Voce del verbo: ancheraggi

I see no life behind your weary eyes,
I see the looks you struggle to disguise.
I’ve seen all vital signs begin to slip…
… oh, it’s much too late for you to aim, you only miss.

[Paradise Lost, Host, 1999]

*

C’era scritto cancello, ma io avevo letto cervello. “Sulla strada compare un cervello, enorme, di ferro, senza muri ai lati, che pare piovuto lì direttamente dal cielo”. Ciao, faccia polacca – ti ho detto stavolta – mi sei mancato. E di nuovo nello stomaco quella cosa feroce che ti porti dietro quando mi inchiodi ai miei sogni.

– Dai, forza, raccontami cosa hai visto.
– In che senso?
– Sì, cioè… dimmi un momento in cui hai sentito qualcosa che si spezzava. Che hai sentito che lì era basta, finito.
– …
– …
– …
– …
– …
– Céa…
– Scusami. Adesso mi vengono le gambe corte, come quella volta.
– Sì, ma stai tranquilla. Se vuoi andare via stavolta ti metto giù.
– No, è che… ok, vabbuo’. Sai cos’è, che ho visto? Le pieghe delle parole, ho visto. Gli strati, cioè, quelli che si dicono e quelli che non si dicono…
– Cioè?
– Cioè sono anni che lo leggo ovunque, che gli esseri umani parlano due volte, quando usano le parole, che non è mai questione solo di quello che ti sto dicendo, ma anche del fatto che quello che sto dicendo parla del modo in cui io e te stiamo insieme, nel mondo.
– Be’, lo diceva anche il vecio, sai.
– Appunto: c’è quello che ti dico, in quello che dico, e poi c’è qualcosa che tiene in piedi tutto, anche se non si vede. Le congiunzioni, ci sono, quello strato che fa di me e di te due parole a nostra volta, due segni con in mezzo qualcosa che li tiene uniti o li separa, e pure in maniera molto precisa…
– Mmm…
– … eh, perché in mezzo a noi possono starci non solo una e o una o, ma anche una quantità enorme di altre distanze intermedie… ma, se, tuttavia, dunque, quindi, però, allora, che, pure, eppure, anzi, altrimenti, perciò, nemmeno, che ne so… tutte quelle che ti possono venire in mente. Ma anche pronomi.
– Pronomi?
– Eh, sì, i pronomi… come ti posso dire? Il grado più estremo delle congiunzioni? Boh, forse.
– Ommado’, adesso non ti seguo.
– Ma sì, pensaci! Se dico noi, è perché siamo andati oltre io e te. Se e è la distanza minima, in noi la distanza diventa zero. Non si tratta più di due persone separate, con noi, ma di un’altra cosa che non è più io e te, che però è fatta sia di io che di te. Pensaci, ripeto… a scuola cosa ti dicono che è, noi?
– Uhm… prima persona plurale?
– Esatto. Noi è una persona.
– Va bene. E quindi?
– E quindi ho visto come si può dire noi senza mai smettere di voler dire io, senza manco un altro a cui applicare una e. Ho sentito l’arte del parlare senza mai dire niente. Ho visto, te lo giuro, ho sentito che si può essere abbracciati e insieme essere spinti via con parole che vogliono dire esattamente il contrario di quello che significano. Ecco, ho visto questo.
– Uhm… hai praticamente avuto a che fare con quello che ti fa soffrire di più.
– Ecco.
– Adesso capisco perché non riuscivo più a trovarti, in questi mesi…
– E ho visto anche un’altra cosa. Che lì, al livello delle congiunzioni e dei pronomi che non si dicono ma ci sono, è quasi impossibile mentire, che sono pochissimi quelli che ci riescono, e soprattutto che pure quelli che credono di essere dei bravissimi parlatori non si rendono mai del tutto conto di quanto apertamente parlino su quell’altro piano.
– E questo t’ha fatto male, ah?
– …
– …
– …
– Céa…
– Sì, dai. Sì. Ma più che altro perché da quel momento ho iniziato a vederlo sempre, lo strato delle congiunzioni e dei pronomi. A osservarlo, poi. Allora ho scoperto che questo strato è un posto enorme, larghissimo, anche se la porta è stretta e da fuori non si direbbe.
– E lo sai che quello è il posto in cui ci incontriamo anche noi, vero?
– Sì. Infatti mi sei venuto in mente tante volte. Mi chiedevo se saresti mai tornato, dopo tutto.
– Be’, non posso mica andarmene. E comunque…
– … comunque?
– Niente, comunque io ci sono perché i sogni continuano a tenerti sveglia.
– Già. Una volta non ho dormito per quattro giorni.
– Ustia! E dopo?
– E dopo niente, mi sono rotta. Nel senso che mi si è guastato qualcosa dentro.
– Céa.
– Sì.
– Guardami un momento.
– …
– Cosa ti è successo?
– Non lo so.
– Ma qualcosa…
– … sì. Ma qualcosa è successo, e doveva pur succedere. Non si può vivere senza dormire. O almeno, io non ce la facevo. C’erano dei giorni in cui mi sentivo la pelle di vetro. Non ce la facevo più. E quando mi sono resa conto che è proprio sullo strato del non detto che si regge tutto quello che diciamo, e di che strumento potente può essere…
– … è stato lì che sei andata in pezzi.
– Sì.

