Voce del verbo: dispatrio, ergo approdo


(foto sua)

 Allora andiamo. Si dirà poi: svolta verso il fiume, e occhio al ghiaccio. E sì. E’ il fiume che in ogni capoluogo d’Italia c’è una via che ne porta il nome, ma qui siamo appena fuori casa e dunque la musica del suo nome è un’altra, altra, che vale come l’altra. Due nomi per la stessa acqua, mi viene da pensare, mentre la macchinina blu scivola verso il fondo di questa gola di pietra dove il serpente liquido fa nella montagna un angolo stretto, profondo, e mostra le sue corde vocali a cielo aperto verdi, verdi, verdi dentro il sole invernale che le tocca nell’ora in cui la luce muore, bella, senza dolore, allungando le ombre e arrivando dritto negli occhi dei minuscoli umani che la attraversano. E’ una voce, veramente, quella che camminiamo con tanta lentezza, che parla della pazienza dell’acqua e dei suoi frutti, così lenti a crescere ma così carichi di nutrimento, una volta maturi. Intanto non smettiamo di camminare e improvvisamente una parte di me si stacca, esce, si alza fino ai satelliti che disegnano le carte geografiche dei nostri tempi e mi vedo da lontano, da sopra, su due punti diversi della mappa, quello in cui mi trovavo ieri e quello in cui mi trovo ora, che ci sono tornata e ancora non mi sono ripresa dall’ennesimo salto, dall’ennesimo strappo di questi giorni così intensi, così densi e dei quali ancora non mi riesce di capire granché. Ieri ero là e oggi sono qua. Ieri ero là, nell’enorme città di pietra – eterna, dicono, ma che sembra in procinto di collassare su se stessa – e stavo nascosta nell’unico suo angolo dove mi sia mai sentita davvero al sicuro, fra braccia spalancate da solo affetto senza giudizio e occhi che sanno leggermi da vent’anni senza difficoltà. Senza quelle braccia e quegli occhi dove sarei andata a finire, in quel punto della mappa?, mi chiedo. E capisco: se sono riuscita a rimanere in piedi senza scivolare, sopra quell’insidioso selciato di pietra eterna, è stato per il sostegno incondizionato di quelle due paia di braccia e occhi. Allora non è il posto, il punto, ma le persone. Gli umani. Quanti e quanti perché, per ognuno di loro. E portarseli dietro, infine, ovunque ci sia bisogno di andare. Ieri eri là – mi dico dal satellite – e se non fosse stato per quelle braccia chissà dove saresti finita, nella caduta. La verità è che quel luogo di pietra eterna non ti piace, adesso che ne hai fatto esperienza. Prima di passarci del tempo, avevi avuto solo un miraggio oltre il quale si celavano semplicemente quelle due paia di braccia e di occhi così infinitamente preziosi, per te. Ma tu, che sei così noiosamente, disperatamente lenta e ti nutri così avidamente di luce, di spazi enormi e di voci… come ti è mai potuto saltare in mente di poter riuscire a sopravviverci? Be’, mi rispondo, ero completamente smarrita, e lì c’erano loro. Sopravvivere… forse ci sarei anche riuscita. Vivere… ecco, quello sì che forse è fisicamente impossibile, lì, per me.

Poi rialzo lo sguardo verso l’altro punto della mappa, in alto a destra rispetto a quello dov’ero ieri, e improvvisamente rieccomi a terra. Sono scesa dal satellite e sto scattando foto ad un gigante di pietra d’Istria, foto che fra qualche minuto scompariranno per sempre per un qualche buffo capriccio dell’elettronica. Loro due sono un po’ più in là, li sento parlare piano mentre leggono la storia del gigante su un cippo lì vicino, sul ciglio della scarpata che si getta nel fiume con un salto di svariati metri, fitto di alberi. Da lontano li guardo muoversi, passeggiare, osservare, separarsi di qualche passo, stare un pochino in silenzio e poi tornare a parlare. Guardano il verde che sale dal fiume e la luce del sole che scende a grandi colate dagli archi che sostengono il maestoso Solkanski Most. Piano, piano, guardali come vanno piano. Somigliano un po’ al fiume nella cui Voce stiamo trascorrendo quest’ultima ora di luce, anche loro sono esseri umani d’acqua e di demanio, che oltre a prendere sanno anche condividere e ascoltare, e trovare strade, ognuno la propria. Sono generosi di paesaggio e di voci, e Voci a loro volta. Gente di pazienza. Adesso capisco perché quest’altro lato del pozzo-paese mi manca come acqua nella stagione torrida, quando sono lontana, e perché mi ci sento così libera e a casa dentro, quando vi faccio ritorno. C’è qualcosa d’altro, oltre alle persone. Non sono solo le persone, ma tutto. Tutto insieme. Loro e tutto il resto sono una cosa sola, con il tempo e la pazienza dell’acqua il paesaggio può essere ancora paese, dopo tutto, e per chiunque voglia metterci piede. Purché sia con rispetto.

