosa che non so nemmeno io. O meglio, io ce l’ho ben chiaro qui, solo che non lo so dire.
– E’ per questo che in quel posto solo con chi capita lì per caso puoi alle volte intenderti.
– E sì, perché contesti e dettagli e messaggi di un certo tipo sono necessari solo con le persone con cui hai effettivamente un rapporto. Ma il cammino inverso è pure possibile… a volte gli incontri casuali che quel filo di pensieri che non voglio perdere mi ha portato sono stati incredibili, e nel tempo, poi… vabbe’, ok, l’ho detto già un miliardo di volte.
– Eh, infatti. Ma per esempio, no?, adesso come lo spiegheresti che a questo punto io non sono già più il tu con cui stavi parlando all’inizio di questa chiacchierata, e che solo due frasi di tutto quello che ora ti sta venendo fuori sono state realmente dette da qualcuno?
– Uhm. Non lo spiegherei, come ho sempre non fatto. Oppure puntualizzerei che questa non è una chiacchierata, presumo. Boh.
– E mettici anche che questo non è nemmeno un diario.
– Anche.
– Però quello che dici a volte pesa.
– E lo so. Ma è perché c’è uno strato della mia voce che è soltanto scritto, e su questo non posso farci niente. L’altro problema è che mi viene di parlare soltanto di immagini che si svuotano del loro senso originario, e che mescolandosi ad altre diventano qualcosa che prima non c’era.
– Quindi questo cos’è?
– Sta scritto là sopra: è un posto densamente vuoto.
– Ma capiente.
– Pure troppo.
– E vivo.
– Purtroppo. Per me.

*

So be it
Settle the score
Touch me again for the words that you’ll hear evermore.

Sì.

martedì, 8 maggio 2012

Wish I was old
and a little sentimental.

The more you like it, the more it hurts: why stop now?

*

Quanti anni ci ho messo a capire che in fondo non c’era niente di sbagliato? Un’adolescenza e mezza vita adulta, grosso modo. Questo è un altro dei tuoi innamoramenti, mi dicevi ogni volta, e sotto la pelle di queste parole la domanda: insomma, ma ti decidi a crescere?
No. La risposta era no, ma io conservavo una relazione troppo importante con te e troppo poco importante con me stessa per non mettere in dubbio la mia visione delle cose. Avrei forse dovuto accorgermi che stavamo già crescendo, allora, ma semplicemente in due direzioni diverse. Tu stavi facendoti la scorza, mentre io stavo abbandonando a piccoli pezzi quella che avevo tentato – senza alcun successo – di costruirmi fino a quel momento. Tu la strada andavi facendotela, io la mia la stavo prendendo. Sono due cose assai diverse. Io ho fatto una scelta morbida, alla fine, quella cioè di restare molle e flessibile e vaga e sognante, mentre tu ne facevi una per certi versi contraria, fatta di chiarezza, praticità e determinazione. Naturalmente, nel mondo e nel tempo in cui viviamo, al tuo tipo di deriva viene di norma assegnata un’etichetta più adulta, quindi da ammirare. E infatti ti ho sempre dato ascolto come a nessun altro, ho sofferto dei tuoi giudizi negativi anche quando me li comunicavi con i sorrisi che non mi hai mai risparmiato, e io ridevo di rimando anche se l’intestino mi strideva di quella strana vergogna che si sente da bambini quando mamma e papà ti sgridano davanti agli altri. La cosa buffa, in quei momenti, era che i genitori e gli altri coincidevano in un unico punto, cioè tu, per cui non c’era via d’uscita. Allora dubitavo. Sempre e solo di me. E non so per quanto ho lottato contro le cose che di me non ti piacevano: solo perché me lo dicevi tu, che non andava bene, allora doveva esserci qualcosa che non andava. Oggettivamente. Per forza. Lei capisce tutto, lei non si sbaglia.

Un’ironia enorme.

Perché era proprio allora che stavo iniziando a crescere, al contrario. Perché, al contrario, la risposta non era no.
Sì. Questa era la vera risposta.
Sì, io mi innamoro. Sì, le mie amicizie sono degli amori. E sì, mi innamoro anche di cose. E diciamo anche che le cose di cui mi innamoro sono le sole che riesco a portare a termine, o a portare avanti nel tempo. Sì, mi innamoro continuamente di cose e persone, anche perché quando non mi innamoro resto indifferente. Perché se non mi innamoro non provo alcun desiderio: di toccare, di ascoltare, di annusare, di abbracciare, di approfondire, di capire.

