Voce del verbo : andava

Ventidue agosto. Piove di nuovo quassù, mentre giù non si vede acqua da tre mesi.
Dal finestrino arrivano pensieri a caso. Tutùm-tutùm. Del tipo: che bella doveva essere, la reggia di Carditello, tutùm-tutùm. Oppure: come si misura, tutùm-tutùm, di cosa è fatta questa distanza tra cose e parole?  E se pure non si può misurarla, tutùm-tutùm, si potrebbe mica abitarla? Sarebbe bello se si potesse farla spazio. Nella distanza non ci sta niente, nello spazio… uh, tutùm-tutùm, hai voglia. Mh.

Poi ci sono i pensieri tra parentesi [resiste nella testa di chi (non) resta], e le fermate non richieste. Che sono diverse, però, da quelle ho visto in un altro punto del pozzo-paese.

A Mestre già il primo cambio di treno (non previsto), e venticinque minuti di ritardo. A Padova diventa mezz’ora. Dio, la concidenza. Poco dopo Padova c’è un gatto in mezzo a un campo arato: spaventato dal treno, fugge e sparisce come una scheggia nel mais del campo vicino.

Un’insegna indica:

così, con la freccia in rosso come quella di una frasca e i caratteri da far west. Quadra, perdio, tutto quadra. Ma mo’ quasi quasi scendo e la seguo, quella freccia.

Il mais dopo Monselice è secco e già raccolto ma non ancora falciato, e fa grandi distese d’oro. Alla stazione di Rovigo una nonna seduta su una panchina indica i treni al nipotino nel passeggino. Alla stazione di Ferrara un nonno in cazunciélli rossi fa lo stesso con il bimbo che porta sul seggiolino posteriore della bici, e dal deposito guardano i convogli passare.

Corto circuito.

Anch’io, nonno ferrarese, anch’io. Anche a me mio nonno mi portava in bici (quando i sediolini per i bimbi però erano davanti, non dietro) al deposito della stazione a guardare i treni. Fuori c’erano quelli nuovi che passavano e dentro quelli vecchi che aspettavano. Cosa aspettavano? Non lo so, però mi ricordo che quei treni lì erano femmine, e a sentirne parlare poi dopo a me veniva da chiamarle trene, perché mi avevoano spiegato che locomotori e locomotive non erano la stessa cosa, come io non ero la stessa cosa di mio fratello, per esempio. Ah, così era? Ma i treni che passavano alla stazione erano tutti maschi, però. "Eh", dicevano loro, "ma prima erano femmine. Fai conto che queste so’ le mamme, va’…".
Mi ricordo certi anni in cui in deposito gli amici del nonno erano sempre nervosi, davano pacche alle trene nere, stavano con la schiena appoggiata sul numero che era il loro nome e parlavano con parole che non capivo. Sapevano di bruciato e di grasso d’officina, questi signori che mi prendevano sempre in braccio con un sorriso anche quando in famiglia mi avevano dato ad intendere che ormai ero troppo grande per stare sempre in braccio. Per questo forse mi piaceva, il deposito: perché lì dentro i treni erano un po’ diversi dagli altri e gli amici del nonno avevano grandi mani marroni che mi prendevano in braccio, mi tiravano su come una piuma e mi facevano sedere a cavalcioni sui magneti del muso mentre loro chiacchieravano. Mi piacevano un po’ meno i pizzicotti, condanna di tutte le bimbe con le schiocche, che quelle manone davano forse senza rendersi conto della loro forza. Ahiaaaah!, mi scappava a volte, e loro ridevano e poi riprendevano i loro discorsi durante i quali mi era stato insegnato a non far domande. Non si interrompono i grandi quando parlano, è maleducazione. Se volevo sapere qualcosa, potevo chiedere dopo. Ma intanto… 

… intanto lassù, anche se col nonno sempre vicino, prima di tutto ero più in alto di loro.  Di poco, va be’, ma era quel tanto che bastava per poter guardare lontano lontano (verso l’uscita del deposito, diciamo) e perché la tièlla del magnete diventasse il volante per guidar via la ottettrentacinque verso… che ne so, a me mi piaceva l’Africa, che non avevo la minima idea di dove fosse ma sapevo che era il paese dove c’erano uomini e animali incredibili e posti dai nomi stranissimi

