Floridiana (oppure: di Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia)

Tre panchine, tipo.

Sulla prima una signora anziana con gli occhi socchiusi, volto rotondo e vuoto. Accanto a lei la sua badante, forse quarantenne, dai capelli rosso fuoco e l’espressione annoiata, anche un po’ infelice. Sulla seconda una ragazza vestita di rosa, bianco e jeans che legge, assorta. Sulla terza due innamorati aggrovigliati, di cui si distinguono un paio di stivali, i capelli lunghi e castani di lei, la polo blu a righe bianche di lui. A terra, sul selciato, le macchie di sole filtrate dagli alberi che sbiadiscono e riemergono di continuo dall’ombra. E il viavai dell’ora di pranzo: impiegato con il giornale sotto un braccio, comitiva di turisti tedeschi, merla che saltella e rovista sotto le foglie di magnolia cadute nel prato alzandole col becco con leggeri movimenti che le fanno saltare per aria, coppia sulla quarantina che chiacchiera, due turisti stranieri forse biondi o forse argentati, non si capisce.

Due panchine si svuotano, vanno via la coppia a nodo vaccaio e la ragazza che leggeva. La signora anziana si scuote dal suo sonnecchiare e dice qualcosa alla signora dal volto infelice, che evidentemente non la comprende ma annuisce con un sorriso generoso, come se stesse ascoltando il racconto del fatto più importante del mondo. Passa una signora non molto più che trentenne con l’aria stanca che tiene in braccio un fagottino rosa che strilla, e strilla, e strilla.
Due signori con i capelli bianchi, entrambi piuttosto alti e magri, si fermano accanto alla panchina su cui siedo. Uno strappa un lembo di una pagina del suo giornale e lo appoggia su un punto sullo schienale della panchina. Il foglio resta attaccato, mi volto a guardare.

– Vedete, signuri’, ce sta ‘na gomma masticata azzeccata ccà ‘ngoppa…
– Oh.
– ‘O collega, qua, c’è fernuto sopra co’ tutta ‘a giacca…

Il suo collega rivolge verso di me il suo giaccone blu di tela, con un piccolo serpente bianco stampato sul retro. Lo ha bagnato con dell’acqua, ora cerca di grattarne via i residui con le unghie. Sono tornati indietro per coprire la gomma con quel pezzo di carta.

– Accussì s’azzecca pur’isso, e il prossimo che s’assetta non s’inguaja.
– Meno male che vuje l’avite scansata, signuri’.

– Essì, eh.

Mi sono seduta sull’altro lato della panchina, per fortuna. Sorridono. Sorrido.

– Salve, arrivederci.
– Bbona jurnata, signuri’.

Sono due volontari della vigilanza del parco, quando si voltano lo leggo dalla scritta dietro il giubbotto di quello che non se l’è sporcato. Vanno a sedersi sulla panchina dove prima c’erano gli innamorati annodati. Dopo una decina di minuti la signora anziana e la sua badante si alzano. La prima vuole prendere sottobraccio la seconda, la seconda prende delicatamente la mano della prima dopo averla aiutata ad alzarsi e gliela guida fino a posarsela sull’avambraccio, come talvolta fanno i gentiluomini.

