Voce del verbo: aspetta(tiva)

Io sono Settequaranta
signore di demanio
protettore di sale d’aspetto abbandonate
.

*

C’è qualcosa nei tuoi colori che mi rattrista. La pelle pallida, gli occhi appena emersi da chissà quale fondo di lago, la faccia polacca che il più delle volte non so capire, e oltre a quelli il profumo di tabacco che quella volta, nascosta dietro la tua spalla destra, pensavo: lo perdo, questo lo perdo – e invece senza saperlo me lo sono piantato, intatto, in quel naso affamato che mi ritrovo. E’ un languore feroce quello che mi fai venire, peggio di una separazione acchissaquando, solo che non è quando te ne vai che mi prende, ma non appena arrivi.

*

Aspetto qui. C’è questa sala fatta apposta, che visito ogni volta che avverto il bisogno di sentire il tempo che scorre, tempo che scorre e basta. In un modo o nell’altro, talvolta ho bisogno di sedermi da qualche parte e vedere cosa succede, indipendentemente dal fatto che debba poi mettermi in marcia o meno. E siccome è nelle stazioni che ho imparato questa cosa che credo si chiami aspettare, da quando ho trovato questa stanza che un qualche capostazione ha voluto conservare così com’era quando si usava ancora sedersi accanto a qualcun altro su queste lunghe panche senza che necessariamente ci fosse un bracciolo, o una roba qualsiasi a separare e delimitare lo spazio che spetta a ciascun corpo, ciascun paio di chiappe – da quando l’ho trovata, dicevo, ci vengo ogni tanto a lasciare che il tempo si metta a scorrere tra le mille cose da fare. Come adesso, che sono una bambina, e aspetto. Quando sono tornata bambina non lo so, ma è certo che lo sono perché sto qui a guardarmi le gambette che penzolano dalla panca e non arrivano a terra e anzi, sono così lontane da terra che qualcuno deve avermici issata, quassù. Non ho neanche niente da leggere, e a dire il vero non so nemmeno se ho già imparato, a leggere. Sto sul fondo della saletta, a un capo di questo tavolone col piano di marmo ghiacciato anche se siamo in piena estate, e guardo i treni e le persone che passano appena fuori dalla membrana della porta che dà sul binario uno, direzione Gemona, e sono invisibile al di qua di questa porta aperta oltre la quale nessuno sbircia, e che nessuno attraversa. Sono io ma bambina, aspetto una data ma non è un appuntamento, ho tutto il tempo del mondo. Sto qui, passa il tempo, i viaggiatori, i macchinisti, sto qui e non so nemmeno se so leggere oppure no.

*

Aspetto qui, sono bambina, guardo fuori, è un sogno che riemerge un poco alla volta. Ho sulla mano, nella piega fra due dita, una vescica da scopa che sta diventando callo, e sul tavolo ci sono sparsi tutti i libri da cui non vedo l’ora di separarmi. La luce fuori è limpida e fresca, stanotte deve aver piovuto molto e io non so leggere, no, questo adesso lo so, e sono bloccata qui, se tentassi di scendere da questa panca da sola finirei con lo spaccarmi qualche dente. No, dico, ma chi mi ci ha messa qui?
Poi la luce che viene dalla porta si oscura e per un attimo è buio.

– Sono stato io.
– Perché?
– Perché con quelle gambe lì non puoi andare da nessuna parte, per una volta.
– E allora?
– Allora per una volta non mi pianti in asso.
– Non mi piace tanto, stare con te. Mi fai venire male alla pancia, certe volte.
– Si vede che sei innamorata.
– Si vede che è meglio che stai zitto.
– Comunque non ti inquietare, a nessuno piace stare coi morti.
– Ma tu non sei…
– Mh, può darsi.

Sempre a fumare la pipa, stai. Sei un uomo di pazienza. E quel cappello, sempre lo stesso. Guardi fuori, sui binari, dall’altra parte del mondo.

– Ti piace qui, vero?
– Be’, sì.
– E’ per questo che ti ci ho portata. Per lo meno possiamo parlare in un posto che ti piace.
– Che ho fatto, stavolta?
– Hai visto il mio nome scritto sul cippo dei tuoi caduti, vero?
– Hhhhh…
– Non ti angustiare, di questo periodo dell’anno è normale. Pensa se invece di me incontravi lui.
– Be’. A lui le stazioni non stavano tanto simpatiche, se è per questo.
– Già, è vero, queste sono roba tua. Quali erano i posti suoi?
– I campi di volo. E il pizzo di una collina.
– Ah. E quando sarà il momento ce la farai?
– Sì.
– Sicura?
– E’ già da un po’ che ce la faccio.
– Mh. Ma guardati.
– Cosa.
– La tua prima ruga.
– Dove?
– Qua, sul labbro superiore.
– Ah. E’ normale, penso.
– In effetti. Cèa, ti ga pure i cavei bianchi.
– Appunto.
– Allora era ora.
– Eh.
– ‘Scolta.
– Dime.
– Me non mi dispiace, di stare coi tuoi morti. Lasseme là.
– Ma…
– Coi morti si parla in certi casi più volentieri che coi vivi, anche se può non sembrare.
– Mbe’, questo è vero.
– In certi casi.

*

Restiamo così: io che non posso andare da nessuna parte, tu che guardi fuori, dove si intrecciano passi. Arriva, tranquillo, il suono della campanella del passaggio a livello, con l’incedere quieto delle cose che si ripetono uguali da secoli, nei secoli.