["Ki-li-man-gia-rooooh? E che eeeè?"]

e che era dove abitava lo zio che dopo la guerra se n’era andato più lontano di tutti. Così sul magnete mi facevo capotreno

[ Nooo, si dice ma-cchi-ni-sta! ]

e partivo per l’Africa, e tornavo solo quando i discorsi dei grandi finivano e un paio di manone marroni venivano a tirarmi giù dal mio posto di guida. "Ue’, te si’ fatta ‘e mmane comm’a mme", diceva allora  puntualmente qualcuno. Le guardavo ed era vero, erano marroni. E io: "è l’Africa! Là tutti so’ scuri!".  "Ma ‘o vvir’ che pure nuje simme tutti scuri?", incalzava allora un altro. "Eh, e siete africani, allora!". Mamma mia, quanto forte ridevano. Tanto forte che a volte mettevano paura. Poi mi facevano lavare le mani con una roba gialla e pastosa che sapevano loro e che puzzava di copertone, intanto il nonno li salutava e a me toccava un altro giro di pizzicotti. Fino alla prossima volta, che non vedevo l’ora che arrivasse per fare un altro giro in Africa sulla ottettrentacinque. Che una volta, mi avevano detto, andava.

– E dove andava?
Eh, dove ci stava bisogno di portare robba e ggente.
– Ah. E mo’…?
E mo’ la fai andare tu, ‘o bbi’.

Ma che mondo era, quello?
Ci sono cresciuta dentro dandolo per scontato finché il cardine su cui ruotava non ha perduto il suo asse. Da quel momento in poi quel mondo si è sfaldato fino a scomparire, per me, e il tentativo di seguirne le tracce da grande è stato una fatica immensa, e molte… mai neanche ritrovate. Le facce e i nomi del deposito, per esempio. Mi restano queste sagome scure, il loro odore e… pezzi. Di loro posso mettere a fuoco solo le mani, il ruvido dei palmi, il dolore dei pizzicotti sulle schiòcche, il suono di alcune voci. Il resto è andato, e molto è andato prima che riuscissi ad afferrarlo. ‘Sto mondo inghiotte ogni cosa che stia nel passato più in là della linea dei dieci anni. Dove sono finite tutte quelle persone, quelle cose, quelle voci? E se a uno un giorno gli gira di domandarsi da dove viene?

‘rangève, dicono quassù.

Nonno di Ferrara, sbrigati allora a spiegargli quello che sai – qualsiasi cosa tu sappia. Ché nessuno dei tuoi si ritrovi mai a dover dire "eh, troppo presto, troppo presto". Gli dovesse mai venir voglia, pure a lui, resterebbe ciava’.

Per il resto, sì, poi dopo ci arrangiamo noi. E tanto, c’amma fa’?

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5 Commenti a “Voce del verbo : andava”

  1. EzraRhesus ha detto:

    intenso e profondo (come sempre).

    [per me niente nonni in stazione – già partiti tutti e due, quando arrivai io – però i treni di quando ero piccolo me li ricordo bene: quei sandworm bruni che nonna si ostinava ancora a chiamare “littorine”: già, ci sono treni maschi e trene femmine.]

  2. keroppa ha detto:

    Oh, ma sai che da me non si sono mai chiamati in altro modo? E se devo pensare a quelle macchine lì, anche per me ancora questa è la parola. Littorina. Che io credevo si chiamassero così perché portavano la posta, tipo, e perché erano piccole. 🙂

  3. cometacaduta ha detto:

    😀

    Bello il tuo perché delle littorine.

    Bellissimo il post.

  4. Sodoma ha detto:

    e mi sembrava di starci lì con te a leggerlo…

  5. keroppa ha detto:

    Sodoma: grazie. Di aver letto, del link, del tempo speso qui insomma. 🙂

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