Quindi era vero, avevi visto giusto anche in questo caso. Quello che non ti è mai riuscito di vedere, però, era che i miei innamoramenti non erano semplici infatuazioni, ma amori veri e propri che sì, a volte facevano il loro corso e, finendo, mi spezzavano il cuore. Tu credevi che mi stessi rifiutando di crescere, quando invece stavo solo imparando il mio modo di essere. Ho detto di sì un po’ a tutto e a tutti, nella mia vita, è vero, e ogni volta mi sono messa in gioco. Ho amato, sempre, e molte volte ho perduto, nella tua ottica, ma per me è sempre stato il contrario. Ogni volta ne è valsa la pena, ogni santissima volta.

E poi: hai sempre creduto che mi innamorassi solo dei miei amici maschi.
Ecco, questa tua piccola malizia è stata sempre la cosa che forse mi ha punto più spesso, negli anni.
Perché non ti sei mai accorta che i nostri modi di essere sono in certi aspetti così diversi che solo la profondità di un sentimento senza nome avrebbe potuto tenerci insieme fino ad oggi. Se ancora oggi riesco a darti ascolto e a volerti bene, è solo perché di quei miei innamoramenti fai parte anche tu. E non potrebbe essere altrimenti.

E infatti sì, è vero. Mi innamoro, mi sono sempre innamorata, e non posso farne a meno. Non c’era niente di sbagliato, niente che andasse cambiato, nonostante gli errori, il dolore, la cecità e tutto il resto.

Sì, insomma. Mille volte sì.

*
Ma era tutto sbagliato, naturalmente. Il mezzo, il tempo, le parole stesse. Tutto c’entra sempre con tutto, e questa era solo la scintilla di una miccia ben più lunga, che finalmente ha trovato la via verso la deflagrazione. Benedetto sia l’errore, sempre ben detto.

No.

lunedì, 9 gennaio 2012

Push, push down the earth
Feel my hand through your glove

Slump in the other door
Skin belongs to both

Point in perfect form
A puncture wound results.

*

Ho sempre troppo sonno per pensare, per pensare a te con tutti i tuoi volti, uno per ogni fetta di tempo in cui ti ho incontrato, e quindi sarà così: io non ti perdono. No. Non ti perdono per essere stato pericoloso e pericolante, per aver ceduto e spezzato, continuamente, le ossa già fin troppo fragili dei sorrisi di chi ti stava accanto. Troppo facile, troppo nobile, troppo spendibile. Non ti perdonerò per essere stato poeta e poi non aver saputo accarezzare le curve che avevi sotto le mani, per essere stato filosofo senza terra sotto i piedi, per aver detto noi delegando sempre io al prossimo (fa comodo quando noi è un altro, in effetti), per aver costretto i tuoi affetti a vivere in bilico, a camminare sul filo senza scampo di una linearità sospesa tra violenza e schizofrenia. Non ti perdonerò per essere stato di vetro ed esserti gettato tra braccia da badile, per aver trasformato il dolore in un abisso di bellezza, per aver mentito, e aver osato di parlare in nome di ragioni che non hai mai abbracciato. Hai lasciato il campo gridando che non era tua la colpa: era vero. Tua non era la colpa, ma la scelta. Anche – e soprattutto – per questo non ti perdonerò.

Voce del verbo: in rete resto(re).

mercoledì, 14 dicembre 2011

Altr’ove, ma non altrimenti.
A riverderci.
A risentirci.
A restarci.

Qui.

Grazie.

Sessanta all’ora? Minuti. Giorni. Anni. Fa.

lunedì, 1 agosto 2011

– … really.
– No, I don't.
– But yes, you do! You talk about it like it was, I don't know… a lost planet. You do really sound like the Doctor telling stories 'bout Gallifrey.

*

E niente, poi succedono due cose insignificanti. Tipo: questo spilungone con gli occhi blu e le orecchie decisamente fuori scala, che parla di sé in terza persona e nella sua lingua madre, che in sogno viene a farti quest'appunto… e che, a ottocentoepassa chilometri dal punto del pozzo-paese in cui ora vivi, un vecchio scooter color mulignana viene dato via per pochi soldi, per fare spazio in garage. Era lì a prendere polvere da anni, ormai. Da quando sei andata via qui non lo usava più nessuno. Lì per lì hai detto "avete fatto benissimo"… poi un paio di giorni dopo ti torna in mente e non riesci a smettere di pensarci per un po'.

