Fumo (geno) negli occhi

 Rubi quaranta minuti alla vita, con la pretesa che non sia nemmeno un furto.
Due ragazze sdraiate sotto la palma lontana alla tua destra fanno bolle di sapone. Qualcuna, spinta da questo generoso libeccio, riesce ad arrivare fin dove sei seduta tu, sul muretto dello slargo davanti all’ingresso della Biblioteca Nazionale. Attraversando zone di ombra e luce, le bolle appaiono e scompaiono nel piccolo piazzale, poi svaniscono. Una coppia di merli zampetta qua e là. Dal retro del San Carlo si sentono accordare violini, a decine.

 Aria secca, caldo, cielo greco. Questa è l’estate che conosci, sì, l’estate fatta come quello che ti salta alla mente quando devi dire estate. La tua estate, che ti sta sepolta sotto le parole. Chissà quanto durerà, ti domandi, questo sentore di salsedine e mediterraneo centrale che fa il sole così pungente, le strade così polverose, i colori così compatti e i polmoni così aperti. Sì, questa è la tua estate di tufo e acacie, di orizzonti puliti e serate a pelle fresca. Chissà quanto durerà. Visto che non puoi saperlo, senti l’istinto di ficcartela nel torace a secchiate, di farne scorta per quando si tornerà a non respirare. E si capisce e quasi si arriva a comprenderla, in una giornata così, la miopia del tuo popolo: quanto riesce difficile sotto un azzurro così pensare che da qualche parte si consuma un’agonia, che altrove c’è qualcosa che muore… tanto più se chi muore siete voi che questo paesaggio lo abitate, che questo azzurro lo bevete e lo respirate. Ma tira dal mare, il libeccio, pulito, forte, e porta sentore di salsedine fin nei recessi più interni di questa terra, sicché quando torni a casa puoi salire sul tetto di casa tua, al tramonto, e respirare a fondo il vento che ti investe la faccia senza che gli occhi ti brucino. In un momento in cui l’orizzonte è di fiamma e per tenere a mente quello che succede devi quasi fare uno sforzo.

Che giornata, però. Se oggi qualcuno fosse spuntato dal nulla a dirti che non è vero niente, che è stato solo un incubo dopo una cena pesante, che ti sei immaginata tutto… be’, forse gli avresti creduto. Almeno per un poco…
… ma solo un poco. Perché poi lo stesso vento te lo ha ricordato, severo, che quel che accade non smette di accadere sotto un cielo e dentro un’aria così: per una volta che nemmeno li stavi cercando sono spuntati, neri e senza rispetto, ai due capi dell’orizzonte, uno dove il sole era appena scomparso e l’altro sotto la luna appena sorta.
Hai chiuso gli occhi per un minuto, forse due. E quando li hai riaperti, ti sei ritrovata davanti le stesse parole di prima, rubare, furto, vento, secco, polveroso, polmoni, respirare, sentore, fiamma, bruciare, incubo, accadere. Solo che non significavano più la stessa cosa di prima.

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2 Commenti a “Fumo (geno) negli occhi”

  1. Dichtung ha detto:

    Forse ho trovato finalmente le parole da usare quando quassù mi si chiede che succede laggiù. Mi mancano ancora quelle necessarie a spiegarne il vero perché.

  2. keroppa ha detto:

    Eh. Quelle che le servono per il perché le trova da lui, siòra (tag discariche), o più comodamente qui, in un solo pugno nello stomaco. Se si sente pronta…

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