I due vigilantes volontari vengono raggiunti da due colleghi in turno, con la fascia VIGILANZA PARCO su un braccio. Si siedono e chiacchierano di cavoli bolliti, poi discutono sulla possibile origine del nome del Vòmero. Due sostengono che venga dal coso che sta arèto ‘o carro d’e bbuoje, pe’ ffa’ ‘o solco ‘n terra, gli altri dicono che Vòmero era il giogo che si doveva mettere ai buoi pe’ purta’ ‘e ccose ca ‘ngoppa. Li raggiunge un altro collega con una specie di piccolo furgoncino di quelli per trasportare lo sfalcio delle piante. Dice che ha bisogno di loro vicino ‘a terrazza. Si alzano tutti insieme, facce all’improvviso serie serie, e vanno. Grossi nuvoloni corrono in alto, il sole va e viene. Quassù non fa caldo come giù Napoli. C’è vento, e alberi. Un signore in jeans e camicia marrone passa strofinandosi gli occhi, tenendo la giacca su una spalla con due dita. Dai lecci di tanto in tanto viene giù una foglia secca, veloce, rigida, che fa tac quando tocca terra. Una signora piuttosto anziana risale il viale in direzione dell’uscita del parco insieme al figlio (ma’, aro’ s’adda i’ ccà?) dal volto di trentenne bambino che le sta vicino vicino senza toccarla, le spalle curve, lo sguardo basso. Sua madre invece ha la faccia vecchia e spavalda, è molto più bassa di lui ma ha la testa ben ritta sul collo, e un fare da guardiano.
Sulla panchina della ragazza che leggeva ora c’è una coppia sulla cinquantina, lui calvo, panciuto e tutto in jeans – sia i pantaloni che il giubbotto –  con la nuca che gli si fa tutta a pieghe quando lei dice qualcosa che gli fa abbandonare la testa all’indietro in una bella risata. Lei ride con lui, bella e antica, con la pelle etrusca, i capelli neri e i denti bianchissimi. Fa una smorfia di disapprovazione quando passa una mammaragazza con il pargolo di sei-sette anni che grida come un ossesso per un qualche tihodettodino! appena ricevuto in risposta ad una qualche richiesta. Un’auto della Polizia risale lentamente il viale lasciando una scia di gas di scarico che fa arricciare il naso un po’ a tutte le panchine, anche al ragazzo in piedi accanto al cestino della spazzatura un po’ più in là che si sta visibilmente innervosendo con il suo Ipod, mentre all’altezza degli occhi mi sfilano, vicinissime, una busta di plastica gialla e una giuda di Napoli del Touring Club in inglese.

Gli acanti hanno messo le foglie nuove, e quelli esposti a sud hanno già pronto il gambo centrale con i fiori in boccio. Quando le nuvole nascondono il sole fa improvvisamente quasi freddo. Arrivano frotte di bambini, alcuni dotati di SuperSantos.
Una bimba bionda in tutina ginnica rossa, avrà cinque o sei anni, rincorre il pallone che ha tirato il fratellino… non riesce a raggiungerlo e correndo urla dai, fermati… ti prego!. Il pallone rimbalza sul viale e si arena ai piedi di una panchina, lei lo prende e gli fa ah, ti sei fermato, grazie!. Un’altra mamma, snella e alta, cammina tenendo per mano il suo bambino e porta due zaini sulle spalle.
Una famiglia mamma-papà-passeggino, la mamma dice qualcosa, il papà le fa il verso: gna-gna-gnaaaaaaah!, e tutti e due ridono.
Tre scalmanati cuccioli umani alti meno di un metro corrono scomposti. A CHI PRIMO ARRIVA ALLA FONTANAAAAAAAAAAAAAAAAAA, dice quello in testa, AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA gli fanno eco gli altri due. Uno dice incapace, incapace, sei incapace proprio al suo compagno, e la mamma non si dice incapace ad un amico tuo!

Corridori sgargianti scendono a tutta velocità verso la zona del museo, il vento gira di maestrale, nel cielo si alzano, altissimi, a veleggiare i gabbiani. Sulla pelle mi sento un velo di sale salito dal mare che si sente forte nell’aria anche dove la lecceta è più fitta. Due turisti sulla cinquantina, bellissimi, dormono beati in pieno sole sdraiati sotto una palma enorme. Finalmente mi si scaldano le spalle, il sole dura per qualche minuto tra un nuvolone e l’altro. La mia ombra si stampa per terra. Saluto.

[quanti capelli bianchi, miseria ladra]

[devo riprendere a portare in borsa il quaderno delle foglie]

[ora dimmi… perché?]

[voglio un caffè] – [voglio… vorrei?]

[la questione non è trascurabile]

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4 Commenti a “Floridiana (oppure: di Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia)”

  1. EzraRhesus ha detto:

    leggerti è sempre bello.

  2. utente anonimo ha detto:

    non è solo bello leggerti…è di più…è un’emozione ogni volta…è avere il fiato sospeso…è osservare…odorare…sentire…gustare…toccare…in una sola parola godere delle tue emozioni…

    Grazie sempre Cara Lo’

    Anto

  3. manuelcalavera ha detto:

    una giuda di napoli del touring club in inglese? che lapsus carino, la guida traditrice.

  4. keroppa ha detto:

    Uagliu’… sapere che passate di qua: questo si che è. E’… è quello che è. Ecco.

    Calave’: muahuahuahuahuauh, non me n’ero accorta! E mo’ me la tengo così, ‘sta guida poliglotta col sacchetto dei trenta denari legato alla cintura. 😀

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