*

– E comunque qualcosa è successo davvero. E’ la prima volta che non provi ad andartene, o a mandarmi via.
– Sì.
– Quanto tempo è stato? Tre mesi?
– Quasi quattro.
– Dov’eri finita?
– Ti sembrerà assurdo, ma ero su un treno.
– Tre mesi su un treno?
– Quasi quattro.
– Quasi quasi mi viene da farti i complimenti.
– No sta’ a cojonarme.
– No te cojono mica, a te. Insomma, com’è che sei andata in pezzi?
– Eh. Non so. Penso che sia stato perché dopo averle intraviste o solo sapute, le pieghe delle parole, stavolta le ho viste. E dopo… era tutto diverso.
– Uhm… è solo la vita, mi sa.
– O come quando a scuola ti spiegano i teoremi di matematica, che un po’ li capisci anche ma soprattutto ti sforzi di immaginarli, ma non è che li vedi. La mia professoressa al liceo lo diceva sempre, che la matematica è difficile da insegnare perché si tratta di far vedere l’immagine che sta dentro alle formule. Che poi, se per caso ti capita di riuscire a vedere cosa significano, quelle robe, improvvisamente la matematica inizia a sembrarti un linguaggio molto meno complicato di prima.
– Come quando impari un’altra lingua, in effetti.
– Esatto.
– E dimmi una cosa.
– Cosa.
– Adesso che non mi mandi via e che riesci a guardarmi in faccia, che congiunzione c’è fra me e te?
– Be’, se continui a fumare la pipa…
– Non è che posso smettere.
– Anche.
– Anche?
– Anche, anche.
– Strati.
– Eh.

*

Il risveglio è stato per un lembo di sole che mi stava bruciando un ginocchio come una lama arroventata. Ciao, faccia polacca, mi sono sentita dire guardando il soffitto. E’ la prima volta che sento quella cosa feroce nello stomaco anche ad occhi aperti.

*

Ferma il carro. «Vada avanti in casa», dice; è già sceso e ora la donna sta scendendo lentamente, con quella attenzione come se si ascoltasse dentro.

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3 Commenti a “Voce del verbo: ancheraggi”

  1. macca ha detto:

    Che devo dire?

    Io leggo, mi perdo e sai che non capisco.

    Però ci provo, perchè comunque il sentire è quello.

    Dan

  2. keroppa ha detto:

    E’ quel poco che resta di un lungo sogno… solo piccoli lavori d’artigianato che la testa fa quando sta sull’altro piano della veglia. Niente da capire, dopo tutto.

  3. macca ha detto:

    Meglio.

    Me lo godo ancora di più.

    Dan

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