Quando li raggiungo, poi, le parole vengono infine fuori così, leggere, senza sforzo, quando loro domandano: e allora?

– E allora è così… è che quel posto, come tante grandi città, è una grande gabbia d’oro. Così attraente, da lontano, ma poi quando ci vai dentro scopri che in realtà ci sono posti dove puoi andare a tutte le ore, e posti dove invece non ci puoi andare manco a mezzogiorno. E così ti ingoiano, ti abituano a tante cose strane, tipo la mancanza di spazio, e pare che ti anestetizzano. Alla fine, pure se hai tante cose bellissime e piene di storia intorno mentre vai al lavoro, comunque quando ci vivi ti ci abitui e non vai mai a toccarle. Cioè, ma nemmeno a poggiarci un dito sopra ogni tanto, e che cavolo. Potrebbero pure essere sagome di cartone giganti, voglio di’. E poi alla fin fine i posti dove passi la quotidianità si riducono a quei tre-quattro, che sono sempre gli stessi…
– E scusa, ma se fai vita di quartiere, tipo quella di paese, in ogni caso… allora è come stare in un posto relativamente piccolo, solo con un sacco di gente in più negli stessi metri quadrati. Allora mi chiedo…
– … quello che mi sono chiesta anch’io quando ci stavo, penso. Che senso ha?
– Ecco.
– E quindi?
– Ma non lo so, penso che dipende da quello che uno cerca. Io mi sa che sono di animo più… cinghiale, tipo. Aria, spazio, al limite un bosco fitto quando uno ha voglia di sentirsi protetto. Se il paesaggio bela invece di strombazzare e bestemmiare, io sarei tendenzialmente più contenta, ecco.
– Perché, che ha che non va il paesaggio che bela?
– Eh. Là uno mi ha detto "che tristezza!" quando gli ho descritto quello che c’è fuori dalla mia finestra, tanto per farti un esempio. Con un punto esclamativo grosso così.
– Sono antipatici, i punti esclamativi.
– Eh, lo so. So’ presuntuosi.
– Boh, comunque un po’ li capisco. Per stare bene in quel caos un po’ te lo devi anche raccontare, che fuori dalla gabbia è tutto triste. Solo che vorrei vedere come farebbero, quelli nella gabbia, se fuori dalla gabbia non ci fosse un paesaggio che bela e muggisce.
– Eeeeeeeh, se deragliamo sui massimi sistemi poi non la finiamo più, stelle.
– E’ che a me di fare la movida in mezzo ai turisti ‘mbriachi a tutte le ore non mi interessa, che ci devo fare. Mi piace di più se fra un turista ciucco e l’altro ci sono decine di chilometri.
– Mbeh, le persone sono sicuro più simpatiche, così. Per un fatto di concentrazione numerica, proprio.
– Lo stress pro capite per metro quadro si riduce.
– Però, scusa… tu vuoi conoscere un posto standoci solo un mese e mezzo? Mica ci saranno solo turisti ‘mbriachi, in giro…
– Ma no, ce mancass’. Però è pure vero che quando c’hai trent’anni sai già come sei fatto, e quali sono le cose che ti piacciono e quelle che no. E allora, se ti fai raccontare un po’ di vita, così, tanto pe’ parla’, a destra e a manca, anche da chi incontri per caso solo un paio di volte… e poi se ti guardi intorno per bene… be’, almeno una mezza idea te la puoi fare. O per lo meno puoi provare ad immaginartici dentro, a quello che senti e che vedi…
– Mh. E poi ci sono anche tante persone per le quali quello "stress" è sinonimo di vitalità…
– Be’, da un certo punto di vista lo è.
– Io, di mio, là ho visto che c’è vitalità buona e meno buona. A volte trovi quelli simpaticissimi e cordialissimi, e quelli che ti rispondono malissimo perché sono scazzati di per loro… e questi in genere sono un po’ di più.
– Insomma, come dappertutto.
– Esatto. E anche per questo mi chiedo…
– … che senso ha?
– Eh. Il fattore ambientale è schiacciante, alla fine. Devi solo decidere se vuoi stare nel casino oppure no. Dove per "casino" intendo: un casino per andare dal medico quando ne hai bisogno, un casino per andare alla posta, un casino per fare un biglietto del treno, un casino per arrivare in un posto, un casino per trovare un lavoro con le tue sole forze…
– Mmmmh…
– …un casino sui diritti di base, sarebb’a dire.
– Ecco, non lo volevo dire.
– Eh, ma se te lo dice una terrona.
– Scema.
– No, veramente. In questo periodo del cavolo ho imparato una quantità pazzesca di cose… così tante in così poco tempo… non me lo sarei mai aspettato, ve lo giuro.
– Eh, la potenza dei traumi!
– Vero, eh.
– Ci metterò anni per assimilare.
– Essa rumina.
– Essa è lenta.
– Essa è scema. Ma per lo meno ha capito dove vuole vivere, per esempio, cosa che fino a un mese fa le pareva impossibile.
– E sarebbe?
– Qua. Io voglio stare qua. Anche se significa stare relativamente da sola. Ma qua. Se tutto va malissimo, nel peggiore dei modi possibile… io comunque non me ne voglio andare dal Friuli. Qua mi piace. Il mio modo di intendere il tempo è ancora ammesso, in qualche modo. E poi mi piace tutto: i posti, le persone, quello che si mangia e le lingue che si parlano. Sembrano cretinate, queste cose, lo so, ma se ragiono sulle cose che mi fanno stare bene, senza che ci giro intorno, queste cose mi fanno sentire… a casa.
– …
– …
– …
– … oh… che è?
– Cioè… ok, tu vuoi stare qui…
– Eh.
– … ma tu glielo hai chiesto, ai furlani, se ti vogliono?
– … mpf…
– …mpfffff…
– …. MA MI HANNO DATO LA RESIDENZA!

