матрёшка

I was looking down at you smiling up at me
For once I held you tight, but shadowed hands grabbed at me.
Your head was in the clouds, now those clouds are in your head.

*

Cosa c’è? Che vuoi? Spunti dal nulla ogni volta, nel bel mezzo dei sogni, e sei esattamente il contrario di quello che di te ho potuto vedere e conoscere quando ti ho incontrato. Una volta, mi ricordo, ti ho stretto la mano e ho sentito il tuo odore. Sapevi di tabacco e di legno di pipa, come papà quando ero bambina. Pensavo che non sarei riuscita ad afferrarlo, quell’odore, e rimasi allora nascosta tra chi ti stava intorno senza cercare di parlarti, avendo cura di restare sempre appena oltre il confine del tuo campo visivo. Ascoltavo e mi cacciavo dentro quel profumo di pipa vecchia e mi dicevo: lo perderò.
La volta successiva in cui ti sono passata accanto, anni dopo, l’ho ritrovato intatto, sepolto da qualche parte nella memoria – che in quel preciso momento scoprii essere quella che mi funziona meglio – del naso. E proprio da allora in avanti ho cominciato a prestarle più attenzione e affetto. Ma sempre lontano sei rimasto per me, e io al di là dell’orlo della tua coda dell’occhio.
Ma quando vieni a visitarmi in sogno è tutto il contrario di quel che è stato fino ad oggi. Nel suo lavorìo notturno l’anima, artigiana, ti usa come contenitore per altre cose, altre parole, altri significati. E così spesso vieni fuori così, col tuo sguardo azzurro, le braccia forti e le mani grandi, la pipa e un sorriso in procinto di aprirsi, e là dove in passato sono riuscita a restare in ombra qui non posso nascondermi, nemmeno se ci provo. Nel sogno tu mi vedi. E non solo: mi ri-conosci, talvolta mi segui senza dire una parola per distanze che non so calcolare. Allora tento di liberarmi di te accelerando il passo, prendendo di scatto strade che spero tu non conosca ma, siccome di solito nei miei sogni si va a piedi, mi prende a un certo punto un senso di stanchezza e di inevitabilità che non so dire. E puntualmente mi arrendo: mi fermo e tu mi raggiungi con due passi, mi siedo su un muretto e arrivi con la faccia che dice “ma dove credevi di andare?”. Non mi sei quasi mai gradito, al principio. Devo arrendermi anzi alla tua presenza, accettare di essere nei tuoi occhi. Solo dopo, poi, parli. Parli, e la maggior parte delle volte le cose che dici sono domande. Qualcuno ti ha detto di essere preoccupato per me e tu vieni a vedere se sto bene o, se si tratta di qualcosa che è già stato, a domandare cosa è successo. Di norma, quando arriva il momento delle domande stiamo camminando. Anzi, a dire il vero mi pare di ricordare quasi soltanto interminabili camminate, nei sogni in cui ti fai vedere. Parliamo senza mai smettere di camminare, insisti per accompagnarmi nel posto in cui sto andando, o mi chiedi di seguirti. Percorriamo strade, passiamo portoni, saliamo scale, guardiamo fontane, incontriamo persone, parliamo con loro e poi proseguiamo, e in nessun sogno siamo mai arrivati da qualche parte.
Poi ci sono le volte, più rare, in cui quando arrivi già sai cosa sta succedendo, e ti evito proprio per questo. Ti detesto in quei momenti, non domandi né vieni per camminare, bensì per farmi fermare: in una stanza, su una panchina, su un muretto lungo una strada. Una volta hai guardato a terra per un tempo che mi sembrava non finire mai, poi a un tratto hai cominciato a parlare, a raccontare delle storie che già conoscevo senza mai smettere di fissare la strada, l’erba, il suolo, il pavimento, la massicciata, quello che era. A volte qualcosa si rompeva, poi. Mi aggrappavo da qualche parte, sentivo un enorme buco aprirsi nell’intestino e tu non smettevi di guardare altrove, mentre io morivo per il terrore di sprofondare. Poi non so come finiva che a un certo punto iniziavo a sentirmi al sicuro – la tua voce è la sola cosa che di te conosco veramente – e ti dicevo qualcosa, oppure provavo a dirla ma  tu mi fermavi prima, non so, comunque talvolta era un cenno con la testa come per dire “è inutile che hai paura, non serve”. Allora il sonno mi prendeva per davvero, e nel sogno mi addormentavo.

L’ultima volta, l’altro giorno. Era una di quelle, solite, in cui vieni per domandare. Volevi sapere qualcosa di cui non volevo raccontare. Poi hai sorriso, e hai preso a scherzare. Un paio di cuppìni, qualche gioco di parole, silenzio. Poi hai tirato fuori la mappa e ci hai viaggiato sopra con la punta del dito, a lungo, seguendo alcune linee. C’erano dei punti segnati col pennarello giallo. Il fatto che ce l’avessi tu era perfettamente logico, di domandare come fosse arrivata nelle tue mani non mi è passato nemmeno per la testa. Continuando a camminare, chiedevi.

– Anche qui?
– Sissì.
– E qui?
– Siiì.
– E qua che c’è?
– Le rotelle dei cavi per tirare su la barra del passaggio a livello, per esempio.
– Ah, ancora! E qua?
– Mele. Un sacco di mele.
– E qua?
– Il deposito senza tetto.
– Qua?
– Ancora non ci siamo arrivati, ci andiamo la settimana prossima.
– Vengo con voi.
– No.
– Perché no?
– Ci vado con papà. Tu non puoi venire.
– Perché?
– Perché non esisti.
– Ma che dici?
– Lo sai, che dico.
– Non esagerare.
– Non lo so se esagero. Però tu non fare finta di non capire.
– Va bene, va bene. Verrò quando non c’è tuo papà.
– Eh, vabbe’, poi vediamo.
– Ti te provi sempre mandarme via.
– Tu me staje semp’ ‘ncuòllo ‘ncuòllo.
– E’ la ferrovia.
– No, è che si’ nu scassambrèll’, ormai te conósso massa ben.

Hai riso forte. Hai tirato fuori dalla tasca un quadernetto con la copertina marrone e hai scritto qualcosa. E si camminava, sempre si camminava come altre volte, e non mi perdevi d’occhio e non rispondevi alle mie domande. Fumavi la pipa e di tanto in tanto ti fermavi a guardare dritto davanti a te. Cosa vedi?, avrei voluto chiederti, ma non l’ho fatto. Non avresti risposto nemmeno a questo, anche se quando parli fai quel gesto di chi è abituato a spiegare, con la mano che da sé va verso l’altro, aprendosi continuamente. To’, sembra che dica, prendi. Come fa quell’altra voce che non ti somiglia in niente, se non forse in questo gesto. E m’è tornato in mente: anche a lui, ricordo, una volta volevo chiedere “cosa vedi?”, mentre parlava guardando dritto davanti a sé. Ma poi non l’ho fatto. Stavi domandandomi di lui, quando mi sono svegliata. Peccato, mi sarebbe piaciuto sapere cosa ti avrei raccontato. Chissà.

Quanto è lunga e fin dove arrivano questa corda, questi binari.

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Un Commento a “матрёшка”

  1. […] Mi indicavi i campi al tramonto. Era Toscana, forse Lucca. Le case, ecco, mi ricordo le case. Cosa vedi?, avrei voluto chiedere anche a te, quando fissavi i tuoi passi per chilometri e chilometri. Ancora […]

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