Però, pensi ora, proprio quel mezzo, proprio quel motorino, in una fetta di mondo in cui la parola scooter era arrivata solo a macchia di leopardo e anzi, in un tempo di quell'angolo di mondo in cui la parola scooter non era ancora proprio arrivata. No, perché ecco, all'improvviso è tornato tutto, lentamente, come una marea, ma inarrestabile. Una madeleine gigantesca, che stava nascosta dentro una parola, e un'immagine: minchia, lo Zip! Che qualcuno chiamava 'a carcioffola. Le due ruote che sono state il tuo primo vero mezzo di locomozione in quel recesso del pozzo in cui la bici in strada no, proprio no, e che sono state la tua prima vera indipendenza e libertà. Dal '95 a… quando sarà stata l'ultima volta? Un anno fa? Due, non di più. Dal '95 a due anni fa… fanno quattordici anni. Quasi metà della tua esistenza. E così, tutto è tornato indietro: la scuola, i mille modi che vi inventavate per bloccargli entrambe le ruote con una sola catena – perché se ve lo rubavano non se ne poteva mica comprare un altro – e la proprietà condivisa con gli amici di sempre. Perché non era solo tuo, ma anche di tuo fratello, e di K., e di tutti gli amici di strada di quegli anni che se non passavi a prenderli tu non si usciva mica. E no. Era un bene comune. E poi le prime volte dal benzinaio, e il sentirsi un po' grandi nel dire "il pieno, grazie", che era cinquemila lire di super e ci si andava avanti tutta la settimana, e gli interminabili giri d'estate su quel sellino che era una tortura cinese andarci in due ma col casco ancora si poteva, e quindi via, senza volerlo nemmeno fare apposta, a scoprire quello che di bello vi era rimasto tra una cava e l'altra, su quelle colline che erano il mondo intero, a cercare le terrazze più belle a San Leucio, a Puccianiello o sulla panoramica per Casertavecchia, quei punti spettacolari da cui guardare la città fino a Napoli e fino al mare, chiedendosi con Maria che ne sarà di noi, e quella volta con Ketty fino su a Durazzano, da incoscienti, senza dire niente ai genitori, con addosso il brivido della fuga e dell'avventura anche se erano solo quindici chilometri, sfidando tutti i divieti e le proibizioni parentali solo per andarvene a prendere ombra e albicocche in un giardino antico e segreto. E poi i primi amori che volavano a sessanta all'ora come se avessero avuto le ali, e le litigate colla buonanima del portiere del parco della zia perché te lo lasciassero tenere dentro, e le corse al giardino del nonno per lasciarlo al sicuro e poi correre di volata alla stazione a prendere il treno per andare all'università, e i lunghi abbracci degli amici, perché il solo modo per viaggiare in due sul quel coso era diventare l'uno lo zainetto dell'altro, e i primi brividi che ti entravano fin dentro la schiena quando per caso potevi dare un passaggio al ragazzo che ti piaceva, con tutti i peli che ti si drizzavano sulla pelle, e le fughe sulla Collina, o ai Ponti della Valle, e i colori del tufo e gli odori delle stagioni, delle ginestre, delle cave e dell'origano… e poi anche lui, l'amore della vita, quando lo andavi a prendere alla Reggia e ve ne andavate in giro con lui ancora in divisa. Ma quanta, quanta vita c'era in quella profondità del pozzo-paese? E perché ora, improvvisamente, che un altro pezzetto di quella vita se ne va – solo un motorino – ti appaiono come racconti della vita di qualcun altro e insieme indiscutibilmente vicini, ancora incollati al nocciolo stesso di tutto quello che sei oggi? E dunque?