Tre risate si liberano dalla gola del fiume, e insieme alla voce dell’acqua vanno a sbattere su una parete di pietra, poi sull’altra, e infine si perdono nei boschi che le ricoprono. Siamo paesaggio, siamo paese, voci di posti diversi che si parlano ognuna usando il proprio linguaggio e sotto sotto si capiscono anche quando raccontano di cose lontanissime nel tempo e nello spazio, persino con parole in lingua madre che gli altri due non hanno mai sentito prima. Siamo ombre che camminano attraversate da una spaccatura dell’asfalto, da una traccia di pneumatico. A sentirle parlare si intuiscono istinti limpidi, a volte persino feroci, e in trasparenza ferite vecchie poi coltivate come fiori esotici fino a farle germogliare in una loro forma di ricchezza, e sul fondo, protetta con infinita cura e tirata fuori al momento giusto, una voglia di stare bene innocente e mai sopita. Nonostante tutto, nonostante tutti.

– E poi, uagliu’, diciamoci la verità.
– Cosa.
– Non si può vivere in un posto dove non ti puoi mettere quello che cavolo ti pare senza beccare un qualche stronzo che ti prende in giro sulla metro.
– Checcosa?
– E sì. Guarda, odiavo questo anche di Napoli, dove pure succede.
– Ma cosa ti eri messa, scusa?
– Ma niente, un vecchio maglione rosso… ma normale, tinta unita. Neanche tanto anni novanta.
– Ma come, rosso? Ma tu non eri quella che in viaggio mette sempre nero, così anche se si sporca e sei fuori casa si vede meno?
– E infatti, mannaggia a me. L’ultima volta m’ero stufata e mi sono messa quel maglione lì, comodo comodo, che tra l’altro metto sempre. "Anvedi quella che s’è messa, ahò"… e urlava pure, il deficiente, cercava approvazione intorno…
– Oddio, ma perché?
– Ma che ne so, mi pare che quando si sta troppo ammassati gli uni agli altri si sviluppa una qualche forma di violenza istintiva, a livello collettivo. Te l’ho detto, succedeva spesso anche a Napoli. Quando non è per quello che hai addosso, è perché sei grasso o magro, o hai gli occhiali troppo grossi… in certi posti trovano il modo di prenderti in giro anche perché respiri, se vogliono.
– Uh, pensa che titolone: "Donna insultata per maglione anni ’90 in metropolitana prende in odio l’intera capitale".
– "Il disappunto del sindaco: «rovina l’immagine della città, poteva anche mettersi qualcosa di più consono»".
– …
– Picia, comunque io sono tanto contenta che ti hanno dato la residenza, sai.
– Eh, vorrei solo essere un po’ più veloce di comprendonio, ogni tanto. E’ che se non vedo e tocco sembra che non sono capace di imparare niente. Che due palle, a volte. Devo sempre fare geografia, ma in certi momenti diventa faticoso…
– Eh, ma vuoi mettere la soddisfazione…
– …disegnare terre…
– … mondi.
– Ecco, per esempio: da noi si dice che la ggente del nord sono freddi, chiusi e diffidenti. E che solo al sud sappiamo vedere sempre il lato positivo delle cose.
– E allora tu ci disegni a noi tre sulla mappa… ca tabajin tutti sbronzi sui massimi sistemi.
– Vuoi mettere la soddisfazione.
– Uh.

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4 Commenti a “Voce del verbo: dispatrio, ergo approdo”

  1. macca ha detto:

    Io ho risposto con un post.

    Non ci stava tutto in un commento.

    Che vuoi commentare?

    [Essere].

    Daniele

  2. macca ha detto:

    Non è un regalo, il mio.

    Ti tocca pagare un quartino.

    Dan

  3. keroppa ha detto:

    Eh, ma ti accontenti di poco. Non vale. 🙂

  4. macca ha detto:

    Mi sa che torniamo sul luogo del delitto…

    Dan

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