– Amen.
– Eh?
– Ho sentito quello che stavi pensando.
– Ellamado’.
– Capita.
– …
– Senti.
– Cosa.
– Qui ormai non entra più nessuno, te ne rendi conto?
– Eh…
– Non siamo solo ai margini, di ‘sta rete di ferro e carne. Siamo ancora più lontani.
– Lo so. E’ da un bel po’ che è così.
– Ma che hai combinato?
– Niente. Basta non fare niente, e succede da sé.
– Cosa?
– Che in questi posti non ci entra più nessuno, che si resta da soli sui binari.
– Ed è bello?
– Non lo so, se è bello, è solo che a me piace così. Quando era affollata, questa saletta, a un certo punto si soffocava. Ma non era nemmeno questo, a dire il vero.
– Cioè?
– Hai presente quando sei in treno e in un vagone ti capita che c’è qualcuno che strepita, sbraita, fa casino e dà fastidio un po’ a tutti?
– Come no.
– Ecco, e nessuno gli dice niente perché non ha voglia di litigare e pensa "magari smonta alla prossima"…
– Sì.
– … e magari invece non smonta mai e anzi, a furia di spintarelle e gomitate finisce che arriva fin nella cabina del macchinista.
– Azz’.
– Ecco, quando si affolla c’è questo rischio. Quello, quello non mi piaceva.
– Eh, ma non puoi chiudere una sala d’aspetto per questo.
– Lo so, lo so, mica dico questo. Qua è demanio, mica è mio.
– Brava. E allora?
– Allora, niente, sto solo dicendo che per via di ‘sto carattere di merda che mi ritrovo mi piace di più adesso. Mi piacciono di più i treni e le stazioni dove ognuno se ne va tranquillo dove gli pare, negli orari e col passo che gli vengono più naturali. E poi non è vero che non ci viene proprio più nessuno…
– Be’, anche quello non lo puoi mica fermare, viaggiatori ce ne sono ancora e ce ne saranno sempre. E pure discreti.
– Eh. E poi ci sono quelli come te, che vengono e parlano per tutti perché non sono veri.
– Ma bojacan! Perché dici sempre che non sono vero?
– Perché non lo sei.
– Può darsi. Però a volte ho l’impressione persino di ricordarmi la tua faccia.
– Non è possibile. La sola volta che ti ho parlato l’ho fatto per bocca di qualcun altro, tant’era lo scuorno.
– Codarda.
– Tieni ragione da vendere, uaglio’.

*

– E adesso?
– Adesso cosa?
– Che si fa?
– E, e che ne so. Non so leggere e non ho le gambe per scendere da ‘sta panca.
– Guarda che io non ti metto giù, sai.
– Non avevo dubbi. Eh… e se speta, allora.
– Se speta, mh.
– E cossa te speti tu ti?
– Boh. Niente, credo.
– Niente proprio?
– Niente. Tanto solo qua può succedere.
– Cosa?
– Che uno può mettersi a spetar niente.
– E anche a spetarse, niente.
– Anche.
– Tuti i dise che i no se speta niente, e poi son li a spetar calcossa.
– Eh.
– Tipo che ti te move.
– No, non penso. Nessuno aspetta che un altro si muova e basta. In genere uno si aspetta che un altro si muova verso di lui.
– Mh, quindi no va ben moverse e basta.
– E no.
– Mh. Treni?
– No, viaggiatori. Il treno è solo un mezzo.
– E quelli che vogliono guidarlo, il mezzo?
– Se non sono macchinisti? Brutta roba.
– I fa sconquassi.
– Avòja. Dico: ma lasciarsi portare dal treno, qualche volta?
– E star tutti insieme nel vagone, magari anche.
– Sì, ma tranquilli.
– Lo sai che anche questo succede solo qua, vero?
– Sì, sì. E un po’ mi dispiace.
– Te dispiase d’insognar, miga?
– Ma no. Si sogna così bene, ognuno il suo, nei vagoni. Quando non c’è uno che vuole mettersi al comando dei sogni e del viaggio del treno intero.
– Dodé-scadén.
– Tutùm-tutùm.
– Pare un cuore che batte, il tuo.
– Il tuo fa rumore di ferro cinquanta.
– E’ che io ci stavo sopra, e tu lo guardavi passare.
– Personale viaggiante e non.
– Eh.
– Eh.
– …
– …
– E nelle sale d’aspetto?
– Niente. So’ n’altra cosa, quelle. Si sta come gente che aspetta un treno in una fermata che è stata soppressa, e però non lo sa.
– Coi culi attaccati a quelli degli altri.
– E si guarda fuori.
– E i se conta robe.
– O si sta zitti, fumando la pipa.
– Come viene?
– Come viene.
– E se speta.

*

– ‘Scolta… dove ci rivediamo prossima volta?
– In zona tua, penso.
– Eh, ma dove?
– Dove il treno… com’era? Sbrissa? Se ingàmbara?
– … ai primi passi sui sassi ch’el trova!
– Ecco.
– Lì?
– Lì, .

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Un Commento a “Voce del verbo: aspetta(tiva)”

  1. utente anonimo ha detto:

    nelle stazioni non sei da nessuna parte. il fascino di certe stazioni. come di certe città. diciamo due. trieste e bologna….

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