E niente. E' che oggi sono qui, in questo punto del pozzo-paese così lontano, diverso eppure un po' uguale a quello in cui sono nata e cresciuta. Sono qui, dopo tutti quegli anni trascorsi in sella a quel motorino sognando di andare via, e c'è questo strano senso. Di scollamento. E oggi c'è questo piccolo essere umano tutto nuovo, venuto da me e da quel ragazzo che allora viaggiava con me su quel sellino, e… cosa saprà, lei, di tutto questo? A quel mondo farà probabilmente visita solo di tanto in tanto, e i luoghi che saranno cari alla sua memoria di adulta come quelli lo sono per me apparterranno probabilmente a quest'altro lato della mia traversata del pozzo-paese. Ma come sarà? Lei non saprà di tufo e ginestre, né dei luoghi che ho vissuto e amato nonostante tutto, con forze e intestino, perché così è laggiù, si ama e si odia ogni cosa senza sconti, perché la terra, la madre da cui si nasce non si può scegliere, e non a tutti va di culo, e allora si vive tutto, tutto e senza mezzi termini. Questa piccola non saprà né vedrà granché dell'adolescenza dolorosa e straordinaria della sua mamma, e chissà se io saprò mai portarle testimonianza di quel mondo così vivo e vivido dentro di me, pieno di odori e musica buona, e voci e presenze che non ci sono più, pur vivendo ancora nei recessi più remoti del mio linguaggio.
Cosa sarà di tutto questo, nel futuro che verrà? E' davvero successo, tutto quello che è successo? Abbiamo davvero volato a sessanta all'ora nel tempo e nello spazio, sognando un altrove che ci stesse meno stretto, e poi siamo davvero andati via, uno dopo l'altro, mentre il mondo che abbiamo così intensamente vissuto cambiava, andava avanti lasciando frettolosamente il posto ad altro, e di ciò che ci apparteneva non è rimasto granché fuori, ma solo dentro, nelle gambe con le quali abbiamo aizàto in cuòllo? Sono davvero accaduti la scuola, gli amori, i libri, le morti, le voci e quel paesaggio, proprio quello? E se sì, come faremo a mostrare ai nostri figli il nostro mondo, che è anche il loro perché da quello siamo venuti noi e quelli prima di noi? Come lo racconterò, lontano com'è nel tempo e nello spazio, quel mondo rumoroso e colorato che in qualche modo vorrei farle conoscere, se non altro per dirle un domani ecco, esiste una cosa che si chiama scelta, e perché e percome. Ma cosa le racconterò? Questa è la scuola dove tua mamma ha studiato, questo è l'acquedotto dove ha trascorso intere estati ad ascoltare le cave brillare, le cave da cui è venuta la pietra che è servita per fare il cemento che ha fatto andare il mondo avanti, e dal pizzo di quel colle guardava allargarsi i buchi delle discariche, e arrivare i gabbiani, pensando che forse non era ancora il caso di andarsene, che bisognava prendersi il tempo di capire e provare a fare qualcosa, prima, e da lì la mamma e zia Maria e zia Emma discorrevano dell'amore, la vita e le vacche senza arrivare mai a una ceppa di niente, e lì facevano i calzoni buonissimi, e sotto quel portone la tua mamma ha dato il primo bacio, e lassù, all'altro estremo della cinta di colline, verso Capua, lassù, sulla cima dove c'è quel palo che arrugginisce, la tua mamma ha incontrato per la prima volta il suo futuro e solo allora ha capito che era arrivato il momento di togliere le tende, e poi lì è cresciuta con suo nonno, il tuo bisnonno, che era una persona spettacolare anche se parlava pochissimo, e se n'è andato troppo presto ma per fortuna ha fatto appena in tempo a insegnare alla mamma certe cose che non avrebbe potuto imparare da nessun altro al mondo.
E tutto questo non c'è più. Qualcosa, andando via, s'è rotto, s'è interrotto e non potrà mai più essere riparato.

Vuoi tornare –  a volte ti domandi nei momenti in cui questo strappo nella tela del tempo e dello spazio si fa più doloroso. Forse tornare ti aiuterebbe a sanare questa specie di ferita non condivisibile di non-condivisione che ti porti dietro, che ti porti dentro? E no. Perché il mondo è andato avanti prima di tutto per te, cancellando molti dei punti per te più importanti di quel paesaggio che era memoria, continuità e… casa. Tornando a casa non troveresti – come non la trovi già da tempo – quella che hai chiamato casa, né le presenze che l'hanno resa tale. Tutto di quel paesaggio è cambiato, e invecchiato, certo, ma ogni anno sembra che a invecchiare sia il volto di un estraneo, un estraneo sempre più straniato, straniante e stranito. Un estraneo diverso, ogni anno che passa, mentre le città crescono e il cemento continua a colare, a far andare il mondo avanti.

Alla fine mi è semplicemente dispiaciuto che sia andata via, 'a carcioffola, senza averle nemmeno potuto dire ciao. Fare un ultimo giro a sessanta all'ora sulle colline. Mi rendo conto solo ora che, dopo aver passato mezza esistenza a cercare di tagliarla fuori dalle foto di tutti i posti in cui mi ha portato, ora vorrei averne almeno un'immagine decente. E invece no: una delle uniche due che mi ritrovo è per sbaglio, in una delle tante stazioni impresenziate che mi ha aiutato a scovare. Come anche l'altra, capitata per caso con Emma accanto quella volta che eravamo salite a San Leucio per fare le foto per la ricerca scolastica. Insomma, qualcosa. Almeno per dirle grazie. Anche se, dopo tutto.
 

Ti con zero.

giovedì, 26 maggio 2011

E ora?

Condens’azioni

domenica, 3 aprile 2011

There's something in the air that greets me,
There's something in the air,
I don't know where I belong, or where does it go from here.

See my dreams: they're not like anyone's.

[Nick Holmes, 2005]

*

Allora stasera hai deciso di appoggiare in qualche modo il tuo peso sui nervi che stanno sopra la testa del femore – ti ringrazio – in modo da farmi perdere temporaneamente l'uso della gamba sinistra, e nel frattempo mi rendo conto che ti sto parlando, sì, sto parlando proprio con te, che sei ma ancora non ci sei. E io che sorridevo a quelle che mi dicevano "io ci parlo continuamente, fin dal giorno in cui ho saputo che c'era". Quanto sovraccarico emotivo, mi dicevo, un po' afflitta da tutto il gran rumore che ruota intorno alla pro-creazione, il più delle volte considerandolo fuori luogo, inutile, niente più che una sega mentale dovuta a tutta una serie di condizionamenti culturali che da parte mia credevo di aver rigettato un agosto di ormai tanto tempo fa. Ma si vede che questo dia-logare è una cosa che arriva, prima o dopo, ed è bene che me ne faccia una ragione. Quel che vedo e sento, però, è che la gestazione, l'attuazione di una creatura, procede su diversi binari, è un treno i cui vagoni viaggiano non in fila ma l'uno accanto all'altro, parallelamente, con un'andatura che è davvero difficile associare a qualcosa d'altro. Non so.

E il linguaggio, poi.

Nel tempo, l'entità della tua presenza nelle parole è andata progressivamente crescendo in modo del tutto proporzionale alla tua crescita dentro le mie viscere: all'inizio niente, eri una traccia onirica di quelle che al mattino lasciano solo una qualche lontana sensazione al risveglio ma senza che sia possibile ricordarle; più avanti eri uno di quei sogni – o incubi, ché pure ne ho fatti – che si fanno all'alba, che si ricordano a pezzi durante il giorno, all'improvviso, tipo oh, chissà perché non si chiude 'sta cazzo di zip, e poi ah, sì, giusto, è vero. E poi dopo ancora, dopo ancora hai passato la soglia della veglia e sei diventata parola. Prima una. Poi qualcuna in più. Poi a grappoli. Senza neanche rimuginarci sopra, andavi e venivi a onde di frasi qua e là, sul bagnasciuga ghiacciato di giornate invernali corte e sottili, che sono passate presto. Poi hai iniziato a farti sentire, e anche lì il inguaggio è andato di pari passo: quando eri solo un lontano fremito simil-intestinale avevo i primi sussulti di sorpresa e ti cantavo addosso, in macchina, mentre andavo al lavoro. E poi… poi sei esplosa. Nelle parole come nella pancia. E non solo nel mio, di linguaggio, ma anche in quello degli altri intorno. Più ti sentivo differenziarti dal mio organismo più nettamente ti ho visto assumere una tua forma nei significanti e nei significati che ti riguardano, e un ingombro sempre maggiore. Testimonianza ne è il fatto che sei arrivata fin qui, in questo remotissimo angolo del mio linguaggio che non mi serve per costruire relazioni ma solo per rintracciare e fissare ridondanze e ossature – in questo caso quelle generate da te, alle quali, viste le dimensioni fisiche che hai ormai assunto nel mio corpo, in questo preciso spigolo del tempo che sto trascorrendo a questo mondo, mi riesce difficile non pensare. Anche se so che ormai è questione di tempo: passeranno anch'esse, e muteranno in qualcosa d'altro, pur continuando ad avere a che fare con te.

Insomma, col tempo da sogno ti stai facendo anche tu segno, pur restando ancora l'uno e l'altro, come tutti i tuoi simili che sono venuti prima di te, e come quelli che verranno. Dalla relazione tra due cose viventi ora risulti tu, una cosa nuova che prima non c'era, che è insieme fatta delle due cose che l'anno generata e allo stesso tempo diversa da esse. Una metafora di cui ancora non si conosce il significato, forse e più precisamente. Sei. Sei e non sei più noi, o me, né sei più neanche parte di me, no, al limite mi abiti; sei sempre più altra e insieme sempre più vicina: in quest'ultimo mese della nostra buffa coabitazione non c'è più distanza a separararci, né liquida né strutturale. Siamo umane e formate, uguali in tutto e per tutto, e compresse in così poco spazio che non vediamo l'ora di separarci. Rannicchiata e a testa in giù, quando non potrai più muoverti del tutto, a un certo punto tu inizierai a farti strada e io a spingerti via. La nostra separazione sarà la prima cosa che ci permetterà di raggiungerci, alla fine.

Non sarai mia, te lo prometto, ma sarai nata. E questa, delle parole, sarà soltanto l'inizio.